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Il processo di Cogne continua ad essere politico, mediatico e impietoso.

E' da anni che assistiamo ad un accanimento degno di miglior causa contro una donna che ha perso il suo bambino, colpevole solo di manifestare il suo dolore e di proclamare la sua innocenza.

Fino a prova contraria. Ma in ogni caso quel dolore e quella difesa dovrebbero essere rispettati, in un Paese civile "normale".

L'ira del presidente. Il presidente della Corte ha contestato il comportamento dell'imputata: "Non consento - ha detto il giudice - ad Annamaria Franzoni di stare nei servizi. La signora in aula ha fatto sempre quello che ha voluto, ha reso dichiarazioni e ha lanciato proclami. Questo non lo consento. Può stare dentro l'aula o fuori dall'aula, ma nei servizi no: ci sono ragioni di sicurezza. Io devo tenere la disciplina", ha detto il giudice alzando la voce per la prima volta dall'inizio del processo.

Annamaria non guarda le immagini del figlio. Parole a cui l'avvocato ha replicato: "Mi rendo conto che in questi cinque anni la signora può aver fatto di tutto - ha detto Paola Savio - ma non aveva mai assistito alle foto della testa massacrata di suo figlio". A questo punto Annamaria e il marito sono rientrati in aula sedendosi dietro lo schermo dove sono proseguite ad apparire le immagini del figlio ucciso. Annamaria tiene la testa tra le mani; suo marito siede al suo fianco, silenzioso, con le braccia conserte strette al corpo.


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Pubblicato il 2/4/2007 alle 10.45 nella rubrica Intrighi.

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