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S-Concordato 11 Febbraio 1929 19 Febbraio 2007

19/02/2007 14.22.59

La Santa Sede e la Repubblica italiana celebrano oggi il 78° anniversario della firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929

(19 febbraio 2007 - RV) Per la Santa Sede e lo Stato italiano oggi è il giorno delle tradizionali celebrazioni dei Patti Lateranensi del 1929 e della revisione del Concordato del 1984. Nel pomeriggio, presso l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, i due anniversari saranno celebrati alle presenza delle massime autorità delle due istituzioni, fra le quali il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, e il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Una nota del SIR, l’agenzia della Conferenza episcopale italiana, ricordando che “le relazioni tra l’Italia e la Santa Sede sono tradizionalmente buone, anzi eccellenti, invita a “guardare insieme nel concreto e in avanti”, in particolare sui temi cruciali della vita, della famiglia e dell’educazione, senza “attardarsi - si legge - in quelle ricorrenti polemiche sulla ‘laicità’, che periodicamente ritornano” e che mirano a “delegittimare l’interlocutore” che “non avrebbe diritto ad esprimersi”. Nel complesso, tuttavia, i 23 anni trascorsi dalla revisione dei Patti Lateranensi sono da considerarsi molto positivi. E la conferma viene da uno dei “padri” del Concordato dell’84, il prof. Carlo Cardìa, docente di Diritto ecclesiastico all’Università di Roma Tre, intervistato da Alessandro De Carolis:

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R. - Ci troviamo in un periodo molto buono, perché non è insorta nessuna controversia né sul Concordato, né su questioni rilevanti tra Stato e Chiesa. Sono stati anni molto sereni, dal punto di vista giuridico, della costruzione di queste relazioni e sono stati anni - ci tengo a sottolinearlo – in cui il nuovo Concordato ha aperto la strada anche alla stipulazione delle intese con altre confessioni religiose: ha aperto cioè la strada al rispetto della libertà religiosa più ampia in Italia. Il Concordato è stato il primo atto che ha cominciato a porsi su questa strada.

D. - Il principio della laicità dello Stato, la questione della sfera d’azione della Chiesa, di tanto in tanto suscitano animate discussioni, nonostante la mole del corpus giuridico relativa alla materia e nonostante, aggiungerei, il peso della storia. Perché secondo lei?

R. - Diciamo subito una cosa: la laicità dello Stato, soprattutto come si è venuta costruendo nel XX secolo dopo l’epoca dei totalitarismi, riconosce la più ampia sfera di libertà alla Chiesa e alle Chiese. E io direi anche qualche cosa di più: e cioè che è il sistema democratico che riconosce alla Chiesa e alle Chiese libertà di pensiero, di parola, di azione. In passato, il laicismo voleva “ricacciare” nel privato le Chiese, voleva che non parlassero, che si occupassero solo dei riti e del culto. Oggi noi siamo in una posizione diversa. La sfera della Chiesa è la sfera di tutte le altre grandi forze sociali. E’ libera di agire, è libera di esprimere le sue opinioni. Poi, naturalmente, i cittadini, ciascuno nella propria coscienza, valuteranno ciò che la Chiesa e le Chiese dicono, e faranno le loro scelte. Questo è il principio della laicità moderna.

D. - In questi giorni si parla molto di ingerenze, di silenzi, del diritto ad esprimersi della Chiesa e di chi questo diritto invece non lo riconosce o lo riconosce fino ad un certo punto. Qual è la sua opinione?

R. - La contingenza di questi giorni, di queste settimane, di questi mesi, ha fatto emergere questa istanza molto singolare: quando una Chiesa esprime le proprie opinioni, in maniera fra l’altro aperta, pubblica, si ha un’ingerenza. Io faccio sempre, su questo problema, l’esempio degli Stati Uniti - fra l’altro citato proprio da alcuni laicisti. Negli Stati Uniti, come sappiamo, ci sono molte Chiese. Molte di esse parlano, agiscono, anche in un modo, diciamo, un po’ “gridato”. Bene: ciò avviene negli Stati Uniti senza che nessuno dica mai nulla. Qual è allora il problema italiano? E’ che nel momento in cui la Chiesa si fa interprete di valori generali – perché in questi giorni si parla di valori generali non confessionali - c’è chi non si sente sicuro su questo terreno, perché avverte che a livello popolare certe cose sono sentite, e dunque utilizza il criterio della laicità: la laicità vecchia, però, di cui parlavamo prima.

