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25 maggio 2004

Giovanni Falcone, un'identità contesa. Una mano lava l'altra, ed eccole pulite...

Ilda Boccassi e le polemiche sul ricordo del magistrato quindici giorni prima di venire ucciso: "Giovanni parlò così" "Pera stravolge le idee di Falcone ma lui difese l'autonomia dei pm" di GIUSEPPE D'AVANZO "Sorpresa? Per niente. Non sono gli esami a non finire mai, in Italia le sorprese non finiscono mai. E allora non mi sorprendo se il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, commemora Giovanni Falcone stropicciando fuori contesto una sua frase per lanciarla, a fini politici, contro la magistratura. E' stato un passo falso, è stato un errore con tutto il rispetto che sempre merita la seconda carica dello Stato". Ilda Boccassini domenica era a Palermo. Nel viaggio di ritorno a Milano ha avuto un bel riflettere sullo stato delle cose in un Paese lacerato, sempre diviso, sempre in conflitto che non riesce a trovare ragioni comuni e condivise nemmeno accanto alle tombe, nemmeno riflettendo sulle testimonianza di vita che quei morti - morti per servire lo Stato - hanno consegnato alla storia italiana. A Palermo Giovanni Falcone è stato ricordato, nel dodicesimo anniversario del suo assassinio, con due manifestazioni. Di diverso colore e segno, per dir così. Romano Prodi e Giuliano Amato nell'aula dove fu celebrato il processo a Cosa Nostra istruito dal giudice istruttore e dal pool di Antonino Caponnetto. Lungo l'autostrada a Capaci, accanto alle stele, il presidente del Senato Marcello Pera, i membri del governo. Nessun canale di comunicazione tra i due eventi, se si esclude la presenza della famiglia del giudice. Ilda Boccassini se n'è andata alla fiaccolata dei giovani e non ha avuto modo di ascoltare le parole di Pera. Le ha lette nelle cronache dei giornali. Dice ora: "Non sono rimasta sorpresa o sbigottita per le parole del presidente Pera. Sono rimasta non stupita, ma addolorata per l'occasione che si è voluto utilizzare per portare l'ennesimo attacco alla magistratura. Ne posso solo prendere atto. Come prendo atto che, dopo dodici anni Giovanni Falcone, già in vita bistrattato a destra come a sinistra, nemmeno da morto riesce a trovare la pace e il rispetto che merita, un ricordo che sappia riflettere sulla sua grandezza, sulla coerenza dei suoi comportamenti e delle sue scelte, sulla lungimiranza delle sue idee...". Sono le idee di Falcone che Pera ha ricordato. "No, purtroppo. E lo dico con molta tristezza. Sono le idee di Falcone che il presidente Pera ha strumentalmente utilizzato... Il brano citato, domenica a Capaci, dal presidente del Senato fa parte di una lezione di Giovanni all'istituto Gonzaga di Palermo, quindici giorni prima di essere ucciso. Era l'otto maggio del 1992. Le sue parole sono a disposizione di tutti, pubblicate in volume dalla Sansoni (Interventi e Proposte, pagina 183). Era una lezione senza titolo nelle sue carte. Il titolo che accompagna il testo pubblicato ("Il dibattito politico sul ruolo della magistratura") è stato apposto dai redattori del libro, ma rende bene il nucleo della questione che Giovanni affronta". Qual è, questa questione? "Falcone discute dei rapporti tra politica e magistratura. Osserva che "dopo la moda del linciaggio verso la politicizzazione dei giudici... adesso, con una velocità degna di miglior causa, siamo di fronte alla difesa ad oltranza dell'indipendenza dei giudici". A Giovanni non sono mai piaciute le "astratte affermazioni di principio" e quel giorno prova ad assaggiare che cosa, per i magistrati, bolle in pentola. A mo' di esempio cita le proposte dell'ideologo della Lega, il professor Gianfranco Miglio. Riassume il suo progetto di riforma dell'ufficio del pubblico ministero: "Organo che dovrebbe essere diviso da quelli della funzione giudiziaria, organizzato gerarchicamente dal suo interno dove gli organi superiori dovrebbero avocare a sé gli affari trattati dagli organi inferiori; dove i funzionari avrebbero una carriera distinta dai magistrati della funzione giurisdizionale e non potrebbero essere trasferiti ad uffici di quest'ultima". "Il reclutamento dei pubblici ministeri dovrebbe avvenire per concorso, ma la nomina, le promozioni e la assegnazione", proponeva Miglio, sarebbero state sottratte al Consiglio superiore della Magistratura per essere assegnate a "un procuratore della Costituzione". "Dico, en passant, che la riforma di Miglio assomiglia come una goccia d'acqua alla riforma dell'ordinamento giudiziario in discussione alla Camere, ma questo come è ovvio Giovanni non poteva saperlo. Sapeva invece che con idee di quel tipo, con una riforma istituzionale di quel tipo, la magistratura doveva fare ormai i conti senza trincerarsi in una inutile "difesa ad oltranza". Anche allora il suo occhio vide lontano. Giovanni, in quella lezione al Gonzaga, si chiedeva dunque come difendere l'autonomia della magistratura. Si chiedeva e si sforzava di far comprendere come "autonomia e indipendenza potessero rispondere alle reali esigenze della società, essere funzionali alle necessità della collettività". Solo quella era la via d'uscita, infatti: rendere concreto per la società l'utilità dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria, vederle "riconosciute come un valore da custodire e non già come un privilegio" delle toghe. "E' in quest'orizzonte che Giovanni fece riferimento alla funzionalità dell'autonomia e dell'indipendenza, valori - disse - che servono per l'efficienza della magistratura. Solo l'efficienza della funzione giudiziaria messa al servizio della società potrà trasformare autonomia e indipendenza in valori non per la magistratura, ma per la collettività. A rileggere quella lezione, il significato è chiaro. Giovanni avverte i magistrati: attenti, dopo il linciaggio della politicizzazione, verranno riforme che avranno l'esplicito obiettivo di piegare l'autonomia della nostra funzione. A nulla varrà una difesa cieca, miope, "ad oltranza", se non renderemo vivo, necessario, conveniente nella società, con un efficiente servizio, quel valore di autonomia e indipendenza... Mi scusi, mi interrompo...". Perché? "Questo discorso non voglio farlo, non voglio farmi prendere dalla passione del ricordo di un amico che, in momenti difficili come