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7 giugno 2004

Un grande portale rivolto ai 75 milioni di ragazzi della Ue a 25

Portale Giovani EuropaNotizie, giochi, indicazioni utili per vacanze e lavoro L'Europa cerca su Internet un rapporto con i suoi giovani Il sito punta sull'interattività: dai sondaggi alle chat con le istituzioni e gli uomini dell'Unione di DANILO CHIRICO Un portale da oltre diecimila link con un numero impressionante di indirizzi, notizie e informazioni sull'Europa. Un nuovo strumento per tentare di far nascere i nuovi cittadini europei. Aperti al confronto, che parlano più lingue, che partecipano alla vita dell'Ue. L'Unione europea apre le porte ai suoi 75 milioni di giovani dei 25 Paesi membri e cerca di raggiungerli attraverso la rete. Da qualche giorno è on line - all'indirizzo http://europa.eu.int/youth - il Portale della gioventù europea. L'home page offre l'idea di un sito soprattutto utile. Quasi che ci sia il tentativo di inaugurare, finalmente, un nuovo tipo di comunicazione istituzionale. Sulla sinistra dello schermo del Pc - in blu - c'è la parte dedicata alle informazioni che sono divise in sei sezioni (studio, lavoro, volontariato, diritti dei ragazzi, siti dedicati ai giovani e informazioni sull'Europa) con l'obiettivo di rendere il più possibile rapido l'accesso alle notizie. Diventa più immediata, per esempio, la ricerca degli indirizzi utili a trovare lavoro all'estero, a organizzare un viaggio studio, a scovare un istituto di formazione, a stringere contatti e relazioni con associazioni ed enti di uno dei 25 Paesi dell'Unione. E diventa più semplice capire come funziona la nuova Europa, cosa sta dietro alle sue istituzioni. Ai servizi ogni cittadino potrà accedere con la propria lingua anche se in questi primi giorni, caratterizzati da numerosi inconvenienti tecnici, per chi non conosce l'inglese la navigazione è difficile. Nella parte centrale dell'home page grande spazio è dedicato alle notizie e agli eventi dedicati ai giovani. Un link interessante (http://www.barcelona2004.org) rimanda al Festival mondiale della gioventù di Barcellona (8-14 agosto 2004). Ancora in home page si trova un gioco curioso, EuropaQuiz: rispondendo a una serie di domande sull'Unione, entro il 13 giugno (giorno delle elezioni europee), c'è la possibilità di diventare presidente virtuale dell'Ue e, soprattutto, di vincere un viaggio vip a Strasburgo. Saranno premiati i 25 più bravi. Ma l'obiettivo forse più ambizioso del nuovo portale è creare una vera comunità telematica dei giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni. Il webmaster chiede la collaborazione dei navigatori per avere consigli e impressioni sul sito (alla casella email: EAC-PORTAL-YOUTH@cec.eu.int) che - l'avviso è in home page - è ancora in costruzione. Ma non solo. La parte in verde alla destra dell'home page è dedicata alla partecipazione. Alla vita del sito e alla vita dell'Unione. Sono stati attivati tre forum di discussione (ai quali, sinora, sono iscritti solo poco più che un centinaio di utenti), mentre un link è dedicato alla possibilità di mettere in rete e, quindi, condividere le storie personali. E i vertici dell'Ue hanno anche deciso di provare a capire cosa pensano i giovani della nuova Europa. Così nel portale c'è, per esempio, un sondaggio sulla Costituzione. Il momento più interessante però potrebbe diventare quello della chat (all'indirizzo http://europa.eu.int/comm/chat/reding/index_it.htm). Scaricando i tradizionali software è possibile avviare due tipi di conversazione informale. Una - che prevede anche un accesso in diretta alle immagini provenienti da Bruxelles - con i rappresentanti istituzionali dell'Unione che invitano a discutere con loro sulle questioni europee di maggiore attualità, l'altro tutto dedicato ai giovani che dovranno accogliere la sfida di riuscire a confrontarsi nonostante parlino 20 lingue diverse. Si tratta adesso di risolvere i troppi problemi tecnici e di lanciare il portale tra i giovani: nei prossimi mesi sono previsti eventi di presentazione in tutti gli Stati membri. Per farlo diventare davvero uno strumento di lavoro e di partecipazione democratica. (La Repubblica, 7 giugno 2004) Il portale destinato in maniera specifica alle esigenze dei giovani, è stato lanciato dalla Commissione Europea il 26 Maggio 2004, con accesso ad oltre 10.000 siti nelle 20 lingue dell'UE. Il portale è stato creato da giovani europei e contiene informazioni sull'Europa di interesse per i giovani: viaggiare, studiare e lavorare in un altro paese UE. L'obiettivo del portale è di offrire al maggior numero di giovani possibile rapido e facile accesso alle informazioni sull'Europa legate ai temi di loro interesse e di accrescere la loro partecipazione attiva alla vita pubblica. Alla fine di una conferenza stampa il 26 maggio, i giovani e tutti coloro che sono interessati alle problematiche giovanili, saranno invitati a partecipare ad una chat interattiva con le Commissarie Viviane Reding e Dalia Grybauskaitë dalle 13.00 alle 15.00. Nei singoli Stati membri verranno inoltre organizzati una serie di eventi per il lancio del portale a livello locale. Website: http://europa.eu.int/youth Chat: http://europa.eu.int/comm/chat/reding/index_it.htm




