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30 giugno 2004

Israele: il Muro della Discordia... e degli Affari...

Rieccoci al tema del MURO. La notizia compare sui giornali italiani (La Repubblica) e stranieri (Reuters.com) Ora la domanda è (si accettano scommesse): 1. il muro verrà spostato 2. se sì quando, e dove? 3. chi pagherà per la demolizione del vecchio muro e l'edificazione del nuovo? Ancora su MURO leggiamo l'interessante Palestinian ministers and businessmen accused of profiting from Israel's wall PRINT FRIENDLY AM - Wednesday, 30 June , 2004 08:30:00 Reporter: Mark Willacy TONY EASTLEY: Across parts of the West Bank a giant concrete barrier separates Israelis from Palestinians. The eight-metre high wall is designed to stop suicide bombers and other terrorists infiltrating into Israeli population centres. While ordinary Palestinians protest against Israel's controversial wall, allegations are being made that Palestinian ministers and businessmen are profiting from the fence. AM has been told by one Palestinian MP that at least two ministers, and possibly the Palestinian Prime Minister himself, are involved in importing cement which is then being used by Israeli contractors to build the barrier. Middle East correspondent Mark Willacy reports from Jerusalem. MARK WILLACY: Enraged by what they see as an apartheid wall cutting through their land, thousands of Palestinians have joined the wave of protest against Israel's West Bank security barrier. Dozens have been hurt by rubber bullets and tear gas, while several have been killed by live rounds fired by Israeli soldiers. But as ordinary Palestinians demonstrate against the fence, there are allegations that some of their leaders are profiting from it. Hasan Khreisheh is a Palestinian MP and the Deputy Speaker of the Parliament. HASAN KHREISHEH (translated): What we are talking about are Palestinian companies importing cement from Egypt, which is used in the wall. And they couldn't do this without the protection of Palestinian ministers, starting with the Economy Minister Maher el-Masri and the Prime Minister Ahmed Qurie, and finishing with President Yasser Arafat. MARK WILLACY: Earlier this month a Palestinian Parliamentary committee found that some Palestinian companies were importing cement from Egypt on behalf of the Israeli contractors building the barrier. The committee's report also disclosed that senior Palestinian Authority officials and ministers were involved in the scam. Adli Sadek is a prominent Palestinian journalist based in Gaza who's been investigating the story. He has obtained a copy of a letter written by the committee to Palestinian leader Yasser Arafat. ADLI SADEK (translated): What is written in this message to Arafat is that the committee discovered that the Economy Minister, Mr el-Masri, had signed a paper giving himself permission to import cement from Egypt. MARK WILLACY: Adli Sadek says 400,000 tonnes of the Egyptian cement was then sold to the Israeli contractors for construction of the security barrier. The Gaza journalist also wants the Palestinian Prime Minister Ahmed Qurie investigated over the cement deal. Why? Because Mr Qurie's family owns a company called Al-Quds Cement. ADLI SADEK (translated): There is a lot of talk about a big role for this company in building the wall. Personally, I believe that Mr Qurie's company is involved in this. A lot of Palestinians – myself included – are investigating this issue. MARK WILLACY: The Palestinian Prime Minister and his economy spokesman both deny any involvement in importing the cement. But that hasn't convinced ordinary Palestinians. Last weekend dozens of people protested outside a parliamentary office in Bethlehem, demanding those importing the cement for the barrier, be punished. Palestinian MP Hasan Khreisheh says a privileged minority are profiting from the misery of the majority. HASAN KHREISHEH (translated): I can tell you that if any ordinary Palestinian was involved in helping to build this barrier the Palestinian Authority would arrest him and his family. But who is going to investigate these ministers and the owners of the companies? MARK WILLACY: The parliamentary committee's report on the cement scandal has now been passed on to the Palestinian Attorney-General. But he says he's not been asked to launch any criminal investigation. This is Mark Willacy in Jerusalem for AM. (abc.net.au)




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29 giugno 2004

Wiki si conquista un articolo su Repubblica... e nasce WikiPsicoPedia...

A pochi giorni dalla nascita di WikiPsicoPedia, non si offendano i curatori di Wikipedia in Italiano, ma le voci psicologiche sono del tutto assenti, ecco che oggi leggiamo un interessante articolo in proposito, cui vorremmo aggiungere che Wiki oltre che un progetto mondiale è un insieme di software open source, che consentono a chiunque con facilità di creare proprie enciclopedie per poi integrarle nel Wiki internazionale. Per la prima volta a convegno i partecipanti italiani al progetto mondiale del sapere condiviso Genova, ecco i "wikipediani" creatori dell'enciclopedia in Rete Un'idea aperta e democratica della conoscenza Chiunque può mettere in Rete quello che sa su un tema di MONICA CORBELLINI GENOVA - Ecco i wikipediani italiani. Sono i costruttori (in Rete) della più grande e "democratica" enciclopedia che, forse, l'uomo abbia mai cercato di creare. Li ha portati a Genova il X Festival Internazionale di Poesia GeNova 2004 che fa parte delle iniziative per Genova capitale della cultura. Le pagine del programma si sfogliano sino al giorno conclusivo, il 30 giugno, e fanno girare i palazzi e i luoghi della città a caccia di letture sceniche, concerti, reading poetici, passeggiate lungo le spiagge o nei vicoli del centro storico. Così, appunto, può capitare di imboccare il portone della Biblioteca Berio e trovarsi con sorpresa alla prima conferenza italiana dal vivo di Wikipedia, ovvero il primo raduno dei wikipediani italiani, arrivati in qualche decina sui circa 500 adepti complessivi. Scopo principale: uscire allo scoperto, cosa che per le persone avvezze a comunicare, a scrutare se non inventare il mondo attraverso l'occhio informatico non è poi così semplice. Almit39, Frida, Renzo, Iron Bishop e molti altri sono diventati per un pomeriggio protagonisti in carne e ossa, cercando di vincere timidezze e ritrosie pur rivelandosi ancora quasi esclusivamente con i loro pseudonimi: l'ultimo schermo forse non deve cadere, i wikipediani si conoscono in rete con nomi fittizi che iniziano rigorosamente con la maiuscola. Motivazione non secondaria della conferenza è stata far conoscere maggiormente quella che dal 2001 è presente in rete come la più rivoluzionaria e democratica delle partecipazioni al sapere e alla conoscenza globale. Wikipedia è un'enciclopedia, ma non nel senso più letterale del termine: la migliore definizione è "enciclopedia aperta sul Web", un concreto esempio di cultura condivisa e di utilizzo del free software, una raccolta di articoli dal respiro enciclopedico in continua trasformazione, compilati da chiunque abbia tempo, voglia, passione o un semplice "sapere" da comunicare al mondo. E' questo l'elemento più sorprendente e sovversivo, l'enciclopedia è costruita di giorno in giorno, è accessibile a tutti e senza costi, si può intervenire in qualunque momento nella correzione o nella modifica di articoli già presenti, che non hanno limiti di ampiezza o di argomenti. Restando a una definizione più scientifica Wikipedia è "condivisione dei contenuti da raggiungere con discussione, da far crescere con materiale originale o di dominio pubblico, nel rispetto del diritto d'autore (qualora sia presente) e con traduzioni di testi rilasciati con licenza GNU GPL". In breve, cliccare su it.wikipedia.org e lasciarsi sedurre dalla facilità di diventare, da semplice lettore, un enciclopedista del terzo millennio. La carta d'identità della Wikipedia italiana parte da dati incerti, pare sia stato un tal Gianfranco a crearla nell'agosto del 2001, ma certissimo e in costante crescita è il numero degli articoli presenti, quasi 13.000. La prima Wikipedia è nata nel gennaio del 2001 in lingua inglese grazie a Larry Ranger, Ben Kovitz e Jimbo Wales: il nome è derivato dall'unione di "wiki", vocabolo hawaiano che significa "veloce, presto", ed enciclopedia. Quindi riuscire ad aggiornarsi con grande prontezza e favorire la rapida circolazione di idee e competenze. Ne esistono in 70 lingue diverse, esperanto incluso, (attenzione, i confini delle varie "edizioni" sono rigorosamente linguistici e non nazionali) e tutte insieme formano un volume di circa 800.000 articoli. Tutte le wikipedie crescono insieme: le pagine corrispondenti vengono collegate ed è sollecitata la traduzione libera degli articoli più completi. I poliglotti possono seguire il consiglio dei wikipediani: confrontare i testi di una stessa categoria in lingue diverse è più che istruttivo, stimola l'intelligenza e lo spirito critico. Un esempio? Provare con le sezioni dedicate a Silvio Berlusconi: paese e lingua che cambi, versione che trovi. (La Repubblica, 28 giugno 2004)




