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Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (4): pornografia, lato oscuro dell'Occidente

Abusi Iraq : Occidente dovrà riflettere sul porno, dice esperto Di Roberto Bonzio MILANO (Reuters) - Le terribili foto di prigionieri iracheni torturati che hanno sconvolto il mondo, oltre a segnare il conflitto in corso e lo stesso scenario politico internazionale, rappresentano per l'Occidente una rivoluzione nel campo della comunicazione dalle conseguenze ancora inimmaginabili. Questo il parere di Peppino Ortoleva, professore associato di Storia dei mezzi di comunicazione all'Università di Torino, autore di innumerevoli saggi su storia, società e media, riguardo la vicenda delle immagini di detenuti iracheni sottoposti a violenze e umiliazioni da parte di militari americani e britannici. Quelle foto, dice lo studioso, segnano una svolta per il mondo della comunicazione occidentale. Nelle forme, perchè il digitale ha reso vulnerabile la censura preventiva militare. E ancor più nei contenuti, per l'emergere sotto gli occhi del mondo, di un "lato oscuro" della cultura di massa occidentale, quello delle conseguenze prodotte dal consumo diffuso di pornografia, sul quale lo stesso Occidente dovrà ora riflettere. IL DIGITALE HA AGGIRATO LA CENSURA MILITARE "Consentendo di riprendere da soli e diffondere in Rete le immagini, il digitale ha reso pubblico quel che un tempo difficilmente usciva dal privato", dice a Reuters Ortoleva. "Inoltre, ha dimostrato la svolta in corso nel mondo militare, dove un tempo la privacy non esisteva, mentre oggi, tra militari ambosessi e attività 'privatizzate' con agenzie esterne, esistono pieghe che sfuggono ai controlli". Se il fenomeno ha un risvolto positivo, quello di aggirare la censura militare che controlla rigidamente l'attività dei giornalisti, "c'è anche una preoccupazione inquietante: che tipo di sicurezza ha un esercito in cui si possono scattare e diffondere foto del genere? Cosa accadrebbe se un militare, del livello culturale di quelli coinvolti in quegli abusi, avesse potuto scattare ad esempio foto di impianti con segreti nucleari vendendole magari al miglior offerente?", si chiede lo studioso. TORTURE CHE RIVELANO FANTASIE DA CONSUMATORI DI PORNOGRAFIA Ma per Ortoleva è soprattutto il contenuto di quelle foto, ad assumere un rilievo dalle conseguenze ancora incalcolabili. "Oltre a immagini di torture per far parlare i detenuti, quelle foto svelano agli occhi del mondo qualcosa sinora sottovalutato, un aspetto della cultura occidentale del quale abbiamo perso il controllo; l'esplosione della pornografia". Secondo Ortoleva infatti, il compiacimento svelato da quelle foto va oltre la semplice tortura ed è tutto giocato sul sesso, "La perversione come ingrediente essenziale dell'erotismo. Umiliazioni e soprusi descrivono una palestra in cui consumatori di pornografia hanno avuto la possibilità di mettere in pratica fantasie estreme: avere schiavi sessuali, degradare delle persone a oggetti da usare come si vuole". CULTURA DI MASSA DA RIPENSARE Questo fenomeno, "trasferito mandando persone culturalmente deprivate in situazioni di potere eccezionale", secondo Ortoleva richiederà ora all'Occidente, in bilico tra censure di tipo religioso e permissivismo laico rassegnato, una profonda riflessione "su cosa possa significare nella testa di milioni di persone l'abitudine a vedere atti sessuali, in particolare sadomaso". "Senza inutili censure, occorre un dibattito per capire come siano nati questi mali e come si combattano. C'è un pezzo della nostra cultura del quale abbiamo perso completamente il controllo, e che non conosciamo, mentre ci facciamo vanto della consapevolezza dell'Occidente... sennò, quando i nostri dirimpettai ci accuseranno di essere una civiltà mostruosa, per certi versi non avranno tutti i torti". Per fortuna, conclude Ortoleva, la circolazione di notizie resta comunque uno spazio di libertà che una grande democrazia ha saputo usare, a costo di andare contro se stessa: "A patto che questa mole di notizie non rischi di svuotare la forza dell'informazione. E che non si crei un effetto assuefazione. Altrimenti, nella prossima guerra, una denuncia su risvolti sadomaso non farà più notizia". (Yahoo! Notizie, Martedì 11 Maggio 2004, 15:51) Scriveva Luigi Manconi, su l'Unità del 7 Maggio 2004: Come ti uccido l’anima ... eccoli qui, i figli e le figlie (alcune ventenni!) delle nostre più antiche democrazie, ridotti a sgherri di trucide rappresentazioni fetish: