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30 agosto 2004

Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani...

Barenghi (Jena) sceglie la seconda ipotesi: Non tutte le reazioni sono uguali, anzi non tutte sono reazioni RICCARDO BARENGHI Sono addolorato per la morte di Enzo Baldoni, vittima innocente, come tante migliaia di vittime innocenti, di una guerra «preventiva». Di questa guerra, pur condannando ogni singolo atto di barbarie, occorre non perdere mai di vista le responsabilità politiche e militari originarie, dirette e indirette, che stanno provocando nell'intera area una carneficina senza fine. La gestione del sequestro Baldoni da parte dell'entourage governativo italiano è stata, a mio avviso, irresponsabile. La decisione di palazzo Chigi di rispondere, dopo pochi minuti dall'ultimatum, con un atto di sfida, «noi non ce ne andremo», ha il sapore e il tono di un paese belligerante e non di un paese neutrale in missione umanitaria. Come si fa ad assumere posizioni mediatiche assimilabili alle trattative con il terrorismo interno? C'è una bella differenza tra i sequestri delle Br e quelli in terra irachena. Palazzo Chigi con la sua nota di sfida che io definisco profondamente sbagliata ha deciso di emulare il modo di fare del suo alleato occupante, recando così, a mio parere, un grave pregiudizio alla sorte del sequestrato. Perché il presidente Berlusconi non ha scelto la via del silenzio, della moderazionee del prendere tempo? A ciò si è aggiunto poi lo stesso appello del ministro Frattini che è stato anch'esso, secondo me, improprio e controproducente. Non ci si può presentare alle telecamere di al Jazeera chiedendo la liberazione di Baldoni dopo che il presidente del consiglio, individuato come nemico dai sequestratori, aveva lanciato la sfida del «non ce ne andremo».Bastava l'appello dei figli. Invece no. Ma oramai, lo so, rimangono solo le lacrime per piangere. Ma rimane anche la rabbia verso coloro che hanno voluto questa guerra preventiva, verso coloro che l'hanno favorita o giustificata con il pretesto del «dittatore» mettendo a repentaglio gli equilibri delicati di quell'area e facendola sprofondare in un oceano di sangue innocente. Mandiamo a casa i politici e quei partiti che pensano di essere ad un tavolo di risiko mettendo in gioco le vite degli altri. Via dall'Iraq subito. La «coalizione democratica» o «centro-sinistra» escano dall'ambiguità. Domenico Ciardulli, via e-mail Concordo su tutto, analisi, rabbia, indignazione, dolore, posizione politica. Non concordo solo su una cosa, una cosa che non c'è. E che non essendoci non suona solo come un'omissione ma anche come se si trattasse di un'inevitabile conseguenza di tutto il resto. Parlo ovviamente di quel che accade in Iraq dalla parte degli iracheni e o di chi pretende di interpretarne i desideri. Il terrorismo, insomma, in tutte le sue manifestazioni, autobombe, kamikaze, sequestri, teste tagliate, esecuzioni e via inorridendo. Ecco, la mia opinione è che derubricare tutto questo a una semplice, seppur barbarica, reazione alla guerra sia sbagliato e soprattutto comporta il rischio della semplificazione. Semplifico a mia volta per capirci: tutto quel che accade nel mondo povero è colpa del mondo ricco, che depreda, affama, domina, bombarda. Dunque, se il mondo povero reagisce male la colpa è sempre nostra. Conclusione: se noi ci comportassimo in altro modo, scomparirebbero anche le reazioni più mostruose. Se ce la raccontiamo così, ci rifugiamo in un facile manicheismo che ci impedisce di capire che non tutti i buoni sono buoni e viceversa, ma soprattutto che i cattivi schierati con i buoni rischiano di contaminare la giusta causa, facendole cambiare natura. E che forse in quel mondo esiste una cultura (chiamiamola così) della vita e soprattutto della morte che prima o poi bisognerà affrontare s e non vogliamo sprofondare nel relativismo culturale. In altre parole, se la liberazione dell'Iraq deve passare attraverso decine centinaia di iracheni fatti saltare in aria da altri iracheni o supposti tali, o decine di stranieri sequestrati e decapitati, io non so quanto questa liberazione sia sul serio una liberazione. Non solo per quel che accadrà dopo in un paese liberato anche grazie al terrorismo il quale farà sentire il suo peso nella gestione politico-religiosa dell'Iraq, ma proprio per il fatto in se stesso. Parlo ovviamente a