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Fecondazione proibita: storie (2)

Il dramma di una madre che si è sottoposta a fecondazione assistita: "Andrò all'estero per salvarne almeno due" "Con tre gemelli rischio la vita in Italia devo sopprimerli tutti" "Non mi hanno dato speranze. I medici sono stati chiari" di VERA SCHIAVAZZI PALERMO - "Se mi avessero dato una speranza, anche solo uno spiraglio, avrei fatto qualunque sacrificio per tenere tutti e tre quelli che considero già miei figli. Ma i medici sono stati chiarissimi: il mio fisico non mi consente di mettere al mondo 3 gemelli, in nessun caso. Anche con due rischierò, ma potrò farcela con un parto cesareo anticipato". Lucia M. ha soltanto 27 anni, fa la casalinga, è una donna minuta e molto piccola di statura, ha e avrà sempre di più seri problemi respiratori. Quattro giorni fa ha saputo che i tre embrioni fecondati al Centro Andros del professor Adolfo Allegra si sono impiantati tutti e tre, e che da sette settimane stanno crescendo dentro di lei. "È la notizia che io e mio marito aspettavamo da 5 anni, e invece di esserne felice sono disperata, perché ora so che dovrò rinunciare ad uno degli embrioni per far sopravvivere gli altri due e non mettere a rischio la mia stessa vita - racconta - E questa intervento così grave, che non avrei mai voluto fare, non posso subirlo a Palermo, tra i medici che conosco, con la mia famiglia accanto. Dovrò andare a Londra tra un mese, perché la legge italiana proibisce la riduzione degli embrioni". Adolfo Allegra, il ginecologo che ha ottenuto questa gravidanza, dice subito di essere furioso. "Ecco la prova dell'assurdità e dell'immoralità della nuova legge sulle fecondazione assistita - afferma il medico - La storia di questa paziente è emblematica quanto normale: la signora ha problemi di salute e di struttura fisica, non tali però da dover rinunciare ad avere figli. Siamo intervenuti con la Icsi (la tecnica che prevede la fecondazione degli ovociti attraverso microiniezione, ndr) e abbiamo ottenuto tre embrioni, tutti di buona qualità. La legge ci obbligava ad impiantarli, mentre la scelta giusta e deontologicamente corretta sarebbe stata quella di utilizzarne solo due, congelando il terzo. Paradossalmente, proprio il successo di questa tecnica ha portato questa donna ad un bivio drammatico, reso tanto più doloroso dal fatto che non le sarà possibile, salvo una decisione d'urgenza del magistrato, ridurre il numero di embrioni in un centro italiano". La legge entrata in vigore il 10 marzo scorso, infatti, vieta l'embrioriduzione, ma non intacca ciò che è stato previsto nel 1978 dalla legge 194 sull'aborto. Ventisei anni fa, casi come questi non erano frequenti, ma lo sono diventati in seguito. E in molti ospedali pubblici italiani (l'aborto è vietato in quelli privati) si praticano "interruzioni selettive", per esempio quando c'è una grave malformazione che riguarda soltanto uno degli embrioni. Una scelta resa possibile dalle commissioni che autorizzano l'intervento solo se lo psicologo certifica un "grave rischio" per la salute psichica della futura madre, visto che la 194 non autorizza, dopo i primi 3 mesi, l'interruzione di gravidanza per le malformazioni in quanto tali. "Ci siamo rivolti a diversi ospedali del Nord e ci pareva di poter risolvere il problema in uno di Milano dove l'embrioriduzione viene normalmente praticata. Ma ci è stato risposto in seguito che l'intervento si sarebbe potuto fare solo se la signora fosse rimasta incinta in modo naturale. Una vera assurdità, che dimostra una volta di più il pericolo di una situazione dove i medici non fanno nulla per timore di esporsi o di violare la nuova legge, della quale non sono ancora ben chiare le implicazioni". Di qui, la decisione di prenotare l'intervento a Londra, a fine maggio. Ma una richiesta al Tribunale di Palermo perché intervenga e giudichi se consentire a Lucia M. di restare in Italia per l'intervento potrebbe arrivare già nei prossimi giorni: la valutazione, ora, è affidata agli avvocati della famiglia. (La Repubblica, 28 maggio 2004)

Pubblicato il 28/5/2004 alle 10.44 nella rubrica Biotecnologie.

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