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Zapatero, o di come semplificarci la vita

Vedo una gran rincorsa da parte di tutti a voler copiare Zapatero, subito, od a prenderne le distanze, subito. L'equazione Zapatero: via i soldati spagnoli dall'Iraq. Sadr: basta attacchi ai soldati spagnoli. Tutto così semplice? scrive Leonardo Coen su Blogtrotter: L'equazione Questo topic mi ha lasciato piuttosto freddo. non so perchè. Come se di colpo la lunga serie di sfoghi verbali e di saccenti disquisizioni che ho letto nei commenti mi facesse sentire ancora più svuotato Certo, tutto semplice. Se ciascuno a sto mondo si facesse i cavoli suoi sarebbe tutto molto più semplice. Ad esempio, potremmo benissimo disinteressarci di quel che succede in medio oriente: si fa saltare un palestinese? muore un israeliano? viene eseguito un omicidio mirato? non ce ne potrebbe fregar di meno Così per l'Iraq: se tutti se ne stavano a casa loro, l'Iraq andava avanti con Saddam, poi sarebbe forse arrivato un colpo di stato, ci sarebbero stati forse attentati in giro per il mondo, ma insomma, alla fine probabilmente meno morti e meno complicazioni di quante ce ne siano ora. E del resto, per il lavoro sporco non ci sono già le milizie private? Cosa le pagano a fare se no? E del resto? Uno mica riesce davvero a seguire cosa succede in centro america, in america latina, in cina, in africa... i nessi e connessi... i passaggi visibili e sotterranei nelle e delle politiche nazionali e internazionali di usa, gb, russia, giappone, francia, germania, spagna, ecc. E' un mondo folle, di cui forse riescono a tirare le fila i famosi 50 in tutto il globo, e gli altri... che seguano in TV o sui giornali! o facciano finta di inventarsi nuovi mondi su internet! ... che differenza fa? che differenza fanno? Per parafrasare Martin Luther King: che differenza facciamo, noi ? Perchè, paradossalmente, l'intervento usa-gb-italia-spagna-polonia & C in Iraq ci ha costretto, volenti o nolenti, a entrare in contatto diretto (si fa per dire) con quello che succede là, a farcene carico. Molto più semplice disfarci di quel carico, ne abbiamo già abbastanza dei nostri a casa nostra, tipo come arrivare alla fine del mese, no?


A seguire... Da notimenospace, che ha scritto La mattanza di Falluja, copio Odio gli indifferenti, perché mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime... Vivo. Sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti (A. Gramsci, Scritti giovanili, Torino, 1958, p. 80) In sintesi: la storia, la vita, la si vive, la si combatte, non esistono teoremi ed equazioni e, soprattutto... non vale, non basta ... copiare Tre ipotesi per uscirne, l'Unità, 20.04.2004 di Siegmund Ginzberg Una via d’uscita non catastrofica dalle sabbie mobili irachene forse ancora ci sarebbe. Più che per le Nazioni Unite sarebbe più esatto dire che passa per la cruna di un ago. E comunque, prima ancora che si possa pensare di infilarla, bisognerà vedere come si scioglierà il nodo della rivolta sunnita a Falluja e quello della rivolta sciita a Najaf. Nessun nuovo governo, fantoccio o vero che sia, benedetto o no dall’Onu, avrebbe una chance di farcela se quei detonatori, così improvvidamente innescati, non fossero disinnescati. Quel che s'è visto sinora, per quanto tremendo, sarebbero solo fuochi d'artificio rispetto all'esplosione devastante in agguato. La cosa più agghiacciante è che non è affatto ancora chiaro come si intenda venirne fuori. Si continua a trattare, negoziare, pazientare, rinviare, ma nel contempo si minaccia l'apocalisse. L'ultima, stando a quel che riferivano ieri gli inviati del New York Times, è che Paul Bremer, visti gli scarsi risultati sinora ottenuti da negoziati e mediazioni, premerebbe per avere luce verde a tagliare i nodi con la spada... liberopensiero: Intervista a Barghuti