titolo strettamente personale, non penso infatti che qui tutti siano d'accordo con quel che sto per dire, ma tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi. Obiezione: ma se gli americani non se ne vanno, quelli continueranno a tagliare teste. Controbiezione: e se invece continuassero a tagliarle anche senza gli americani? http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Agosto-2004/art79.html Ripreso anche sul Forum di Indymedia: http://italy.indymedia.org/forum/viewtopic.php?t=33335&highlight=barenghi Altri articoli e post in Giornali, giornalismo, diari, blog... 28 Agosto 2004 Quella Milano controcorrente (di Curzio Maltese) ENZO Baldoni è il dodicesimo ostaggio massacrato in Iraq, il secondo italiano, la millesima vittima dell'Occidente in guerra eppure non assomiglia a nessuno degli altri. Non era in Iraq per fare la guerra o per fare soldi e neppure per inseguire la gloria effimera d'uno scoop. Hanno scritto che è stato rapito a Najaf mentre cercava d'intervistare Al Sadr, come altre decine di reporter occidentali. Non è vero. S'era fermato qualche giorno in più per portare un ferito all'ospedale d'Emergency. Una verità troppo umana per esser raccontata dai media. Meglio aggrapparsi al cliché dell'inviato dilettante in cerca del colpo di successo. Il successo Baldoni l'aveva già avuto come pubblicitario di genio, ultimo di cento mestieri, da fotografo di nera a Sesto San Giovanni a traduttore di fumetti americani. Era un uomo ricco di talento e di ironia. Uno strano tipo di italiano, forse il migliore ma anche il più difficile da rendere con la povera retorica dell'informazione nostrana improntata al melodramma. La figura di Baldoni non appartiene alla fauna da sceneggiato televisivo che ci viene descritta nei caritatevoli reportage dal fronte: il povero carabiniere, la body guard con famiglia a carico, il buon missionario, l'intrepido giornalista, il coraggioso volontario. La sua storia non offre spunti al piagnisteo da salotto televisivo e infatti è stata subito rimossa, già la sera dopo, nell'urgenza delle maratone olimpiche. Baldoni rappresentava qualcosa di ormai inconcepibile nel canovaccio nazionale, un individuo: uno libero di coniugare a modo suo la frequentazione con i luoghi comuni della Milano da bere, pubblicità e moda, con l'impegno sociale e la volontà di testimoniare le tragedie del mondo. Una persona in missione in Iraq non per la patria, il partito, l'ideologia, l'azienda o la famiglia ma per se stesso, per cercare di capire "cosa spinge altre persone a imbracciare un mitra". "Voglia di capire" e basta. Non c'è nulla che l'Italia contemporanea abbia meno voglia di capire. Una destra fondamentalista l'ha etichettato "uno di sinistra", anzi un "no global", come tutto quello che i miseri strumenti culturali non le consentono di decifrare. Nella stupida ossessione dell'appartenenza a tutti i costi, la definizione suona comunque sbagliata. Baldoni era semmai vicino al mondo di una Milano democratica, assai minoritaria e pure molto attiva. Quella Milano che raccoglie sotto l'etichetta di "società civile" una piccola galassia di esperienze diverse. Ex sessantottini e rari borghesi liberali, vecchi militanti di partito delusi e ragazzi nati dopo il crollo di tutte le ideologie. Individui appunto, spesso critici, ingenui rompiballe sgraditi a destra ma anche a sinistra. Un mondo sospeso tra la nostalgia dell'impegno politico da anni Settanta e una modernissima visione del mondo globale, isolato in patria ma con impensabili legami e contatti con ogni angolo del pianeta. Il modo migliore per definire Baldoni è "uomo di pace", secondo le parole della figlia, sincere e pulite come la sua faccia. Naturalmente per i fanatici assassini non ha fatto alcuna differenza che il prigioniero fosse lì per fare la guerra o raccontarne il dolore. Nella stessa logica da delinquenti politici, un pezzo di destra non si è vergognato di deridere il "compagno Enzo", donchisciottesca vittima dei propri ideali. Il nemico, per entrambi, non è un essere umano. La morte di Enzo Baldoni potrà servire a quelli come lui, pieni di dubbi e di voglia capire, che per fortuna non sono così pochi. Per comprendere che in questa guerra del fanatismo (orientale e occidentale) contro la ragione e la civiltà nessuno può chiamarsi fuori, inventarsi un'isola felice, fingere che non lo riguardi. (La Repubblica, 28 agosto 2004)