questo, ci manca se è possibile ancora di più.... Non voglio unirmi al coro di chi, anno dopo anno, afferra un lembo del pensiero o del lavoro di Giovanni per farne scudo alle proprie scelte o per trasformarlo in un'arma d'offesa contro gli avversari politici. Spero che almeno da morto, come non lo è stato in vita, Giovanni possa essere rispettato con le sue idee, lucide, premonitrici, controverse o discutibili come sono tutte le idee. Con il rispetto che un servitore dello Stato, come me, ha e deve avere per la seconda carica dello Stato, ripeto che il presidente del Senato ha commesso un errore lasciandosi anch'egli tentare dall'uso strumentale delle riflessioni di Giovanni Falcone. Per di più, è incappato in una grave contraddizione". Qual è la contraddizione? "Pera ricorda che Falcone pose alla base della sua riflessione un trinomio. Autonomia, indipendenza, efficienza. Giovanni pensava che solo, se efficienti, i magistrati possono difendere l'autonomia e l'indipendenza della loro funzione. Ma ci sono anche delle condizioni di base che devono essere assicurate dallo Stato per poter essere efficienti. Perché il presidente del Senato non si occupa delle condizioni in cui è stato avvilito il servizio giudiziario? Perché non spende una parola dinanzi alle doglianze della magistratura italiana sull'impossibilità dell'efficienza con gli organici malmessi, le risorse ridotte, le leggi contraddittorie? Ecco, la strumentalità del discorso del presidente del Senato è in questa contraddizione. Sembrano non interessargli "le reali esigenze della società" che stavano a cuore a Giovanni, ma soltanto la reiterazione dell'accusa di politicizzazione, che, come aveva previsto Falcone più di un decennio fa, annuncia riforme che vogliono condizionare l'autonomia e l'indipendenza di quel servizio. Se "le reali esigenze della società" fossero state tra i pensieri di Pera, come lo erano nella mente di Giovanni, il presidente del Senato avrebbe forse dovuto spendere anche qualche parola sulla caduta di tensione del ceto politico nel contrasto con la mafia, quella mafia che ha ucciso Giovanni e Paolo Borsellino e Francesca Morvillo e distrutto le loro scorte. Avrebbe speso qualche frase contro quel desiderio di convivere con Cosa Nostra che sembra il segno di questi anni anche per esplicita ammissione di qualche ministro. Avrebbe ricordato che, dentro la magistratura, c'è stato chi ha venduto la toga al miglior offerente e chi, fuori della magistratura, l'ha comprata. Avrebbe ricordato che l'efficienza della funzione giudiziaria non può essere affare soltanto dei giudici o dei pubblici ministeri, ma anche di chi fa le leggi e amministra l'organizzazione giudiziaria". Oggi sciopererà? "Oggi sciopererò e le dico che sciopererò, anche se starò qui nel mio ufficio a lavorare, anche per onorare il ricordo di Giovanni Falcone, magistrato autonomo, indipendente, efficiente". (25 maggio 2004) Scrivevo il 22 Maggio 2004, nei commenti a Leonardo Coen: Prossimamente: Mani Pulite, la Vendetta ieri sera ho seguito qualche minuto Maurizio Costanzo che commemorava Giovanni Falcone, insieme a Claudio Martelli... boh... ? quante cose non so e non sappiamo. visceralmente, avrei reagito con un 'ma ci vuole proprio un bel coraggio', ma insieme mi chiedevo: e io cosa ne so, davvero? Mani Pulite, con le telecamere di Mediaset fisse a puntare l'ingresso del Tribunale di Milano: e chi se le dimentica. Io però non ci passavo mai, non ho mai partecipato a una sola manifestazione. Non perchè non vedessi con piacere che qualche audace stava provando a mettere sotto processo il 'terzo livello' mafioso e tangentizio, ma perchè l'idea stessa che qualcuno potesse definire una parte come 'mani pulite' contro un'altra con le mani sporche per definizione mi ripugnava E Di Pietro? Non parlo delle sue idee, della sua onestà morale, della sua professionalità: ma perchè mettersi in politica e spendere lì la popolarità che si era travettianamente conquistata sul campo del 'diritto' ? E i Socialisti? spazzati via di colpo dalla scena politica nazionale, ma soprattutto milanese (e lo stiamo tuttora pagando salato, in termini di LAICITA' prima di tutto) solo perchè tutto il PSI si era ridotto ad appendice di un uomo solo, con i suoi pregi, i suoi difetti, la sua megalomania e capacità di attrazione, ed è stato molto facile disintegrarne l'identità, fatta anche però di migliaia di iscritti comptenti, onesti, seri, non più ladri (per definizione) di altri, la vera 'intellighenzia' milanese... lapsus (e.... Viale Papiniano????) inviato il 22.05.2004 13:48:40 ma, a proposito Mani 'Pulite' non nasceva da giudici legati ad Alleanza Nazionale e alla 'destra ex democristiana'? La Lega non applaudiva e mandava affollate masse alle manifestazioni davanti al Palazzo di Giustizia? Canale 5 non mandava in onda servizi e interviste a getto continuo? Il Cav. Berlusconi non offerse un ministero in suo eventuale governo a Di Pietro? La sinistra milanese non guardava forse con sospetto e diffidenza il 'terrore giacobino', che di fatto ha finito con danneggiare, in tutto il Nord Italia, proprio i partiti di sinistra? Questo è quanto ricordo io, vorrei che qualcuno confermasse, qual era il 'clima' a Milano, in quegli anni... e come si è trasformato, a tutto vantaggio di Lega, Alleanza Nazionale, Forza Italia, Destra ex-DC inviato il 24.05.2004 10:58:17 la tragedia craxiana e la disintegrazione della sinistra milanese appaiono sulla distanza il frutto della 'miopia' di Bettino Craxi, o meglio del suo strabismo che lo portava ad appoggiarsi a quelli che considerava potenziali alleati come la Lega e Alleanza Nazionale (i medesimi che non solo gli hanno 'fatto la festa', ma se ne sono poi massimamente avvantaggiati, oltre all' "amico" Cavaliere di Arcore) e ad attaccare come mandanti il PCI e la sinistra, che sono quelli che non meno del PSI hanno dovuto consegnare all'attuale leadership berlusconiana Milano, la Lombardia e l'Italia (anche il governo 'di centro sinistra' di Prodi-D'Alema-Amato coll'entusiasmante finale del portavoce Rutelli è stato di fatto un governo ingessato, bloccato in qualsiasi sua iniziativa volta a delimitare lo strapotere berlusconiano proprio dall'uso che le destre hanno abilmente fatto di Mani 'Pulite') inviato il 24.05.2004 11:06:04




