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Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani...

Barenghi (Jena) sceglie la seconda ipotesi: Non tutte le reazioni sono uguali, anzi non tutte sono reazioni RICCARDO BARENGHI Sono addolorato per la morte di Enzo Baldoni, vittima innocente, come tante migliaia di vittime innocenti, di una guerra «preventiva». Di questa guerra, pur condannando ogni singolo atto di barbarie, occorre non perdere mai di vista le responsabilità politiche e militari originarie, dirette e indirette, che stanno provocando nell'intera area una carneficina senza fine. La gestione del sequestro Baldoni da parte dell'entourage governativo italiano è stata, a mio avviso, irresponsabile. La decisione di palazzo Chigi di rispondere, dopo pochi minuti dall'ultimatum, con un atto di sfida, «noi non ce ne andremo», ha il sapore e il tono di un paese belligerante e non di un paese neutrale in missione umanitaria. Come si fa ad assumere posizioni mediatiche assimilabili alle trattative con il terrorismo interno? C'è una bella differenza tra i sequestri delle Br e quelli in terra irachena. Palazzo Chigi con la sua nota di sfida che io definisco profondamente sbagliata ha deciso di emulare il modo di fare del suo alleato occupante, recando così, a mio parere, un grave pregiudizio alla sorte del sequestrato. Perché il presidente Berlusconi non ha scelto la via del silenzio, della moderazionee del prendere tempo? A ciò si è aggiunto poi lo stesso appello del ministro Frattini che è stato anch'esso, secondo me, improprio e controproducente. Non ci si può presentare alle telecamere di al Jazeera chiedendo la liberazione di Baldoni dopo che il presidente del consiglio, individuato come nemico dai sequestratori, aveva lanciato la sfida del «non ce ne andremo».Bastava l'appello dei figli. Invece no. Ma oramai, lo so, rimangono solo le lacrime per piangere. Ma rimane anche la rabbia verso coloro che hanno voluto questa guerra preventiva, verso coloro che l'hanno favorita o giustificata con il pretesto del «dittatore» mettendo a repentaglio gli equilibri delicati di quell'area e facendola sprofondare in un oceano di sangue innocente. Mandiamo a casa i politici e quei partiti che pensano di essere ad un tavolo di risiko mettendo in gioco le vite degli altri. Via dall'Iraq subito. La «coalizione democratica» o «centro-sinistra» escano dall'ambiguità. Domenico Ciardulli, via e-mail Concordo su tutto, analisi, rabbia, indignazione, dolore, posizione politica. Non concordo solo su una cosa, una cosa che non c'è. E che non essendoci non suona solo come un'omissione ma anche come se si trattasse di un'inevitabile conseguenza di tutto il resto. Parlo ovviamente di quel che accade in Iraq dalla parte degli iracheni e o di chi pretende di interpretarne i desideri. Il terrorismo, insomma, in tutte le sue manifestazioni, autobombe, kamikaze, sequestri, teste tagliate, esecuzioni e via inorridendo. Ecco, la mia opinione è che derubricare tutto questo a una semplice, seppur barbarica, reazione alla guerra sia sbagliato e soprattutto comporta il rischio della semplificazione. Semplifico a mia volta per capirci: tutto quel che accade nel mondo povero è colpa del mondo ricco, che depreda, affama, domina, bombarda. Dunque, se il mondo povero reagisce male la colpa è sempre nostra. Conclusione: se noi ci comportassimo in altro modo, scomparirebbero anche le reazioni più mostruose. Se ce la raccontiamo così, ci rifugiamo in un facile manicheismo che ci impedisce di capire che non tutti i buoni sono buoni e viceversa, ma soprattutto che i cattivi schierati con i buoni rischiano di contaminare la giusta causa, facendole cambiare natura. E che forse in quel mondo esiste una cultura (chiamiamola così) della vita e soprattutto della morte che prima o poi bisognerà affrontare s e non vogliamo sprofondare nel relativismo culturale. In altre parole, se la liberazione dell'Iraq deve passare attraverso decine centinaia di iracheni fatti saltare in aria da altri iracheni o supposti tali, o decine di stranieri sequestrati e decapitati, io non so quanto questa liberazione sia sul serio una liberazione. Non solo per quel che accadrà dopo in un paese liberato anche grazie al terrorismo il quale farà sentire il suo peso nella gestione politico-religiosa dell'Iraq, ma proprio per il fatto in se stesso. Parlo ovviamente a titolo strettamente personale, non penso infatti che qui tutti siano d'accordo