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5 giugno 2004

Coppie e famiglie, di fatto. Al GayLesbianTransBisexual Pride di Milano

GayLesbianTransBisexual Pride di MilanoOrgoglio GLBT (gay – lesbian – trans - bisex) Migliaia di persone e 12 bandiere Pride Milano 04: sfilano i vessilli dei 12 paesi in cui esiste una legge che tutela le coppie di fatto. Party di chiusura con Ivana Spagna Web Staff, 5 giugno 2004 Gay Pride: migliaia al corteo nel centro di Milano (ANSA) - MILANO, 5 GIU - Migliaia di persone partecipano a Milano al colorato corteo del Gay Pride 2004, con in testa Franco Grillini e Alessandro Cecchi Paone. La manifestazione e' aperta da uno striscione, con i colori arcobaleno della pace, che sintetizza il tema della manifestazione di quest'anno: 'Famiglie di fatto, di fatto famiglie!'. Tema della giornata e' infatti il riconoscimento delle famiglie di fatto e nel corteo vi sono le bandiere di dodici Stati europei in cui esiste una legge che le tutela. Da "La Repubblica" del 05.06.04 di Luigi Bolognini Gay Pride, la sfilata dei 50mila Dopo le polemiche per il passaggio in piazza Duomo, oggi è il giorno del corteo dell´orgoglio omosessuale. "Chiediamo pari diritti per le coppie dello stesso sesso" È il giorno del Gay Pride. Una sfilata di 50mila persone, queste le aspettative, che partirà da via Palestro alle 17 per raggiungere il Castello alle 19.30 dopo essere passato per le strade del centro: corso Venezia, San Babila, via Matteotti, piazza Scala, piazza Duomo, via Cordusio. Il passaggio in Duomo, prima negato con una decisione che aveva suscitato polemiche politiche e accuse di censura e poi autorizzato, è «marginale, tocchiamo solo un angolo della piazza, e non abbiamo intenti dissacratori o anticlericali» assicurano gli organizzatori. Che dicono: «Sarà solo una festa dell´orgoglio di essere gay, lesbica, bisessuale o trans, una festa allegra e divertente con cui rivendichiamo pari diritti». Non a caso lo slogan è "Famiglie di fatto, di fatto famiglie", per l´istituzione in Italia del Pacs, il patto civile di solidarietà che già esiste in Francia e da ieri anche in Svizzera. «È il dodicesimo stato europeo a riconoscere legalmente le coppie gay e lesbiche - dice il segretario dell´Arcigay Sergio Lo Giudice - L´opposizione della maggioranza parlamentare italiana tiene il nostro paese inchiodato a oscurantismo e inciviltà». Ma le coppie di fatto andrebbero riconosciute non solo dallo Stato ma anche dalle Regioni. La pensa così il segretario lombardo dello Sdi Roberto Biscardini che ha presentato un progetto di legge in questo senso al Pirellone. I socialisti sono uno dei partiti che aderiscono al Gay Pride: gli altri sono Ds, Verdi, radicali e umanisti, oltre che Cgil e Uil. A fine corteo, in piazza Castello, si esibiranno Jo Squillo e Viola Valentino, in serata alla discoteca Borgo del tempo perso in via Fabio Massimo canterà Ivana Spagna. Arcigay Samedi 5 juin 2004 Un premier mariage homosexuel sur fonds de manifestations et de polémiques politiques --par Pierre Sauvey-- AP | 05.06.04 | 18:13 BEGLES, Gironde (AP) -- Dans une atmosphère à la fois tendue et confuse, Stéphane Chapin et Bertrand Charpentier se sont dit «oui» samedi à l'hôtel de ville de Bègles (Gironde), où leur union -le premier mariage gay en France- a été célébrée par le maire Noël Mamère. Réaffirmant l'opposition du gouvernement, le ministre de l'Intérieur Dominique de Villepin a annoncé qu'il engageait une procédure de sanction administrative contre l'élu Vert. Si le mariage de Stéphane Chapin, un aide-soignant de 34 ans, et Bertrand Charpentier, un magasinier de 31 ans, s'est déroulé dans la plus grande émotion à l'intérieur, c'est un climat extrêmement tendu qui régnait devant la mairie. Environ 500 personnes, favorables au mariage et opposants, sont restés face à face en échangeant des slogans, souvent très violents de la part des opposants. Deux cents policiers étaient chargés de prévenir tout incident et un leurre avec deux faux mariés, qui ont dû fuir devant des manifestants, a été organisé pour permettre au vrai couple de pénétrer dans l'enceinte de la mairie. En début de matinée, Philippe de Villiers, ceint de son écharpe tricolore, était venu effectuer une brève déclaration devant l'hôtel de ville béglais «au nom de milliers d'élus qui s'opposent à ce mariage». Il a demandé au président Jacques Chirac «d'intervenir avec une parole forte» et au Premier ministre d'engager la procédure de révocation du maire de Bègles qui a failli à sa mission». Sitôt le mariage célébré, le ministre de l'Intérieur Dominique de Villepin a annoncé qu'il lançait une procédure de