D. – Dunque, professore, la materia trattata dal Disegno di legge sui Diritti delle coppie di fatto è materia sulla quale la Chiesa può e deve dire la sua…

R. - Se la Chiesa non parla in materia di fede e di morale, qualcuno mi deve dire di che cosa deve parlare… Diciamo un po’ le cose come stanno: quando la Chiesa interviene su temi come la pace, la convivenza civile, anche su temi più vicini alla politica, se ciò che dice va bene ad una parte politica, questa plaude, se ciò che dice non va bene in materia di morale, si rialza un po’ lo steccato dell’ingerenza. Qui c’è una contraddizione. Ricordo un episodio clamoroso, di circa due anni fa, quando sui giornali si scrisse che in Italia la Conferenza episcopale, in un documento, avrebbe parlato della struttura federale dello Stato e tutti plaudirono, da una certa parte politica, perché erano contrari a quella struttura federale. Ma se la Chiesa può parlare addirittura sulla struttura federale, come può non avere il diritto di parlare in materia di etica e di famiglia? C’è proprio una contraddizione in linea di principio.
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Caro Ruini, le spiego perché sta sbagliando
   
di  Ignazio Ingrao   
19/2/2007 
   
Con la sua crociata contro i Dico il capo della Cei mette in discussione la sovranità dello Stato. E rischia di rilanciare l'anticlericalismo. Parola di un allievo di Giuseppe Dossetti »
 
I Dico sono l'ultima frontiera.
La sfida all'Ok Corral del cardinale Camillo Ruini, giunto alla fine della sua ventennale parabola ai vertici della Chiesa italiana. Un epilogo travagliato, segnato prima dallo scontro con il segretario di Stato, Angelo Sodano, poi dalle incomprensioni con il successore, Tarcisio Bertone.
L'ultimo tradimento arriva dall'amico di un tempo, Romano Prodi, aiutato dagli ex di Azione cattolica e della Fuci (Rosy Bindi, Stefano Ceccanti e altri ancora), due organismi che proprio Ruini ha voluto rivitalizzare. Ecco come si spiega la veemenza nello scontro tra il governo e la presidenza della Cei sulle unioni di fatto, che non ha precedenti nemmeno nella battaglia contro il divorzio. Questa la tesi di Alberto Melloni, ordinario di storia contemporanea all'Università di Modena-Reggio Emilia e membro di quella «officina bolognese» fondata da Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo, che ha fatto del rinnovamento impresso alla Chiesa dal Concilio Vaticano II una ragione di studio e di vita.

