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L'assassinio di Baldoni, l'ultimo orrore in rete (di Guido Rampoldi)

La Repubblica, 9 Settembre 2004 UN volto già affondato nella sabbia che sta per inghiottirlo, gli occhi socchiusi, la bocca aperta. E sopra la testa, un gagliardetto rosso su cui sono stampati un kalashnikov e la scritta in arabo "Esercito islamico in Iraq". Esibita ieri come un trofeo di guerra dal sito Internet del misterioso "Esercito islamico", la foto di Enzo Baldoni morto non racconta tanto dell'omicidio quanto degli assassini: del loro compiacimento nell'uccidere. Per trovare altrettanta ebbrezza dell'infamia bisogna cercare negli album del Terzo Reich. Non solo perché il nazismo è l'esperienza storica a noi più familiare per intendere questo terrorismo nuovo che torna a uccidere per grandi categorie (i cristiani, gli ebrei, i musulmani 'apostati'). Le SS che si facevano fotografare sorridenti davanti alle pile di cadaveri ucraini o russi probabilmente obbedivano alla stessa cupidigia d'onnipotenza per la quale oggi il nostro orrore dovrebbe diventare la gioia degli assassini di Baldoni. Chi perlustri il sito dello stralunato "Esercito islamico" può percepire lo stesso narcisismo omicida. Resta sbigottito davanti alla miscela sinistra di modernità tecnologica e religiosità primordiale per la quale Internet diventa un altare sacrificale, una pietra lorda di sangue, il tempio d'un vorace minotauro. Ma soprattutto ha l'impressione di avventurarsi nella tana d'un serial-killer che collezioni lembi di pelle umana, souvenir delle sue vittime, e ne faccia pubblica esibizione. Può trovare le facce di rapiti quando erano vivi e quando furono uccisi. L'immagine di Enzo subito dopo il sequestro, quando apparve in un breve spot dell'"Esercito" per attestare d'essere nelle mani della banda. E la foto dopo l'assassinio, dove Enzo non è più Enzo. Le fattezze scomposte dalla violenza, un'esistenza che il tocco onnipotente degli sterminatori ha trasmutato in una sorta di legno grigio. La famiglia Baldoni ha chiesto ai mezzi d'informazione di non dare pubblicità a quella foto. Anche per questo il lettore non la troverà sulle pagine di Repubblica. È uno scherno al cadavere, un ulteriore oltraggio, la viltà definitiva. E non aggiunge nulla a quanto già ci era noto. Non abbiamo bisogno di quell'immagine per sapere che il terrorismo qaedista vuole cancellare dalla faccia della terra noialtri "impuri", quale che sia la nostra opinione sulla scriteriata avventura in Iraq, e per intanto ritiene urgente far scomparire dall'Iraq anche chi s'adopera per la popolazione. Il terrore non è soltanto il suo mezzo, ma diventa il suo fine. Ammazzando alcuni ogni tanto, soddisfa impulsi primari e allo stesso tempo si fa pubblicità: pratica la "propaganda delle armi". Può darsi che nei Paesi arabi l'umanità minore che non manca in alcuna società trovi epiche le sue imprese. Ma non dovremmo attribuirgli l'intelligenza politica che in genere gli accredita un Occidente incline a ingigantire l'ombra del nemico. Prima uccidendo Baldoni, e oggi alludendo indirettamente alla possibilità di ammazzare anche le due italiane che ha in ostaggio, l'"Esercito" non ha aumentato la propria capacità contrattuale, semmai paradossalmente ha indebolito la causa di chi vorrebbe un immediato ritiro dall'Iraq. Anche se un rapido disimpegno non sarebbe affatto sgradito neppure a tanti bellicisti pentiti, adesso quella strada è più impervia di prima, non foss'altro che per una questione di dignità nazionale. Ci sarà un giorno in cui gli assassini di Baldoni e di Quattrocchi dovranno pagare. Ed è giusto e necessario che l'Italia per prima si dedichi a stanarli, inseguirli: uno per uno, occorressero anni. Nel frattempo per una volta tacciano i tromboni che in queste occasioni sono sempre pronti a intonare la sinfonia dello "scontro tra civiltà": cristiani contro musulmani, è esattamente questo lo schema del nemico. E si ricordi Enzo non per la morte orribile ma per la sua vita appassionata e generosa. Per l'ironia e la luce che erano in quel sorriso. (9 settembre 2004)

Pubblicato il 9/9/2004 alle 10.13 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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