dal carcere.Prima la classica retorica antisraeliana, poi il succo. ... Durante la manifestazione di domenica a Ramallah, lo sceicco Omar, leader locale di Hamas, ha detto che è ora di smetterla di illudersi ancora di negoziare e che è rimasta solo lo lotta armata. Quando dice che bisogna svegliarsi dall'illusione di negoziare ha ragione. Ma il migliore strumento di lotta che hanno i palestinesi è quello della lotta non violenta. Ci deve essere un'alternativa democratica alle armi. E questa è la posizione di Al Mubadara (Iniziativa nazionale palestinese). Ed è un modo per dare una voce a coloro che non riconoscono la lotta armata come unica soluzione, ma che allo stesso tempo non riconoscono più l'attuale leadership politica.(...) Liberazione, 20 Aprile 2004 Intervista a Mustafa Barghouti, segretario del movimento democratico Al Mubadara «Ora un'alternativa democratica alle armi» Ramallahnostro servizioDr. Barghouti, il Ministro della difesa Israeliano Mofaz ha dichiarato che la morte di Rantisi indebolisce Hamas. E così? Non è affatto così. Hamas ne esce rafforzata. Si è invece aggravato il clima di rabbia ed indignazione esistente ed è apparso evidente che ogni forma di rispetto di cessate il fuoco da parte palestinese non porta ad alcun risultato. Hamas si è trattenuta dal rispondere e non perché non avesse i mezzi per farlo, come dicono Sharon e Mofaz, che cercano solo di alimentare la spirale della violenza per giudaizzare la West Bank, ingabbiarla dentro un muro e continuare col processo di chiusura totale di Gaza, rendendola la più grande prigione esistente al mondo. La crisi dell'Anp non è un segreto per nessuno. Hamas ha subito un altro durissimo colpo e gli incontri di Washington sono visti come un segnale di via libera alla politica di Sharon. Siamo ad un punto di non ritorno? Effettivamente siamo giunti per molti aspetti ad un punto irreversibile. Quello che è accaduto a Washington ha come unico accostamento storico il riconoscimento dell'annessione della Cecoslovacchia da parte della Germania nel 1937. Qui siamo di fronte al riconoscimento di un'annessione di terra realizzato con la forza. E' un affronto al diritto internazionale ed alla salvaguardia dei diritti umani. Una cosa è infatti negoziare il diritto al ritorno dei profughi, altra cosa è eliminarlo. Con la negoziazione di una sola delle parti in causa, Israele, con il paese mediatore, gli Usa, si è dato uno schiaffo alle basi di qualunque processo di pace. E' la fine ufficiale della Road Map. E' anche un insulto a Unione Europea, Russia ed Onu, gli altri membri del quartetto. Oltre che ai paesi Arabi, soprattutto quelli presenti a Washington prima dell'arrivo di Sharon. Israele e Usa hanno parlato per conto dei palestinesi della necessità di una nuova leadership. Ma è un falso anche questo. Vogliono un gruppo di collaborazionisti che lavori per loro e a spese del proprio paese, comportandosi da subagenti di Israele. E' per questo che non ci saranno nuove elezioni. Il Governo Sharon, subito dopo l'uccisione di Rantisi, ha dichiarato che anche Khaled Meshal, massimo leader di Hamas residente a Damasco è un bersaglio come gli altri. Dopo l'Afghanistan e l'Iraq siamo di fronte all'attuazione dell'allargamento del conflitto in quelli che Bush definisce gli "stati canaglia" del Medio Oriente? Sì. Ma in questo caso non siamo in una situazione in cui Sharon cerca di convincere Bush o la Rice. Tra la destra americana ed il Likud esiste una strategia comune ormai ventennale. Anche quando Bush era governatore del Texas era vicino a Sharon. Un'alleanza tra razzisti per realizzare l'apartheid nel nostro paese. L'esercito americano in Iraq sta utilizzando le stesse tattiche in uso nell'Idf (l'esercito israeliano). Questa è un'alleanza che può portare il mondo al disastro. Occorre sperare nelle prossime