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22 maggio 2004

Marwan Barghuti, ne scrive Luisa Morgantini, su 'il manifesto'

il manifesto, 21 Maggio 2004: Processo a Barghuti, chiesti cinque ergastoli Il leader dell'Intifada respinge l'accusa in ebraico: «Alla sbarra Sharon». I giudici: Arafat mandante Luisa Morgantini TEL AVIV Ieri mattina processo e richiesta di condanna per Marwan Barghuti, il leader dell'Intifada e segretario di Al-Fatah in Cisgiordania, ancora, con Arafat, il leader palestinese più popolare e amato. Marwan è stato sequestrato a Ramallah il 15 aprile del 2002. In tutto questo tempo è stato tenuto segregato in isolamento, non ha mai potuto vedere la famiglia. L'unica volta che ha visto i due figli è stato sotto ricatto - glieli hanno mostrati in tv, altrimenti poteva scegliere di avere comunque un vetro divisorio davanti. Poi hanno arrestato il figlio maggiore, Kassem, incarcerato a dicembre del 2003 e ancora in galera. Quindi hanno tentato di umiliarlo costantemente. Ma Marwan ha retto, ieri il suo tono era grave ma anche ironico. Ha ribadito la sua innocenza rispetto alle accuse, ha ripetuto che è contro l'uccisione di civili israeliani e, invece, che la responsabilità di quello che succede è dell'occupazione militare israeliana, che lui è per la pace e la esistenza di due popoli due stati e si è sempre battuto per questo fin dagli accordi di Oslo «quegli accordi che sono stati distrutti in realtà dall'uccisione Rabin, dal continuo furto delle terre palestinesi da parte d'Israele, dall'occupazione, dagli arresti e dalla mancanza di libertà di movimento dei palestinesi» - proprio come ha denunciato Amnesty International. Parlava in ebraico Marwan e ha perfino scherzato. A un certo punto dalla Corte gli hanno detto che aveva già parlato troppo. E lui ha risposto sereno: «Tanto sono già stato condannato e siccome sono stato in carcere già tanto tempo, ora prendo la parola e parlo». E'stato fermissimo nel ribadire le responsabilità di Sharon, nel denunciare le stragi di queste ore e le distruzioni di case a Rafah. «O in uno stato per due popoli o in uno stato solamente - ha aggiunto - i palestinesi non smetteranno mai di lottare per i loro diritti. Resisteranno sempre. Lasciatemi dire che questa Corte per me non ha valore, è la giustizia dell'occupazione - ha detto rivolto anche a Azni Bishara il deputato arabo israeliano, leader dei palestinesi che vivono nello Stato d'Israele, presente al processo - Mi avete arrestato, avete detto che io ero l'unico leader, ma l'Intifada è continuata. Ogni giorno dite che avete preso e ucciso quello che è il primo leader, ma il popolo continua a lottare. Dovete cessare l'occupazione militare israeliana». Marwan, che stavolta non aveva le mani legate, ha parlato di Gaza dicendo: «E' Sharon che dovrebbe essere processato per quello che sta facendo», poi, sempre in ebraico si è rivolto agli israeliani: «Voi che avete subito l'Olocausto, che avete sofferto così tanto, come potete commettere questi crimini?» Il pubblico ministero israeliano ha ribadito che è Marwan Barghuti «il» responsabile di tutto, di ogni azione e per questo meritevole di ben 5 ergastoli per 5 israeliani rimasti ucci in attentati. Ma - e può perfino sembrare un fatto «positivo» - la condanna richiesta alla fine non ha riguardato tutti i capi d'accusa: sono stati chiesti infatti 5 ergastoli per quattro attentati compiuti in Israele, ora per gli altri 33 capi d'accusa non può essere processato più nessuno. La Corte si è aggiornata al 6 giugno quando sarà emessa la sentenza definitiva. Il fatto grave contenuto nei capi d'accusa è che Marwan Barghuti altro non è che una «emanazione» di Yasser Arafat, quindi sotto processo ieri era anche il presidente palestinese. Erano presenti molti parlamentari arabo israeliani, mentre ai pacifisti e allo stesso Uri Avnery non è stato permesso l'ingresso. Presente una delegazione del Parlamento europeo guidata da Francis Wurtz il capo gruppo parlamentare del Gue, la nuova sinistra. Una presenza che ha reso felicissimo Marwan. In questi giorni c'è stato una specie di giallo perché non lo facevano vedere all'avvocato. La sua salute desta preoccupazione, è sempre in isolamento, in una cella umidissima e lui soffre di disturbi respiratori e non può avere un dottore. La moglie, Fatwa, Barghuti, non ha potuto essere presente. Raggiunta telefonicamente, si è sentita male appena è stata informata della richiesta di condanna. Fuori del processo la protesta aggressiva di un centinaio di familiari delle vittime israeliane degli attentati Un'ultima considerazione. Nessuno si aspettava la richiesta di condanna così presto. Il ritardo appariva perfino positivo. La richiesta di condanna è da mettere in relazione proprio con la volontà in questo momento di Sharon di annientare ogni possibilità di resistenza da parte dei palestinesi. Barghuti, molto amato dai palestinesi, è spesso presentato dall stampa israeliana come l'«alternativa» ad Arafat. Eppure su Barghuti la comunità internazionale tace. Come tace sui 7000 prigionieri politici palestinesi tra cui 350 ragazzini tenuti in condizioni disastrose in prigioni dove la tortura è pratica di stato. Come per Marwan, da due anni in totale isolamento, in una cella 1,50 per 3, sotto terra, con la luce accesa continuamente.




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21 maggio 2004

Marwan Barghouti: Al Aqsa minaccia di prendere ostaggi

Venerdì 21 maggio 2004 (05h59) : CONDANNATO BARGHOUTI; AL AQSA, PRENDEREMO OSTAGGI TEL AVIV Un tribunale israeliano ha condannato Marwan Barghouti, colui che e' considerato il leader dell'attuale Intifada', riconoscendolo colpevole della morte di 26 persone uccise in vari attentati. Lo ha reso noto il sito web del quotidiano israeliano 'Maariv'. Il verdetto arriva in un momento di estrema tensione nei Territori, dove da giorni e' in corso una massiccia operazione israeliana: il raid dell'esercito nel campo profughi di Rafah, l'operazione 'Arcobaleno', che ha gia' causato la morte di decine di palestinesi. La condanna per il 44enne parlamentare cisgiordano, considerato da molti come il probabile successore di Yasser Arafat, e' presumibilmente il carcere a vita. Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa hanno chiarito quale sara' la loro strategia di reazione alla condanna di Barghouti: catturare soldati israeliani per ottenere, in cambio degli ostaggi, il rilascio del leader palestinese. L'Autorita' Nazionale palestinese ha fatto sapere di non riconoscere la legittimita' della sentenza di condanna. E ora Israele ipotizza di portare in giudizio anche Yasser Arafat. "Dopo il verdetto, potremmo considerare di mettere sotto processo Arafat uno di questi giorni", ha detto il ministro della giustizia, Yosef Lapid. Israele finora non aveva intentato un processo ad Arafat perche' -ha spiegato Lapid- non voleva sottoporre a giudizio figure politiche. Intanto si aggrava di ora in ora il bilancio della devastante incursione israeliana in corso da quattro giorni nel campo profughi di Rafah, all'estremita' sud della Striscia di Gaza, ove e' salito ad almeno sette il numero dei palestinesi uccisi dai soldati ebraici. Anche l'ultima vittima in ordine di tempo, un uomo adulto, e' morta a Tal al-Sultan, sobborgo tra i piu' desolati del campo nel quale si sono accesi i combattimenti piu' aspri; testimoni oculari hanno raccontato che e' stato centrato da colopi di arma da fuoco. (bellaciao.org)




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21 maggio 2004

Marwan Barghouti: ready to die in prison but would never give up his struggle

Friday 21 May 2004 Intifada 'will continue' TEL AVIV: Palestinian firebrand Marwan Barghouti defiantly accused Israel of trying to quench the intifada when a Tel Aviv court found him guilty yesterday on several counts of murder in the uprising's highest-profile trial. The West Bank Fatah chief told the court in Hebrew he was ready to die in prison but would never give up his struggle. And one of his lawyers said Barghouti would not appeal against any sentence he is given. The prosecution recommended that Barghouti, still tipped by many as Palestinian leader Yasser Arafat's successor, receive five life sentences for murder and another 40 years for attempted murder when he appears for sentencing on June 6, his 45th birthday. Barghouti, also a member of the Palestinian parliament, was convicted by the Tel Aviv District Court for direct responsibility in four attacks that killed five people. He had been charged with 26 counts of murder. Immediately afterwards, he vowed there would be no end to the intifada as long as the Israeli occupation of the West Bank and Gaza Strip continues. "So long as the occupation continues, the intifada will not stop. "As long as the Palestinian mothers are weeping, Israeli mothers will also weep," warned Barghouti, who was charged with heading the Al Aqsa Martyrs Brigades, an armed offshoot of Arafat's mainstream Fatah group that has carried out a string of deadly anti-Israeli attacks. The group he allegedly created and headed until his April 2002 capture promised to abduct Israeli soldiers to negotiate Barghouti's release. "We will make the kidnapping of Israeli soldiers our number one priority for the release of Marwan Barghouti and to release all our leaders and prisoners in Israeli jails," a spokesman for the group said. Al Aqsa Martyrs Brigade said it would kidnap Israeli soldiers to secure the release of West Bank Fatah chief Marwan Barghouti. Copyright © 2004, Gulf Daily News - Disclaimer Development by TradeArabia Web Services