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24 agosto 2004

Cogne, una piccola crepa nelle granitiche certezze della Giustizia in stile ... porta a porta... ?

Entra nel vivo l'inchiesta bis sul delitto voluta dal difensore ora il confronto con le tracce di sangue trovate nella villetta Cogne, 25 persone in Procura prese le impronte digitali L'avvocato Taormina protesta per la fuga di notizie Sopralluogo alla villetta di Cogne La Repubblica, 23 Agosto 2004 AOSTA - Ci sono 25 persone nel mirino della procura di Aosta nell'inchiesta bis sul delitto di Cogne in cui morì il piccolo Samuele Lorenzi e per il quale la madre Anna Maria Franzoni è stata condannata a 30 anni in primo grado. Le 25 persone, soccorritori e vicini di casa che entrarono nella casa subito dopo l'omicidio e tutti abitanti del paesino della Valle d'Aosta, sono sfilate in Procura e sono state costrette a lasciare le loro impronte digitali. Ma l'avvocato Carlo Taormina ha protestato per la fuga di notizie. "Abbiamo denunciato un solo presunto assassino e non 25 presunti assassini", ha commentato il difensore di Anna Maria Franzoni. "La denuncia da me presentata contempla il nome di una sola persona indicata come quella su cui indagare", ha affermato Taormina, aggiungendo che "la circostanza per cui sarebbero state prese le impronte di 25 persone è a me ignota e denota la ripresa di violazioni del segreto da parte degli organi inquirenti, cosa che sarà puntualmente denunziata". Inoltre, Taormina ha reso noto che una delle impronte trovate dal suo pool investigativo ha un segno particolare: una cicatrice sul polpastrello. Il legale ha quindi aggiunto che il fatto che l'immagine dell'impronta digitale sia stata trasmessa da una rete televisiva nazionale rischia di compromettere gli accertamenti e per questo denuncerà la violazione del segreto istruttorio. Le impronte trovate sono quelle di tre dita della stessa mano: un indice, un medio e un anulare. Sul polpastrello del dito centrale si evidenzierebbe una cicatrice. Le impronte sono state rilevate sulla porta di accesso alla camera da letto in cui fu ucciso Samuele. "Le prime due le abbiamo trovate noi, la terza i consulenti della procura in un successivo sopralluogo nella zona", ha spiegato Taormina, secondo il quale "attraverso un fermo immagine televisivo dell'immagine dell'impronta fatta vedere in tv potrebbe essere possibile riconoscerla e, magari, anche intervenire, da parte della persona interessata, per modificare il polpastrello". Tra pochi giorni si conosceranno i risultati del confronto con le tracce di sangue e le impronte trovate nella camera da letto della villetta. I tre periti nominati dalla procura di Aosta - il medico legale Roberto Testi, il colonnello dei carabinieri in congedo (ex Ris) Giovanni Lombardi e il sovrintendente della polizia scientifica Giuseppe Privitera - hanno cominciato a lavorare alle nuove comparazioni nello scorso fine settimana. E sempre la scorsa settimana i carabinieri di Aosta hanno convocato le 25 persone entrate nella villetta di Montroz il giorno in cui fu ucciso Samuele Lorenzi. "Era un atto obbligatorio, un'acquisizione necessaria - commentano in Procura - dopo il rinvenimento delle impronte sulla porta della stanza". Si tratta di impronte mai rilevate prima e che l'inchiesta-bis sollecitata dalla difesa di Anna Maria Franzoni, ha richiesto. La nuova indagine, infatti, è nata in seguito alla denuncia presentata dall'avvocato Taormina in cui si ipotizza una soluzione alternativa a quella che ha portato il gup aostano Eugenio Gramola a emettere una sentenza di condanna nei confronti della madre del piccolo Samuele. Il legale ha indicato nell'esposto la presenza di alcune macchie di sangue all'interno della villetta. Per il momento sono esclusi nuovi sopralluoghi nella casa. (23 agosto 2004)




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21 agosto 2004

Complici nelle torture medici e psichiatri militari americani in Iraq e in Afghanistan (Lancet)