sanction contre Noël Mamère. Le garde des Sceaux Dominique Perben a pour sa part indiqué qu'il demandait, «conformément à la loi, qu'une requête en nullité soit immédiatement présentée au tribunal de grande instance de Bordeaux». Dans ce contexte très passionnel, les deux mariés ont reconnu avoir ressenti «beaucoup de stress, mais aussi beaucoup de rêve et beaucoup d'émotion». Ils sont arrivés dans une Rolls Silver Shadow bronze métallisé de 1971, avec chauffeur, prêtée spontanément par un collectionneur bordelais. Ils ont affirmé ne pas avoir encore mesuré le fait de représenter un symbole. «Il faut peut-être nous laisser le temps de voir, de souffler», a expliqué Stéphane. «Si on est venu jusqu'ici, c'est qu'on assume. Si nous avons un message à faire passer, c'est: faites comme nous, soyez tolérants, aimez-vous et allez jusqu'au bout de vos rêves», a lancé Bertrand. Vis à vis de Noël Mamère, tous deux lui disent «un grand merci» et «l'applaudissent». Ils ont rappelé s'être rencontré il y a trois ans. «C'est Bertrand qui m'a demandé en mariage le 25 décembre dernier», a confié Stéphane. «Nous pensions en fait nous 'pacser', mais quand Noël Mamère a dit qu'il était prêt à marier deux personnes de même sexe, nous avons décidé de foncer. C'est pour la vie entière, sinon nous ne l'aurions pas fait», ont-ils ajouté. Lors de la cérémonie elle-même, Noël Mamère a demandé à chacun d'eux s'il souhaitait «prendre (l'autre) pour époux», avant de les déclarer «unis par les liens du mariage». Très ému lorsqu'il leur a tendu le livret de famille, Noël Mamère avait les larmes aux yeux. «Votre mariage est le premier, mais j'espère qu'il va se banaliser. Je vis des moments difficiles, mais un homme politique doit savoir prendre ses responsabilités». Après l'annonce de la réaction du gouvernement, l'ancien candidat des Verts à la présidentielle a immédiatement réagi. «Je pense que le gouvernement est en train de vouloir donner des signes à la partie la plus conservatrice de son électorat dans la perspective des élections européennes qui se présentent aussi mal pour lui que les régionales», a-t-il critiqué. «Pour qu'il y ait révocation, il faut que le conseil des ministres se réunisse et que le décret soit signé par le président de la République. Ce qui serait quand même un comble que d'être mis hors-la-loi par quelqu'un qui a été mis hors de portée de la loi par le Conseil constitutionnel et qui a plus affaire à la justice que moi», a-t-il poursuivi. «J'attends qu'on me prouve que j'ai fait une faute. Ca se plaide, donc on en est pas encore là. Je ne regrette rien, je continuerai, je suis là pour défendre l'égalité des droits», a poursuivi le maire de Bègles. Après cette célébration, l'histoire du premier mariage homosexuel français n'en est donc qu'à son début, puisqu'il entre maintenant dans sa phase judiciaire. Noël Mamère, le couple et leurs avocats sont prêts à aller jusqu'à la Cour européenne des droits de l'Homme. AP © Le Nouvel Observateur 2003/2004 Giovedì 3 Giugno 2004, 17:23 Gerusalemme: minacce al Gay Pride blindato Di Gay.it GERUSALEMME - La polizia di Gerusalemme e' stata posta in stato di allerta dopo che gruppi di ebrei ultraortodossi hanno minacciato di disturbare oggi la terza edizione della Gay Parade cittadina, intitolata: 'Amore senza confini'. La stampa scrive che agenti in borghese affiancheranno il servizio d'ordine per proteggere i partecipanti alla manifestazione, che nei rioni timorati sono stati definiti "corrotti, perversi, pedofili e violentatori". Un rabbino cabbalista piuttosto noto in Israele, David Bazri, ha avvertito ieri omosessuali e lesbiche che probabilmente rischiano di reincarnarsi in conigli e lepri, "animali di cui e' celebre - rammenta il religoso - l'estrema promiscuita' sessuale". Secondo i rabbini di Gerusalemme, la Gay Parade e' dunque "una vergogna per Israele in generale e per la Citta' Santa in particolare". Gli organizzatori prevedono che almeno quattromila persone prenderanno parte alla sfilata che in serata iniziera' nel centro della citta' e raggiungera' quindi un parco dove si terranno comizi e un concerto. Minacce di morte sono state lanciate nei confronti del sindaco di Gerusalemme Uri Lupoliansky (che e' un ebreo ortodosso) in quanto non ha vietato lo svolgimento oggi della manifestazione. Secondo il sito online Ynet, del quotidiano Yediot Ahronot, le minacce giungono da ambienti religiosi estremisti. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, ha approntato per Lupoliansky una protezione rafforzata, affema Ynet. Per ulteriori articoli visita Gay.it Copyright © 2004 Yahoo! S.r.l. Tutti i diritti riservati.