Fri., May 21, 2004 Sivan 1, 5764 Israel Time: 01:46 (GMT+3) Analysis / Jail was a good career move for Marwan By Danny Rubinstein As expected, Palestinian reactions to the court's ruling in the case of Marwan Barghouti were uniform: They described the trial as a political show trial of a Palestinian leader and said that sooner or later, Israel will be forced to release him from prison and negotiate. Nabil Abu Rudeineh, the first person to comment from Yasser Arafat's office, termed the verdict yet another crime by the Israeli government. He reiterated the claim made by Barghouti and his associates on numerous occasions: that the Israeli court has no authority - legal, ethical or political - to try Barghouti, a Palestinian member of parliament and a political leader. As soon as the verdict was announced, a demonstration was organized in Ramallah with tens of thousands of participants, including members of Barghouti's family. The Palestinian Legislative Council published an official parliamentary decision declaring the verdict void and Barghouti a national hero who was jailed because he fought for the liberation of his people. Official Palestinian spokesmen sought to turn the verdict into a tool for rallying international support for the Palestinian struggle and called on parliamentarians all over the world to assist them in gaining the release of two jailed Palestinian legislators - Barghouti and Husam Khader. Beyond the obvious political commentaries offered in public, in private, some said, with a note of cynicism, that Barghouti fared well out of two years in Israeli prison. Sitting in jail turned him into a well-known and popular leader. For some time now, he has regularly attained the number two spot after Arafat in public opinion polls in the territories. Another potential political advantage of being jailed stems from the fact that other potential heirs to Arafat have found themselves in hot water. Mahmoud Abbas (Abu Mazen), who had been seen as the obvious successor to Arafat in recent years, lost out as a result of his short-lived tenure as prime minister. Ahmed Qureia (Abu Ala) is finding it difficult to fulfill his role as prime minister and lacks broad public support in the territories. Jibril Rajoub and Mohammad Dahlan are up to their necks in internal power struggles. Thus Barghouti enjoys the best of all worlds. He is popular, among other reasons, because he is not seen as personally corrupt. He is viewed as a simple son of the people, honest, ambitious and politically brave. He has close ties with groups that rival Fatah, most importantly Hamas, and from behind bars was one of the organizers of the hudna (cease-fire) during Abu Mazen's tenure as prime minister. Palestinian publications sometimes refer to Barghouti as the "architect of the intifada," and in an interview with Haaretz after the outbreak of fighting in the fall of 2000 he was asked whether he and his followers would heed Arafat's call to end the fighting. "The intifada will not end with an order, as it was not started by an order," he replied. © Copyright 2004 Haaretz. All rights reserved




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21 maggio 2004

Marwan Barghouti found guilty of 5 murders (Ha'aretz)

Fri., May 21, 2004 Sivan 1, 5764 Israel Time: 01:44 (GMT+3) Barghouti found guilty of 5 murders By Assaf Bergerfreund Tel Aviv District Court yesterday found Palestinian Fatah leader Marwan Barghouti guilty of the murder of a number of civilians during the intifada and set sentencing for June 6. A panel of three judges, Sarah Sirota, Amiram Benyamini and Avraham Tal, convicted Barghouti of the murder of Yula Hen, shot dead at a Givat Ze'ev gas station in January 2002, and of a Greek Orthodox priest near Ma'aleh Adumim in June 2002. Barghouti was also convicted of direct responsibility for the murders of Yosef Havi, Elyahu Dahan, and the police officer Selim Barichat, in the shooting attack against the Sea Food Market restaurant in Tel Aviv in March 2002. Barghouti was also held responsible for the attempt by suicide bombers to detonate an explosives laden vehicle at the Malcha Mall in Jerusalem. The attempt failed and the two would-be suicide bombers died when their vehicle exploded prematurely. The court exonerated Barghouti of most of the charges against him. He had been charged with direct responsibility for 37 attacks resulting in the deaths of scores of people. The prosecution convinced the court of Barghouti's direct responsibility in only three terror attacks. In most cases the court concluded the attacks were carried out at the behest of local leaders of the paramilitary Tanzim. Although affiliated with Barghouti, the official head of the organization, no proof was brought to link the defendant with the decisions. Following his conviction in the murder of five persons, the prosecuting attorney, Dvora Hen, head of the Security Affairs department at the State Prosecutor's office, asked the court to sentence Barghouti to five consecutive life-terms in prison. In addition she requested that he be given the maximum sentence for his membership in a terrorist organization. Barghouti entered the courtroom accompanied by police officers, waving to his supporters, among them Arab MKs Ahmed Tibi, Azmi Bishara and Muhammad Barakeh.

Responding to the verdict, Barghouti rejected the authority of the Israeli court to try him as a member of the Palestinian parliament. Barghouti also criticized the judges and their capacity to rule independently, accusing them of "receiving instructions from the security services." He warned that while Palestinians have no state of their own, there can be no peace. The judges decision not to attribute direct responsibility to Barghouti for most of the attacks carried out by the Tanzim was justified on the basis of the legal structure which prevents the conviction of a leader of a terrorist organization for acts carried out by members of the group, if he himself is not directly involved. The judges noted that this applied even though it may be known that the leader of the organization gave his blessing to carrying out the crimes and provided his associates with the financial wherewithal to carry out attacks. They said the law was far from satisfactory, but they were bound by the rule of law. The panel of judges said Barghouti opposed attacks inside the Green Line on principle, but in practice he did not stop supporting his associates or helping them by providing them with funds and military supplies, even when he was told that attacks were scheduled to take place inside Israel. Barghouti, the judges said, did not have full control over the members of the Tanzim cells, but he had significant influence on them and could instruct them to cease or restart their attacks, on the basis of orders received from Palestinian Authority chairman Yasser Arafat. In their conclusions, the judges said Barghouti used to receive reports of the attacks carried out by his associates only after they were completed. This was an effort to preserve his image as a political leader not involved in armed attacks against Israelis. Former Tanzim chief Marwan Barghouti being led into the Tel Aviv District Court yesterday. (Uriel Sinai) © Copyright 2004 Haaretz. All rights reserved




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20 maggio 2004

Non siamo turisti su questa terra. Marwan Barghuti giudicato colpevole dal tribunale di Tel Aviv

