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Niente muri quando si è in affari, o meglio per Israeliani e Palestinesi il 'muro' è 'cosa nostra'

Coinvolte 5 società, ombra di scandali su Arafat e il suo «tesoriere» Il cemento per il Muro? Arriva dai palestinesi La Commissione parlamentare a Ramallah sulla vendita a Israele di 420 mila tonnellate di materiale da costruzione DAL NOSTRO INVIATO RAMALLAH - Lo combattono. Lo processano. Lo chiamano il «muro dell’apartheid» (Abu Ala) e il «muro del razzismo» (Arafat). Ma quella barriera illegale per l’Onu che dividerà lungo 700 chilometri Israele dai palestinesi, che s'incunea in profondità nei loro territori, è pur sempre un business da un milione di dollari al chilometro. La Grande opera del Medio Oriente, un affare troppo ghiotto per non provare a prendervi parte. Da tempo, corrono voci (e tali restano, per il momento) che il premier palestinese Abu Ala abbia contribuito a cementizzare il confine. Ora però c'è la prova che esponenti di spicco dell'establishment di Ramallah hanno venduto agli israeliani migliaia di tonnellate di cemento per costruire la barriera. È contenuta in un rapporto del Parlamento palestinese, trasmesso alla magistratura, che delinea i contorni dell’affaire: oltre 5 milioni di dollari di ricavo, 5 compagnie palestinesi coinvolte, due ministri implicati e sospetti che lambiscono un nome eccellente: Mohammed Rashid, il «gran tesoriere» di Arafat. Una serie di documenti - il rapporto, permessi del governo, lettere al presidente Arafat, a cui il Corriere ha avuto accesso - permettono di ricostruire questo «scandalo del cemento». Prosegue la costruzione del Muro in Cisgiordania (Ansa) GLI ATTORI - Ci sono in questa storia alcuni dei nomi più importanti dell'economia palestinese. Ovvero del governo. Perché, come dice lo storico Markus Bouillon, forse il maggiore esperto di economia israelo-palestinese, «i "tunisini" (gli uomini che hanno condiviso l'esilio con Arafat, ndr) non formano solo l'élite politica. Tornati a Ramallah, hanno fondato le loro compagnie monopolizzando gli scambi con Israele, proprio grazie alle relazioni instaurate durante il processo di pace». In un certo senso, il «cemento» è il proseguimento degli affari iniziati ai tempi di Oslo. INTRIGO AL CAIRO - Egitto, aprile 2003. L'imprenditore con passaporto tedesco, di origine ebrea, Zeev Pelsinky - proprietario di tre diverse ditte di Haifa - acquista dalla società egiziana Egypt Bany Swif 120 mila tonnellate di cemento. Tutto fila liscio, finché il caso viene fiutato dal giornale Al Arabi. I «Comitati contro la normalizzazione con Israele» denunciano la «collaborazione» egiziana nella costruzione del «muro razzista». Interviene il governo, la vendita viene bloccata. Ma Pelsinky non si dà per vinto. E se per continuare a importare cemento in Israele - è la pensata -, lo si facesse passare dai Territori palestinesi? I PALESTINESI - Pelsinky si rivolge ad alcuni. In particolare, al ministro degli Affari civili, Jamal Tarifi. La sua famiglia possiede due delle maggiori compagnie di cemento palestinesi, Tarifi Company (di proprietà del fratello Jamil), e Qandeel Tarifi Company For Cement. Il 30 settembre, Jamil Tarifi e Zeev Pelsinky si incontrano al Cairo: firmano un contratto per importare 20 mila tonnellate di cemento. Occorre un permesso del ministero dell’Economia palestinese, che certifichi che il carico non finirà in Israele: Tarifi lo porta con sé. È stato firmato a casa sua dal ministro dell'Economia, Maher Al Masri, rampollo di una delle grandi dinastie commerciali palestinesi. Il tipo di cemento è «Port Land international». Come quello usato per costruire la barriera. LE DIMENSIONI DELLO SCANDALO - Quando i giornali egiziani cominciano a parlarne, anche a Ramallah qualcuno si muove. Hassan Khreishe, noto critico della corruzione nell’Autorità palestinese, vicepresidente della Camera, ottiene di istituire una Commissione d'inchiesta. Sette mesi di lavoro. Secondo il rapporto finale della Commissione, 420 mila tonnellate di cemento tipo Port Land sono state importate dall'Egitto nei Territori: di questo, solo 33 mila sono state impiegate per usi civili, il resto è stato rivenduto agli israeliani. Oltre alle società dei Tarifi e a quelle dell'imprenditore di Gaza Yousef Barakeh, nell’export egiziano entra anche la Società generale dei Servizi commerciali palestinesi, sorta di finanziaria statale ad uso del «Gran tesoriere» di Arafat Mohammed Rashid, unico che abbia, si dice, accesso ai suoi conti. Però il rapporto - per mancanza di fatti o di coraggio - non lo lega a Pelsinky né ad altre società impiegate nella costruzione del muro. IL DENARO - Si tratta di cemento pagato al Cairo a costi calmierati, proprio per gli accordi di Parigi (1993) tra Israele e i palestinesi, che avrebbero dovuto agevolare la cooperazione nella regione e aiutare la ricostruzione nei territori: 22 dollari a tonnellata, quando lo stesso materiale viene venduto al Sudan al «prezzo agevolato» di 26 dollari. I palestinesi, per i loro servizi, hanno chiesto il 50%: dai 12 ai 15 dollari a tonnellata. Facendo due calcoli, intascano 5,6 milioni di dollari. Chiaramente, esentasse. Mentre i camion passavano alla dogana, nessuno si è ricordato di versare 1,7 milioni di dollari alle casse di Ramallah. Ora, è