come in una filmografia postribolare per nazistelli onanisti. E, infatti, a leggere il rapporto di Antonio M. Taguba, il generale che ha redatto il dossier sulle torture a Baghdad, sembra di avere tra le mani il copione di un film di quel filone nazi-porno, nato nella scia del successo di «Salò», di «Salon Kitty», del «Portiere di notte», e che produsse titoli come «La svastica nel ventre». Robaccia della prima metà degli anni Settanta, reinterpretata dai “nostri ragazzi” con una “innocenza” che rasenta l’idiozia e precipita nel sadismo. Quelle immagini in posa, se sostituiamo i corpi derelitti e offesi dei torturati con le vetrine di un McDonald’s o di una sala da gioco di Las Vegas o di un bowling di Atlanta, sembrano davvero le foto ricordo di una gita spensierata con i compagni di liceo o con i colleghi di lavoro. E se, invece, quei corpi derelitti e offesi vengono riportati dentro quelle foto, potremmo pensare che si tratti, al più, della raffigurazione di giochi spregiudicati e di fantasie trasgressive. Una incursione, tutto sommato innocua, nel mercato degli erotismi specialistici e delle pornografie “di nicchia”. E, invece, no: sarà pure logora la frase di Hanna Arendt, ma resta insuperabile per definire questa condizione: è la «banalità del male» quella che qui viene consumata, dal momento che quei corpi sono propriamente corpi (carne ossa sangue nervi) e non figuranti o comparse, e neppure partner consenzienti. E colpisce il fatto che la gran parte di quelle sevizie hanno uno sfondo o una cornice di natura sessuale. Questo deve far riflettere. Qual è la cultura che alimenta, più che quegli atti, le motivazioni degli autori di essi? Quale il senso comune, le rappresentazioni, le fantasie, che scatenano, infine, quel meccanismo libidico e lo traducono in sopraffazione?... ... è accaduto, prevedibilmente, quando i militari in questione sono stati (o si sono sentiti) “autorizzati”: dal clima creatosi, dalla sensazione di impunità, dalle disposizioni ricevute. È sufficiente questo perché quei militari si trasformino in «funzionari dell’ignobile» (ancora la Arendt). Ed è quanto dimostra che, per diventare «volenterosi carnefici», non deve esserci una predisposizione naturale. Gli esperimenti di Stanley Milgram, già negli anni Sessanta, hanno documentato, inequivocabilmente, che l’esercizio della crudeltà è correlata più ai modelli di interazione sociale e a dinamiche di gruppo che a tratti della personalità individuale. ... ... secondo Françoise Sironi, psicologa clinica, specializzata nell’assistenza alle vittime, «non è per far parlare che si tortura, ma per far tacere». abbiamo letto sul «Corriere della Sera» che quattro iracheni, arrestati dai carabinieri italiani in quanto sospettati della strage di Nassiriya, sarebbero stati tenuti - secondo una procedura «imposta dagli Stati Uniti» - «chiusi in una cella al buio, inginocchiati, senza acqua né cibo, per quattro giorni». E la mancata confessione si spiegherebbe col fatto che i prigionieri erano stati «addestrati a non parlare». ... ... abbiamo letto sul «Corriere della Sera» che quattro iracheni, arrestati dai carabinieri italiani in quanto sospettati della strage di Nassiriya, sarebbero stati tenuti - secondo una procedura «imposta dagli Stati Uniti» - «chiusi in una cella al buio, inginocchiati, senza acqua né cibo, per quattro giorni». E la mancata confessione si spiegherebbe col fatto che i prigionieri erano stati «addestrati a non parlare». >>> Corriere della Sera, martedì , 11 maggio 2004, Vedova Nassiriya: "Mio marito sapeva delle torture" La moglie di un carabiniere morto a Nassiriya: «Era disgustato: prigionieri trattati peggio degli scarafaggi, l'aveva denunciato» MILANO - I militari italiani in Iraq sapevano come venivano trattati i prigionieri iracheni. Lo ha testimoniato in un'anticipazione al Tg3 Pina Bruno, moglie di Massimiliano Bruno, maresciallo dei carabinieri morto nello scorso novembre nell'attentato di Nassiriya. Prima di morire mio marito mi aveva detto che era disgustato di quello che succedeva con i prigionieri», ha detto Pina Bruno. «Erano trattati peggio degli scarafaggi. Lo aveva Pina Bruno (Tg3/Ansa) denunciato anche ai propri superiori, ma naturalmente non è stato fatto niente». «I SUPERIORI SAPEVANO» - «Massimiliano era rimasto molto colpito e mi aveva detto: 'Siamo nel 2000, neanche quando c'era la prima guerra mondiale c'erano queste torture. Ho visto un carcere, una cosa squallida, bruttissima'», raccontò il maresciallo alla moglie, la quale ha aggiunto che queste