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Yael Dayan, figlia di Moshé: «Fuori controllo. Bisogna andarsene subito»

GERUSALEMME - Meno di tre anni fa, dopo l’attentato al Park Hotel di Netanya, aveva giustificato la cruenta reazione israeliana nei territori: «Troppo brutale? No. Dobbiamo pur difenderci, o avremo altri attentati» disse. Oggi Yael Dayan, figlia del generale Moshé, ed ex parlamentare laburista, ha la voce stanca e sfiduciata: «A Rafah abbiamo passato il segno. Siamo arrivati a un punto intollerabile, a un comportamento che può essere definito un crimine contro l’umanità». E’ stato un incidente, hanno spiegato i vertici militari, scusandosi. «Sì, credo anch’io che sia stato un errore. Non penso che il governo israeliano volesse uccidere intenzionalmente bambini o innocenti. Perché queste morti pesano adesso gravemente sulla sua immagine internazionale. Ma questo è il risultato della situazione: siamo nel posto sbagliato e dobbiamo andarcene. Quella manifestazione non metteva in pericolo i nostri militari, non c’era ragione di sparare». Allora perché è successo, secondo lei? «Perché ormai l’esercito ha perso il controllo. Dopo la morte di tredici soldati, poco più di una settimana fa, gli eventi sono precipitati. Il nervosismo è salito, i carri armati sparano su tutto ciò che si muove. E’ una situazione insostenibile. Bisogna lasciare Gaza. Eravamo quasi ducentomila sabato scorso a Tel Aviv. E non è tutta gente di sinistra come me. Sono israeliani stanchi di tutto questo». Il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore hanno annunciato che l’Operazione Arcobaleno continuerà a Gaza, nonostante tutto. «Arcobaleno! Vorrei sapere di chi è la mente che ha deciso di battezzare così un’operazione che porta morte, sangue e distruzione. L’arcobaleno evoca un film di Judy Garland, tutto serenità e ottimismo. Comunque io non so perché i carri armati siano entrati a Rafah e l’unica risposta che so darmi è che si tratta di una punizione collettiva. Come dimostrano gli ostacoli frapposti ai soccorsi e alle ambulanze palestinesi». Ieri però Israele ha offerto le sue ambulanze per evacuare i feriti di Rafah . «Non c’è molta umanità, per me, in chi uccide e poi offre in dono le bare. C’è solo una bella dose di cinismo. No, bisogna uscire da Gaza e per ottenerlo continueremo a fare dimostrazioni davanti al ministero della Difesa, giorno dopo giorno, finché il governo non ascolterà le voci che si sono alzate sabato scorso a Tel Aviv». Che cosa deve accadere per convincerla che Sharon intenda davvero di ritirarsi da Gaza? «Mi basterebbe vedere la prima casa sgomberata nella colonia di Netzarim. La prima casa e il primo camion che riporta in Israele la prima famiglia di coloni, con tutti i suoi mobili. Sarebbe un segno di speranza per tutti. Sono d’accordo con Amnesty International quando parla di crimini di guerra a Rafah. Ma avrei voluto sentire la stessa voce protestare quando è stata uccisa una donna con le sue quattro bambine e i resti dei soldati uccisi sono stati mostrati dai palestinesi come trofei». E. Ro. © Corriere della Sera

Pubblicato il 20/5/2004 alle 13.47 nella rubrica Chi è chi.

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