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Attacco al potere, un film 'profetico' su Twin Towers, Afganistan, Iraq e oltre ... del 1998

C'è tutto, dal conflitto FBI / CIA, alle responsabilità per le 'omissioni' e gli 'eccessi' nella lotta al terrorismo internazionale (presentato nel 1998 come 'acefalo': Bin Laden non c'è, ma c'è Yassin...) alle torture: di troppo, almeno per ora, i carri armati per le vie di New York e la legge marziale: si direbbe che il conflitto sia stato esportato, per difendere la democrazia USA e la sua Costituzione, in Medio Oriente... e a Guantanamo... fin che dura, fin che le Amministrazioni USA ed i Poteri che le sostengono la riterranno una 'soluzione' sufficiente... TSI1, mercoledì 21 luglio, ore 21.00 (The Siege) Film drammatico di Edward Zwick con Denzel Washington, Annette Bening, Bruce Willis, Tony Shalhoub, Sami Bouajila, David Proval (USA – 1998) TXT 777 Sottotitoli alla pagina TeleText 777 Suono bicanale italiano/inglese Denzel Washington in prima serata su TSI 1. Una serie di attentati di matrice fondamentalista insanguina la città di New York, senza alcuna rivendicazione. L’agente dell’FBI Anthony Hubbard e i suoi uomini si trovano confrontati con una strategia del terrore che fa esplodere un bus carico di passeggeri e un teatro. Che fare, chi inseguire? Un autobus esplode a Brooklyn, facendo molte vittime. Non si tratta di un episodio isolato, ma dell'inizio di una vera e propria campagna di terrore a New York. Anthony Hubbard, capo della Task Force Antiterrorismo costituita tra FBI e Polizia di New York, è incaricato di cercare i responsabili. Mentre segue delle piste, si trova davanti Elise Kraft, un'agente della CIA infiltrata con contatti con le comunità arabe in America. Hubbard, che non tollera intromissioni, fa arrestare Kraft, ma di fronte ad altri attentati, è costretto a liberarla e a lavorare con lei, che si chiama in realtà Sharon Bridger. Sharon è in rapporti con Samir, un arabo sul quale Hubbard ha dei sospetti. Dopo un altro attentato al palazzo federale, il Presidente, pressato dall'opinione pubblica, dichiara lo stato d'emergenza nazionale e autorizza l'intervento dell'esercito. Al comando delle operazioni c'è il generale Deveraux che, da militare, non ha dubbi sulla necessità di agire presto e con decisione. L'esercito arresta tutti i sospetti di origine araba, tra cui il figlio di Frank, collega di Hubbard. Tra Deveraux, Sharon e Hubbard le divergenze si fanno sempre più profonde, finché le pedine cominciano lentamente ad andare a posto: gli infiltrati arabi che dovevano aiutare l'America contro Saddam Hussein sono stati abbandonati, dopo l'arresto dello sceicco Talal, e uccisi. Sharon ha fatto in modo che i superstiti entrassero con Samir negli USA e qui loro hanno iniziato una non prevista attività terroristica. Nel successivo confronto a fuoco, Hubbard uccide Samir, che ha un movimento improvviso e colpisce a morte Sharon. Finita la sparatoria, Hubbard intima al generale di arrendersi e, di fronte al rifiuto, lo fa arrestare. I prigionieri vengono liberati. L'esercito si allontana. (Cinematografo.it) Il caos politico di un mondo de-ideologizzato, con schieramenti trasversali impegnati in scambi di colpi proibiti: è questo lo scenario di Attacco Al Potere, un film della 20th Century Fox che ambisce ad uno spettacolo totale, costruito con un'azione simultanea di componenti visuali (esplosioni/inseguimenti), narrative (suspence, intreccio articolato) e filmiche (il messaggio socio-politico, il sistema di valori condiviso o avversato dai personaggi). Se Armageddon è il manifesto di un cinema aggressivo e individualista, atto a veicolare un pensiero sostanzialmente reazionario, Attacco Al Potere si candida invece a rappresentare la Hollywood