con quel che sto per dire, ma tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi. Obiezione: ma se gli americani non se ne vanno, quelli continueranno a tagliare teste. Controbiezione: e se invece continuassero a tagliarle anche senza gli americani? http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Agosto-2004/art79.html Ripreso anche sul Forum di Indymedia: http://italy.indymedia.org/forum/viewtopic.php?t=33335&highlight=barenghi Altri articoli e post in Giornali, giornalismo, diari, blog... 28 Agosto 2004 Quella Milano controcorrente (di Curzio Maltese) ENZO Baldoni è il dodicesimo ostaggio massacrato in Iraq, il secondo italiano, la millesima vittima dell'Occidente in guerra eppure non assomiglia a nessuno degli altri. Non era in Iraq per fare la guerra o per fare soldi e neppure per inseguire la gloria effimera d'uno scoop. Hanno scritto che è stato rapito a Najaf mentre cercava d'intervistare Al Sadr, come altre decine di reporter occidentali. Non è vero. S'era fermato qualche giorno in più per portare un ferito all'ospedale d'Emergency. Una verità troppo umana per esser raccontata dai media. Meglio aggrapparsi al cliché dell'inviato dilettante in cerca del colpo di successo. Il successo Baldoni l'aveva già avuto come pubblicitario di genio, ultimo di cento mestieri, da fotografo di nera a Sesto San Giovanni a traduttore di fumetti americani. Era un uomo ricco di talento e di ironia. Uno strano tipo di italiano, forse il migliore ma anche il più difficile da rendere con la povera retorica dell'informazione nostrana improntata al melodramma. La figura di Baldoni non appartiene alla fauna da sceneggiato televisivo che ci viene descritta nei caritatevoli reportage dal fronte: il povero carabiniere, la body guard con famiglia a carico, il buon missionario, l'intrepido giornalista, il coraggioso volontario. La sua storia non offre spunti al piagnisteo da salotto televisivo e infatti è stata subito rimossa, già la sera dopo, nell'urgenza delle maratone olimpiche. Baldoni rappresentava qualcosa di ormai inconcepibile nel canovaccio nazionale, un individuo: uno libero di coniugare a modo suo la frequentazione con i luoghi comuni della Milano da bere, pubblicità e moda, con l'impegno sociale e la volontà di testimoniare le tragedie del mondo. Una persona in missione in Iraq non per la patria, il partito, l'ideologia, l'azienda o la famiglia ma per se stesso, per cercare di capire "cosa spinge altre persone a imbracciare un mitra". "Voglia di capire" e basta. Non c'è nulla che l'Italia contemporanea abbia meno voglia di capire. Una destra fondamentalista l'ha etichettato "uno di sinistra", anzi un "no global", come tutto quello che i miseri strumenti culturali non le consentono di decifrare. Nella stupida ossessione dell'appartenenza a tutti i costi, la definizione suona comunque sbagliata. Baldoni era semmai vicino al mondo di una Milano democratica, assai minoritaria e pure molto attiva. Quella Milano che raccoglie sotto l'etichetta di "società civile" una piccola galassia di esperienze diverse. Ex sessantottini e rari borghesi liberali, vecchi militanti di partito delusi e ragazzi nati dopo il crollo di tutte le ideologie. Individui appunto, spesso critici, ingenui rompiballe sgraditi a destra ma anche a sinistra. Un mondo sospeso tra la nostalgia dell'impegno politico da anni Settanta e una modernissima visione del mondo globale, isolato in patria ma con impensabili legami e contatti con ogni angolo del pianeta. Il modo migliore per definire Baldoni è "uomo di pace", secondo le parole della figlia, sincere e pulite come la sua faccia. Naturalmente per i fanatici assassini non ha fatto alcuna differenza che il prigioniero fosse lì per fare la guerra o raccontarne il dolore. Nella stessa logica da delinquenti politici, un pezzo di destra non si è vergognato di deridere il "compagno Enzo", donchisciottesca vittima dei propri ideali. Il nemico, per entrambi, non è un essere umano. La morte di Enzo Baldoni potrà servire a quelli come lui, pieni di dubbi e di voglia capire, che per fortuna non sono così pochi. Per comprendere che in questa guerra del fanatismo (orientale e occidentale) contro la ragione e la civiltà nessuno può chiamarsi fuori, inventarsi un'isola felice, fingere che non lo riguardi. (La Repubblica, 28 agosto 2004)

Pubblicato il 30/8/2004 alle 9.56 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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