Israele, Condannato Barghouti 20 maggio 2004 Il leader palestinese, Marwan Barghuti, è stato riconosciuto colpevole dal tribunale di Tel Aviv per l'assassinio di 26 civili e militari israeliani, uccisi in attentati suicidi o altri attacchi terroristi durante la seconda Intifada. I giudici annunceranno la pena che commineranno al leader dell'Intifada il prossimo 6 giugno. Barghuti, 44 anni, è uno degli esponenti di spicco di al Fatah, leader delle brigate dei Martiri di al Aqsa e Tanzim, è stato condannato per aver finanziato e pianificato gli attentati. Il leader palestinese aveva rifiutato l'assistenza di un avvocato e si era difeso da solo nel processo iniziato nell'agosto dello scorso anno. Inoltre nel corso delle udienze Barghuti si è rifiutato costantemente di difendersi considerando il tribunale di Tel Aviv «un apparato alle dipendenze dirette dell'occupazione militare israeliana». Barghuti soteneva che il tribunale non aveva competenza nel giudicarlo e aveva rivendicato l'immunità parlamentare nella sua veste di membro del Consiglio legislativo palestinese (Clp). Barghuti ha anche affermato di essere stato tenuto in stato di isolamento per la maggior parte della sua detenzione. Barghuti era stato arrestato a metà aprile del 2002 a Ramallah, in Cisgiordania, da un'unità speciale dell'esercito e nel settembre dello stesso anno era stato portato davanti al tribunale di Tel Aviv per rispondere delle accuse di essere stato comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa (gruppo armato che Israele considera terroristico), di omicidio, di complicità in omicidio e di altri crimini. (paceinpalestina.it IndyMedia: Barghuti processa l'occupazione by manifesto Wednesday October 01, 2003 at 12:28 PM Nell'ultima udienza del procedimento per «terrorismo» a suo carico, il leader di Al-Fatah pronuncia un duro atto d'accusa contro l'occupazione israeliana ed esalta l'Intifada. Ai giudici dice: «Non siamo turisti su questa terra, ci siamo da migliaia di anni, ma c'è posto per tutti» MICHELE GIORGIO GERUSALEMME In Israele lo chiamano «arciterrorista», lo ritengono l'«ispiratore» di 26 attentati delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa. Nei Territori occupati invece Marwan Barghuti è un eroe della resistenza all'occupazione israeliana e lo ha dimostrato - commentavano ieri tanti palestinesi - proprio nell'aula del tribunale di Tel Aviv dove si è tenuta l'ultima udienza del processo a suo carico prima della sentenza che si attende nelle prossime settimane. Barghuti, segretario di Al-Fatah in Cisgiordania ma soprattutto «comandante» politico dell'Intifada, che nei mesi scorsi aveva scelto di difendersi da solo, ha pronunciato un discorso appassionato, di rivendicazione dei diritti della sua gente a resistere all'occupazione, ma anche di convivenza pacifica con Israele, lui che aveva creduto e sostenuto fino al loro fallimento nel 2000 gli accordi di Oslo. «Israele deve favorire la realizzazione del nostro diritto all'indipendenza, altrimenti deve accettare la nascita di uno stato binazionale (per ebrei e palestinesi)», ha detto ieri parlando in ebraico. I palestinesi ieri hanno continuato a commemorare l'anniversario dell'inizio (28 settembre 2000) dell'Intifada di Al-Aqsa. Manifestazioni, raduni e sit-in si sono svolti un pò ovunque in Cisgiordania e Gaza. A Ramallah almeno 4.000 persone hanno attraversato in corteo il centro della città e poi si sono dirette alla sede del Consiglio legislativo palestinese dove, forse giovedì, il premier incaricato Abu Ala presenterà il suo governo per il voto di fiducia. In serata, sempre a Ramallah, si è svolta una veglia funebre in memoria di Edward Said, il grandissimo intellettuale palestinese deceduto la scorsa settimana negli Stati uniti. Anche uno dei leader di Hamas, Ismail Hanye, ha partecipato a Gaza alla manifestazione per il terzo anniversario della rivolta. Hanye è il primo dirigente di Hamas a ricomparire in pubblico, dopo gli ultimi tentativi di «assassinii mirati» israeliani contro i leader del movimento islamico, uno dei quali, Ismail Abu Shanab, era stato ucciso il 21 agosto. E ai morti palestinesi Marwan Barghuti ha reso omaggio durante il processo: «Oggi ricordiamo i 2.729 palestinesi (gli israeliani morti sono almeno 750, ndr), in maggior parte donne e bambini, uccisi durante l'Intifada - ha continuato -. Sono fiero di aver preso parte all'Intifada. Un leader che non partecipa alla rivolta per la libertà del suo popolo non può considerarsi un leader. Fintanto che prosegue l'occupazione militare non potrà tornare la calma. Dove c'è occupazione militare, non c'è onore». Insomma, nell'aula del tribunale Barghuti da imputato si è trasformato in accusatore. Non si è difeso da una giustizia che non riconosce, perché «giustizia dell'occupazione e dell'oppressione», e ha parlato da pubblico ministero. Esprimendosi a braccio il comandante dell'Intifada - l'unico esponente palestinese in grado un giorno di prendere il posto di Yasser Arafat - ha puntato l'indice contro un'occupazione che da decenni «nega la vita» a 3,5 milioni di palestinesi. «Non sono mai stato per l'omicidio di innocenti, di donne o bambini - ha detto Barghuti - ma dobbiamo combattere l'occupazione israeliana. Siamo un popolo come qualsiasi altro. Vogliamo la libertà e uno Stato come gli israeliani, perché morire è meglio che vivere sotto occupazione». Poi ha aggiunto: «non siamo turisti su questa terra, ci siamo da migliaia di anni, ma c'è posto per tutti». Se l'occupazione non dovesse finire, ha proseguito, allora fra quattro o cinque anni la sola soluzione sarà «uno Stato binazionale». Barghuti ha rivolto spesso lo sguardo agli osservatori europei presenti al processo fra cui l'europarlamentare Luisa Morgantini (Rifondazione) e la parlamentare Graziella Mascia. Ieri molti, forse, hanno compreso perché Barghuti è stato arrestato e non verrà liberato nel quadro dello scambio di prigionieri, dato per imminente, tra Israele ed Hezbollah. Un leader palestinese così autorevole non può continuare a guidare la sua gente ma deve passare come un «terrorista» con le mani sporche del sangue di innocenti. Il futuro Stato palestinese che Israele e Stati uniti hanno in mente non può essere affidato a dirigenti come Barghuti ma deve essere guidato da fantocci pronti ad eseguire gli ordini. «Sono un dirigente politico, non mi sono mai occupato di questioni militari», ha detto il dirigente di Al-Fatah. Vero, falso? Difficile dirlo. Ma il punto vero è che, per una ragione o un'altra, Marwan Barghuti doveva uscire di scena per fare spazio a chi, come l'ex premier Abu Mazen, nei discorsi ufficiali non ribadisce i diritti della sua gente. Il premier israeliano Ariel Sharon invece non dimentica mai le ragioni del suo popolo. Ieri i media internazionali hanno dato ampio spazio alle dichiarazioni di Mohammed Dahlan, ministro della sicurezza uscente, e braccio destro di Abu Mazen. L'Intifada - non l'occupazione militare israeliana - è stata negativa per i palestinesi, ha affermato Dahlan in una intervista. Bisogna capire le esigenze di questo ex ministro che un tempo sognava di prendere il posto di Arafat. Quando non c'era l'Intifada Dahlan faceva buovi affari d'oro gestendo servizi in monopolio e attività «misteriose» che contribuivano ad affamare la popolazione palestinese. Oggi Dahlan vive in una villa lussuosa nel centro della misera Striscia di Gaza e il suo «stile» piace molto agli Stati uniti. Non ai suoi amici con i quali era cresciuto nel campo profughi di Khan Yunis. Loro sono ancora là a chiedere di diventare uomini liberi.