Washington. Sono complici nelle torture i medici militari americani in Iraq e in Afghanistan. L’autorevole rivista specializzata Lancet (*) cita casi agghiaccianti: certificati di morte falsificati per assicurare l’impunità agli assassini, segni evidenti di sevizie ignorati nei referti medici, e almeno un caso in cui un prigioniero svenuto venne rianimato dal medico perché le torture potessero continuare. Lancet, pubblicata a Londra, è una delle più prestigiose e documentate riviste scientifiche del mondo. Le rivelazioni sono accompagnate da un editoriale che invita a rompere la consegna di omertà. La direzione della rivista richiama medici e infermieri al loro dovere professionale: “Coloro ai quali è stato chiesto, in nome della disciplina, di rinunciare a mettere i diritti dei pazienti al di sopra di ogni altro interesse devono protestare con forza e rifiutare ogni cooperazione con le autorità”. La presa di posizione di Lancet coincide con un rapporto del Pentagono sul carcere di Abu Ghraib, che sarà presentato la prossima settimana al congresso americano. Il rapporto esprime un biasimo generico nei confronti degli alti gradi militari, venuti meno ai loro obblighi di vigilanza, ma non menziona le responsabilità dei politici e scarica la colpa su 24 guardie carcerarie e agenti dei servizi segreti addetti agli interrogatori. Nonostante queste conclusioni di comodo, il rapporto non può fare a meno di citare il personale medico che era al corrente degli abusi ma non fece nulla per mettervi fine. L’autore dell’articolo di Lancet è il professor Steven Miles, docente di bioetica all’università del Minnesota. Il professore e i suoi collaboratori hanno studiato gli atti delle commissioni d’inchiesta del congresso e della magistratura militare, i verbali degli interrogatori di guardie e detenuti, le testimonianze raccolte da Human Rights Watch e da altre istituzioni per la difesa dei diritti umani, i resoconti della stampa. Da tutto questo materiale emerge una situazione costante: in Iraq come in Afghanistan e nel campo di Guantanamo, il personale medico ha assistito passivamente alla tortura dei detenuti e in qualche caso vi ha partecipato attivamente. Un esempio è citato nella deposizione giurata di un detenuto ad Abu Ghraib. Un prigioniero politico iracheno è svenuto sotto le percosse dei soldati americani. Il personale sanitario del carcere lo ha rianimato e lo ha lasciato nelle mani degli aguzzini perché le torture continuassero. Due detenuti dello stesso carcere hanno riferito il caso di un medico che ha affidato a una guardia carceraria senza alcuna preparazione sanitaria il compito di cucire le ferite di un prigioniero. Un agente della polizia militare ha confessato che un infermiere ha inserito una fleboclisi nelle vene di un detenuto morto sotto la tortura per fare credere che fosse ancora vivo durante il trasporto in ospedale. “I certificati medici – scrive il professor Miles – attribuivano abitualmente la morte dei detenuti ad attacchi di cuore e ad altre cause naturali, senza menzionare i maltrattamenti che le avevano provocate”. L’articolo cita un esempio documentato da Human Rights Watch: i soldati americani picchiarono un detenuto fino a fargli perdere i sensi e lo legarono imbavagliato alla porta della cella, dove morì. Il medico di Abu Ghraib certificò che la morte era avvenuta “per cause naturali durante il sonno”. Soltanto quando scoppiò lo scandalo il Pentagono cambiò il certificato e classificò la morte come omicidio. Nessuno è stato punito. l'Unità, 20 Agosto 2004 riportato da un anonimo in Blog Trotter, Commenti (anche in Blog Trotter Monitor) Army Doctors Involved in Abu Ghraib Abuse Fri Aug 20, 2004 03:04 PM ET By Deborah Zabarenko WASHINGTON (Reuters) - U.S. military doctors working in Iraq collaborated with interrogators in the abuse of prisoners at Abu Ghraib prison outside Baghdad, an article in the British medical journal The Lancet said on Friday. A U.S. military spokesman said the article was inaccurate, and a spokesman for an American physicians group said that if the accusations are true, the doctors and other medical personnel should stand trial. The Lancet report by University of Minnesota professor Steven Miles suggested that some doctors falsified death certificates to cover up killings and hid evidence of beatings, and one detainee who collapsed after a beating was revived by medics so that the abuse could continue. "Army officials stated that a physician and a psychiatrist helped design, approve and monitor interrogations at Abu Ghraib," Miles wrote, citing U.S. congressional hearings, sworn statements of detainees and soldiers, medical journal accounts and aid agency information. The Pentagon denied Miles' report. "The Department of Defense takes strong exception to these allegations and (Miles') wholesale indictment of the medical care rendered by U.S. personnel to prisoners and detainees," Army Lt. Col. Joe Richard said in response to questions. Richard said the Lancet article was inaccurate and based on "carefully selected media reports and excerpted (Capitol) Hill testimony and not first-hand investigative work or accounts." He added that investigations were under way into prison operations in Iraq and Afghanistan and if any transgressions of the Geneva Conventions or U.S. military regulations occurred, those responsible would be held accountable. 'THEY SHOULD BE SUBJECT TO TRIAL' "If the facts are as they have been reported, with physicians and medics participating essentially in torture of prisoners ... these are the kinds of abuses that we properly prosecuted and associate, I'm sorry to say, with the actions of medical personnel during the Third Reich," said Robert Musil of the group Physicians for Social Responsibility. "If there are physicians, medics who are engaged in this sort of thing, then they should be subject to trial and court martial," Musil said by telephone. "Then the facts would be brought out in a military court." Reuters, Continued ... Physicians for Social Responsibility (PSR) is a leading public policy organization with 24,000 members representing the medical and public health professions and concerned citizens, working together for nuclear disarmament, a healthful environment, and an end to the epidemic of gun violence. Founded in 1961, PSR led the campaign to end atmospheric nuclear testing by documenting the presence of Strontium 90, a byproduct of atomic test, in children's teeth. During the following two decades, PSR's efforts to educate the public about the dangers of nuclear war grew into an international movement with the founding of International Physicians for the Prevention of Nuclear War, with whom PSR shared the Nobel Peace Price awarded to IPPNW in 1985. During the 1990s, PSR built on this record of achievement by ending nuclear warhead production and winning a comprehensive ban on all nuclear tests. Understanding that nuclear war continues to be the most acute threat to human life and the global biosphere, PSR reaffirms its commitment of nearly forty years to the elimination of nuclear weapons and the reversal of the arms race and the national budgetary priorities which fuel that race, sacrificing our nation's health, social and economic needs. Recognizing that new dangers now threaten us, PSR has expanded its mission to include environmental health, addressing issues such as global climate change, proliferation of toxics, and pollution. Facing an epidemic of gun violence that kills 28,000 Americans a year, PSR also works to address firearms as a major public health menace.




