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Sicilia Orientale e/o Europa Futura... ?

Un poliziotto morto e una Santa da ricordare, un funerale e una festa.

Sacro e profano tra polemiche, dissensi, prese di posizione. Se ne parla il 6 febbraio, a "Otto e Mezzo", in onda su LA7 alle ore 20:30. Ospiti di Ritanna Armeni e Giuliano Ferrara, Umberto Scapagnini, sindaco di Catania, gli scrittori siciliani Pietrangelo Buttafuoco e Ottavio Capellani, Emanuela Audisio di "La Repubblica".


http://www.la7.it/news/videorubriche/dettaglio.asp?id=902&tipo=13

MOLTO interessante (a mio modo di vedere) il punto di vista di Ottavio Capellani

PS

esclusa quella italiana...

cmq uno sta qui:

http://www.thesusijnagency.com/authors/cappellani.htm



Storia di un delirio
Ottavio Cappellani, scrittore, catanese, alle prese con una città indicibile, un luogo dove si precisa che mai un poliziotto fu ucciso per motivi futili. Tutti dispiaciuti perché Sant’Agata è stata costretta a “purificarsi” Catania. Dieci, Cento, Mille Sigonella, in una città che si stende dalla cima innevata dell’Etna alle strisce di coca preparate direttamente sui tetti delle macchine parcheggiate durante la processione per Sant’Agata. In una città che si è svegliata all’improvviso indignata e vergognata, attonita e stupefatta, sorpresa e dignitosa, meditabonda e decisa, colpita e offesa, come se avesse scoperto soltanto ora. Quanto segue è soltanto una maniera, breve, di raccontare una città estrema, nel bene e nel male, contraddicendo chi sostiene che il fattaccio è accaduto a Catania, ma poteva accadere anche, per dire, ad Ascoli. La questione non è “dove poteva accadere”, bensì “dove era molto probabile che accadesse”. La risposta è: Catania. Come d’altronde sosteneva un recente rapporto dell’intelligence. Catania resta un osservatorio privilegiato: prendete il resto come la cronaca di un delirio, forse soltanto il mio.
Per descrivere la città, partiamo dal “dibattito”. La Sicilia, praticamente l’unico quotidiano letto sotto l’Etna, strumento utilissimo per capirne l’anima, domenica scriveva nell’editoriale in prima pagina (firmato: La Sicilia) – dopo avere dichiarato che Catania è piena di persone per bene e che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio – che la colpa è anche “di quegli intellettuali che con snobismo sono pronti a pontificare”, per subito dopo aggiungere: “Abbiamo apprezzato, ad esempio, l’apertura che la facoltà di Lettere di Catania, che sorge in un quartiere popolare come l’Antico Corso, ha fatto ai giovani del luogo”. Fidandoci ciecamente, e non chiedendoci cosa minchia c’entrasse, ci siamo messi a pensare. Esclusi gli accademici, abbiamo cercato di capire chi fossero questi intellettuali ai quali imputare parte della responsabilità della morte dell’ispettore capo Giuseppe Raciti. Abbiamo stilato un elenco: Franco Battiato, Manlio Sgalambro, Emanuele Macaluso, Andrea Camilleri, Pietrangelo Buttafuoco, Francesco Merlo, Giampiero Mughini, Vincenzo Consolo, abbiamo eliminato Pippo Baudo perché non è snob, ma nel puntiglio investigativo, e, come si dice, “per battere tutte le piste”, abbiamo inserito Carmen Consoli. Di questo si parlava domenica. D’altronde non è che a Catania manchino luoghi da “battere”, né mancano “piste”: abbondano, e semmai sovrabbondano. Un paio di settimane fa durante un’irruzione nel famigerato “palazzo di cemento” di Librino, lo stesso quartiere dove adesso si cercano i responsabili di quanto accaduto, le forze dell’ordine sono state bersaglio di lancio di “bombe carta”, ma la città non si è offesa così tanto. Qui ci offendiamo solamente se c’hanno una buona mira. E’ la prima volta che un poliziotto viene ammazzato per motivi “futili”, si dice, come se le altre volte, invece, i motivi fossero stati “utili”, come se in Sicilia si stesse combattendo una guerra tra due “sistemi”, tra due “costituzioni”, una legale e l’altra no, ma comunque tra due “strutture” sociali, quella mafiosa e quella statale. Non sono un professionista dell’antimafia e mi pare proprio che qui, di “strutture”, non ve ne sia più neanche mezza.
Anche quella religiosa traballa, e i sintomi si avvertono da tempo proprio durante le celebrazioni di Sant’Agata. Tra i “botti”, i palloncini colorati, lo zucchero filato, il torrone, i “sacchi bianchi”, i cappellini, e la sfilata della “carrozza del senato”, seguita da “autorità”, con l’applausometro in cui la città si chiede con il fiato sospeso se hanno applaudito di più Scapagnini o Bianco (sfilata quest’anno sospesa), è in atto un continuo tira e molla tra i vertici della chiesa e i cittadini fedeli-tutti sulla velocità che deve mantenere la Santa affrontando la salita (l’acchianata) di via di San Giuliano. Manco fosse, per dire, la Ferrari. Tre anni fa la Santa andava troppo veloce, non fece in tempo a frenare, e investì, uccidendolo, Paolo Calì, ventidue anni. Nell’editoriale di ieri, sempre La Sicilia, scrive: “Anche l’altra festa, quella della città per la sua Santa, s’è dovuta purificare – niente fronzoli, niente spari o luminarie, niente candelore. Niente che assomigli a un festival”. Non stiamo parlando di un giornalista stanco a cui è scappata la mano, in quelle parole sta lo zeitgeist (e pure la weltanschauung) di Catania: una città dispiaciuta perché la festa religiosa è stata costretta a “purificarsi” (questa è la “logica” catanese), e perché sempre di meno la celebrazione della Patrona assomiglia a un “festival”. Nella mente del catanese il Catania Calcio in seria A, Sant’Agata per le strade del centro storico, e Pippo Baudo a Sanremo si confondono e uniscono in una gioia panica. Non è un paradosso o una provocazione. Il giorno dopo gli scontri e l’omicidio, nella piazza antistante il Cibali, si è svolto regolarmente il “mercatino del sabato”: mentre ancora si cercavano le prove, tentando di ricostruire l’accaduto, qualche migliaio di persone comprava mutande passeggiando sulla scena del delitto.
(06/02/2007)


http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=32159

Pubblicato il 6/2/2007 alle 21.44 nella rubrica Psicologia e Guerra.

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