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22 giugno 2004

Fantascienza: un museo a Seattle, città della Microsoft

E' stato inaugurato due giorni fa nella città della Microsoft Raccoglie manifesti, oggetti, libri che hanno fatto la storia I marziani sbarcano a Seattle al primo museo della fantascienza Nasce da un'idea di fondo: che il mondo del fantastico molte volte sia stato in grado di anticipare le scoperte scientifiche di BARBARA ARDU' ROMA - Pezzi da museo tra scienza e fantascienza, raccolti in quello che i suoi ideatori definiscono come la prima galleria della Science Fiction, un ibrido appunto tra scienza e fantascienza, come se i due mondi fossero solo apparentemente distanti. Come se l'uno si nutrisse dell'altro e viceversa. I marziani sono sbarcati a Seattle in 13 mila metri quadri di museo, finanziati in parte da Paul Allen, l'ex socio di Bill Gates, uno dei miliardari della new economy (secondo Forbes il terzo uomo più ricco degli Usa) e gran lettore di fantascienza. Un tipo eccentrico quanto basta per lanciarsi in questo tipo di avventura; sua d'altra parte è stata l'idea di dedicare un museo a Jimy Handrix, il suo idolo musicale. Di suo Allen ha messo 20 milioni di dollari oltre a portare come dote pezzi della sua collezione privata. Il museo ha aperto in grande stile a Seattle, la città della Microsoft. Nelle sue ampie stanze c'è la poltrona di comando del capitano Kirk, che negli anni Sessanta iniziò i suoi viaggi spaziali con la navicella Enterprise. Viaggi virtuali da seguire in tv per la serie Star Trek. C'è l'abito indossato da Sean Young in Blade Ranner, e la maschera d'acciaio di Robert Patrick in Terminator 2. C'è una delle prime pistole spaziali, un "disintegratore" del 1936 e centinaia di manifesti cinematografici che hanno fatto la storia della fantascienza sul piccolo e sul grande schermo, come quello della Guerra dei satelliti, del 1958. Lontano da voler essere solo un nuovo garage della pop art il museo della Science Fiction ha tutt'altre ambizioni: dimostrare, sempre che sia possibile, che tra scienza e fantascienza c'è un legame sottile, a volte impercettibile. Che la fantascienza nel tempo, ha anticipato quelle che poi sarebbero state le scoperte scientifiche, così come ha predetto le scoperte tecnoloche anni prima che queste poi diventassero realtà. Greg Bear, presidente del board del museo ha le idee chiare in proposito: "Il segreto è aver preso tutto ciò che riguarda la fantascienza, dai libri, ai film, agli oggetti, aver intervistato registi e scrittori chiedendo loro cosa li aveva ispirati e poi aver messo tutto insieme creando una storia fantastica, che fino ad ora non era mai stata narrata". Una storia che vuole anche educare perché - ricordano i fondatori - non scordiamoci che gran parte degli scienziati quand'erano ragazzi, sono stati grandi lettori di libri fantascienza, spettatori insaziabili di film fantastici, immagini e parole che a volte hanno ispirato le loro carriere. "Ciò che li ha avvicinati alla ricerca è stata l'idea del cambiamento, di nuove idee da mettere in pratica, la consapevolezza che l'universo non è un luogo statico". Greg Bear ne è convinto ed è per questo che il suo museo vuole essere anche un luogo educativo, aperto prima di tutto alle scuole. Con un unico cruccio al momento. "Come si fa a mettere 200 anni di storia della fantascienza in 13 mila metri quadrati". Il museo ha bisogno di orizzonti spaziali. (La Repubblica, 22 giugno 2004) Making Science Fact, Now Chronicling Science Fiction By KENNETH CHANG Published: June 15, 2004 EATTLE, June 10 - Donna L. Shirley used to run NASA's Mars exploration program. Now she is doing something even more far out. Ms. Shirley, who retired from NASA in 1998, is director of the new Science Fiction Museum and Hall of Fame here, set to open on June 18. Instead of pointing space probes at the next rock out from the Sun, she now oversees exhibits exploring the universe of "What if?," from genetic engineering to aliens to parallel worlds. "I took the job because I really believe that science fiction can be used to interest people in literacy, science and technology," Ms. Shirley said, "and because I thought it would be fun." The $20 million creation of Paul G. Allen, co-founder of Microsoft, the museum is nestled inside another Allen museum, the Experience Music Project, in a twisted, multihued building designed by Frank Gehry. The space originally housed a hyperactive music ride called Artist's Journey, but that turned out to be too expensive to operate and was removed a year and a half ago. The four galleries, spread over 13,000 square feet, explore the history of science fiction, interstellar journeys, futuristic worlds and aliens. On one wall is an armory of imaginary weapons, from phasers to ray guns to the crossbow used by Jane Fonda in "Barbarella." James Cameron lent a full-size, 19-foot-long model of the Alien queen from his 1986 movie, "Aliens." The museum has special effects, too, including a mock-up of a space station whose portholes offer glimpses of craft like the Millennium Falcon from "Star Wars," E.T.'s spaceship and the U.S.S. Enterprise from "Star Trek" zooming outside. And Mr. Allen has supplied some of his own memorabilia: first editions of novels like H. G. Wells's "Time Machine" and Captain Kirk's chair from the original "Star Trek" series. Ms. Shirley hopes the museum will not only excite science fiction nostalgia, but also excite people about science. "People think, science fiction, that's kind of kooky," she said, "but actually science fiction is how a lot of people like me got into the engineering business or the space business or science." (Mr. Allen, a science-fiction buff from an early age, is playing his own role in turning science fiction to science fact by financing what would be the first private spacecraft. The rocket, built by Burt Rutan, is scheduled to make its first flight into space, 62 miles up, next week.) The museum has applied for a National Science Foundation grant for using science fiction to teach science. Ms. Shirley, 62, grew up in a small Oklahoma town with just one science-fiction book in the public library, Ray Bradbury's "Martian Chronicles." As a 12-year-old, she said, "I checked the book out over and over again." "The Sands of Mars," by Arthur C. Clarke, had a major influence on her career. "It was the first time I realized that people could go and live on another planet and work in a team on something really important," she said. "I wanted to be involved in high technology. I wanted to be involved in exploration. I'd already planned to be an engineer from the time I was 10 years old, but I was going to build airplanes." While science fiction of the 1950's had moved beyond the rescuing-damsels-in-distress-kidnapped-by-alien-invaders plots of earlier pulp magazines, most stories were still written by men and read by men. That did not deter Ms. Shirley. "There were no female role models for me, anyway," she said. "The idea was that people could do these things." When an adviser at the University of Oklahoma told her that girls do not become engineers, she persisted. "I was stubborn," she said. "I just knew what I wanted to do." When she joined NASA's Jet Propulsion Laboratory in 1966, she was the only woman with an engineering degree, hired to work on a planned mission to Mars that was canceled a few years later after budget cuts. She worked on NASA projects on solar energy, the Mariner 10 mission to Venus and Mercury, an early version of a Saturn mission that evolved into the Cassini spacecraft [Page 1 of this section], the space station as proposed by President Ronald Reagan and proposals for human missions to Mars. Copyright 2004 The New York Times Company