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20 maggio 2004

Yael Dayan, figlia di Moshé: «Fuori controllo. Bisogna andarsene subito»

GERUSALEMME - Meno di tre anni fa, dopo l’attentato al Park Hotel di Netanya, aveva giustificato la cruenta reazione israeliana nei territori: «Troppo brutale? No. Dobbiamo pur difenderci, o avremo altri attentati» disse. Oggi Yael Dayan, figlia del generale Moshé, ed ex parlamentare laburista, ha la voce stanca e sfiduciata: «A Rafah abbiamo passato il segno. Siamo arrivati a un punto intollerabile, a un comportamento che può essere definito un crimine contro l’umanità». E’ stato un incidente, hanno spiegato i vertici militari, scusandosi. «Sì, credo anch’io che sia stato un errore. Non penso che il governo israeliano volesse uccidere intenzionalmente bambini o innocenti. Perché queste morti pesano adesso gravemente sulla sua immagine internazionale. Ma questo è il risultato della situazione: siamo nel posto sbagliato e dobbiamo andarcene. Quella manifestazione non metteva in pericolo i nostri militari, non c’era ragione di sparare». Allora perché è successo, secondo lei? «Perché ormai l’esercito ha perso il controllo. Dopo la morte di tredici soldati, poco più di una settimana fa, gli eventi sono precipitati. Il nervosismo è salito, i carri armati sparano su tutto ciò che si muove. E’ una situazione insostenibile. Bisogna lasciare Gaza. Eravamo quasi ducentomila sabato scorso a Tel Aviv. E non è tutta gente di sinistra come me. Sono israeliani stanchi di tutto questo». Il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore hanno annunciato che l’Operazione Arcobaleno continuerà a Gaza, nonostante tutto. «Arcobaleno! Vorrei sapere di chi è la mente che ha deciso di battezzare così un’operazione che porta morte, sangue e distruzione. L’arcobaleno evoca un film di Judy Garland, tutto serenità e ottimismo. Comunque io non so perché i carri armati siano entrati a Rafah e l’unica risposta che so darmi è che si tratta di una punizione collettiva. Come dimostrano gli ostacoli frapposti ai soccorsi e alle ambulanze palestinesi». Ieri però Israele ha offerto le sue ambulanze per evacuare i feriti di Rafah . «Non c’è molta umanità, per me, in chi uccide e poi offre in dono le bare. C’è solo una bella dose di cinismo. No, bisogna uscire da Gaza e per ottenerlo continueremo a fare dimostrazioni davanti al ministero della Difesa, giorno dopo giorno, finché il governo non ascolterà le voci che si sono alzate sabato scorso a Tel Aviv». Che cosa deve accadere per convincerla che Sharon intenda davvero di ritirarsi da Gaza? «Mi basterebbe vedere la prima casa sgomberata nella colonia di Netzarim. La prima casa e il primo camion che riporta in Israele la prima famiglia di coloni, con tutti i suoi mobili. Sarebbe un segno di speranza per tutti. Sono d’accordo con Amnesty International quando parla di crimini di guerra a Rafah. Ma avrei voluto sentire la stessa voce protestare quando è stata uccisa una donna con le sue quattro bambine e i resti dei soldati uccisi sono stati mostrati dai palestinesi come trofei». E. Ro. © Corriere della Sera




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20 maggio 2004

Tarek Aziz, un anno fa, pax vaticana e arcobaleno...

e un bel sito di informazione: Caffè Europa 2000 ... tanto per rinfrescarci la memoria, in attesa del dibattito del Parlamento Italiano sulla guerra in Iraq Bibi David Tarek Aziz (vero nome Michael Yuhanna), vice di Saddam Hussein, è stato ospitato a Roma dal 13 al 15 febbraio, e l'abbiamo seguito a distanza ravvicinata (guardie del corpo permettendo), per raccontarvi il "dietro le quinte" della sua visita. Alla vigilia della sua visita in Italia Charles Forrest, presidente dell'Associazione britannica Indict, ha denunciato al Tribunale penale di Roma il vice-premier iracheno chiedendo al governo italiano l'arresto e il processo di Aziz. "Tarek Aziz ha commesso crimini contro l'umanità. L'Italia deve arrestarlo" ha detto Forrest. "Il vice ministro iracheno ha soppresso migliaia di oppositori attraverso il genocidio dei curdi, e ha sequestrato, nel 1990, cittadini occidentali in Irak e Kuwait per utilizzarli come scudi umani. Raccontano i suoi oppositori che Aziz si faceva portare la testa mozzata dei suoi rivali politici su piatti d'argento!". E pensare che il vice-premier iracheno è l'uomo più presentabile del regime di Saddam. Appena arrivato a Roma, lungi dal venir messo in carcere, Aziz è stato invitato a pranzo dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, a piazza del Gesù. Menù: riso al radicchio, cuore di carciofo, rosa di filetto. Lo abbiamo visto passare, scortatissimo. E' difficile credere che questa figura piccola, un po' tarchiata, con un colbacco nero in stile mediorientale e gli occhiali enormi da cagnolone mite sia il feroce ex ministro degli Esteri della guerra del Golfo. Aziz, a Roma, ha incontrato il Papa, Frattini, Mancino, Scalfaro, Dini, Pecoraro Scanio, Cossutta, Buttiglione, Cossiga, e si è recato poi ad Assisi per accendere la lampada della Pace. "Tengo particolarmente a visitare la Basilica Superiore per pregare sulla tomba di San Francesco", ha detto il vice di Saddam che è un caldeo cristiano. Al seguito di Aziz c'era un corteo di quattro moto, dieci auto, un elicottero della polizia e, all'arrivo all'aeroporto di Fiumicino, persino cani Labrador. La passione del vicepremier è il fumo, e il regalo più gradito che ha ricevuto in Italia è stato quello di Pecoraro Scanio: una confezione selection di 'toscani' da 10. I giornali scrivevano che Aziz risiedeva al luxury dell'hotel Esedra, dietro la Stazione Termini, dove il vicepremier avrebbe requisito venti suites al quarto piano. Sembra invece che il leader iracheno abbia soggiornato all'Hotel Hassler, a Trinità dei Monti, nella suite prediletta, anni fa, da Madonna. Le misure di sicurezza sono eccezionali, ma non troppo: un cronista del Messaggero riesce addirittura-incredibilmente!- ad intervistare Aziz durante una cena al ristorante 'Fortunato' al Pantheon. Pare che Aziz abbia apprezzato molto i carciofi alla romana, gli spaghetti al pomodoro e basilico, assai meno rombo con patate e per nulla la crema al limone. Insieme al vice premier erano seduti diplomatici iracheni, Gian Guido Folloni, presidente dell'Istituto italiano per l'Asia, e anche Nicola Grauso e Vittorio Sgarbi. Aziz dice che "Bush ha una mente malata", sostiene che vi sia niente di meno che un'amicizia fra il presidente Usa e bin Laden, e che entrambi siano schierati contro il governo di Saddam. Giudica inaccettabile la proposta di esilio del raìs: "Chi è nato in Irak deve morire in Irak". E di Al-Jazeera, il network arabo che trasmette i messaggi dello sceicco del terrore, dice: "E' una rete controllata dagli Stati Uniti. Prima di diffondere l'ultima cassetta di bin Laden è stato infatti informato Colin Powell". Dichiarazioni esplosive. dopo le quali Aziz ha saltato l'appuntamento tv con Porta a porta lasciando a Vespa non pochi rimpianti. E a conclusione della sua breve visita in Italia, non ha lasciato un buon ricordo nella Comunità Ebraica di Roma: durante un incontro con i giornalisti italiani e stranieri alla sede della Stampa Estera, Yossi Bar, cronista della radio nazionale israeliana e del quotidiano Yedioth Aaronoth, ha posto al vice di Saddam una domanda. Aziz ha detto, categorico: "Non rispondo ai media israeliani". La Comunità è insorta, Riccardo Pacifici, assessore alle relazioni estere della Comunità, ha detto: "Quanto avvenuto ha dimostrato la vera natura di un governo tiranno". Anche l'Ambasciata d'Israele ha condannato l'episodio defininedolo increscioso. Resta un dettaglio che pochi hanno notato: Yossi Bar, rappresentante dello Stato d'Israele in Italia in quanto corrispondente della radio nazionale, ha fatto una domanda quando era già iniziato lo Shabbat, il Sabato ebraico, giorno nel quale lo Stato che egli dovrebbe rappresentare interrompe categoricamente ogni forma di lavoro. Copyright © Caffe' Europa 2001




