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Giuliana Sgrena: vittoria? fallimento? o una via di uscita da troppe contraddizioni?

C'è qualcosa di amaro e di contradditorio nelle dichiarazioni di ieri di Giuliana Sgrena in cui ripetutamente dichiara che non tornerà più in Iraq, che non ha senso per nessuno restare o tornare, perchè troppo forte è l'inaccettabile morsa del ricatto, presi in mezzo come si è tra un modo di 'fare la guerra' (tipicamente) americano, arrogante, spietato, disumano e 'alieno' nella sua meccanicità di morte, condotta con lucida follia da giovanissimi allucinati automi, in attesa degli automi veri, da una parte, e dall'altra un altrettanto spietato nichilismo di una 'resistenza' cieca e sorda, pluri-omicida e assassina, il cui unico interesse è operare nell'ombra e ridurre ad ombra chi 'ci vuole essere', a fianco della 'gente comune', di donne, bambini, uomini, in questo caso Iracheni, e non lasciarli soli e ammutoliti e acciecati, nel terribile buio della più totale assenza, se ci si arrende, di informazioni non 'embedded' e di 'assistenza', con questo intendendo tutto ciò che pertiene alla difesa e conservazione di un briciolo di dignità umana, oltre che di bisogni fondamentali soddisfatti. La liberazione di Giuliana è costata la vita a Nicola Calipari. Scrive Rossana Rossanda Non ho mai creduto ai servizi di sicurezza per il troppo potere che hanno e le immunità di cui godono: il dubbio sulla loro stessa utilità era la sola opinione che abbia condiviso con Indro Montanelli. Ma la realtà è più complessa delle supposizioni. Ci sono uomini integri in istituzioni dubbie e viceversa, e devo scusarmi di avere sospettato e scritto, durante il sequestro di Giuliana Sgrena, che i nostri servizi nulla sapevano e stavano facendo. Invece anche nel governo era prevalsa, e per la seconda volta, la scelta della trattativa; che sia avvenuto per un'etica dei doveri o per opportunità politica, l'importante è che sia prevalsa. A un pugno di uomini dei servizi e a chi li dirigeva dobbiamo Giuliana viva e libera. In sostanza, siamo di fronte all'esito, in parte tragico, di due atti convergenti di 'eroismo': quello di Giuliana, che ha voluto 'andare a vedere' fino a che punto fosse ancora possibile, in Irak, raccontare senza blindarsi dentro una stanza di albergo, e quello di Nicola, che per sottrarla al sequestro ha sapientemente mobilitato tutte le proprie risorse tecniche e umane, spendendoci la vita. Ma allora, quando Giuliana dice che dobbiamo andarcene, che tutti se ne devono andare da lì, è questa l'ammissione di una sconfitta, l'amara constatazione che il duplice eroismo si è rivelato inutile... ... oppure c'è in questo una contraddizione risolvibile in altro modo? Ovvero: è possibile 'stare' in un teatro di guerra come quello iracheno in modo diverso da quello 'americano' ? Se sì, se proprio due splendidi Italiani, come Giuliana e Nicola, hanno dimostrato che l'inverosimile è possibile, ma allora la 'soluzione' non dovrebbe piuttosto essere restare, rafforzare una presenza diversa, renderla possibile e utile alla popolazione irachena, secondo 'quella' modalità, e con risorse sufficienti a non esporre ad ulteriori 'eroismi' chi vi ci si cimenta?

Pubblicato il 7/3/2005 alle 9.37 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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