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17 giugno 2004

La sindrome di Pinocchio e gli ostaggi di Bagdad

Scriveva venerdì, 11 giugno 2004 sul suo Blog Trotter Leonardo Coen: Cos'è successo veramente a Bagdad, quando sono stati liberati i tre ostaggi italiani e quello polacco? La verità ufficiale non va per nulla d'accordo con le testimonianze che poco per volta ricostruiscono, come piccole tessere per ora sparpagliate alla rinfusa, un mosaico ben diverso da quello maldestro che ci è stato propinato... IL BLITZ Nuove immagini della liberazione degli ostaggi italiani Niente spari e carcerieri, il video del «blitz» L’azione si svolge in pochi secondi DAL NOSTRO INVIATO BAGDAD - La scena in bianco e nero si apre con gli anfibi delle teste di cuoio americane che penzolano dal portellone dell’elicottero. Sono vicinissimi a terra. Si solleva un polverone fitto, che offusca ancora di più le immagini già confuse. I soldati saltano a terra con i mitra puntati, corrono verso una palazzina a un piano. Sembra una scuola, o dei magazzini, oppure una caserma abbandonata. Terra bianca, un grande cortile interno, con viottoli cementati. Eppoi le porte spalancate. I soldati sferrano calci per aprirle ancora di più, forse temono un’imboscata. Ma non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Se non loro. Gli ostaggi italiani e il polacco stesi a terra in una stanza angusta, apparentemente priva di mobilio, i muri spogli, non paiono neppure intonacati. Il video della liberazione degli ostaggi trasmesso dal Tg1 (Omega da tv) Sono le immagini riprese dal commando americano al momento della liberazione degli ostaggi italiani e del polacco la settimana scorsa. Già domenica il Corriere della Sera aveva pubblicato il fotogramma dove si vede un soldato Usa tagliare con le cesoie e i guantoni da lavoro le manette dell’ostaggio polacco. Sullo sfondo Salvatore Stefio, a cui le manette sono appena state tolte, sorride estasiato, alza il pollice in segno di vittoria. Ieri sera il Tg1 ha trasmesso le sequenze drammatiche dell’arrivo del commando e l’entrata della stanza. Gli ostaggi appaiono esausti, gli occhi sbalorditi, quasi ancora non credessero di essere liberi. Dopo 58 giorni è finita. L’edificio è curioso. Non un appartamento. Non una fattoria o una casa privata. Lo abbiamo detto, sembra una scuola. Con le aule che si affacciano in parallelo su lunghi corridoi bui. Una di quelle scuole tipiche delle periferie povere in Iraq. Finestroni con le inferriate, le zanzariere sfondate, porte di ferro, muri spogli. Lo stesso capo dei portavoce americani in Iraq, generale Mark Kimmitt, ci ha detto più volte che l’ultimo covo dei rapitori si trovava in una zona agricola alla periferia di Mahmudiya, una trentina di chilometri a sud di Bagdad. E lo stesso luogo è confermato dalle fonti locali che abbiamo potuto contattare. Ma ciò che colpisce di più è l’assoluta mancanza di resistenza. «Non c’è stato scontro a fuoco. I nostri uomini non hanno sparato un colpo», aveva detto il comandante in capo delle forze Usa in Iraq (ora appena dimesso per lo scandalo delle torture nel carcere di Abu Ghreib), generale Ricardo Sanchez. Alla domanda se vi fossero state vittime tra i rapitori si era limitato a rispondere: «Tutti gli ostaggi stanno bene». Cosa che faceva supporre potesse esservi stato un conflitto con feriti o morti da parte dei rapitori e degli stessi americani. Ma nel video il blitz appare assolutamente indolore. Il generale Kimmitt aveva parlato di «quattro arrestati». Non se ne vede neppure uno. L’azione si svolge in pochi secondi. Restano dunque del tutto aperte le domande degli ultimi giorni. Davvero non c’è stata trattativa? Davvero non è stato pagato un riscatto? Perché, in verità, il video spiega ben poco. Anzi rilancia l’ipotesi dell’azione concordata. Come se i soldati americani si muovessero secondo indicazioni ben precise e quasi nella convinzione di non aspettarsi alcuna resistenza all’interno. Qui a Bagdad la convinzione più diffusa è che il commando si muovesse seguendo un piano concordato. «Non è da escludere il blitz. Ma neppure che esso sia seguito a una lunga serie di trattative, grazie alle quali si è giunti a identificare il covo», ci dicono fonti legate ai circoli diplomatici occidentali. A detta di alcuni iracheni vicini agli ex servizi segreti di Saddam Hussein, la cifra pagata per gli italiani e il polacco sarebbe stata di 40.000 dollari. Nulla rispetto alle somme di cui si è parlato in Italia negli ultimi tempi. «In verità il gruppo o i gruppi che hanno sequestrato gli italiani erano estremamente politicizzati e ben organizzati. Non erano interessati ai soldi. Però hanno fatto credere di essere criminali comuni per confondere la acque. Usano alcuni covi a Sadr City, nella zona più povera e violenta di Bagdad, fingono di militare tra gli estremisti sciiti. Ma con loro non hanno nulla a che fare», ci dice la stessa fonte. Tra le voci più persistenti sono i dettagli della cattura (i rapitori avrebbero girato un video di quel momento) e quello di un altro video in cui il 31 maggio gli ostaggi lanciavano un messaggio concordato per dimostrare all’esterno che il canale dei negoziati in corso era quello giusto. La mattina del 12 aprile gli italiani sarebbero stati catturati tra Samarra e Tikrit, in prossimità di un incrocio che qui chiamano Al Jazira , dove avrebbero dovuto imboccare la strada del deserto che riporta alla super-strada per il confine con la Giordania. E perché avrebbero ucciso Quattrocchi? «Era un uomo molto coraggioso, troppo, sino all’incoscienza. Al momento della cattura cercò di usare il fucile che avevano a bordo. Poi si prese a cazzotti con i rapitori. Non obbediva, li offendeva. Non lo volevano eliminare. Lo fecero perché era diventato un problema. Il suo assassino non si trova più in Iraq, è fuggito in Siria». Lorenzo Cremonesi 17 giugno 2004 - Corriere.it In Blog Trotter Monitor




