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Le scarpe di Allah, le trovo seguendo una traccia

lasciata da edoneo, che segnala un articolo di Antonio Negri su GLOBAL Magazine. Niente di poi così nuovo: l'Impero, la globalizzione... alcune frasi ermetiche come eccedenza della produzione intellettuale ed etica del proletariato Più interessante mi pare l'articolo di Le Scarpe di Allah, di Ida Dominijanni, che si chiude così: Quello che so, dunque, è che nella mia cultura i martiri riportano a galla elementi che la secolarizzazione ha domato, ma non ha cancellato. La politica come sacrificio, la morte come rito fondativo, il fine più alto che legittima l’uso di mezzi più bassi, l’eroismo maschile che legittima l’olocausto di sé femminile e tutta questa paccottiglia che credevamo di esserci lasciati alle spalle. Non c’è nessuna lotta di liberazione che possa farmela riabilitare. Sul piano politico, la pratica dei kamikaze produce danni immensi, perché fa saltare il meccanismo di deterrenza fondamentale della convivenza umana che da sempre riposa nel principio per cui l’aggressione a un altro non può spingersi oltre l’istinto di conservazione della propria vita; e non c’è da meravigliarsi che l’amministrazione Bush risponda a questa imprevista asimmetria del nuovo conflitto con il concetto speculare della guerra asimmetrica. Sul piano culturale, io concordo con Baudrillard quando dice che la morte del terrorista suicida è l’arma assoluta contro un sistema, il nostro, che vive della pretesa di azzerare la morte nella merce e nel non-senso. E però. E’vero che collezionare scarpe di Manolo Blanik per compensare incertezza esistenziale e vuoti affettivi, come fanno le impenitenti single newyorkesi di Sex and the City, non è una strategia di vita molto sensata. Ce n’è però una ancora più insensata, che consiste nel sublimare suicidandosi il desiderio di possederle, contando di trovarle coi tacchi più alti nel paradiso di Allah.

Pubblicato il 28/3/2004 alle 10.58 nella rubrica Serendipity.

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