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5 giugno 2004

Tanto pe' canta' (Nino Manfredi)

1932, E.Petrolini, Ed. Suvini Zerboni Parlato... È 'na canzone senza titolo, tanto pe' cantà, pe' fà quarche cosa... nun è gnente de straordinario è robba der paese nostro, che se pò cantà puro senza voce... basta 'a salute... quanno c'è 'a salute c'è tutto... basta 'a salute e 'n par de scarpe nove pòi girà tutt'er monno... e m'accompagno da me... Pe' fa la vita meno amara me so comprato 'sta chitara, e quann'er sole scende e more me sento 'n còre cantatore. La voce è poca ma 'ntonata, nun serve a fà la serenata, ma solamente a fà in magnera de famme un sogno a prima sera. Tanto pe' cantà, perché me sento 'n friccico ner còre, tanto pe' sognà, perché ner petto me ce naschi 'n fiore. fiore de lillà che m'ariporti verso er primo amore, che sospirava le canzone mie, e m'arintontoniva de bugìe. Canzoni belle e appassionate che Roma mia m'ha ricordate, cantate solo pe' dispetto, ma co 'na smania drent'ar petto; io nun ve canto a voce piena, ma tutta l'anima è serena; e quanno er cèlo se scolora de me nessuna se 'nnamora. Tanto pe' cantà, perché me sento 'n friccico ner còre, tanto pe' sognà, perché ner petto me ce naschi 'n fiore. fiore de lillà che m'ariporti verso er primo amore, che sospirava le canzone mie, e m'arintontoniva de bugìe. Petrolini, tanto pe' canta'Nel 1970, Nino Manfredi, ospite al Festival di Sanremo, si propose inaspettatamente come cantante, interpretando il brano di Petrolini. Nei mesi successivi, lentamente ma inesorabilmente il brano (arrangiato da Maurizio De Angelis, uno degli Oliver Onions celebri per i brani dei film di Bud Spencer e Terence Hill) cominciò a salire in classifica, e ci rimase per diversi mesi. In quel periodo Manfredi dichiarò: "Era un vecchio disco ritrovato di Petrolini, il primo artista che vidi in vita mia. Mi ci portò mio padre maresciallo e da allora mi rimase il segno. Il successo è stato un caso. Non immaginavo neppure lontanamente un simile exploit. Comunque, mi fa piacere che il pubblico sappia riconoscere ancora una bella canzone. Ha 50 anni, eppure conserva ancora una freschezza che la maggior parte delle canzoni di oggi non ha. ". Ho voluto dimostrare che quando una canzone è valida, può funzionare anche se a cantarla sono io. (…) Io non sono un cantante. Mi diverte interpretare una canzone da attore, ma non so assolutamente cantare. Certo che è sintomatico che appena arriva un cane come me davanti a un microfono la gente si entusiasmi subito... Questo vuol dire che anche nel mondo della musica leggera, come nel cinema, c'è molta improvvisazione. Parecchie case discografiche mi hanno scritto per sottopormi canzoni da incidere, qualcuno mi ha addirittura promesso la partecipazione al festival di Sanremo. In realtà nel mio disco, grazie alle meraviglie della tecnica moderna, sono riuscito a limitare al massimo le stecche…" (dal settimanale "Bolero"). galleriadellacanzone.it Canzoni de Roma


Il Mondo dei Doppiatori: la pagina di Nino Manfredi




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4 giugno 2004

4 Giugno 1989: Piazza Tienanmen

Cina, tensione e arresti in ricordo della Tienanmen Imponenti misure di sicurezza imposte dal governo cinese tenteranno di far trascorrere nel silenzio il quindicesimo anniversario della strage di piazza Tienanmen, in cui il 3 e 4 giugno del 1989 furono sterminati centinaia - migliaia secondo alcune testimonianze - di giovani e fu annegata nel sangue la protesta studentesca a favore della democrazia. Centinaia di agenti presidiano dalla notte scorsa la piazza e controllano i documenti dei turisti. Un uomo di 50 anni inginocchiandosi a pregare ai piedi del monumento agli eroi del popolo è stato arrestato. Decine di dissidenti sono stati posti agli arresti domiciliari o sono stati allontanati dalla capitale. Come tutti gli anni, una veglia in ricordo dei morti si terrà in serata a Hong Kong, l'ex-colonia britannica roccaforte dei gruppi democratici. Non ci sono notizie, intanto, di Jiang Yanyong, il medico cinese di 72 anni membro del partito Comunista che per primo denunciò l'epidemia di Sars e che a marzo inviò una lettera aperta i dirigenti cinesi chiedendo loro di rivalutare il movimento studentesco del 1989. La figlia Jiang Rui, che vive all'estero, ha denunciato che l'uomo è scomparso insieme alla moglie dalla sua abitazione di Pechino, come le hanno riferito alcuni vicini di casa dei suoi genitori. Il movimento studentesco è stato definito "controrivoluzionario" dal partito Comunista. L'espresso: Pechino,04 giu 2004 -08:38 04 GIUGNO 2004 HUMAN RIGHTS WATCH China: Stifling the Memory of Tiananmen (New York, June 4, 2004) — Fifteen years after the Tiananmen Square massacre, the Chinese authorities are harassing activists to discourage them from publicly discussing the events of June 4, 1989, Human Rights Watch said today. In the days leading up to the anniversary, Chinese security forces have warned, harassed, and intrusively monitored dissidents, writers, academics, and long-time pro-democracy activists. Over the past week, police have ordered some of its critics to leave Beijing. At least one critic was beaten when he tried to leave his home. “The Chinese government is trying to wipe out the memory of Tiananmen Square, but the horror of what happened still resonates inside and outside China,” said Kenneth Roth, Human Rights Watch’s executive director. “We don’t even know exactly who died in the massacre. The Chinese authorities need to punish those responsible, compensate the victims, and allow those who fled the country to return home.” The Chinese government has failed to establish accountability for those who ordered the use of deadly force that killed and injured hundreds of peaceful protesters, Human Rights Watch said. On June 4, 1989, the Chinese government turned its troops and tanks against its own citizens to stop a coalition of students, workers, academics, writers and journalists from peacefully agitating for a pluralistic political system and the freedom to speak their minds. Hundreds of civilians lost their lives in the streets near Beijing’s Tiananmen Square. In recent years, Chinese citizens have called for a reassessment of what the government termed a “counterrevolutionary rebellion,” but the Chinese leadership has refused. To mark the events at Tiananmen Square in 1989, Human Rights Watch has launched a special web page, “Tiananmen, Fifteen Years On.” The new page updates the stories of those labeled “the most wanted” by the Chinese government, and revisits Human Rights Watch’s in-depth reporting on some of the prominent pro-democracy activists during June 4, 1989, and afterwards. Related Material Tiananmen, 15 Years On Special Focus, June 4, 2004 From: http://hrw.org/english/docs/2004/06/03/china8732.htm © Copyright 2003, Human Rights Watch 350 Fifth Avenue, 34th Floor New York, NY 10118-3299 USA