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12 giugno 2004

Iraq: l'applicazione di torture non era soggetta ad alcuna autorizzazione al di fuori di Abu Ghraib

12 giugno 2004 RAINEWS24 Iraq. Washington Post: il generale Sanchez autorizzò le torture ad Abu Ghraib Il generale Ricardo Sanchez Washington, 12 giugno 2004 Il comandante delle forze Usa in Iraq, il generale Ricardo Sanchez, avrebbe autorizzato i militari americani a usare le maniere forti durante gli interrogatori dei detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Fra le procedure permesse, l'esposizione dei reclusi a temperature estreme, la mancanza di riposo nelle ore notturne, l'alimentazione a pane e acqua e l'impiego dei cani come forma di pressione psicologica. Lo rivela il "Washington Post", citando nuovi documenti sulle torture praticate dai soldati Usa nella prigione irachena. Secondo il giornale statunitense, Sanchez si è ispirato a una lista di 32 tattiche di interrogatorio usate nel centro di detenzione di Guantanamo, che ospita centinaia di presunti terroristi talebani e terroristi di al Qaeda catturati in Afghanistan. Queste pratiche sarebbero state approvate nello scorso settembre. Secondo il Washington Post, un generale inviato in missione ad Abu Ghraib dal Pentagono tornò a Washington proponendo di impiegare la polizia militare per applicare nuovi metodi di pressione sui prigionieri. I documenti ottenuti dal "Washington Post" chiariscono per la prima volta che fino allo scorso ottobre l'applicazione di queste tattiche non era soggetta ad alcuna autorizzazione al di fuori di Abu Ghraib: i carcerieri avevano dunque praticamente mano libera, purché rispettassero l'elenco dei metodi approvati. Successivamente un ufficiale del Comando centrale dell'esercito americano a Tampa fece obiezioni sulle pratiche autorizzate da Sanchez. Di conseguenza il comandante delle forze Usa il 12 ottobre decise di eliminare alcune voci dalla lista delle forme di pressione ammesse e rese sempre necessario il suo via libera finale. Tra le tattiche di pressione depennate dalla lista vi erano l'espropriazione degli oggetti religiosi dei detenuti, l'esposizione a forte luce e gli abusi che ferivano il senso della dignità dei prigionieri. Tra le pratiche che restavano legittime vi era, invece, quella di scegliere i luoghi più inospitali per gli interrogatori, l'intervento sulla dieta dei detenuti, l'imposizione dell'isolamento per oltre trenta giorni, l'impiego dei cani per incutere terrore, il mantenimento dei reclusi in posizioni scomode per tre quarti d'ora. Secondo quanto riferito da fonti ufficiali, Sanchez avrebbe approvato solo uno di questi metodi - l'isolamento a lungo termine - per un totale di 25 volte, tra il 12 ottobre e lo scorso maggio, quando furono definite nuove regole sul trattamento dei detenuti in seguito alla diffusione delle foto sulle torture. L'esercito Usa non ha finora chiarito se questi metodi fossero usati nelle carceri irachene controllate dagli americani anche nel periodo di cinque mesi che va dalla fine dell'intervento militare vero e proprio, nel maggio del 2003, fino all'ottobre scorso. Gli altri articoli della giornata Engineered by Rainet http://www.rai.it/news/articolornews24/0,9...4051526,00.html General Granted Latitude At Prison Abu Ghraib Used Aggressive Tactics By R. Jeffrey Smith and Josh White Washington Post Staff Writers Saturday, June 12, 2004; Page A01 Lt. Gen. Ricardo S. Sanchez, the senior U.S. military officer in Iraq, borrowed heavily from a list of high-pressure interrogation tactics used at the U.S. detention center in Guantanamo Bay, Cuba, and approved letting senior officials at a Baghdad jail use military dogs, temperature extremes, reversed sleep patterns, sensory deprivation, and diets of bread and water on detainees whenever they wished, according to newly obtained documents. The U.S. policy, details of which have not been previously disclosed, was approved in early September, shortly after an Army general sent from Washington completed his inspection of the Abu Ghraib jail and then returned to brief Pentagon officials on his ideas for using military police there to help implement the new high-pressure methods. The documents obtained by The Washington Post spell out in greater detail than previously known the interrogation tactics Sanchez authorized, and make clear for the first time that, before last October, they could be imposed without first seeking the approval of anyone outside the prison. That gave officers at Abu Ghraib wide latitude in handling detainees. Unnamed officials at the Florida headquarters of the U.S. Central Command, which has overall military responsibility for Iraq, objected to some of the 32 interrogation tactics approved by Sanchez in September, including the more severe methods that he had said could be used at any time in Abu Ghraib with the consent of the interrogation officer in charge. As a result, Sanchez decided on Oct. 12 to remove several items on the list and to require that prison officials obtain his direct approval for the remaining high-pressure methods. Among the tactics apparently dropped were those that would take away prisoners' religious items; control their exposure to light; inflict "pride and ego down," which means attacking detainees' sense of pride or worth; and allow interrogators to pretend falsely to be from a country that deals severely with detainees, according to the documents. The high-pressure options that remained included taking someone to a less hospitable location for interrogation; manipulating his or her diet; imposing isolation for more than 30 days; using military dogs to provoke fear; and requiring someone to maintain a "stress position" for as long as 45 minutes. These were not dropped by Sanchez until a scandal erupted in May over photographs depicting abuse at the prison. The Army has never said whether any of the particularly tough tactics that were authorized were used on detainees at Abu Ghraib or the other U.S.-run detention camps in Iraq before October, in the five-month period after the end of major combat operations in May 2003. Officials have said that Sanchez approved the use of only one of the more severe techniques -- long-term isolation -- on 25 occasions after Oct. 12 and before the third set of rules was issued this May. The officials have described the abusive acts committed by Army personnel at Abu Ghraib before and during this time as aberrant activities conducted outside the rules. One of the documents, an Oct. 9 memorandum on "Interrogation Rules of Engagement," which each military intelligence officer at Abu Ghraib was asked to sign, sets out in detail the wide range of pressure tactics approved in September and available before the rules were changed on Oct. 12. They included methods that were close to some of the behavior criticized this March by the Army's own investigator, who said he found evidence of "sadistic, blatant and wanton criminal abuse" at the prison. The document states that the list of tactics in the memorandum is derived from a Sept. 10, 2003, "Interrogation and Counter-Resistance Policy" approved by Combined Joint Task Force-7, which Sanchez directs. While the document states that "at no time will detainees be treated inhumanely nor maliciously humiliated," it permits the use of yelling, loud music, a reduction of heat in winter and air conditioning in summer, and "stress positions" for as long as 45 minutes every four hours -- all without first gaining the permission of anyone more senior than the "interrogation officer in charge" at Abu Ghraib. Although the October document calls attention to the strictures of the Uniform Code of Military Justice, it neither quotes from that statute nor makes any reference to the Geneva Conventions' rules against cruelty and torture involving detainees. Wendy Patten, a lawyer and U.S. advocacy director for Human Rights Watch, said two provisions in the Oct. 9 document are particularly troubling. First, she noted its reference to "dietary manipulation -- minimum bread and water, monitored by medics" as a technique permitted with the approval of the interrogation officer in charge. "This seems a clear violation of the Geneva Conventions, which require daily food rations to have enough quantity, quality and variety to maintain good health, prevent weight loss and prevent nutritional deficiencies," Patten said. She also expressed concern about the policy's blanket approval of "incentive item removal -- regarding religious items" as a tactic that may be used on civilian detainees, which she said appears to conflict with a Geneva Conventions requirement that detainees enjoy "complete latitude in the exercise of their religious duties." Defense Department spokesman Bryan Whitman did not defend these tactics. He said "there are a number of investigations that are looking not only into interrogation procedures and processes, but how they were implemented. The baseline standard for all interrogation as well as the security procedures for holding detainees has always been humane treatment." The list of interrogation options in the document closely matches a menu of options developed for use on detainees held by the U.S. military at Guantanamo Bay and approved in a series of memos signed by top Pentagon officials, including Defense Secretary Donald H. Rumsfeld. In January 2002, for example, Rumsfeld approved the use of dogs to intimidate prisoners there; although officials have said dogs were never used at Guantanamo, they were used at Abu Ghraib. Then, in April 2003, Rumsfeld approved the use in Guantanamo of at least five other high-pressure techniques also listed on the Oct. 9 Abu Ghraib memo, none of which was among the Army's standard interrogation methods. This overlap existed even though detainees in Iraq were covered, according to the administration's policy, by Geneva Convention protections that did not apply to the detainees in Cuba. The documents obtained by The Post, which include memos from Abu Ghraib and statements made by prison officials for the Army's investigation, make clear that this overlap was no accident. No formalized rules for interrogation existed in Iraq before the policy imposed on Sept. 10, one day after Maj. Gen. Geoffrey D. Miller -- who was then in charge of the Guantanamo site -- departed from Iraq. He was accompanied on the Iraq visit by at least 11 senior aides from Guantanamo, including officials from the CIA and Defense Intelligence Agency. While that list of options was subsequently truncated on Oct. 12, some military personnel at the jail told Army investigators that they lacked awareness or understanding of the changes. For example, Spec. Luciana Spencer, a member of the 66th Military Intelligence Group who was removed from interrogations because she had ordered a detainee to walk naked to his cell after an interview, told investigators that the military police did not know their boundaries. "When I began working the night shift I discussed with the MPs what their SOP [standard operating procedure] was for detainee treatment," Spencer said in a statement. "They informed me they had no SOP. I informed them of my IROE [interrogation rules of engagement] and made clear to them what I was and wasn't allowed to do or see." A civilian contractor, Adel Nakhla, an interpreter for military intelligence, told investigators he was briefed on interrogation rules only after being implicated in an abusive event. Yelling at detainees, a technique approved in September that appears to have been dropped in October, was nonetheless used throughout the last quarter of 2003, Army investigators were told. "It's not common but it happens sometimes," Roman Krol, a military intelligence interrogator, told investigators on Jan. 31. "We asked them [military police] if they could come in and randomly yell at the detainee." Moreover, when intelligence officers arranged for military police to help impose some of the more severe tactics, they often failed to specify how to do so, leaving wide latitude for potentially abusive behavior. Steven Anthony Stefanowicz, a civilian interrogator at Abu Ghraib, said, for example, that "the MPs are allowed to do what is necessary to keep the detainee awake in the allotted period of time. . . . I've referred to the MPs to give the detainee his special treatment . . . hence the MPs are not directed when and how this is to be administered." Capt. Donald J. Reese, a member of the 372nd Military Police Company who assigned MPs to work in the isolation tiers, told investigators "it appeared that the MI [military intelligence] tactics were very aggressive and then appeared to taper in intensity as time went along." But the atmosphere at Abu Ghraib was hardly one of strict adherence to the rules, other officials said. A photograph of the pyramid of naked Iraqi detainees -- one of the most notorious portraits of abuse -- was used as a screen saver on a computer in the isolation area where intelligence officers worked, according to Spencer's statement. Some of the rules for U.S. military personnel at the prison made it easy for people to duck responsibility for their actions, a factor that may also have opened the door to abuse. The acronym MI "will not be used in the area," according to an undated prison memo titled "Operational Guidelines," which covered the high-security cellblock. "Additionally, it is recommended that all military personnel in the segregation area reduce knowledge of their true identities to these specialized detainees. The use of sterilized uniforms is highly suggested and personnel should NOT address each other by true name and rank in the segregation area." © 2004 The Washington Post Company http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/artic...-2004Jun11.html