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14 agosto 2004

Incendio a Piazza Grande: Appello per la Solidarietà.

Incendio a Piazza Grande» Il racconto delle prime ore Venerdì 23 luglio il capannone di Via libia 69, sede dell'Associazione Amici di Piazza Grande è stato reso inagibile dalle fiamme. Leggi il racconto delle prime ore che hanno seguito l'incendio.. » Fuoco Il fuoco e gli incendi nella storia, in letteratura e al cinema. Un insieme di pensieri, idee e frammenti di ricordi sparsi. » La solidarietà Nei giorni subito successivi all'incendio la città, le Istituzioni e i semplici cittadini si sono mossi e hanno voluto comunicare la propria solidarietà all'Associazione. Nelle nostre pagine i nomi i messaggi della solidarietà. » Sotto il ponte di via Libia L'associazione Amici di Piazza Grande aveva sede in via Libia 69 dal 1996. In questi anni la storia del capannone e quella di Piazza Grande di sono rese inscindibili. Sotto il ponte avevano sede tutte le attività ell'Associazione. www.piazzagrande.it

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  • 11 agosto 2004

    Quando gettar via la plastica e riciclarla conviene

    Dalla Polonia un sistema per produrre - al ritmo di 500 litri di combustibile all'ora, la normale "verde" Benzina alle stelle? Basta riciclare la plastica... Tutto sembra possibile nel mondo delle quattro ruote. Soprattutto quando la benzina arriva alle stelle e la voglia di affondare il piede sull'acceleratore invece non diminuisce. Così, un simpatico signore polacco, tale Zbigniew Tokarz originario di Niewiadow, una cittadina a 30 chilometri da Lodz in Polonia centrale, ha pensato bene di produrre benzina riciclando la plastica raccolta. La macchina da lui costruita è in grado di dare fino a 500 litri di combustibile all'ora, secondo quanto scrive il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Ed a riprova che le ricerche sono già oltre la fase iniziale, il giornale scrive che la società fondata da Tokarz "Tecnologie ecologiche", potrebbe fra poco entrare in joint venture con un gruppo industriale australiano mentre una sua macchina è stata già acquistata da un'altra società di Ostrava, in Repubblica ceca. "Anche tedeschi, irlandesi e cinesi hanno mostrato interesse alla mia scoperta", ha detto Tokarz. Tanto più che il processo di produzione non sembra molto complicato: i prodotti in plastica gettati via dopo il loro uso (dalla pellicola trasparente per coprire i cibi alle bottiglie dell'acqua o del latte fino ai pezzi di paraurti delle autovetture), vengono fatti sciogliere lentamente e gradualmente (perché non si carbonizzino) in un reattore catalitico a temperature che arrivano fino a 400 gradi. La materia prima diventa liquida e, grazie alla catalizzazione attraverso un composto di alluminio, si trasforma in vapore di idrocarburi, simili a quelli presenti nel petrolio o nel gas naturale. Il prodotto finale, anche gli scarti, non è inquinante per l'ambiente. Rispetto a esperimenti simili condotti in Giappone e Germania, la macchina del polacco funziona senza bisogno di ricorrere all'alta pressione, e non puzza. Dopo il raffreddamento si ottiene carburante liquido che la società di Tokarz consegna a due raffinerie polacche. Nella distillazione finale si ottengono fino al 18% di benzina ed al 47% di olio combustibile. Il processo di produzione inventato da Tokarz è quasi interamente automatizzato, per accudire la macchina (dalla forma simile ad un container) bastano due uomini che introducono l'immondizia di plastica in una specie di tritatutto che la riduce in pezzetti minuscoli. Solo in Polonia la raccolta della spazzatura, secondo stime attuali, produce fino a 1,4 milioni di tonnellate di plastica. "La mia macchina può lavorare in condizioni estreme, anche direttamente nei centri di raccolta della spazzatura", ha detto Tokarz. Per ora la plastica da riciclare viene portata dai diversi centri di raccolta del paese a Niewiadow, dove si svolge la produzione. Ma già entro la fine dell'anno la società di Tokarz avrà sette macchine in funzione e offrirà lavoro a 80 polacchi. (La Repubblica, 11 agosto 2004)