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19 maggio 2004

India: cuccette per signora e biglietteria per signore, anziani e portatori di handicap

è un romanzo ambientato su un treno. Com'è nata l'idea di questo libro? Nella stazione ferroviaria di Bangalore, fino agli inizi del 1998, esisteva uno speciale sportello di biglietteria per "signore, anziani e portatori di handicap", così pure, sui treni notturni con scompartimenti riservati di seconda classe, esistevano le "cuccette per signora". Questa discriminazione mi irritò molto e così decisi che avrei scritto un libro che avrebbe rappresentato la forza di una donna a dispetto di certe generalizzazioni che la vogliono presentare come un essere debole e inutile. Nel romanzo le protagoniste sono tutte donne. Donne diverse che occupando lo stesso scompartimento, si confrontano e mettono a nudo la loro vita. Perché hai sentito il bisogno di parlare del mondo femminile indiano sottolineando le disparità e le segrete frustrazioni di donne apparentemente "felici"? Non è facile essere una donna nell'India contemporanea. Se da una parte essa è consapevole dei suoi diritti e della necessità di trovare una identità, dall'altra le tradizioni continuano ad investirla nei ruoli canonici di moglie e madre ... questa contraddizione è piuttosto interessante per uno scrittore ed è anche una bella sfida da rappresentare. Personalmente ero stanca dei luoghi comuni che si sono sempre costruiti attorno alla donna indiana; con il romanzo ho voluto mostrare una donna di temperamento, libera da quelle stratificazioni culturali che la coprono e la relegano in ruoli predefiniti. Cafè Letterario, Anita Nair: Le ragioni di una donna indiana Sullo sfondo di un India contemporanea dove le contraddizioni si sommano alle sempre nuove aspettative di modernità, si compie il viaggio di Akhila e di altre cinque compagne. Le ragioni di una donna indiana che scopre la voglia di uscire allo scoperto e dichiararsi in una società dove la tradizione spesso le impedisce di essere se stessa. Di Valentina A. Mmaka




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19 maggio 2004

Donne e Potere: Sonia Gandhi, nata in Italia, alla guida dell'India? Storia dell'India