democratica e progressista, alla ricerca di un difficile equilibrio tra valori vecchi (patriottismo) e nuovi (società multirazziale). L'apparizione in apertura di Bill Clinton, "rubata" alle cronache televisive, è di per sé una dichiarazione di intenti, e pone fin da principio l'operazione nei binari di un evidente contenutismo. Le appartenenze politiche vengono così schematizzate: Denzel Washington è l'agente FBI che incarna il Nuovo Umanesimo Americano, tollerante ed educato al sommo rispetto dei diritti e delle differenze, non a caso è nero e collabora con un gruppo di lavoro assolutamente multietnico, perfettamente integrato; poiché ogni processo dialettico con porta con sé il principio della propria critica, il personaggio di Annette Bening è un'agente della CIA che appartiene al medesimo universo culturale sopradescritto, ma con la grossa discriminante di una disinvoltura, di una spregiudicatezza che ne mettono a repentaglio l'integrità morale e la collocano nella terra di mezzo dell'ambivalenza; Bruce Willis infine è lo stereotipo dello yankee militarista, scienziato della guerra, braccio armato di un potere senza nome e senza luogo. Una volta creati i caratteri, Attacco Al Potere inscena una dialettica oppositiva applicata al problema del terrorismo, che assolve alla funzione di nemico invisibile e soprattutto irrazionale. Ogni azione eversiva innesca un nuovo scontro di caratteri; a questo corrisponde un "momento di verità" del film, uno svelamento progressivo del personaggio che mostra il proprio segno di appartenenza assumendosi la responsabilità di una scelta irreversibile. Il congegno complessivamente funziona a dovere: la recitazione è di altissimo livello, e d'altra parte si è rischiato poco optando per attori che hanno rivestito ruoli molto simili in passato (Washington, per esempio, è tradizionalmente poliziotto o avvocato incorruttibile). La regia di Edward Zwick è corretta, a tratti persino ispirata; ottima è la qualità delle immagini, ed interesserà gli appassionati sapere che il direttore della fotografia è Roger Deakins, che ha lavorato in Kundun di Scorsese e in Fargo dei Coen. Detto questo, ci sia concesso almeno un dubbio: seppure in presenza di un'opera di buona fattura, c'è da chiedersi quali siano le reali opportunità di un cinema politico praticamente istituzionalizzato, a metà fra la cronaca-spettacolo e il film a tesi: il pericolo del significato dominante è sempre in agguato, ed ostacola una adesione autentica alla poetica cinematografica. (© 1999 reVision, Luca Bandirali ) Nell'indagare su una serie di sanguinosi attentati terroristici, eseguiti da fondamentalisti islamici negli Stati Uniti, Hubbard (D. Washington), vicedirettore dell'FBI, scopre che hanno lo scopo di far liberare un capo religioso della setta, rapito in Medio Oriente dalla CIA per ordine del generale Deveraux (B. Willis). Intanto il panico si diffonde, si dichiara lo stato d'emergenza, si affidano pieni poteri all'esercito, cioè a Deveraux che perseguita tutti gli islamici, internandoli in campi. Contro la dittatura militare insorgono le forze "liberal" del paese. Deveraux finisce sotto processo. Le buone intenzioni non mancano, ma sono troppe. Da un soggetto dell'animoso giornalista Lawrence Wright, il volonteroso Zwick ha tratto, indeciso tra fantapolitica e cronaca, un film a tesi volgarmente dimostrativo, imperniato su personaggi tagliati con l'accetta (Washington/FBI il buono, Willis/esercito il cattivo e la Benning/CIA l'anima nera) con due o tre sequenze d'azione efficaci (l'esplosione dell'autobus all'inizio). Democratico, ma ipocrita e greve. (Kataweb Cinema)

Pubblicato il 23/7/2004 alle 0.40 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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