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prepararsi psicologicamente alla guerra (2)

Psicologia dei Diritti Umani

Una disciplina all’età della pietra?

Psicologia dell’emergenza, psicologia del trauma, psicologia della sicurezza:
sembrerebbero queste le ultime novità della psicologia, i campi delle "nuove
professionalità emergenti", le offerte dei corsi formativi del momento.
Testimonianze visibili di quanto il presente sia segnato dall’insicurezza e
dalla sfiducia nelle nostre abituali risorse e di quanto la psicologia e gli
psicologi stiano cercando di acquisire un ruolo di primo piano nello scenario
delle riflessioni su questo paradossale nuovo modo di vivere dove ci viene
richiesto di essere preparati all’inaspettabile, di aspettare l’imprevedibile
e di continuare nel contempo a condurre la nostra normale vita quotidiana,
mentre alcuni milligrammi di polvere biancastra paralizzano tonnellate di
relazioni umane, commerciali, professionali e i nostri figli guardano, in
diretta, immagini da war games durante i telegiornali della sera.

Oggi ci si prepara alla guerra minuziosamente, se ne rappresentano tutti
gli scenari, se ne anticipano tutte le conseguenze, comprese le più atroci,
e poi si va avanti. Ci si prepara, contemporaneamente e con la stessa
sapienza tecnica, a ferire e a curare, a bombardare e a proteggere.
Le procedure con cui distribuiamo aiuti umanitari assomigliano sempre
più a quelle con cui le forze armate distribuiscono gli attacchi militari.
Bersagliamo alternativamente le stesse popolazioni di medicine e di bombe
nella folle rincorsa di una giustizia della/nella guerra, di una perversa
e morbosa umanizzazione della macchina bellica.

Miniamo con la mano destra i campi che noi stessi smineremo con la sinistra
e mentre in Angola la media raggiunta dagli sforzi umanitari è di una protesi
ogni 3 bambini mutilati (che la usano un giorno a testa per poter percorrere
i cinque km che di media separano i loro villaggi dalla scuola), i generali
dei corpi speciali di sminamento soavemente spiegano: "è una fortuna che le
mine siano state prodotte nel nostro paese, perché così possiamo leggere i
dati di fabbricazione e ci è più facile disinnescarle". Non si avrebbe lo
spirito di controllare il paese di produzione degli arti protesici.

http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/rubriche/fioravanzo/

Paura: psicosi da guerra

a cura di Cinzia Riassetto
 
E' ormai da una settimana che si sente nominare ovunque la parola "guerra",
parola che inevitabilmente provoca ad ognuno di noi delle reazioni con quelli
che sono i nostri fantasmi e immaginari.
Come fare per non negare ciò che sta succedendo nel mondo e allo stesso tempo
non cadere ai confini di ciò che viene definita "psicosi da guerra"?
Parliamo tra noi ragazzi! Confrontiamoci, permettiamoci di liberare i nostri
pensieri, le nostre preoccupazioni, le paure che ci provoca questa guerra.
La condivisione degli stati d'animo è sempre possibilità di sentirsi capiti,
soprattutto nei casi in cui c'è alla base un vissuto comune, come questo.
Ma attenzione! Sempre con uno scenario di fondo che è l'unico che non porti
al disorientamento profondo nei casi migliori o all'ansia generalizzata in
quelli peggiori. Qual è questo scenario? E' la speranza.
La spinta motrice dei nostri discorsi sulla situazione internazionale attuale
deve essere la speranza per il futuro e l'atteggiamento di non vendetta:
facciamo una riflessione al proposito. Non pensiamo che i nostri sentimenti
di odio, di rancore, supportati da quella che viene definita giustizia,
(ma è una falsa giustizia!) provati a migliaia di chilometri da dove la
guerra ha luogo, siano meno dannosi!
Lo conoscete il principio per cui "uno battito di ali di farfalla a Tokio
provoca un tornado a New York"? Significa semplicemente che dal piccolo
nascono le cose grandi, nel bene e nel male. E allora cominciamo a lavorare
nel nostro piccolo.
L'uomo di fronte a queste cose si sente impotente, si sente vittima di
decisioni e prese di posizione fatte da qualcuno che non pensa al suo
benessere, al suo futuro e il sentimento che ne deriva è un miscuglio tra
rabbia e paura. La mente umana ha bisogno di sentirsi, anche in questi casi,
non lasciata in mano altrui, ovvero in grado di essere, in un certo modo,
padrona del proprio destino. Come può l'uomo assumersi la responsabilità
della propria vita in queste situazioni al limite della libera scelta?
Semplicemente promuovendo e rappresentando in prima persona una società
civile che vuole la pace, nei piccoli gesti e negli ambienti quotidiani.
Creiamola questa predisposizione alla pace, all'uguaglianza, alla
tolleranza, non nascondiamoci dietro la scusa della poca incidenza che
da soli possiamo avere, nella convinzione che il principio di prima non
vale solo per le reazioni negative!!!

http://www.somgiovani.it/areagiovani/psicologia/psc0110.htm

Pubblicato il 17/2/2003 alle 16.29 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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