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10 giugno 2004

Giacomo Matteotti, 10 Giugno 1924 - 10 Giugno 2004

Giacomo Matteotti, 10 Giugno 1924 Il socialista Matteotti Giacomo Matteotti, leader socialista, segretario del Partito socialista, eroe socialista, martire socialista, nell'ottantesimo anniversario dalla morte viene oggi ricordato, commemorato e celebrato da altri. Da quegli altri che, negli ultimi anni, sono stati di tutto; e che, attraverso un auto-processo di revisione storica, tra l'altro incompiuto, a parole si sono detti socialisti, nei fatti si sono chiamati ex comunisti, post comunisti, Pds, Ds, Cosa 1, Cosa 2, Quercia, Ulivo e infine Triciclo, ma mai hanno trovato il coraggio di farsi chiamare socialisti. E questo, se da un lato testimonia tutte le contraddizioni e le paure di chi, dalla Bolognina ad oggi ha sostanzialmente fallito nei suoi propositi e nei suoi obiettivi di sostituirsi ai socialisti in Italia, dall'altro mette in evidenza come il perseverare nel tentativo, attraverso l'accaparramento di uomini, cultura e tradizioni, è destinato anch'esso a risultare sterile ed inutile. Perché il socialismo non è un partito o una collocazione politica: è una civiltà. E gli uomini e le donne che se ne sono resi protagonisti, in Italia e nel mondo, appartengono a questa civiltà. La sinistra, così come la conosciamo noi oggi in Italia, è un luogo che trova una sua identità solo perché è opposto alla destra. A questa sinistra sarebbe bene ricordare che Giacomo Matteotti è stato oggetto di una polemica dura, eccessiva e rancorosa da parte della cultura comunista nell'immediato dopoguerra.È forse arrivato il momento di porre un freno al tentativo di omologazione di Matteotti ad una realtà che non era la sua. E in questo i Socialisti Uniti per l'Europa possono rappresentare una voce autorevole. Perché Giacomo Matteotti era il Segretario di quel partito unitario i cui programmi sono molto simili, nei metodi e nella filosofia di fondo, a quelli della nostra Lista. (Nuovo Caffè Letterario) Mi sembra tutto sensato, tranne le ultime tre righe, che palesemente contraddicono le premesse dell'articolo riportato sopra...