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4 giugno 2004

La liberazione di Roma

Domani se ne va (il manifesto) Avviso urgente per gli onorevoli Nania, Schifani, Cicchitto, Bondi. Il presidente degli Stati Uniti manda a dire: «Vorrei ricordarvi che noi abbiamo valori comuni. Il più importante è la libertà di espressione. Manifestare il dissenso è un segno sano e positivo della democrazia». George Bush, Tg1, ore 20, 2 giugno (l'Unità)

  • l'Unità: Gli eventi nella Capitale minuto per minuto
  • La Repubblica: la diretta della visita
  • Articolo21: Osservatorio sulle manifestazioni




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  • 3 giugno 2004

    2 Giugno 2004: Repubblica, Tricolore, Liberazione... da Sinistra

    Mi pongo alcune domande. La sinistra italiana, parlo di PCI e PSI, per tutti gli anni '50 e '60 è stata tutt'altro che pacifista e anti-italiana. Le parate militari si tenevano in tutte le città, compresa Milano, erano affollatissime (pure quella quando arrivò De Gaulle, che marciò trionfalmente a mo' di novello Napoleone passando sotto l'Arco della .... PACE) Il PCI ha sempre avuto la bandiera tricolore a fianco di quella rossa con falce e martello. Le Forze Armate Repubblicane erano considerate il baluardo per difendere la democrazia, neonata, dai rigurgiti fascisti: se ne chiedeva un'ammodernamento e la depurazione dall'eccessiva presenza di comandi ancora legati al fascismo, cosa che in gran parte è avvenuta. La Festa della Repubblica, era la festa di tutti i cittadini, festa della Repubblica Democratica nata dalla Resistenza. E questo, nonostante la 'reazione' antiretorica e antipatriottarda degli anni '70, è rimasto, se è vero che ieri a Radio Popolare hanno intervistato alcuni tra i moltissimi, dicevano, partecipanti alla parata di Roma, tra cui anche 'pacifisti'. Dicevano: è una festa, la guerra è un'altra cosa. Io starei attento ai possibili boomerang che possono colpire la sinistra dopo Zapatero. Piaccia o meno, ONU e USA/UK stanno riuscendo a formare un governo in Iraq, a tal punto 'libero' che già iniziano 'azioni di lobby' per strappare sempre maggiore autonomia. Una sinistra che mantenga fede ai propri principi (quelli della Resistenza, ad esempio) non puo' scrollarsi dalle spalle questa verità. Giusto è stato dire un chiaro NO dopo l'ammissione di responsabilità degli USA sulle torture, ma attenzione alla politica degli struzzi! Si è scritto a suo tempo che in Spagna Zapatero avrebbe vinto perchè Aznar aveva mentito alla nazione: attenzione che non succeda anche da noi, ma a rovescio. Ieri eravamo tutti col fiato sospeso in attesa di eventi: ce n'è stato qualcuno, grave, ma non tale da poter far dire che ieri, 2 giugno 2004, la democrazia in Italia è stata messa a repentaglio. Anzi! Ma allora che la Sinistra RIVENDICHI questo, invece di lasciar dire cose a Fini!!! Così come domani: Bush è quello che è, ma ha già messo avanti le mani affermando ad esempio che gli Iracheni che resistono hanno la sua comprensione... Vogliamo passare noi, della Sinistra italiana, per ... nemici della resistenza? della libertà, anche di quella ripristinata 60 anni fa con le armi (americane, inglesi, francesi (più in là russe) e dei partigiani italiani) ??????????? Anche in Blog Trotter Monitor Scrive Panther La nostra festa nonostante tutto Cosa si celebra oggi? Si celebra la vittoria referendaria del 2 giugno 1946, la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Certo, questa festa non mi sembra tanto sentita dal popolo forse perché, fatta l' Italia, quando mai sono stati fatti gli italiani? E così, tra qualche parata militare che fa sembrare questa festa solo la festa delle Forze Armate e le contestazioni dei pacifisti che si preparano ad "accogliere" Bush, questa giornata scivolerà via inutilmente, senza lasciare alcuna traccia nella coscienza dei cittadini italiani. Già, questi italiani così rincoglioniti, così dediti al Grande Fratello, alla Fattoria o a non so quale altra cazzata mediatica, sembrano aver perso ogni fiducia e ogni speranza prima di tutto in sé stessi, certo, lavorano, si divertono, studiano, ma la maggior parte di loro è intenta solo a curare il proprio particulare e nulla più. Per me, comunque, è un giorno di festa, di memoria, di impegno, come non entusiasmarsi al ricordo della vittoria della Resistenza e della Repubblica? Quella Repubblica che aveva sognato il Mazzini, per cui avevano lottato i migliori patrioti del Risorgimento e della Resistenza. Quella Repubblica dal 2 giugno 1946 esiste, nonostante abbia visto quasi cinquant' anni di "democrazia bloccata", nonostante oggi sia ancora preda delle imperanti demagogie contrapposte, nonostante i valori repubblicani vengano quotidianamente calpestati. Non mi piace quest' Italia, né moralmente, né politicamente, non mi piace perchè l' italiano medio è superbamente descritto dall' omonima canzone degli Articolo 31, non mi piace perché, essendo un italiano vero, ogni mattina ho voglia di cantare: "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo, per fortuna o purtroppo, per fortuna, per fortuna lo sono". Ma è inutile scomodare Gaber o Cutugno, non ci resta che continuare a lottare per questa Repubblica, per questi Italiani: "Fratelli d' Italia, l' Italia s' é desta......" Il conformistaSuggerirei a qualcuno di rivedersi IL CONFORMISTA Abbondano conformisti, di destra e di sinistra, guerrafondai e pacifisti. Provare ad esprimere un pensiero in proprio, magari anti-conformista ? troppa fatica ? meglio l'IKEA del pensiero ? http://www.imdb.com/title/tt0065571