elezioni americane. Durante la manifestazione di domenica a Ramallah, lo sceicco Omar, leader locale di Hamas, ha detto che è ora di smetterla di illudersi ancora di negoziare e che è rimasta solo lo lotta armata. Quando dice che bisogna svegliarsi dall'illusione di negoziare ha ragione. Ma il migliore strumento di lotta che hanno i palestinesi è quello della lotta non violenta. Ci deve essere un'alternativa democratica alle armi. E questa è la posizione di Al Mubadara (Iniziativa nazionale palestinese). Ed è un modo per dare una voce a coloro che non riconoscono la lotta armata come unica soluzione, ma che allo stesso tempo non riconoscono più l'attuale leadership politica. C'è chi ha chiesto le dimissioni di Arafat facendo un paragone con l'egiziano Nasser. E' d'accordo con queste posizioni? Non è un paragone corretto. Noi non siamo sconfitti. L'Autorità nazionale palestinese deve però mettersi in testa di non essere più un'Autorità. E' un'autorità sotto occupazione. E' anche per questo motivo che Arafat dovrebbe dichiarare in modo chiaro di non essere in grado di fornire la sicurezza che gli viene richiesto di assicurare. Francesca Marretta Calvin, su shockandawe: MA SI', RITIRIAMOLI PURE E VEDIAMO CHE SUCCEDE L'intervista: «Rimarrei stupita se ne uccidessero un altro» «Soldi per salvare i rapiti? In Iraq lo fanno tutti» La governatrice Contini: migliaia di sequestrati per denaro «Ritiro degli spagnoli, ora possibili nuovi scontri a Nassiriya» DAL NOSTRO INVIATO (Lapresse) BAGDAD - «Rimarrei stupita se ne uccidessero un altro. Perché in effetti non so se si è riusciti davvero a parlare con i rapitori. Ma a Roma mi hanno dato chiare indicazioni che siamo sulla buona strada». Barbara Contini va un po’ oltre le parole di circostanza per descrivere lo stato delle trattative con i rapitori degli italiani. «Per ovvi motivi non posso fornire dettagli. Siamo in una fase troppo delicata. Ma sono ottimista, molto ottimista», dice la governatrice di Nassiriya. Sino all’altra sera era stata all’unità di Crisi della Farnesina. La tappa centrale del suo viaggio in Italia, dopo che settimana scorsa si è trovata in prima fila, davvero sotto il fuoco, per mediare la tregua nella regione da lei governata e sconvolta dalle sommosse sciite. Ora si prenderà qualche giorno di ferie, prima di tornare al suo ufficio di Nassiriya. Ma l’attende un altro periodo difficile. Entro due settimane gli oltre 1.500 uomini del contingente spagnolo lasceranno l’Iraq. Un pessimo segnale per i 3.000 uomini del contingente italiano che controllano il governatorato della Contini appena più a sud. Da cosa nasce questo ottimismo sulla sorte dei 3 ostaggi italiani ancora in vita? «Sono stati fatti i passi giusti, anche se forse con qualche lentezza. Io comunque sono convinta si tratti di bande locali. Gente organizzata in modo tribale, che ha nel sangue la cultura dei rapimenti, ma con la quale è possibile trattare. Non ci sono barriere invalicabili». All’inizio non c’è stata confusione quando dall’Italia si cercava la mediazione dell’Iran? Cosa c’entrano l’Iran e il mondo sciita con i sunniti di Falluja dove sarebbero prigionieri gli italiani? «Assolutamente nulla. Sono convinta che i rapitori non abbiano niente a che vedere con gli estremisti sciiti legati a Moqtada Al Sadr e neppure con alcun tipo di fondamentalista musulmano. Ritengo invece sia stato giusto interpellare l’Assemblea degli Ulema sunniti a Bagdad. I loro appelli, la fatwa contro le esecuzioni degli ostaggi, i loro legami tribali con la regione di Falluja, sono tutti elementi centrali e di grande aiuto». Però gli stessi Ulema dicono di non essere in rapporto diretto con i rapitori. «E’ vero. E non so se ancora esista un canale di questo genere. A Roma mi hanno dato alcuni particolari, ma sono top secret. Comunque gli appelli