tutto cemento per il muro? Pare di no. Il rapporto però nota singolari coincidenze: per esempio, che due grandi commesse furono consegnate in ottobre-novembre, «mentre sul mercato israeliano il cemento scarseggiava». ARAFAT SAPEVA? - In una lettera dell'11 settembre 2001, il capo dell'ufficio di controllo del governo, Jarar Al Qidweh, scrive al raìs: «Eccellenza fratello presidente. Il fratello Maher Al Masri, ministro dell'Economia, ha firmato un permesso di importare 20 mila tonnellate di cemento dall'Egitto. I nostri fratelli egiziani ci hanno trasmesso il loro sospetto che il cemento possa raggiungere l'altra parte. «Abbiamo scoperto che il cemento arriva al valico di Oja. Lì il carico viene trasferito sul nome di un businessman israeliano e portato subito alle aree della Linea Verde. Abbiamo scoperto che il cemento è composto in modo tale da venire usato per le lastre di cemento del muro di sicurezza israeliano». E che cosa fece Arafat? Disse ad Abu Ala, assicura Al Qidweh, di investigare. Intanto, il 23 febbraio, mentre all’Aja montava il processo contro il muro, il ministero rilasciava un nuovo permesso per un carico dall’Egitto. GRAND HOTEL RAMALLAH - Ramallah, Gran Hotel Park. Hassan Khreishe, il deputato che per sette mesi si è battuto per far emergere lo scandalo, consegna una domenica di fine giugno a due uomini quattro faldoni rossi e blu. Sono gli assistenti del procuratore generale. «Non mi fidavo - dice adesso al Corriere -. Il materiale raccolto l'abbiamo affidato al premier Abu Ala, perché lo trasmettesse al giudice. Solo che alcuni video si sono persi per strada. Così, glieli ho portati io». Khreishe sa che la sua battaglia può prestarsi a giochi politici. «Mi hanno minacciato. Ma non credo di rischiare la vita - dice -. Bastano altri modi per fermarmi». Non è un ingenuo, nemmeno un santo. Sorride. «E pensi che, mentre nessuno muoveva un dito contro i capitalisti palestinesi, abbiamo arrestato alcuni poveracci che facevano i manovali sotto il muro. E li abbiamo pure chiamati collaborazionisti». Mara Gergolet © Corriere della Sera Da aggiungere al post di 'e* v*' inviato a BlogTrotter, Commenti il 28.07.2004 17:35:18 [i]Gambizzato parlamentare riformista palestinese Nabil Amr, parlamentare ed ex ministro palestinese, è stato ferito alle gambe martedì sera, nella sua casa a Ramallah, da colpi d’arma da fuoco esplosi da uomini con il volto coperto. Poco prima Amr aveva parlato alla televisione criticando la corruzione che imperversa nell’Autorità Palestinese e sollecitando Yasser Arafat ad attuare le riforme promesse. Nabil Amr, affiliato al movimento Fatah (presieduto da Arafat), è nato 48 anni fa nel villaggio di Dura, presso Hebron (Cisgiordania) ed è membro del Consiglio Legislativo palestinese dal 1996. In passato, è stato rappresentate dell’Olp in Unione Sovietica. Dopo il suo ritorno in Cisgiordania nel 1994 grazie agli accordi di Oslo, Amr ha fondato e diretto a Ramallah il quotidiano Al-Hayat Al-Jadeeda, sul quale ha iniziato a pubblicare articoli che invocano riforme all’interno dell’Autorità Palestinese. Due anni fa, Amr aveva sorpreso il pubblico palestinese pubblicando una lettera aperta ad Arafat nella quale accusava il presidente dell'Autorità Palestinese d’aver perso un’occasione storica rifiutando l’offerta di accorto di pace al vertice di Camp David del luglio 2000. Poche settimane dopo, uomini con il volto coperto esplodevano raffiche di arma da fuoco contro la sua abitazione, nel quartiere Tirah di Ramallah, senza peraltro ferirlo. Fonti vicine ad Amr avevano attribuito l’aggressione a uomini di Arafat. Anche la “gambizzazione” di martedì scorso viene collegata dalle fonti palestinesi alle costanti critiche di Amr verso Arafat e la sua corrotta amministrazione. Amr è considerato uomo vicino all’ex primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che fu costretto a dimettersi da Arafat nel settembre scorso. Nel frattempo, i giornalisti palestinesi hanno subito un pesante avvertimento a non occuparsi delle proteste e degli scontri fra opposte fazioni armate palestinesi nella striscia di Gaza. L’avvertimento è giunto dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, guidato da uomini fedeli ad Arafat. Dopo una riunione d’emergenza, il Sindacato ha intimato a reporter e fotografi palestinesi di non coprire fatti che “conducono a una escalation negativa sul fronte interno”, se non vogliono incorrere in severe punizioni. Ai giornalisti palestinesi è stato detto che devono riferire soltanto su questioni e fatti “che consolidano il fronte interno e l’unità nazionale”. Nei giorni scorsi diversi giornalisti palestinesi nella striscia di Gaza avevano lamentato d’essere stati minacciati dalle opposte fazioni, mentre funzionari dell’Autorità Palestinese avevano sostenuto che servizi e reportage sulle violenze intestine palestinesi causano grave danno alla causa palestinese. “Le immagini da Gaza incoraggiano le violenze – ha dichiarato un funzionario palestinese – Noi vogliamo calmare la situazione, e i giornalisti palestinesi non devono fare il gioco dei gruppi rivali”. (Da: Jerusalem Post, 21.07.04)[/i] (Anche in Blog Trotter Monitor)

Pubblicato il 29/7/2004 alle 15.1 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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