Un testo inedito svela i retroscena della prima commemorazione del leader socialista a Savona Pertini: la mia beffa ai fascisti in onore di Matteotti di SANDRO PERTINI Dopo il processo a mio carico del 2 giugno 1925, ripresi la mia attività antifascista. Così pensai di onorare pubblicamente la memoria di Giacomo Matteotti. Presi accordi con giovani comunisti. Allora in Savona, per mia iniziativa, si era costituito un fronte politico che andava da noi socialisti unitari ai comunisti, in difesa di Sacco e Vanzetti. Questo fronte naturalmente svolgeva anche attività antifascista. Avevo in quell’epoca costanti contatti con esponenti comunisti, tutti in gambissima: Pippo Rebagliati, Alietto, poi sindaco di Savona, Crotta... Li misi al corrente del mio piano per Matteotti. Essi l’approvarono e mi assicurarono la collaborazione di giovani comunisti molto coraggiosi e intelligenti. Ed ecco la diavoleria che combinai. Il 9 giugno 1925 mi recai da un fioraio e ordinai una corona di alloro piccola di diametro, poi acquistai un nastro rosso e grandi lettere dell’alfabeto in cartone dorato. Andai nel mio studio e attaccai sul nastro le lettere dell’alfabeto in maniera da comporre questa frase: «Onore a Giacomo Matteotti». Confezionai quindi un pacco che potesse apparire come un grosso panettone. Verso la mezzanotte mi recai alla stazione in modo da non essere visto e ne uscii confuso con i passeggeri dell’ultimo treno che arrivava da Genova. La notte tra il 9 e il 10 Savona era pattugliata in lungo e in largo da squadristi e da militi fascisti armati di manganello, perché le autorità temevano che si preparasse qualche cosa per ricordare l’anniversario dell’assassinio di Matteotti. Io, col mio pacco, me ne vado dalla stazione al Prolungamento, verso la località ove un tempo vi era la fortezza in cui fu prigioniero Giuseppe Mazzini. Sul muro della fortezza, che dava su una piazza, c’era un gancio proprio sotto la lapide, che ricordava la prigionia di Mazzini. A quel gancio era usanza appendere corone per ricordare anniversari patriottici. Lungo il muro si alzava una siepe. Ricordo che l’appuntamento con i comunisti l’avevo in un posto non molto poetico, cioè un vespasiano che era sulla destra andando verso il mare. Vado nel vespasiano e vi trovo un giovane comunista che mi dice che dietro la siepe mi attendono due suoi compagni. Entro nella siepe e li trovo. E’ trascorsa mezzanotte. Sentiamo passare le pattuglie dei fascisti. Rimaniamo in silenzio, quasi a trattenere il fiato. Passate le pattuglie i due giovani mi alzano ed io appendo la corona al chiodo. Aggiusto bene il nastro perché la scritta appaia chiaramente. Ci abbracciamo e, felici del colpo riuscito, ognuno se ne va per la sua strada. Gli operai dell’Ilva, fabbrica allora vicina alla fortezza, avvertiti la sera prima, mentre vanno il mattino del 10 al lavoro sfilano in silenzio sotto la corona, si tolgono il cappello e la guardano... e qualcuno aveva le lacrime agli occhi. La corona, caso strano, nonostante la rigorosa sorveglianza, venne scoperta solo verso le 11 del giorno 10. Le autorità immediatamente pensano a me quale autore del... misfatto. Si riuniscono gli esponenti fascisti presso il procuratore del re; viene esaminata l’azione e studiati i provvedimenti da prendersi. Il procuratore conclude che, non essendovi gli estremi di alcun reato, non può spiccare mandato di arresto nei miei confronti. «Ci penseremo noi!», dicono i fascisti. E ci pensarono: il 12 giugno fui manganellato a sangue. Questo testo inedito di Sandro Pertini ( nella foto ) rievoca il clima in cui si svolsero le prime commemorazioni di Giacomo Matteotti. Ed è rivelatore di quanto le scelte del futuro presidente della Repubblica si siano ispirate al martire socialista. Pertini si iscrisse al Psu proprio sull’onda emotiva di quel martirio, chiedendo che sulla sua tessera fosse riportata la «sacra data» del 10 giugno 1924. Il suo ultimo atto da capo dello Stato, fu una celebrazione matteottiana. Stamane, a 80 anni dall’assassinio, Matteotti sarà ricordato a Montecitorio dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, e dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli. Nel pomeriggio una delegazione di socialdemocratici deporrà una targa commemorativa sul luogo del Lungotevere Arnaldo da Brescia dove il martire del fascismo fu rapito. Corriere della Sera, 10 Giugno 2004




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10 giugno 2004

Cerca con Berlusgoogle!

Berlusgoogle Antonio Socci Emilio Fede Strumenti per le lingue Cerca ovunque Cerca in Porta a Porta Forum - Berluskonga - Piccoli partiti - manifesti in Europa - L'armadio delle liberta' L'ultimo cult del Web: il motore di ricerca berlusconizzato L'ha creato un programmatore che lavora in Germania Berlusgoogle: sembra Google ma la pensa come il Cavaliere Cercando "comunisti" appare il sito del Financial Times "Mi sento fortunato" diventa "Mi sento perseguitato" di ALESSIO BALBI (In La Repubblica, 10 Giugno 2)




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8 giugno 2004

Iraq, Onu approva all'unanimità nuova risoluzione

New York, 22:55 Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato oggi all'unanimità la nuova risoluzione che disegna il futuro dell'Iraq. Si trattava della quinta bozza. La risoluzione, che ha preso il numero 1546, stabilisce la "piena sovranità" del nuovo governo ad interim iracheno, segna le tappe del processo politico che dovrà portare entro la fine del 2005 all'elezione di un governo costituzionale e stabilisce le modalità per la presenza della forza multinazionale e per la gestione delle operazioni militari a partire dal 30 giugno prossimo. La Repubblica - News U.N. Council Unanimously Adopts Iraq Resolution Tue Jun 8, 2004 05:01 PM ET By Evelyn Leopold UNITED NATIONS (Reuters) - The U.N. Security Council voted unanimously on Tuesday to adopt a U.S.-British resolution that formally ends the occupation of Iraq on June 30 and authorizes U.S.-led troops to keep the peace. In a packed council chamber, the 15-nation body endorsed a "sovereign interim government" in Iraq, following weeks of negotiations and a last minute addition by the United States and Britain on military policy that France and Germany had demanded. "The significance of this resolution ... is to take away the concept of occupation, which I would say was the main reason for many of the difficulties that we have been going through since liberation," Iraqi Foreign Minister Hoghyar Zebari said in New York. The resolution attempts to pave the way for democracy by giving a timetable for elections -- not later than Jan. 31, 2005. It puts Iraq in charge of its oil proceeds and calls for the United Nations to help with elections, a constitution and many other tasks. Control of the 160,000 U.S.-led troops was the most contentious issue in the resolution, which authorizes a multinational force under American command to "use all necessary measures" to prevent violence. The United States pledged "partnership" and coordination with Iraq's leaders but did not agree to give Baghdad a virtual veto over major military offensives as France, Germany, Algeria and others had wanted. However, the resolution gives the Iraqi interim government the right to order U.S. troops to leave at any time and makes clear the mandate of the international force would expire by the end of January 2006. The Bush administration was anxious for a vote early this week on the official transfer of sovereignty so disputes over the resolution did not overshadow a summit of the Group of Eight industrial nations in Sea Island, Georgia. The resolution is expected to help patch up deep divisions on Iraq, prompted by the U.S.-led invasion, opposed by major European nations and most other countries around the world. Many diplomats praised the United States for taking account of their views and not forcing a confrontation. "I think it shows the international community coming together again to support the Iraqi people in their efforts to build a country that rests on the foundations of democracy and freedom and the rights of all," Secretary of State Colin Powell said in Washington. © Reuters 2004. All Rights Reserved.