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    10 agosto 2004

    La sottile ed ipocrita differenza tra GENOCIDIO e la PRATICA DI DIFFUSO ASSASSINIO ...

    Yahoo! Notizie Lunedì 9 Agosto 2004, 20:16 Sudan, per Ue non ci sono prove genocidio in Darfur BRUXELLES (Reuters) - L'Unione Europea ha reso noto oggi che la sua missione esplorativa in Sudan non ha trovato prove di genocidio nella problematica regione del Darfur, anche se è evidente una situazione di violenza diffusa. "Non siamo di fronte a una situazione di genocidio", ha detto a una conferenza stampa Peter Feith, consulente del responsabile della Politica estera dell'Unione Javier Solana, dopo il suo ritorno da una visita in Sudan. "Ma è evidente che la pratica dell'assassinio è diffusa, silenziosa e lenta così come è di grandi dimensioni quella di bruciare i villaggi", ha aggiunto Feith. Il consulente ha anche detto di nutrire dubbi sulla volontà del governo sudanese di collaborare per disarmare le milizie arabe Janjaweed, i cui massacri ai danni dei villaggi del Darfur hanno creato un'emergenza umanitaria nella regione. Ma ha aggiunto che l'Unione Europea e gli altri attori internazionali non hanno altra scelta che collaborare con Kartum per riportare la pace nell'area, perché nessuno di loro è preparato ad avviare un'efficace iniziativa militare in Darfur. "Ci sono notevoli dubbi sulla volontà del governo del Sudan di svolgere il proprio dovere di proteggere la popolazione civile dagli attacchi", ha detto. Il Congresso americano ha definito genocidio la campagna di saccheggi, incendi e omicidi in atto in Darfur, dove i ribelli accusano il governo di aver armato le milizie Janjaweed per operare una pulizia etnica. Yahoo News




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    9 agosto 2004

    Lo strano caso del Falso Stato di Gerusalemme

    Signor Ministro, sul sito ufficiale del Ministero degli italiani nel mondo, risulta esservi una città divenuta Stato. Essa si chiama Gerusalemme. Nessuno sapeva che questa città era divenuta uno Stato. Sappiamo dal sito che vi abitano 1690 italiani. Come si chiamano? Italo-gerosolimitani? Lei, Signor Ministro per gli italiani nel mondo, e' riuscito ad inventare un nuovo Stato, una nuova nazione, pur di poter giustificare la notizia che ci da, sempre sul sito ufficiale del Ministero, alcune righe piu' sotto, dove alla voce Israele corrisponde capitale Tel Aviv. Intendiamo precisarle, Signor Ministro, che lo status di Gerusalemme, quale Capitale dello Stato di Israele, e' stato reiterato da tutti i Governi israeliani a partire dal primo, nel 1948, e gia' nel 1949 Ben Gurion, quale Primo Ministro, si adopero' per reinsediare il Governo a Gerusalemme dove ha sede il Parlamento (Knesset) e dove hanno sede i ministeri, persino un paio di ambasciate di Paesi piu' coraggiosi del nostro e incuranti del ricatto e delle minacce arabe. Ci appare francamente soprendente che si prendano in giro gli italiani, non solo nel mondo, soprattutto quelli che vivono a Gerusalemme e che sono convinti di essere israeliani oltre che italiani, inventando uno Stato che non c'e' dove vivono! Dire che Gerusalemme e' uno Stato, con capitale Gerusalemme, e' una bugia, scriverlo su un sito ministeriale del Governo e' ancora peggio. Per sua informazione, Signor Ministro, la informiamo che Tel Aviv non e' mai stata Capitale di Israele. Ci sembra che il suo tentativo di imitare la politica degli antichi romani che all'epoca hanno voluto cancellare Gerusalemme chiamandola Aelia Capitolina sia ridicolo e anti-storico. Vorremo anche ricordarle, Signor Ministro, che nel nuovo Stato Gerusalemme, dove si arriva per una strada in salita, ai cui lati si possono vedere i resti dei carriarmati lasciati la' a ricordo delle battaglie combattute da Israele per potersi difendere dai paesi arabi confinanti, che hanno cercato di occuparla ripetutamente negli ultimi 50 anni, vi è la sede di tutti i Ministeri israeliani. Deborah Fait Iscritta al Prt Sergio Rovasio Segretario Generale Deputati Radicali al Parlamento Europeo inviato a Blog Trotter, Commenti il 09.08.2004 15:42:03 Radicali.it




