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Antologia del Pensiero Illiberale e Intollerante .3 Bellocchio contro il cattolicesimo oscurantista

Corriere della sera, 28 Dicembre 2004 «Io, contro il cattolicesimo oscurantista» Marco Bellocchio: oggi le chiese sono sempre più vuote ma in tv ci sono sempre più preti «C’è un regista, Sergio Castellitto, in crisi perché la figlia ha sposato un fervente cattolico catecumenale, e perché gli tocca girare l’ennesima versione dei Promessi Sposi. Cerca i volti femminili per il suo film ma non li trova, rifiuta la rappresentazione cattolica della donna come angelo o demonio, Lucia o la monaca di Monza. Così fugge in un paesino della Sicilia profonda, dove incontra un regista di matrimoni...». «Il regista di matrimoni» è il prossimo film di Marco Bellocchio, che segue il successo internazionale di Buongiorno notte , ma si ricollega piuttosto alla sua penultima opera, L’ora di religione . Stesso protagonista, Castellitto, e analogo tema: «Il ritorno del cattolicesimo, con il suo carico di conformismo, di oppressione, di condizionamento, di educazione alla mediocrità. Proprio ora che le chiese e i seminari sono vuoti, ora che il grande apparato cattolico è messo in discussione, il suo dominio da assoluto si fa virtuale. Basta guardare la tv, nella sua fatuità e menzogna sistematica: ovunque, dall’ Isola dei famosi ai talk-show alla fiction, c’è sempre un prete, un cardinale, un cattolico fervente. Nella vita ci si sposa più in municipio che in chiesa, le suore sono quasi tutte nere o asiatiche come le badanti, i conventi si riconvertono in bed&breakfast , non si va più a messa; eppure per la tv e per la politica sembra che a messa vadano tutti. Si scrive una legge oscurantista sulla procreazione assistita, si arriva all’eccesso, assurdo più che criminale, di vietare i preservativi in Africa dove una donna su tre è sieropositiva».
Il tema dell’oppressione e del conformismo viene da lontano, da uno dei primi film di Bellocchio, Nel nome del padre , ambientato in un collegio religioso degli anni ’50. «Sono nato nella guerra, da una famiglia borghese, provinciale, anzi paesana. Mio padre, avvocato a Piacenza, veniva da una famiglia di agrari di Bobbio, non ostile al fascismo. In casa avevamo l’autografo del Duce che si congratulava per la numerosa prole: otto figli. Io ero l’ultimo. Mia madre era religiosa. Mi mandarono prima dai fratelli delle scuole cristiane, poi in liceo a Lodi, dai barnabiti. Un collegio per benestanti e paganti, il che forse contribuì a proteggerci da violenze o devianze. Non ho ricordi drammatici, nulla più di un frate che allunga le mani verso i calzoni corti degli allievi, nulla che ricordi le vicende che abbiamo visto in questi anni al cinema, da Magdalene alla Mala educación di Almodovar. La cifra era semmai la noia, la regola, l’ordine: la messa ogni mattina, che diveniva spesso un prolungamento del sonno. Era il collegio che ho poi raffigurato nel mio film, con le divise e i ritratti dei benemeriti, e il vicerettore che dice allo studente ribelle: noi non educhiamo superuomini, insegniamo ad accettare la realtà, a obbedire alle leggi, a rispettare le istituzioni. E’ stato allora, in quella scuola di mediocrità, che ho smesso di credere in Dio e nella trascendenza, di rappresentare l’angoscia e la paura con le fiamme dell’inferno. Questo non significa ovviamente che l’angoscia e la paura siano passate». In quasi tutti i film di Bellocchio c’è un ribelle, e c’è un genitore da assassinare. Nel primo, autoprodotto nel 1965 con un mutuo da 20 milioni ottenuto grazie al fratello Piergiorgio, il protagonista annega il fratello e getta nel burrone la madre. «Il mite vendicatore dell’Appennino, come lo definì Moravia, avrebbe