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Il maremoto in Asia (o si deve dire 'tsunami'?) e la ... zattera multimediale ?

L'espressione zattera rende bene l'idea, è un'immagine che penso passi per la mente di molte persone negli ultimi giorni. L'inondazione multimediale, però, inizia proprio dai media tradizionali, a me pare, non tanto o soltanto dagli sciacalli della Rete, come sembra insinuare Vittorio Zambardino nell'articolo qui sotto riportato e pubblicato su La Repubblica di oggi, 1 Gennaio 2005. Un'inondazione di immagini, suoni, voci, numeri, miserie umane... senza che in tutto questo sia balzato in evidenza (qualcuno mi corregga, forse mi è sfuggito qualcosa) qualcosa di indirizzato ai lettori o visori o ascoltatori di quei 'media'. Nel senso che non ho visto nè udito nulla che aiutasse a capire, a ragionare, a riflettere, per poter agire, in questo come in probabili simili frangenti vicini e lontani. L'enormità del cataclisma, della catastrofe ... è tale da impedire qualunque razionalizzazione ? Puo', poteva essere, anche se nell'oceano del bla bla bla retorico e ipocrita, dei numeri di conto corrente cui inviare l'obolo, ecc. ecc. ecc. ... qualcosa che assomigliasse ad una ... parola ... ad un ... discorso ... tra umani, fatto magari anche di pause e parole un po' sconnesse ... sui grandi media ... non avrebbe guastato.


Su Internet, nei giorni della tragedia, l'informazione ha avuto innumerevoli fonti e diffusori e i giornali si sono fatti "hub" E nel maremoto di Natale nasce la "zattera" multimediale Un nuovo tipo di utenti cerca e trova notizie. Filtrate dai professionisti creano uno straordinario circuito di VITTORIO ZAMBARDINO "Cataclismi in Prima Persona", titola il blog di un pubblicitario milanese in questi giorni. E descrive come l'autore si sia costruito il suo itinerario di siti e fonti di informazione in molte lingue. Sono successe due cose in questi giorni: un mito è crollato, il mito di un mondo "wired", sempre connesso, dove l'informazione è ubiqua e rieccheggia da un angolo all'altro del pianeta grazie ai mezzi vecchi e nuovi. Ma "dentro" il mondo finora irreale di internet è emerso il pubblico che non mangia solo televisione. L'onnivoro dell'informazione. Aveva torto il giovane Guzzanti a prendere in giro il mito del mondo interconnesso. Ricordate la gag sulla comunicazione globale? "Grazie a Internet posso comunicare con un aborigeno che sta dall'altra parte del mondo. Ma la domanda è: aborigeno, ma io e te, che cazzo dobbiamo dirci?". Avrebbero potuto dirgli con tre ore di anticipo (agli asiatici, non agli aborigeni) che stava arrivando lo Tsunami. Ma il punto è che una buona parte dell'umanità vive ancora senza corrente. Un'altra , più grande, la usa come noi negli anni '30 e non ha mai fatto un telefonata. Un altro paio di miliardi di persone sono chiuse dietro cortine di ferro che filtrano e censurano anche la rete. E il governo indiano (siamo sicuri che solo loro?) funziona coi fax. Che, com'è noto, si perdono. Il mondo interconnesso, peccato per chi se n'è riempito la bocca, non c'è ancora. "Cataclisma in prima persona" invece, che è giovane, tiene la televisione in sottofondo, sintonizzata sulla Cnn, ma non è soddisfatto, non ce la fa ad aspettare che gli inviati superino la strada distrutta e trovino il mondo di mandare un servizio. Il nuovo utente ha fretta e guarda le bacheche elettroniche con i nomi dei dispersi, ospedale per ospedale, va a cercare le fotogallerie "selvagge", non filtrate dalla pietà professionale dei giornalisti, e quindi si espone al trauma di guardare dentro il pozzo dell'orrore. Prima delle organizzazioni internazionali e benefiche, che hanno impiegato almeno tre giorni per mettersi in moto, sottoscrive presso un pool di blogger asiatici che già poche ore dopo i fatti, avevano organizzato un vero e proprio circuito di raccolta fondi. E' un utente che corre i suoi rischi nel caos. In quel marasma molti giornali online si sono trasformati in veri e propri "hub" dell'informazione. Decine di migliaia di messaggi in ogni formato sono stati collazionati, editati, inseriti dentro le pagine html o semplicemente linkate, collegate. Il "giornale" online oltre che filtro professionale insostituibile nel marasma dei fatti, si è fatto ponte che ha trasportato prima messaggi, immagini, voci notizie "dal basso". Poi si è fatto sintetizzatore delle notizie di altri circuiti, dalla televisione alla radio, dal web ai cellulari, alle mail spedite dai pochi centri che funzionavano e dalle case di chi cercava parenti e dispersi. Non è esagerato dire che la televisione è stata spesso battuta sul tempo, sui modi e sulla profondità della sua copertura, da quesi "circuiti di mezzi multipli" che si sono assemblati per affinità elettive e culturali. E li ha usati a man bassa, ovviamente. Qualche studioso americano (segnalato nel blog "Giornalismo d'altri") se lo è già chiesto. Di fronte alle catastrofi il giornalismo aveva finora il problema della scarsezza di notizie e fonti. Oggi ha la necessità di filtrare il Niagara informativo dei filmati e delle foto amatoriali, dei resoconti dei blogger, delle impressioni e delle grida d'aiuto della gente che si esprime come se tutto ciò che ha vissuto fosse "l'unica verità". E questa non è nemmeno una novità assoluta, è ciò che accade da mesi in Iraq, con i siti, i comunicati del terrore, gli annunci falsi e veri, e i filmati dell'orrore. Ma nel cataclisma di Natale è nato un mezzo multimediale. Una "piattaforma" affollata dove si sono incontrati tutti gli altri modi umani di comunicare. Non se ne andrà più via. (1 gennaio 2005)

Pubblicato il 1/1/2005 alle 22.55 nella rubrica Diario.

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