    permalink | inviato da il 3/6/2004 alle 9:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

    2 giugno 2004

    Terrorismo e Petrolio, Obiettivi di Osama Bin Laden e 'Quella voce italiana' ...

    Quella voce italiana accanto ai terroristi di MAGDI ALLAM Mentre Antonio Amato è stato barbaramente sgozzato in Arabia Saudita dai terroristi di Al Qaeda, altri italiani, secondo fonti dei nostri servizi segreti, parteciperebbero attivamente al fianco della sedicente Resistenza irachena nell'uccisione dei nostri connazionali in Iraq. Una realtà spietata dei terrorismi islamico e internazionale uniti dal collante ideologico dell'antiamericanismo e dell’antiebraismo. La dimensione globalizzante della strategia del terrore è tangibile dall'acuirsi dell'offensiva in Arabia Saudita non appena la situazione in Iraq ha registrato un parziale contenimento delle forze sunnite e sciite contrarie alla stabilizzazione, pacificazione e democratizzazione del Paese. Perché il livello dello scontro deve restare alto. Sia per costringere gli americani a impegnare le proprie forze sui vari fronti. Sia per alimentare una tensione ideologica che incentivi la conversione e l'arruolamento alla guerra santa contro l'America del maggior numero possibile di combattenti dentro e fuori il mondo islamico. Perché in definitiva c'è un vasto consenso, anche in Occidente, attorno all'obiettivo politico della sconfitta degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che consentirebbe a bin Laden di realizzare il sogno della presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica. La saldatura tra il terrorismo islamico e internazionale è documentata nel video, mai diffuso in pubblico, dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi il 14 aprile scorso. In esso, stando alla rivelazione di una fonte dei nostri servizi segreti, quando Quattrocchi fu consapevole della sua imminente esecuzione, disse: «Ora vi faccio vedere io come muore un italiano». A questo punto Quattrocchi tentò di togliersi il cappuccio che gli copriva la testa chiedendo: «Posso?». Ebbene, uno dei sequestratori, in perfetto italiano, gli rispose: «Neanche per sogno». Un'espressione che, secondo gli esperti dell'intelligence, appartiene a qualcuno che è di madrelingua italiana. Si comprende bene come il vero motivo per cui la rete televisiva araba "Al Jazira" rifiutò di trasmettere quel video, è perché svela la presenza di un italiano tra i terroristi della sedicente «Brigata Verde» che ha rivendicato il sequestro dei nostri quattro connazionali. Ugualmente non si comprenderebbe come i terroristi abbiano consentito a Salvatore Stefio, nel secondo video trasmesso il 26 aprile scorso, di fare un discorso elaborato in italiano se tra loro non ci fosse stato qualcuno che conosce bene l'italiano. In quell'occasione Stefio disse con chiaro intento rassicurante: «Fino a ora non abbiamo avuto nessun problema con loro. Mangiamo regolarmente e non abbiamo avuto nessun tipo di maltrattamento fisico. Ogni richiesta per migliorare la nostra permanenza qui con loro solitamente ci viene accordata». Quasi a voler esaltare il volto umano dei terroristi. Un testo che è stato probabilmente dettato e imposto da un sequestratore di madrelingua italiana. Un'altra prova sonora testimonierebbe la presenza di italiani anche tra le fila dei miliziani sciiti dell'Esercito Al Mahdi del ribelle Moqtada al Sadr. Anche in questo caso si tratta di un'operazione condotta contro degli italiani, costata la vita al caporale dei Lagunari Matteo Vanzan lo scorso 16 maggio a Nassiriya. In un Dvd in arabo che celebra le gesta belliche dei miliziani che attaccarono i nostri soldati, a un certo punto si sentirebbe una voce che in italiano chiede: «Vuoi vedere?». Una domanda che lascerebbe supporre la presenza di almeno due persone che parlano l'italiano. La realtà di una centrale del terrorismo islamico e internazionale riecheggia anche dall'affinità del lessico colorito riservato al nostro presidente del Consiglio. «Sciocco e superbo», è stato definito ieri nel comunicato diffuso via Internet da Abdel Aziz Al Moqrin, presunto capo di Al Qaeda in Arabia Saudita. «Retrogrado» o «ritardato mentale», era stato qualificato dalla risoluzione strategica di Al Qaeda «L'Iraq della Jihad: speranze e pericoli», diffusa l'8 dicembre 2003. Profondo disprezzo personale e accesa ostilità politica nei confronti di Berlusconi sono presenti anche nei comunicati della «Brigata Verde» e della sedicente «Resistenza irachena». Con un livello di conoscenza della nostra politica interna difficilmente acquisibile se non da un esperto italiano. Questa globalizzazione del terrorismo è un indubbio successo di Bin Laden. A tal punto serio e temibile da indurre il principe ereditario saudita Abdallah, secondo notizie riservate e attendibili, a trattare con Bin Laden un'intesa segreta per prevenire il tracollo della monarchia. Facendo leva sulla comune ostilità all'America e a Israele. Ciò che gli avrebbe fatto dire, all'indomani del massacro di sei stranieri a Yanbu lo scorso primo maggio, rivendicato da Al Qaeda, che «il sionismo è dietro il terrorismo nel nostro Paese». E' un dato di fatto che Bin Laden si è finora sempre astenuto dall'attaccare personalmente Abdallah, ribattezzato il «Principe rosso» per i suoi legami familiari con il presidente siriano Assad e per le sue esplicite simpatie panarabe. Altre fonti indicano tuttavia che la famiglia reale saudita avrebbe pronto un piano di fuga all'estero. Ciò spiegherebbe la tendenza al forte rialzo del prezzo del greggio, destinato a sforare i 40 dollari a barile, nonostante il mercato ne sia saturo. Gli operatori sono estremamente preoccupati per la sorte dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e del Kuwait, tre Paesi in bilico che detengono complessivamente metà delle riserve mondiali di greggio. Se Bin Laden dovesse riuscire nel suo intento, il prezzo del barile potrebbe schizzare a 100 dollari. A quel punto sarà lui a dettare le condizioni politiche ed economiche all'Occidente. Magdi Allam 31 maggio 2004 - Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind DA CORRIERE.IT http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/...o/31/voce.shtml


    EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
    EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
    Roma, 22:31 Iraq, video Quattrocchi: Al Jazeera nega voce in italiano "Neanche per sogno. Assolutamente no". Imahad El Attrache, caporedattore di Al Jazeera, ha escluso in maniera categorica le indiscrezioni che si sono rincorse in questi giorni sul fatto che nel video che ritrae la morte dell'ostaggio italiano in Iraq Fabrizio Quattrocchi fosse possibile ascoltare la voce di qualcuno parlare in italiano. La smentita del giornalista della tv satellitare araba è stata data questa sera nel corso della trasmissione "Ballarò". Il caporedattore di Al Jazeera, l'emittente che è in possesso del video (e che non l'ha mai trasmesso) ha ribadito che le uniche parole che si sentono in italiano sono quelle pronunciate dallo stesso Quattrocchi prima di morire. http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/rep_nazionale_n_718002.html Anche in Blog Trotter Monitor




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    1 giugno 2004

    Iraq libero, indipendente, democratico e federale, parola di Ghazi Ajil al Yawar

    Quarantasei anni, capo tribale e uomo d'affari ha studiato negli Usa e lavorato in Arabia Saudita L'Iraq ha un nuovo presidente Formato il primo governo Le riunioni in un clima di tensione: attaccata la "zona verde" L'esecutivo ha già assunto le sue funzioni BAGDAD - L'Iraq ha un nuovo presidente, il primo dell'era del dopo Saddam Hussein, e un nuovo governo che ha già assunto le sue funzioni. Una nomina quella di Ghazi Ajil al Yawar, frutto di una lunga mediazione e annunciata nel sangue. Mentre i membri del Consiglio di governo provvisorio davano al mondo la notizia, violente esplosioni hanno scosso la "zona verde" di Bagdad, non lontano da quegli uffici dove si stava faticosamente cercando di mettere insieme il nuovo governo. E' in questo clima che è stato designato come presidente Ghazi Ajil al Yawar, capo tribale, amato da gran parte del popolo iracheno e sul quale il Consiglio di governo provvisorio ha sempre puntato, a scapito di Adnan Pachachi, l'ottantenne ex ministro degli Esteri, sostenuto dagli americani. "Ho rinunciato all'incarico di presidente della Repubblica perché non godevo del sostegno della maggioranza del Consiglio governativo", ha dichiarato Pachachi in una conferenza stampa. La scelta di Yawar, ufficializzata dall'inviato dell'Onu, Lakdahr Brahimi, è stata decisa nell'ennesima riunione convulsa, che ha visto addirittura la nomina di due presidenti nel giro di poche ore. Prima dell'elezione di Yawar, il Consiglio di governo aveva indicato Adnan Pachachi come presidente. Ma l'ottantunenne sunnita ha rifiutato l'incarico ed ha aperto la strada a Ghazi Yawar. Il nuovo presidente, Ghazi Yawar, è a capo degli Shammar, una delle più grandi tribù del paese che comprende sia sciiti che sunniti, ed è anche un accorto uomo d'affari. Quarantasei anni, vestito con una lunga djellaba bianca e una kefiah stretta al capo con due anelli di tessuto nero, si pone come una "sintesi" tra la cultura orientale e quella occidentale. Ha studiato negli Stati Uniti, ha vissuto in Arabia Saudita dove ha creato con successo un'impresa. A poche ore dalla nomina ha ribadito l'importanza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che garantisca al Paese "piena sovranità" per costruire "un Paese libero, indipendente, democratico e federale". Ad affiancarlo saranno un curdo e uno sciita, nominati vicepresidenti. Si tratta del leader del partito sciita moderato Daawa, Ibrahim Jaafari e di Rowsch Shaways, presidente del parlamento della regione autonoma curda a Irbil. Alla fine di un difficile percorso, ha preso forma il governo iracheno che dovrebbe traghettare il Paese fuori dal caos. Alla guida del ministero del Petrolio, un dicastero chiave per l'Iraq, sarà Thamir Ghadhban, un tecnocrate di grande esperienza voluto da Washington. Le nomine sono state annunciate dal premier, lo sciita Iyad Allawi: alle Finanze Adel Abdul Mehdi, agli Interni Falah al Naqib, agli Esteri Hoshiyar Zebari, mentre alla Difesa, altra poltrona chiave, Hazim al-Shalaan. Il nuovo esecutivo ha assunto subito i suoi poteri. E di conseguenza è stato sciolto il Consiglio di governo provvisorio. (La Repubblica1 giugno 2004)