dovuto essere Gianni Morandi. Si era appena rivelato come cantante, e imprevedibilmente accettò la parte. Fu bloccato dai produttori e dal padre che gli disse: se fai quel film ti spezzo le gambe». Era I pugni in tasca , successo ripetuto due anni dopo con La Cina è vicina , premiato a Venezia dalla critica insieme con La chinoise di Godard. «Il titolo lo presi da un libro di Enrico Emanuelli del Corriere , che signorilmente me lo concesse subito. Era una satira della vecchia politica ma anche del maoismo di provincia; Godard invece ci credeva davvero, e quando Bertolucci gli chiese adorante un giudizio su Ultimo tango a Parigi rispose mettendogli in mano il libretto rosso. Sbagliava, perché Ultimo tango è un grande film. Poi arrivò il Sessantotto, e divenni maoista anch’io. Alla mia maniera, un po’ appartata. Alla fine del ’67 ero andato a Torino a vedere l’occupazione di Palazzo Campana: incontrai Viale e Luigi Bobbio, mi unii a loro, fui portato anch’io via di peso dalla polizia. Poi entrai nell’Unione dei comunisti marxisti-leninisti ma al contrario di altri non vi portai il patrimonio di famiglia, anche perché era indiviso e la gestione spettava a Piergiorgio. Però andai in Calabria a girare Paola , un film sull’occupazione di case guidata da Enzo Lo Giudice, che diventerà l’avvocato di Craxi. Filmai il comizio del nostro capo, Aldo Brandirali, oggi assessore di Formigoni. Già allora c’era una venatura cattolica nella nostra idea di rivoluzione: riscattare i poveri, "servire il popolo" appunto». La militanza dura poco, fino all’estate del ’69. «Quando scoppiò la bomba in piazza Fontana ero a Milano, per una regia al Piccolo, il Timone di Atene . Mi fu chiaro di aver imboccato una strada che non portava a niente. Anche perché noi eravamo nonviolenti, lontanissimi da quel che sarebbe accaduto dopo». Pure il film di Bellocchio sul caso Moro racconta dell’assassinio di un genitore, anche se alla fine il prigioniero se ne va libero sotto la pioggia. « Buongiorno notte è stato capito più a destra che a sinistra, a sinistra qualcuno si è irrigidito di fronte all’infedeltà storica. Mi ha criticato pure il mio vecchio amico Goffredo Fofi, che vedevo da ragazzo nelle riunioni dei Quaderni piacentini insieme con Piergiorgio e Grazia Cherchi. Ma non me la sono presa. Non faccio parte della famiglia culturale né di quella cinematografica. Continuo a sentire il richiamo della ribellione, anche se per l’artista si traduce in una rivoluzione formale, attraverso l’arte. E dell’ engagement , dell’ingaggio che mi obbliga ad affrontare gli altri». Bellocchio non è affatto convinto che sia Almodovar a rappresentare meglio l’impulso a destrutturare la famiglia, la tradizione, il conformismo cattolico. Nella richiesta dei gay di sposarsi vede un elemento di normalizzazione. «Un film che semmai destruttura è l’ultimo di Nanni Moretti, La stanza del figlio , dove si mette in scena la crisi di una certa psicanalisi. Al disastroso fallimento del comunismo si accompagna il fallimento del freudismo, della teoria che accetta il mondo così com’è, sostiene l’inconoscibilità dell’inconscio, l’inguaribilità dell’uomo, il controllo e la rassegnazione come forma di sanità. E’ una prospettiva che non ho mai accettato (e non rinnego nulla della stagione in cui ho lavorato con Massimo Fagioli, quella de Il diavolo in corpo , La condanna , Il segno della farfalla : la sua teoria e la sua prassi, cioè l’analisi collettiva, sono un contributo prezioso al dibattito che si va sviluppando sulla nonviolenza nella sinistra italiana). La crisi del freudismo e del marxismo, con la sua critica dell’ideologia religiosa che condiziona e diseduca le classi oppresse, ha però lasciato campo libero al ritorno del cattolicesimo».