degli Ulema possono contribuire a congelare la situazione. Magari i rapiti non saranno rilasciati subito, però non verranno uccisi. Dopo l’omicidio di Fabrizio Quattrocchi era importante congelare la situazione. Per le tradizioni locali nessuno può prendere iniziative concrete sino a quando i capi tribù stanno trattando. Non è la prima volta che trattano la liberazione di ostaggi, fa parte della loro cultura». La cultura dei rapimenti? «Sì. Nei mesi trascorsi a Bassora per le ong, dove l’anno scorso ho avuto modo di conoscere personalmente anche Valeria Castellani e Paolo Simeone che ora lavorano a Bagdad con i quattro rapiti, mi sono imbattuta in decine di casi di rapimento. E posso dire che la loro dinamica è molto più semplice di quanto non possa sembrare in Italia. Il mio vicino di casa l’estate scorsa ha dovuto pagare 5.000 dollari per ottenere la liberazione del figlio di 4 anni. Gli avevano chiesto molto di più. Ma poi si sono resi conto che i genitori non potevano pagare e hanno ridotto la taglia. Un altro ha pagato oltre 25.000 dollari perché i rapitori sapevano che era dipendente di un’organizzazione internazionale». Per la liberazione degli italiani la via è pagare? «Pagano tutti. Lo si fa da secoli e secoli. Dalla fine della guerra il fenomeno si è allargato. In tutto il Paese sono state rapite migliaia di persone a scopo di estorsione, in maggioranza donne e bambini». Ma gli stessi Ulema sunniti sostengono che il rapimento degli italiani è un’azione politica. E anzi offrire denaro sarebbe offensivo, tanto da peggiorare la situazione degli ostaggi. «Le vie della trattativa sono appena iniziate. Comunque si può sempre pagare senza dirlo. Così si fa in Iraq. Ma gli italiani sono stati presi come risultato di una decisione strategica da parte dei gruppi della guerriglia e del terrorismo. Si è scelto che per destabilizzare il Paese occorreva prendere in ostaggio gli occidentali, meglio se provenienti dai Paesi membri della coalizione. Per il resto non vedo molto coordinamento tra le bande armate». E il fatto che gli italiani fossero armati? «Rende la loro situazione precaria. Li mette sullo stesso piano dei soldati americani. Tanto che la strategia per liberarli dovrebbe proprio puntare sul fatto che loro non sono militari. Bensì lavoratori privati, civili, sebbene impiegati nelle attività delle scorte armate». Il ritiro del contingente spagnolo? «Non cambia i miei progetti. Anche se Moqtada Al Sadr lo utilizzerà per insistere sulla necessità del ritiro di tutti i contingenti militari. Lo dimostra già la sua dichiarazione di aver ordinato la cessazione di qualsiasi ostilità contro gli spagnoli. In questo momento sono segnalati incidenti e tensioni a Amarah, la regione controllata dagli inglesi a est del nostro governatorato. Non è da escludere che da lì si cerchi di riaccendere gli scontri anche a Nassiriya». Il governatore americano a Bagdad, Paul Bremer, giudica che l’attuale polizia irachena non sarà in grado di garantire l’ordine dopo la creazione del nuovo governo il 30 giugno. E’ d’accordo? «Sì. Lo ha dimostrato anche il suo comportamento davanti all’ultima ondata di rivolte. Non è stata all’altezza. Un problema gravissimo. Occorre rafforzare la polizia locale, senza di essa non c’è futuro di indipendenza per l’Iraq». Non ritiene che gli americani abbiano esacerbato il problema Moqtada Al Sadr con il ricorso alla forza per eliminarlo? «Sì. Oggi Moqtada Al Sadr è molto più forte di prima. Ma Bremer è sempre stato chiaro in proposito e a ragione: non si può costruire alcuna democrazia se si tollerano le milizie armate. E le banditaglie di Al Sadr vanno disarmate, a ogni costo». Lorenzo Cremonesi © Corriere della Sera, 20 Aprile 2004

Pubblicato il 20/4/2004 alle 9.46 nella rubrica Serendipity.

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