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8 giugno 2004

Dimenticare Bagdad, Forget Bagdad, di Samir

Visto nel corso del programma ME-DOC della Televisione Svizzera Italiana - TSI1, lunedì 7 giugno, ore 23.25 A cura di Luisella Realini - Forget Baghdad di Samir Un documentario di Samir, interessante autore svizzero, questa settimana a Martedì Notte. Una profonda e appassionata riflessione sui clichès che rappresentano "ebrei" e "arabi" nella storia del cinema. Il percorso politico e privato di alcuni comunisti iracheni d’origine ebrea, rifugiatesi in Israele, dove scoprono di rimanere comunque diversi. (Premiato al Festival di Locarno 2002). Note sull'autore Samir è nato a Baghdad nel 1955, da padre iracheno e madre svizzero-tedesca. All’età di sette anni, a causa del peggioramento della situazione politica irachena, lascia il suo paese per trasferirsi in Svizzera, alla periferia di Zurigo. Dopo aver frequentato per un anno la Scuola d’Arte e aver fatto l’apprendista tipografo, lavora per sette anni come assistente di produzione alla Condor Films, società di produzione pubblicitaria e di film su commissione. Nel 1982 tenta, senza successo, di entrare alla Scuola di Cinema di Berlino; inizia allora a realizzare i suoi film e si avvicina all’impegno politico militando nei movimenti che scuotono la Svizzera degli anni ‘80, partecipando anche alla creazione di laboratori video come Megahertz o di collettivi di video maker come Videoladen e Dschoint Ventschr di Zurigo. Dopo aver realizzato tre lungometraggi di fiction e un documentario, a partire dal 1994 comincia a collaborare con la televisione girando numerosi telefilm. Nello stesso anno, assieme al regista Werner “Swiss” Schweizer diventa direttore della società di produzione Dschoint Ventschr, a tutt’oggi una delle realtà più dinamiche di tutta la Svizzera. Nel 1999 ha smesso di lavorare per la televisione. Filmografia scelta: 2002 Forget Baghdad, 35 mm, 110 Min., Documentary 1998 Projecziuns Tibetanas, Video, 24 Min., Documentary, TvR 1997 La eta knabino, 35 mm, 6 Min., Digital silent feature film 1993 Babylon 2, Video/35 mm, 90 Min., Documentary 1991 Immer & Ewig, Video/35 mm, 90 Min., Experimental video feature film 1988 Filou, 35 mm, 90 Min., Feature film 1986 Morlove, U-Matic, 71 Min., Experimental video feature film 1984 Stummfilm, 16 mm, 18 Min., Feature film. (Fucine Mute Webmagazine) Il cantastorie elvetico intervista a cura di Sarah Gherbitz L’omaggio a Samir è al centro della rassegna Switzerland: another babylon? in programma quest’anno a Alpe Adria Festival e dedicata alla produzione indipendente svizzera. Le sue opere inseguono diverse forme d’espressione, tracciando un elaborato percorso che va dal fumetto al video passando per la scrittura ed il teatro, e da cui emerge una forte attenzione nei confronti dell’universo giovanile "pop" così come ci viene presentato dai media. In tutto sono stati selezionati undici lavori, tra cui Babylon 2 (1993), fortunato documentario sui temi dell’immigrazione e dell’identità ripresi anche nel più recente Forget Baghdad (2002) e che, insieme ad alcune opere dai toni più leggeri come La eta knabino e la favola Angélique, rivelano un cineasta di sorprendente versatilità; oppure un eccezionale "cantastorie"- come scrive nell’introduzione sul catalogo Frédéric Maire, curatore dell’omaggio e co-fondatore del cineclub per bambini La Lanterna Magica - capace di racchiudere più significati all’interno di un solo, rapido, abbagliante frame. Sarah Gherbitz (SG): Come ti sei avvicinato alla sperimentazione video? Samir (S): Ho cominciato a realizzare piccoli video sperimentali nei primi anni ottanta, quando si usavano ancora le cosiddette videocamere amatoriali. Decisi di provare a vedere che cosa potevo fare col digitale perché prima avevo imparato tutto sulla pellicola: ogni volta che compare una nuova tecnologia ne resto colpito e mi piace impararla, voglio capire se ci vado d’accordo oppure no; così comprai una di queste prime videocamere e iniziai a girare. Mi accorsi subito che era molto differente dalla pellicola perché avevo più possibilità di "giocare" con le immagini; allo stesso tempo lo odiavo perché l’immagine non era definita come avviene invece quando si usa la pellicola. SG: Però nei tuoi film l’uso dello split-screening ha un ruolo fondamentale.. S: Anche in passato i primi cinematographers usavano queste tecniche ma era molto difficile lavorarci, perché dovevano ricavare piccole immagini per poi inserirle sulla pellicola, basta pensare a Méliès ed al suo Voyage dans la lune, era pieno di questi piccoli trucchi… Da parte mia, sapevo come effettuare questo passaggio e lo trovavo molto affascinante. In seguito, quando passai al digitale restava pur sempre un problema: l’inquadratura non era nitida come quella della pellicola, non era bello da vedere, non c’era profondità. L’immagine video è sempre molto piatta. Incominciai a pensare come sarebbe stato creare differenti livelli di profondità nell’immagine e nacquero così i primi esperimenti. SG: Nei tuoi film c’è un forte approccio documentaristico, quali sono i registi che ti hanno più influenzato in questo senso? S: Devo dire che mi sento distante dall’approccio documentaristico, mentre è presente l’influsso della nouvelle vague sulle mie opere, penso ad esempio al film Le milieu du monde (1974) di Alain Tanner, dove si racconta della storia d’amore tra un ingegnere svizzero e una cameriera italiana attraverso lo split screening. Ma nei miei film ci sono forti riferimenti anche al neorealismo, ed al cinema "rivoluzionario" di Pasolini e di Francesco Rosi degli anni Sessanta; senza dimenticare Corbucci e gli spaghetti-western di Sergio Leone. SG: Com’è nata l’esperienza della Dschoint Ventschr (la casa di produzione fondata da Samir, nda)? S: Sì, Dschoint Ventschr è il nome scherzoso che abbiamo scelto quando abbiamo avvertito la necessità di metterci insieme: e joint venture significa, per l’appunto, affrontare le avventure insieme. E’ un modo per supportare i giovani talenti del cinema svizzero perché, ai nostri tempi, nessuno ci sostenne. Ora che ce l’abbiamo fatta è giunto il momento per noi di essere generosi e supportare anche gli altri: mi raccomando mettete il link nel vostro website! SG: E com’è questo giovane cinema svizzero? S: La Dschoint Ventschr è specializzata nel produrre nuovi talenti che cercano un nuovo linguaggio nel cinema; per quel che riguarda i contenuti, i film prodotti riuniscono sullo stesso schermo gente, stili di vita e quindi delle culture molto diverse tra loro. Quel che c’interessa non è tanto il cinema mainstream commerciale ma un genere più innovativo, e quindi registi "autori" che creano e sperimentano con il linguaggio. SG: Quali sono i tuoi progetti futuri? S: Sto lavorando ad un film di fiction il cui titolo è Biancaneve (Snow white) dove si racconta di una ragazza della "gioventù dorata" di Zurigo che s’innamora di un famoso cantante, interpretato da Carlos Leal, leader del gruppo hip hop Sens Unik. Si tratta di una riflessione sull’assenza di riferimenti politici nella giovane generazione, specialmente nell’occidente globalizzato. Non mi riferisco ovviamente a quei ragazzi coraggiosi impegnati nel movimento no global, il film parlerà dei giovani che sono coinvolti in club, droga-party e sesso, che hanno insomma un modo cinico di vedere il mondo. Puoi parlare con loro di politica, la conoscono, sono molto intelligenti ma non hanno alternative: sarà un docufilm sulle giovani generazioni. SG: Per concludere, una domanda a Frédéric Maire (FM): come hai conosciuto il cinema di Samir? FM: Anch’io ho fatto alcuni film, quindi ci siamo incontrati al festival di Soleure dove passano tutte le produzioni svizzere e probabilmente i nostri lavori sono stati proiettati nello stesso momento... Ma vorrei dire che ho scoperto Morlove quando era passato a Soleure, è stato veramente uno choc per tutti vedere, ad un tratto, su uno schermo che era abituato a quei documentari non dico pesanti, ma almeno tradizionali, caratterizzati da un certo rigore formale molto elvetico, dicevo vedere questa specie di follia-video che si permetteva tutto, tendente al fumetto ma al tempo stesso ricco di riferimenti cinematografici. Ho l’impressione che tu hai scosso tutta la città di Soleure, e soprattutto il mondo cinefilo che si trovava lì parlava soltanto di questo film perché era diventato un avvenimento assoluto, vedere qualcosa di totalmente diverso e di completamente nuovo; e da lì abbiamo iniziato a parlare, a sentirci di tanto in tanto.. S: Sì, le tecniche di animazione m’interessano proprio in quanto consentono di comporre e scomporre continuamente… Questo vale sicuramente per Morlove; in questo senso fu innovativo, perché sommando alle novità del digitale le potenzialità delle tecniche di animazione alla fine è risultato un film completo. SG: Che cosa intendi quando definisci il montaggio una sorta di morte, di uccisione dell’amata (killin’ you darling, nda)? S: Se si vuol mettere tutto quello che piace davanti alla mdp il risultato non è più un film bensì semplicemente una telecamera di sorveglianza; il principio del filmare consiste nell’eliminare tutto ciò che non usi per il tuo racconto: questo forse è anche la principale differenza che passa tra un web-film e il cinema! (Fucine Mute Webmagazine)