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    1 giugno 2004

    Torture 'in casa', ovvero abituali nelle carceri USA

    America's Abu Ghraibs By BOB HERBERT Published: May 31, 2004 Most Americans were shocked by the sadistic treatment of Iraqi detainees at the Abu Ghraib prison. But we shouldn't have been. Not only are inmates at prisons in the U.S. frequently subjected to similarly grotesque treatment, but Congress passed a law in 1996 to ensure that in most cases they were barred from receiving any financial compensation for the abuse. We routinely treat prisoners in the United States like animals. We brutalize and degrade them, both men and women. And we have a lousy record when it comes to protecting well-behaved, weak and mentally ill prisoners from the predators surrounding them. Very few Americans have raised their voices in opposition to our shameful prison policies. And I'm convinced that's primarily because the inmates are viewed as less than human. Stephen Bright, director of the Southern Center for Human Rights, represented several prisoners in Georgia who sought compensation in the late-1990's for treatment that was remarkably similar to the abuses at Abu Ghraib. An undertaker named Wayne Garner was in charge of the prison system at the time, having been appointed in 1995 by the governor, Zell Miller, who is now a U.S. senator. Mr. Garner considered himself a tough guy. In a federal lawsuit brought on behalf of the prisoners by the center, he was quoted as saying that while there were some inmates who "truly want to do better . . . there's another 30 to 35 per cent that ain't fit to kill. And I'm going to be there to accommodate them." On Oct. 23, 1996, officers from the Tactical Squad of the Georgia Department of Corrections raided the inmates' living quarters at Dooly State Prison, a medium-security facility in Unadilla, Ga. This was part of a series of brutal shakedowns at prisons around the state that were designed to show the prisoners that a new and tougher regime was in charge. What followed, according to the lawsuit, was simply sick. Officers opened cell doors and ordered the inmates, all males, to run outside and strip. With female prison staff members looking on, and at times laughing, several inmates were subjected to extensive and wholly unnecessary body cavity searches. The inmates were ordered to lift their genitals, to squat, to bend over and display themselves, etc. One inmate who was suspected of being gay was told that if he ever said anything about the way he was being treated, he would be locked up and beaten until he wouldn't "want to be gay anymore." An officer who was staring at another naked inmate said, "I bet you can tap dance." The inmate was forced to dance, and then had his body cavities searched. An inmate in a dormitory identified as J-2 was slapped in the face and ordered to bend over and show himself to his cellmate. The raiding party apparently found that to be hilarious. According to the lawsuit, Mr. Garner himself, the commissioner of the Department of Corrections, was present at the Dooly Prison raid. None of the prisoners named in the lawsuit were accused of any improper behavior during the course of the raid. The suit charged that the inmates' constitutional rights had been violated and sought compensation for the pain, suffering, humiliation and degradation they had been subjected to. Fat chance. The Prison Litigation Reform Act, designed in part to limit "frivolous" lawsuits by inmates, was passed by Congress and signed into law by Bill Clinton in 1996. It specifically prohibits the awarding of financial compensation to prisoners "for mental or emotional injury while in custody without a prior showing of physical injury." Without any evidence that they had been seriously physically harmed, the inmates in the Georgia case were out of luck. The courts ruled against them. This is the policy of the United States of America. Said Mr. Bright: "Today we are talking about compensating prisoners in Iraq for degrading treatment, as of course we should. But we do not allow compensation for prisoners in the United States who suffer the same kind of degradation and humiliation." The message with regard to the treatment of prisoners in the U.S. has been clear for years: Treat them any way you'd like. They're just animals. The treatment of the detainees in Iraq was far from an aberration. They, too, were treated like animals, which was simply a logical extension of the way we treat prisoners here at home. Copyright 2004 The New York Times Company




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