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Il LIEVITO riformista è solo liberismo?

"Perché i riformisti non sono popolari" titola l'Editoriale de Il Riformista del 18 Gennaio 2005 Molte giuste osservazioni, tranne che.... la chiave di lettura del successo dei due estremi 'poli' (Bertinotti - Rutelli) viene spostata a destra come se non esistesse un elettorato di Sinistra che non si riconosce in praticamente nessuna delle 'parole d'ordine' della Sinistra sinistra - che ha pure un suono 'sinistro'- (o 'radicale') ma nemmeno si è fatta lo shampoo col 'liberismo'! Una Sinistra attenta alle questioni dei diritti della persona (vedi Fecondazione Assistita, diritto di famiglia ecc.), ma anche al disagio sociale legato alle trasformazioni economiche in atto, che preparano future generazioni di ultra precari in tutto (lavoro, casa, famiglia ecc), ed all'arretratezza cronica italiana in campo scientifico e tecnologico. Che si sente protagonista, e radicalmente protagonista, in quanto 'resistente' alle campagne di odio del Centro Destra, ma anche della Sinistra sinistra. E che vedrebbe bene qualche leader storico, forse un po' distratto, farsi protagonista di battaglie coraggiose e chiare, anzichè attendere in cima all'Olimpo che i giochi si compiano laggiù (anzi QUAGGIU'!) sulla Terra. ------------------------- EDITORIALE martedì 18 gennaio 2005 AUTOCENSURE. Perché i riformisti non sono popolari Chapeu a Vendola, la vecchia scuola del Pci non mente, e le terze file di allora oggi primeggiano. Chapeu a Bertinotti: è l’unico leader di partito che nel centrosinistra sta dimostrando una forza espansiva, la capacità di andare oltre i propri confini (l’altro tentativo, speculare, lo sta conducendo Rutelli, con maggiori difficoltà e finora inferiori successi). I riformisti prendono il colpo più serio da quando, dopo le europee, si decise che era meglio non parlare più di partito riformista, poi che era meglio non esagerare nemmeno con la federazione riformista, poi che era meglio non insistere troppo neanche con la lista unitaria. Il fatto è che non c’è in campo un leader dei riformisti, perché Prodi fa un altro mestiere, quello del candidato premier, e si tiene al di sopra delle parti nella gara tra riformisti e sinistra-sinistra. Mentre i «radicali» il loro leader ce l’hanno, si chiama Fausto Bertinotti, e ha già sciolto tutti i nodi che lo tenevano legato al suo cinque per cento (tranne uno, il consenso del suo partito, che fatica a strappare in un difficile congresso). Le conseguenze del voto pugliese sono molte e rilevanti. Alcune di esse attengono al complesso problema del rapporto tra i due corni dell’alleanza di centrosinistra, altre all’effetto che potranno avere sull’elettorato più vasto. Queste ultime sono decisamente negative. Le primarie in Puglia rappresentano il più netto spostamento a sinistra dell’asse della Gad. E le prossime primarie, quelle nazionali, non devono essere considerate troppo scontate. Certo, Prodi vincerà, ma saremmo pronti a scommettere che Bertinotti ne uscirà come il numero due della Gad, con un risultato tale da bissare l’effetto politico della vittoria di Vendola in Puglia. Di conseguenza, il volto che l’alleanza presenterà agli elettori sarà meno rassicurante e più «comunista». Esattamente ciò che cerca Berlusconi, che per un revival del comunismo pagherebbe miliardi. Nella stessa Puglia, la partita per Fitto (che sarebbe stata probabilmente vincente anche contro Boccia) diventa ora molto facile: con ogni probabilità, sarà lui ad avere nel simbolo la parola «riformisti», da contrapporre al «comunista» Vendola. Scavando negli effetti più interni al centrosinistra si può, con un grande sforzo di ottimismo, trovare qualche elemento positivo. Per esempio: le primarie funzionano, e funzionano proprio all’americana, nel senso che mobilitano gli elettori, oltre che i militanti dei partiti che compongono l’alleanza. Per esempio: il far play post-primarie sostanzialmente tiene. I Ds, che si sono svenati per Boccia e la cui base ha votato per Vendola, dicono che tutto va bene e che ora sosterranno lealmente Vendola. Più incerto è sapere se la Margherita, scottata nel suo candidato, ora sosterrà con altrettanta lealtà e partecipazione Nicola Latorre, il dalemiano che nel prossimo fine settimana si gioca una suppletiva difficile proprio a Bari. Dal voto pugliese, però, bisogna trarre qualche riflessione anche per coloro che si dicono - e talvolta lo sono davvero - riformisti. Francesco Boccia, per esempio, è un vero riformista, e ha perso. Che cos’è che rende così poco popolari i riformisti? E perché più lo sono davvero e meno popolari sono? Secondo noi la causa prima è in una forma di autocensura, cui i riformisti impegnati in politica costantemente ricorrono. Il riformista che deve cercare voti ha spesso paura della radicalità delle proprie idee. Per questo le annacqua, le edulcora, le nasconde, e alla fine manda un messaggio non moderato, ma solo ambiguo. Il radicale, invece, ha libertà di parola: può dire tutto quello che vuole, anzi, più esplicitamente lo dice e meglio è per lui: parlando allo stomaco dei suoi elettori, sembra uno che parla col cuore. Gente come Boccia - o come Enrico Letta - in privato espone idee riformiste molto più radicali e convincenti di quelle che si concede in pubblico. Ma, per qualche ragione che ha a che fare con la storia della sinistra italiana (ex comunista), il riformista vi si sente sostanzialmente un estraneo, e dunque si taglia le unghie per farsi accettare. Blair non ha vergogna di fare appello all’individualismo, o di prendere di petto l’antiamericanismo: in Italia la sua sfrontatezza è un tabù che nessuno osa sfidare. Guardate il caso di Rutelli: ha detto due cose abbastanza ovvie, che socialdemocrazia ed egualitarismo non sono più strumenti per una sinistra moderna. In Europa lo sanno per primi i socialdemocratici, che a Londra come a Berlino e perfino a Stoccolma hanno rinnovato la socialdemocrazia e messo in soffitta l’egualitarismo da un quarto di secolo. Ma in Italia cose così non si possono dire, sennò apriti cielo, e perfino Rutelli è costretto a correggerle, ridimensionarle, diplomatizzarle. Così i riformisti sembreranno sempre la destra della sinistra, e nessuno si accorgerà che, nel mondo di oggi, i conservatori sono quelli della sinistra-sinistra, della sinistra che non si tocca, della sinistra che, dopo aver considerato per decenni un insulto l’appellativo «socialdemocratico», è rimasta ferma a un’età dell’oro socialdemocratica che i socialdemocratici stessi considerano conclusa negli anni ’70, quando lo shock petrolifero e l’avvio della globalizzazione cambiarono le carte in tavola, non a caso portando ben presto al governo la Thatcher e Reagan.

Pubblicato il 17/1/2005 alle 23.31 nella rubrica Politichese.

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