Il cardinale Ruini ha annunciato una nota «ufficiale, impegnativa e chiarificatrice» sulle unioni civili. Non c'è più spazio per la mediazione?
Rullano i tamburi di guerra ma gli eserciti devono ancora scendere in campo. Aspettiamo di vedere il testo della nota e attendiamo gli sviluppi del dibattito parlamentare. Certo siamo di fronte a uno scontro senza precedenti nella storia dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano.
Anche contro aborto e divorzio la Chiesa schierò tutte le sue forze.
È vero. Ma in quei casi si trattava di battaglie «contro», per cancellare leggi che i cattolici non accettavano. Oggi invece assistiamo a una battaglia che tocca l'autonomia del potere legislativo, perché punta a impedire che una norma venga promulgata. È una questione delicata non solo rispetto al problema della laicità dello Stato ma anche riguardo al tema centrale del ruolo del laico nella Chiesa. Il cattolico impegnato in politica non è un terminale della gerarchia, mantiene intatta la sfera della sua libertà di coscienza. Perciò temo che in questo scontro vengano sacrificati due principi costituzionali: i parlamentari sono eletti senza vincolo di mandato; lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
In cosa gli interventi della Cei sarebbero lesivi della sovranità dello Stato?
Se allo Stato non compete il giudizio sulle materie che riguardano il diritto naturale, come ho sentito affermare da autorevoli esponenti della gerarchia ecclesiastica, vuol dire che gli si riconosce solo una sovranità limitata. Inoltre, nella posizione dei vertici della Chiesa colgo anche una profonda contraddizione: se davvero le convivenze sono una pericolosa minaccia per la società, allora andrebbero proibite. Se vengono tollerate, perché non legiferare per dare loro un assetto chiaro che definisca diritti e doveri? Mi viene il sospetto che dietro la posizione così rigida del presidente della Cei vi possa essere invece un'altra ragione.
Quale potrebbe essere?
Il cardinale forse ritiene che se il governo Prodi non riesce a superare lo scoglio delle unioni civili rischia seriamente di cadere. Non penso che Ruini abbia intrapreso la battaglia contro i Dico perché vuol far cadere il governo, ma sa bene che questa potrebbe essere una conseguenza non troppo remota.
C'è persino chi ascrive a Ruini il disegno di volersi opporre alla nascita del Partito democratico.
Sarebbe ancora più grave poiché non è compito della Chiesa pronunciarsi su quale partito debba nascere. Certo anche questa potrebbe essere una conseguenza dell'azione della presidenza della Cei. Ma c'è un pericolo, che forse le gerarchie ecclesiastiche non hanno debitamente messo in conto: così facendo si annaffia giorno per giorno la pianta dell'anticlericalismo. È una pianta carnivora, che oggi appare insignificante ma cresce silenziosamente e domani potrebbe divorare tutto, come è accaduto in Spagna.
In realtà non solo il capo dei vescovi italiani, ma anche il Papa e gli episcopati di altri Paesi si sono pronunciati contro le unioni di fatto. Sono tutti contro Prodi?
Certamente no. Ma invito a cogliere importanti sfumature di accenti e di tono. Il Papa parla della funzione pedagogica della legge e del pericolo che questa incoraggi le giovani coppie a non seguire la strada del matrimonio. A differenza di Ruini, Benedetto XVI non si è rivolto ai parlamentari, non ha mai cercato di condizionare l'atto positivo di approvazione di una legge. Anche nel suo recente viaggio in Spagna ha sempre parlato a favore della famiglia mai contro il governo Zapatero. Così gli episcopati di altri paesi del mondo, Canada, Francia, Germania, hanno criticato il riconoscimento delle unioni civili ma si sono anzitutto concentrati sulla richiesta di azioni concrete a tutela della famiglia tradizionale. Mi sembra che questo sia anche l'atteggiamento di una fetta consistente dell'episcopato italiano, che non condivide i toni da battaglia finale della presidenza della Cei, ma per ora è ridotto al silenzio.
Lo scontro è condizionato anche dalla fine del mandato del presidente della Cei?
In questi mesi Ruini ha cominciato a fare i conti con la prospettiva della fine del suo mandato ai vertici della Chiesa italiana. Sa che, chiunque sarà il suo successore, non avrà mai il suo stesso carisma, la sua stessa lucidità, la sua stessa passione nel misurarsi con la politica italiana. Perciò è possibile che viva la battaglia sulle unioni di fatto come l'ultima spiaggia, l'eredità spirituale che lascia al Cattolicesimo italiano.
Qual è invece il progetto del cardinale Tarcisio Bertone sulla Cei?
Negli ultimi vent'anni con Ruini i vertici della Chiesa italiana sono stati interlocutori dei partiti prima che della società. Probabilmente il cardinale Bertone, fedele alla visione di Benedetto XVI, per il futuro pensa a una Chiesa italiana capace di farsi interlocutrice della società prima che della politica.
Questo potrebbe significare che la Segreteria di Stato riprenderà in mano a poco a poco i rapporti con la politica italiana, che Wojtyla aveva delegato a Ruini, lasciando alla Cei più libertà ed energie per la missione pastorale, cioè annunciare il Vangelo.


http://www.panorama.it


Pubblicato il 19/2/2007 alle 15.58 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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