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    9 agosto 2004

    Il Cinema che ... passa per la testa

    Mi sto divertento a sperimentare due sistemi per la creazione di Corsi in Rete: ATutor, in UniSub e Moodle, in UniArco, dove ARCO sta per "Arte, Letteratura, Psicologia, Comunicazione" ... e naturalmente è previsto almeno un corso sul Cinema. Una cosa seria? Sì e no, perchè da un lato il divertimento sta nel demitizzare le cosiddette 'Università in Rete', per gli anglofili 'Online', facendo loro un po' il verso, e dall'altro di dimostrare che una Libera Università in Rete, dove a turno ci si scambiano i ruoli di 'docente' e 'studente', e ciascuno 'insegna' e 'impara', forse ha un senso... e allora proviamoci ! Questo Corso sul Cinema (ma mi piace di più Percorso, o Cine Trek) nasce da alcuni commenti di Paco su Lapsus, al Cannocchiale.it, a proposito di strumenti per l'e-learning in rete (come viene orribilmente e pomposamente denominato) da cui ho scoperto il suo Cine Blog mipassaperlatesta ... appunto ;-) L'ho anche invitato qui come 'docente', ma nicchia :-D Allora ho pensato: il Cine Trek intanto esiste già sul suo blog, e da lì partiamo, con tanto di link aggiornati agli argomenti via via lì affrontati. Buon viaggio




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    8 agosto 2004

    Chi sono i coloni israeliani? Quanti? Da dove vengono? Dove andranno, se andranno?

    Scrive Sentinella sulle mura, in Spazioforum.net, Medio Oriente e certo che c'è una tensione interna! a voi da' fastidio il transfer di un olivo ma non vi da' fastidio il transfer di migliaia di israeliani piu' la distruzione di anni e anni di fatiche...... senza contare la perdita di lavoro per quei palestinesi che ancora lavorano in imprese israeliane nei territori. Chi sono i coloni in Israele e nei Territori ? Quanti sono ? Da dove vengono ? Dove andranno, se andranno ? Il tutto in Blog Trotter Monitor, estrapolato da Blog Trotter, Segnali di ... pece, di Leonardo Coen.




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    6 agosto 2004

    Letteratura 'buona' o buona letteratura ?