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7 giugno 2004

Morte di un paraplegico: era palestinese (e: perchè ho segnalato e scritto commenti in BlogTrotter)

Leonardo Coen, Blog Trotter, Lunedì, 07 giugno 2004 Oggi a Kalandia, il campo profughi che si trova a nord di Gerusalemme, si stanno celebrando i funerali di Arafat Ibrahim Yacub, 32 anni, un palestinese paraplegico, ucciso ieri sera dalle truppe dello Stato ebraico. I soldati avevano sparato contro un gruppo di dimostranti palestinesi che manifestavano nel campo profughi. Yacub, secondo alcune testimonianze, era seduto vicino all'ingresso di una caffetteria quando è stato raggiunto da uno o più proiettili esplosi dai militari israeliani. L'uomo è spirato durante il trasporto in ospedale. L'episodio ha suscitato grande indignazione - non soltanto nei Territori: Yacub, in quanto disabile, non poteva essere coinvolto nella dimostrazione inscenata ieri sera da un gruppetto di giovani: perchè gli hanno sparato addosso? L'esercito israeliano ha annunciato un'inchiesta, ma è chiaro che le polemiche scateneranno voglia di vendetta e prepareranno nuove violenze. Invece di evitare le provocazioni, Israele sembra favorirle. A cominciare dal fatto che si è aperto il fuoco contro dei manifestanti e si è sparato a tutto raggio, senza preoccuparsi di colpire civili: "Una prassi ormai consolidata", accusano i palestinesi. Stavolta è proprio difficile dire che hanno torto. Sposato e padre di due bambini, Yacub era stato ferito durante la prima Intifada (1987-93), nel corso di scontri con l'esercito israeliano, sempre a Kalandia. Una pallottola gli aveva colpito la spina dorsale provocandogli un danno irreparabile. Da quel giorno viveva grazie ad una pensione di invalidità dell'Autorità nazionale palestinese. Il centro di riabilitazione 'Abu Raya' di Ramallah (Cisgiordania), dove era stato ricoverato per oltre sei mesi, lo ricorda come un giovane determinato che aveva saputo, a costo di sacrifici enormi, recuperare parte della sua autonomia fisica. Ho scritto nei Commenti Approfitto di questo topic, che in qualche modo 'sento' in particolar modo sia per l'amicizia e frequentazione di anni, in famiglia e altrove, di persone disabili, o 'portatrici' di disagio psico-fisico, per precisare poche cose sul senso della mia presenza nei commenti a questo blog a partire da settembre 2003. Chi è interessato leggerà, chi si diverte a sbeffeggiare continuerà a farlo. Non è questo il punto! A interessarmi di conflitti, ed in particolare di quello 'per definizione', in Israele e nei Territori Occupati da Israele, mi hanno portato nel corso degli anni il fatto che io abbia condiviso con molti i mitici anni '70, alcuni eventi della mia personale biografia a fine anni '70, ed il fatto di continuare ad occuparmi, in rete e fuori rete, appunto di disagio psico-fisico e di conflitti. Da qui il mio essere qui con quel che scrivo, ed anche la segnalazione su altri siti dedicati al disagio ed ai conflitti di Blog Trotter, sorta di 'palestra mediatica' valida a dimostrare e mostrare come 'personale e politico' siano un binomio inscindibile tuttora valido e - ancora dopo 30 anni e oltre - tutto da investigare, dal momento che i conflitti politico-sociali hanno un immediato (anche se non sempre consapevole) impatto sulla vita privata di ciascuno, e d'altro canto chi vive un disagio psico-fisico e un conflitto 'privato' tende spesso a rinchiudersi in un mondo di isolamento e abbandono, separandosi e spesso venendo attivamente separato dal vivere civile. L'invito a partecipare a Blog Trotter era ed è dunque mirato a favorire lo stabilirsi di 'ponti' ( e l'aprirsi di 'porte' ) mentali tra luoghi virtuali e reali dedicati al disagio e alle disabilità (spesso ghetti in cui rinchiudersi nell'autocommiserazione) ed altri luoghi reali, e virtuali, come questo, dove com'è evidente a tutti da mesi, il conflitto è spesso agito nelle forme più disparate (il sistematico 'attacco' a me o meglio al mio 'nick' ne è una prova lampante, come pure aver trasformato un certo altro nick in una sorta di bersaglio costante di invettive e sberleffi, con punte 'inaudite' di razzismo ed esplicito antisemitismo). Ma non credo siano ragionamenti di tipo moralistico a farci andare oltre, sempre che qualcuno ne abbia l'intenzione e se la senta di provare. Questo topic ne è un piccolo banco di prova. L'eventuale e probabile trasformazione in ennesimo 'teatrino dell'orrore' in fatto di battute e attacchi verbali, non farà che rendere ancor più evidente quanto il 'conflitto' pervada i più, soprattutto chi frequenta questo blog, in cui per motivi diversi e convergenti ha trovato luogo e modo di riversare quel che non oserebbe esprimere altrove. inviato il 07.06.2004 15:02:37 (anche in Blog Trotter Monitor)




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