Già ne L’ora di religione Bellocchio ha rappresentato il lato oscuro della fede, le trame vaticane, l’aristocrazia nera papalina. «Per il prossimo film sto studiando i nuovi riti degli integralisti cattolici, come la cerimonia nuziale celebrata con gli sposi prostrati sul nudo pavimento. Il matrimonio della figlia del protagonista potrebbe essere messo in scena così. E nella fuga in Sicilia Castellitto ritroverà una donna, figlia di un principe decaduto, costretta a sposare per interesse un avvocato vedovo. Gli verrà chiesto di filmare il matrimonio. Ma lui se ne innamorerà, sino al colpo di scena finale. Sto cercando un volto femminile che ricordi lo stilema della principessa triste, Soraya, Grace Kelly, Diana. Una donna molto riservata, non priva di una sua energia, che però rischia di perderla...». L’antidoto a questo clericalismo senza chierici secondo Bellocchio va cercato nell’uomo, e nella psiche. «La sinistra, di cui mi sento ancora parte, ha ridicolizzato la ricerca dentro l’inconscio. Ha tardato a riconoscere l’esistenza della malattia mentale, continuando a pensare in termini di bene e di male. E tuttora trascura la componente irrazionale dell’uomo, le passioni, gli affetti, i sentimenti; che è invece importantissima, può aiutarci a spiegare fenomeni gravi come il suicidio dei giovani, può rappresentare una grande novità politica. Marx ci aveva insegnato a leggere la società in termini di profitto, sfruttamento, rapporti di produzione, macchine, e a rappresentare la storia come corsa ineluttabile verso la rivoluzione. Ora sappiamo che sbagliava, ma non per questo dobbiamo rassegnarci alla dimensione religiosa della carità, del volontariato, dell’assistenza, della rinuncia a cambiare le cose». Aldo Cazzullo © Corriere della Sera http://www.corriere.it:80/edicola/index.jsp?path=INTERNI&doc=APRE http://www.corriere.it


Vedi anche il seguente articolo di Leonardo Coen in BlogTrotter e relativi Commenti lunedì, 20 dicembre 2004 La Madonna Bambina e San Teoboldo "Cosa trasmette la società di oggi? Che cultura imbandisce? Forse basta offrire ai giovani i telefonini? Il male più grande è il vuoto dei cuori. Un cuore nel quale non è presente il Signore è indurito, arido e la gioia non si manifesta in lui": parole del vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo. Domenica ha "tuonato contro i vizi della società moderna" (così il titolo del "Gazzettino" di oggi) durante l'omelia della messa che chiudeva - cito testualmente - "l'anno centenario delle celebrazioni per la vita" della chiesa dedicata a Madonna Bambina e san Teoboldo in quel di Bosco di Rubano. Ecco altri stralci del Mattiazzi-pensiero: "La società moderna pluralistica vuole toglierci la nostra identità". "Un giovane ammazza un benzinaio e dopo il delitto si reca tranquillamente in discoteca o a mangiar la pizza. Mi fa impressione quando mi dicono: era un giovane normale! Che educazione stiamo impartendo alle nuove generazioni? Dobbiamo tutti avere il coraggio di riscoprire il valore profondo della fede cristiana!". "Non è possibile, in Italia, chiudere un'ora prima le discoteche? Lo sappiamo tutti il male che proviene da questa modalità di gestire i luoghi pubblici. Morti, incidenti. Ci sono tanti intrecci. Guai, in Italia, a toccare soldi, successo, denaro!". I giornali? "Che tristezza leggerli! L'ottanta per cento delle notizie sono brutte e tristi. E' possibile però vivere una vita nuova. I cristiani si risveglino, abbiano coraggio, credano nei valori trasmessi dalla parrocchia, dai sacerdoti!". "Chi vince la droga? Chi dà risposte esaurienti ai giovani? Abbiamo università straordinarie che sfornano sociologi, psicologi, psicanalisti. Da costoro purtroppo non giungono quelle risposte esaurienti che può offrire una parrocchia con il suo sacerdote, supportato dalla fede, dalla preghiera, dall'amore, dalla carità vicendevole di tutti i suoi membri". Tempo di Natale e di nuove crociate. Fra pochi mesi, poi, si vota.

Pubblicato il 28/12/2004 alle 14.13 nella rubrica Intrighi.

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