    viene da chiedersi leggendo la sibillina conclusione dell'articolo di Gabriele Romagnoli, su 'Repubblica' di oggi Una giornalista australiana ha svelato che la vicenda era falsa Forbidden LoveNorma Khouri sosteneva di aver narrato la morte di un' amica Una giornalista australiana ha svelato che la vicenda era falsa Bestseller choc sulle donne arabe Ma si scopre che è solo una truffa di GABRIELE ROMAGNOLI ... Quando l'inchiesta giornalistica è finita, la sua biografia è risultata la seguente: Norma Khouri è emigrata dalla Giordania agli Stati Uniti all'età di tre anni, insieme con la madre. Ha vissuto a Chicago, dove ha sposato un tal John Tolioupoulos, ricercato dall'Fbi per truffe immobiliari ed è svanita dal territorio americano nel 1999, per riapparire trionfalmente in Australia dove ha ricevuto asilo politico. Ora il suo romanzo è stato ritirato dalle librerie. E noi restiamo a girarne le pagine con sentimenti contrastanti. Il primo è l'irritazione. C'è modo e modo di barare con i lettori e i media. Quando, dopo aver elencato una serie impressionante e truculenta di delitti d'onore scrive "quello di Dalia non ha avuto una riga sui giornali" accusa giustamente il cinismo della stampa (che di storie così ne racconta una l'anno, poi si stanca), ma ehi, questo era l'unico caso di cui proprio non si poteva avere e dare notizia. E tutto passi, ma non la dedica finale "a Dalia, che mi ha fatto piangere e sarà sempre parte della mia esistenza". Il secondo sentimento è il disagio. La storia è fasulla, d'accordo, ma ha il pregio di aver fatto conoscere a migliaia di persone la condizione delle donne in Giordania e al loro movimento sono devoluti parte dei diritti (così afferma la copertina, sperando non sia un'altra bufala). La domanda che dobbiamo farci è: avrebbe ottenuto la stessa attenzione se fosse stata presentata come fiction? La risposta sincera è no, perché l'Occidente non chiede buona letteratura araba, ma autobiografie truculente condite da fatwa su autori perseguitati. (6 agosto 2004) L'Occidente non chiede ... buona letteratura araba... o non chiede letteratura buona araba ???? Andiamo un po' più a fondo nella vicenda... Author Norma Khouri to provide evidence of her life in Jordan The World Today - Thursday, 5 August , 2004 12:34:00 Reporter: Tanya Nolan EDMOND ROY: The lawyer representing the controversial author, Norma Khouri, says she's compiled crucial evidence to prove she did live in Jordan between 1973 and 2000. It's been nearly two weeks since an Australian journalist alleged that Ms Khouri grew up in the United States, casting doubt on the authenticity of her best-selling non-fiction novel Forbidden Love, which talks about the honour killing of her best friend Dalia. Her Australian publisher Random House says it's increasingly concerned about Ms Khouri's silence and hasn't heard from her in the past nine days. But her Brisbane-based lawyer Peter Black, who spoke to Ms Khouri late last week, has been telling Tanya Nolan that the author has not given a firm date on when or where she will publicly reveal her evidence. PETER BLACK: Well, she told me that it would be within days, so I suspect that it would be this week, although depending upon her progress in obtaining her documentation, that could change. TANYA NOLAN: And you say that she's been offered media deals to tell her story here in Australia. Has she said whether she will accept any of them? PETER BLACK: No, she has not, no. It's clear that this is a worldwide bestseller, and her response to the Herald's allegations might not necessarily be centred in Australia, of course. TANYA NOLAN: So you can't tell us where she is at the moment, and whether she will make public her evidence in that location? PETER BLACK: I'm not instructed to advise where she's located, no. TANYA NOLAN: You said earlier this week that Ms Khouri is sure that the book will be back on the shelf as soon as the evidence is produced. If so, if she is so sure of the story's authenticity, why wouldn't she come out and defend herself sooner? PETER BLACK: Well, I suspect that she wants to have documentation which proves her story, as opposed to simply making a statement out of her own mouth. I suppose the documentations are concrete proof of where she was at relevant times. She has told me that she has evidence to prove that she was in Jordan between 1973 and 2000, for example. TANYA NOLAN: Okay, so that's a critical piece of evidence. Is that the only piece of evidence she has to support that particular claim? PETER BLACK: Well, I think there's more to come. TANYA NOLAN: Well, the longer that she stays silent it appears there would be more allegations made against her. We heard late last week the claims that the FBI had been investigating her for alleged fraud. Will it be difficult for her to clear her name now? PETER BLACK: Well, of course. I mean, if the damage can stick, I suppose. So, yes, it will be difficult for her to clear her name, and no doubt when she is able to prove that her story is true, then she will no doubt examine her… any recourse that she may have at that time. TANYA NOLAN: What sort of recourse are you talking about? PETER BLACK: Well, certainly, initially we spoke about bringing some sort of proceedings to seek recompense for any damage to her reputation, however that was very early on in the piece, and really at the moment she's focussed purely and simply on getting together the information and the documentation to refute the allegations that have been made. TANYA NOLAN: But there is a possibility she could sue for defamation? PETER BLACK: Well, it's always a possibility, but let's wait and see what comes to light. EDMOND ROY: Norma Khouri's lawyer, Peter Black, speaking there with Tanya Nolan. ©2004 ABC On Tuesday 28/01/2003 Feature Interview: Norma Khouri Norma Khouri is a young and courageous woman from Jordan who fled her country in fear for her life - she wasn't running away from public officials or a crime she committed - instead she was running from her own family. Norma's Khouri's best friend was killed by her father for secretly meeting with a man - an act punishable be death in Jordan. She was just twenty six years old and a virgin. After her friend's death, Norma could no longer fit into a family who justified what's known as honour killings - so she fled to seek a refuge in another country. Norma Khouri has turned her amazing story into a book titled, 'Forbidden Love'. © 2004 ABC




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