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IRAN, un treno che non ha né freni né retromarcia

Mentre da noi, in Italia, il tempo scorre all'indietro, o non scorre affatto (solo tra qualche giorno sapremo se il GovernaLotto avrà estratto i numeri giusti per il Prodi1 con S-Palla al Centro, giusti anche per la futura (quando?) votazione sull'AFGANISTAN) nel resto del mondo sta succedendo di tutto e di più.

Ad esempio in IRAN.

Ci mette in allarme il Corriere della Sera, mentre su Repubblica qualcuno mette le mani avanti (qualche generale USA, se decideranno di attaccare preventivamente, si dimetterà, forse)

E Libération (tanto per leggere qualche quotidiano non nazionale):

Téhéran teste «avec succès» sa première fusée spatiale
L'Iran a testé avec succès sa première fusée spatiale, a rapporté dimanche la télévision d'Etat. «La première fusée spatiale a été envoyée avec succès dans l'espace», a affirmé la chaîne sans donner de détails sur sa portée et sa puissance. Les images du lancement n'ont pas été montrées non plus mais ce geste peut être interprété comme un pas supplémentaire de ce pays pour s'affirmer comme une puissance régionale incontournable.

Interessanti anche i commenti... come questo: L'Iran essaye d'attirer les américains dans un piège mortel. Les américains ont beau avoir de puissances armes ce sont des nains en terme de stratégie et si tu rajoutes à cela cette leur fausse sensation d'invulnéraibilté, qu'ils ont depuis la fin de la guerre froide, tu as un cocktail explossif qui menera le monde à sa ruine, plus qu'une bombe nucléaire iranniene.

La DIFFERENZA SOSTANZIALE pare a questo punto essere una sola:

E' MEGLIO ASPETTARE CHE L'IRAN FACCIA QUALCHE MILIONE DI MORTI IN ISRAELE E QUA E LA' ALTROVE

O

E' MEGLIO CHE ISRAELE E GLI USA FACCIANO, PRIMA,  QUALCHE MILIONE DI MORTI IN IRAN?

Questo ovviamente nei PRIMI CINQUE MINUTI. Poi temo che non saremo più qui a raccontarcelo, su Internet.

Allegria!

Nell'attesa, mi leggo l'interessante articolo di Fiamma Nirenstein, qui:

La crisi del governo Prodi vista da Israele

La politica estera oggi è un campo magnetico in attività permanente, un vulcano in eruzione, una forza che contrariamente a tutte le convinzioni della politica del passato e anche dei media che l’hanno relegata in secondo piano per decenni, è capace di portare la gente in piazza e di far cadere governi. L’Italia deve attrezzarsi a questa ... (continua)

... Per un nuovo governo,  non sono in ballo soltanto le scelte di Follini o di Casini, e tantomeno il governo di Romano Prodi è caduto solo a causa di due estremisti pazzoidi. Niente affatto. Dietro di loro c’era una piazza, un’incertezza concettuale di fondo, un’egemonia culturale e politica di un gruppo intellettuale ancora fortissimo in Italia, quello dell’antiamericanismo. La scelta di cultura e di appartenenza legata alla politica estera vibra nell’aria come tema fondamentale del nostro tempo da ben prima che questo governo nascesse: la micidiale ondata di odio antioccidentale islamista, la formazione e la messa in campo di autentici eserciti terroristi, l’odio per Israele, la questione irachena e quella afgana, la questione iraniana, dopo il primo voto che aveva messo la maggioranza in scacco sulla politica internazionale sono di nuovo, e saranno ancora e ancora un tema centrale su cui misureremo le nostre scelte politiche. La presenza di basi militari come a Vicenza, un altro ritiro o invio delle nostre truppe per aiutare nella lotta al terrorismo, la revisione di ruoli, lo schieramento all’ONU, il ripensamento di organismi internazionali come la NATO, un ulteriore passo sulla questione iraniana, saranno per anni il necessario catalizzatore, dall’aula parlamentare alla piazza, della domanda basilare: qual’è la nostra politica estera, quale la nostra disponibilità a far parte del campo occidentale, o di qua, o di là? Non ci saranno sconti, non si tratterà di sfumature. Ho sentito con le mie orecchie, in un dibattito alla trasmissione di Giuliano Ferrara “Otto e mezzo”, il capo del comunisti italiani ripetere sinceramente stupito che in ogni caso la nostra Costituzione ci vieta la guerra, meglio morti che belligeranti, meglio sparire che difendersi. E’ una concezione del mondo sincera e che mette in piazza decine di migliaia di persone che ritengono Bush una bestia umana e Israele un paese di apartheid. Il pacifismo è parte integrante di questa visione del mondo, che ritiene la guerra, qualsiasi guerra, estranea all’idea stessa di democrazia. La guerra è odiosa, ma la difesa è sacrosanta ed è anzi evidente parte di un pensiro democratico, che mette al centro i bisogni del cittadini: sembra tanto semplice.Alexis de Tocqueville [anche Jean Jacques Rousseau] dice, se si consente di riassumerne un pensiero, che quando un Paese democratico deve difendersi dai nemici, proprio a causa delle sue caratteristiche democratiche non lo fa volentieri, non lo fa bene, ma poi è in grado di disporre di  magnifiche e differenziate risorse, molto più di un nemico che non possieda l’arma della democrazia; organizzandole, mobilitandole, migliora e vince.
Ma difendersi, perchè questo è il tema, richiede una sincerità di intenti, una politica di alleanze  e una chiarezza ideale enorme di fronte alle attuali sfide della politica internazionale. Non basta certo, anche se è necessario, il desiderio di non apparire inaffidabili di fronte agli Stati Uniti, e di far parte di uno schieramento onorevole e anche conveniente. Quello che occorre è costruire la convinzione,l’ integrità e chiarezza di intenti. Insomma, una cultura della politica internazionale...



Pubblicato il 25/2/2007 alle 21.57 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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