informazioni venivano comunicate in Italia. L'intervista sarà trasmessa integralmente a «Primo piano» su Rai 3 questa sera alle 23,20. «SE TI COMPORTI BENE TI FACCIAMO USCIRE» - «C'erano posti sotterranei dove nascondevano questi iracheni», prosegue Pina Bruno, riferendo quanto le raccontava il marito. «Gli italiani andavano a prendere i carcerati iracheni e gli dicevano: 'Se ti comporti bene ti facciamo uscire. Ti facciamo lavorare per noi italiani'». «Quando ha visto certe cose è rimasto sconvolto. Massimiliano non credeva a quello che aveva visto. Mi diceva: 'Se lo racconto non ci credono'». I carabinieri avevano denunciato? «Massimiliano mi disse - risponde la vedova - che ognuno aveva un compito. C'era una persona che comunicava quello che aveva visto, quello che succedeva e quello che stava per succedere, e poi comunicava all'Italia. È assurdo che dicono che non sapevano niente». E i superiori non hanno fatto niente? «No, ma dai, scherziamo?». IL MINISTERO DELLA DIFESA: «MAI SAPUTO DI TORTURE» - Il ministero della Difesa, con un comunicato, ha detto di non essere mai stato a conoscenza delle torture ai prigionieri in Iraq: «Il ministero - si legge nella nota -non ha mai avuto alcuna notizia o informazione da parte di qualsiasi fonte circa trattamenti dei prigionieri non conformi alle norme del diritto internazionale umanitario». IL PADRE DI MASSIMILIANO - «Mio figlio non ha mai accennato a fatti del genere e ho la convinzione che, se avesse saputo qualcosa, me lo avrebbe detto». Lo dice Nunzio Bruno, padre di Massimiliano. «Ognuno - aggiunge - può esprimere le proprie idee e non si può comunque escludere che mio figlio avesse parlato con la moglie e non con me». Il padre di Massimiliano ha detto di averlo sentito «fino a due giorni prima della tragedia. E mi ha sempre parlato di calma attorno a lui - ha precisato -, mi ha mandato foto con gente del luogo, mi ha detto che portava loro del latte. Nessun accenno a fatti diversi». AMNESTY - La sezione italiana di Amnesty international precisa, con un proprio comunicato, che l'argomento delle torture in Iraq è stato affrontato: «questo argomento fu oggetto, il 3 luglio 2003, di una comunicazione del sottosegretario agli esteri margherita boniver alla commissione affari esteri della Camera». Stanley Milgram's Experiment: "Obedience and Individual Responsibility" Stanley Milgram, a psychologist at Yale University, conducted a study focusing on the conflict between obedience to authority and personal conscience. He examined justifications for acts of genocide offered by those accused at the World War II, Nuremberg War Criminal trials. Their defense often was based on "obedience" - - that they were just following orders of their superiors. In the experiment, so-called "teachers" (who were actually the unknowing subjects of the experiment) were recruited by Milgram. They were asked administer an electric shock of increasing intensity to a "learner" for each mistake he made during the experiment. The fictitious story given to these "teachers" was that the experiment was exploring effects of punishment (for incorrect responses) on learning behavior. The "teacher" was not aware that the "learner" in the study was actually an actor - - merely indicating discomfort as the "teacher" increased the electric shocks. When the "teacher" asked whether increased shocks should be given he/she was verbally encouraged to continue. Sixty percent of the "teachers" obeyed orders to punish the learner to the very end of the 450-volt scale! No subject stopped before reaching 300 volts! At times, the worried "teachers" questioned the experimenter, asking who was responsible for any harmful effects resulting from shocking the learner at such a high level. Upon receiving the answer that the experimenter assumed full responsibility, teachers seemed to accept the response and continue shocking, even though some were obviously extremely uncomfortable in doing so. The study raised many questions about how the subjects could bring themselves to administer such heavy shocks. More important to our interests are the ethical issues raised by such an experiment itself. What right does a researcher have to expose subjects to such stress? What activities should be and not be allowed in marketing research? Does the search for knowledge always justify such "costs" to subjects? Who should decide such issues?

Pubblicato il 11/5/2004 alle 16.32 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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