L'India dell'animaLa prima civiltà importante dell'India prosperò per mille anni, dal 2500 a.C. circa, sulle rive del Fiume Indo. Le città più importanti erano Mohenjodaro e Harappa (che attualmente si trova in Pakistan), dove fiorì una complessa civiltà governata da una classe di sacerdoti, nella quale si possono rintracciare le origini dell'induismo. Gli invasori ariani razziarono il sud partendo dall'Asia centrale tra il 1500 e il 200 a.C., assicurandosi il controllo dell'India settentrionale fino alle colline di Vindhya nell'attuale Madhya Pradesh e spingendo a sud gli abitanti originari della zona, i Dravida. Gli invasori portarono con sé le proprie divinità e tradizioni (allevamento del bestiame e abitudine di mangiare carne). Durante questo periodo si formalizzò il sistema delle caste che separava gli ariani dagli indiani loro sottomessi e garantiva la posizione di prestigio dei brahmani (sacerdoti). Il buddhismo sorse intorno al 500 a.C. e la sua condanna delle caste costituì la più grande sfida all'induismo brahmanico. Il buddhismo cominciò a sovrapporsi radicalmente all'induismo nel III secolo a.C., quando fu abbracciato dall'imperatore dei Maurya, Ashoka, che regnò su una parte di India maggiore rispetto a qualunque sovrano successivo fino alla dinastia dei Moghul. Dopo il crollo dei Maurya diversi imperi sorsero e crollarono, ma il più straordinario fu quello dei Gupta, che durò dal IV secolo d.C. fino al 606. Fu un'età dell'oro per la poesia, la letteratura e l'arte e alcune delle opere più preziose furono eseguite ad Ajanta, Ellora, Sanchi e Sarnath. In questo periodo vi fu un ritorno all'induismo ed ebbe inizio il declino del buddhismo. L'invasione degli Unni segnò la fine dei Gupta e il nord dell'India si divise in vari regni hindu autonomi; per una vera riunificazione occorrerà aspettare l'arrivo dei musulmani. L'estremo sud dell'India non fu interessato dall'ascesa e dalla caduta dei regni del nord e l'induismo, in questa regione, non è mai stato minacciato dal buddhismo o dal giainismo. La prosperità del sud si basava sui consolidati rapporti commerciali con Egizi, Romani e Asia sudorientale. Tra i grandi imperi sorti nel sud vi furono i Pandya, i Chera, i Chalukya, i Pallava e i Chola. Mentre i regni hindu dominavano il sud e il buddhismo andava estinguendosi al nord, dal Medio Oriente i musulmani iniziarono a penetrare nell'India. Nel 1192 il potere musulmano si insediò definitivamente e nel volgere di 20 anni l'intero Bacino del Gange fu sotto il suo controllo. I sultani di Dehli, però, erano un gruppo inconsistente e l'islam non riuscì a penetrare al sud, che restò sotto l'impero Hoysala dal 1000 al 1300 d.C. Due grandi regni sorsero poi nell'attuale Karnataka: il potente regno hindu di Vijayanagar, la cui capitale aveva sede nella bella Hampi, e il regno musulmano Bahmani che si frammentò in cinque domini, quelli di Berar, Ahmednagar, Bijapur, Golconda e Ahmedabad. Gli imperatori moghul spiccano nella storia indiana. Marciarono nel Punjab dall'Afghanistan, sconfissero il Sultano di Delhi a Panipat nel 1525 e aprirono le porte a una nuova età dell'oro per l'architettura, l'arte e la letteratura. La loro ascesa al potere fu rapida, ma ugualmente veloce fu il loro declino e tra gli imperatori Moghul soltanto sei furono davvero grandi. L'impero Maratha crebbe durante il XVII secolo grazie alle grandiose imprese della casta inferiore degli Shivaji, e gradualmente si impossessò di parti sempre più grandi del regno dei Moghul. I Maratha consolidarono il loro controllo sull'India centrale, finché non caddero sotto l'ultima grande potenza imperiale, quella britannica. Il potere britannico in India fu inizialmente esercitato dalla Compagnia della Indie Orientali, che creò una stazione commerciale a Surat, nel Gujarat, nel 1612. Gli inglesi non furono i primi né gli unici Europei presenti in India nel XVII secolo: i portoghesi avevano il controllo di Goa dal 1510 (ancor prima che i moghul arrivassero in India) e anche francesi, danesi e olandesi avevano stazioni commerciali. Il potere della Gran Bretagna andò aumentando da quando Clive riprese Calcutta nel 1757 fino alla vittoria britannica nella quarta guerra di Mysore nel 1799. Il lungo conflitto britannico con i Maratha si concluse infine nel 1803 e quasi tutto il paese finì sotto il controllo della Compagnia della Indie Orientali. Gli inglesi consideravano l'India essenzialmente come una risorsa economica e non si occupavano minimamente della cultura, delle credenze e delle religioni del suo popolo. Incrementarono l'estrazione di ferro e carbone, la coltivazione del tè, del caffè e del cotone e diedero inizio alla costruzione della vasta rete ferroviaria indiana. Incoraggiarono i proprietari assenteisti perché alleviavano il peso dell'amministrazione e della riscossione delle tasse, creando così una classe di contadini impoveriti e senza terre, problema che è tuttora cronico nel Bihar e nel Bengala occidentale. L'Ammutinamento Indiano in India settentrionale nel 1857 portò alla fine della Compagnia delle Indie Orientali e l'amministrazione del paese fu tardivamente affidata al governo britannico. I 50 anni successivi furono gli anni d'oro dell'impero sul quale 'il sole non tramonta mai'. La vera opposizione al governo britannico cominciò all'inizio del XX secolo. Il 'Congresso', che era stato fondato per dare all'India un certo grado di autonomia governativa, cominciò a spingere per ottenere un potere reale. Al di fuori del Congresso, alcuni individui dal sangue caldo affermavano i loro propositi indipendentisti con mezzi più violenti. Alla fine gli inglesi tracciarono una via verso l'indipendenza simile a quelle realizzate in Canada e in Australia. Nel 1915 Gandhi fece ritorno dal Sud Africa, dove aveva esercitato la professione di avvocato, e mise le sue capacità professionali al servizio della causa indipendentista, adottando una politica di resistenza passiva al governo britannico, la 'satyagraha'. La seconda guerra mondiale inferse un colpo mortale al colonialismo e al mito della superiorità europea, e l'indipendenza indiana divenne inevitabile. All'interno dell'India, tuttavia, la consistente minoranza musulmana cominciò a rendersi conto che un'India indipendente sarebbe stata anche induista. Nelle elezioni locali si cominciò a registrare un'allarmante crescita dell'autonomismo, con la Lega musulmana, guidata da Muhammad Ali Jinnah, in rappresentanza della stragrande maggioranza dei musulmani, e il Partito del Congresso, guidato da Jawaharlal Nehru, in rappresentanza della popolazione hindu. L'egocentrico desiderio di potere di Jinnah su una nazione musulmana separata risultò essere l'ostacolo maggiore sulla strada della concessione dell'indipendenza da parte britannica. Trovandosi di fronte a una situazione di stallo politico e a una crescente tensione, il vicerè, Lord Louis Mountbatten, decise con riluttanza di dividere il paese e velocizzare il processo d'indipendenza. Sfortunatamente, le due regioni a maggioranza musulmana si trovavano alle estremità opposte del paese e questo significava che la nuova nazione musulmana del Pakistan avrebbe avuto una metà orientale e occidentale divisa da un'India ostile. Quando fu stabilito il nuovo confine si verificò il più massiccio esodo della storia dell'umanità: i musulmani si trasferirono in Pakistan e gli hindu e i sikh si stabilirono in India. Buona parte della migrazione fu accompagnata da atti di barbarica violenza. Una volta che il caos ebbe fatto il suo corso, oltre 10 milioni di persone avevano cambiato lato e anche secondo le stime più prudenti almeno 250.000 persone erano state massacrate. Gli eventi finali per giungere all'indipendenza riservavano un'ultima tragedia. Il 30 gennaio 1948, Gandhi, profondamente scoraggiato dalla divisione e dallo spargimento di sangue che l'aveva accompagnata, fu assassinato da un fanatico hindu. In seguito al trauma della divisione il primo primo ministro indiano Jawaharlal Nehru si fece sostenitore di una costituzione di tipo secolare, di una struttura socialista centralizzata e di una rigida politica di non allineamento. Anche se l'India mantenne in genere relazioni cordiali con gli ex colonizzatori, in realtà si andava avvicinando all'Unione Sovietica, in parte a causa dei conflitti con la Cina e in parte a causa del sostegno statunitense all'acerrimo nemico, il Pakistan, il quale era particolarmente ostile all'India a causa delle pretese che questa avanzava sul Kashmir, dominato dai musulmani. Scontri con il Pakistan ebbero luogo nel 1965 e nel 1971, uno per la questione del Kashmir e l'altro per il Pakistan orientale/Bangladesh. Il successivo primo ministro indiano di grande statura fu Indira Gandhi, figlia di Nehru, eletta nel 1966. È tuttora assai apprezzata, ma alcuni ricordano anche che mise in pericolo le fondamenta democratiche dell'India dichiarando lo stato d'emergenza nel 1975. La signora Gandhi fu assassinata dalle sue guardie del corpo sikh nel 1984 per rappresaglia, a causa della sua sconsiderata decisione di profanare il tempio sikh più sacro, provocando sanguinosi tumulti fra hindu e sikh. La dinastia politica dei Gandhi è continuata quando suo figlio Rajiv, pilota delle linee aeree indiane senza interesse per la politica, si è ritrovato al potere. Rajiv ha portato al paese una politica nuova e pragmatica. Ha incoraggiato gli investimenti all'estero e l'uso delle moderne tecnologie, ha eliminato alcune restrizioni all'importazione e sostenuto lo sviluppo di molte nuove industrie. Queste misure sono certamente servite a proiettare l'India negli anni '90 e a risvegliare il paese dal proprio isolazionismo, in parte auto-indotto, ma non hanno dato nessuno stimolo al settore agricolo. Rajiv ha subito un destino simile a quello di sua madre quando è stato assassinato durante una campagna elettorale nel Tamil Nadu da un sostenitore delle Tamil Tigers dello Sri Lanka. Dopo Rajiv Gandhi l'India ha avuto tre leader, ciascuno dei quali ha dimostrato di voler continuare a cercare di trascinare un'India recalcitrante nell'economia globale. I pericoli del separatismo in India sono stati evidenti durante la disputa di Ayodhya nel 1992, quando un gruppo di facinorosi hindu assaltarono e distrussero una moschea che credevano fosse stata costruita sul luogo di nascita di Rama. Il partito nazionalista hindu Bharatiya Janata Party (BJP) si è affrettato a sfruttare una simile opportunità. La corruzione nel Partito del Congresso ha impedito ai sostenitori di un'India laica e tollerante di offrire un'alternativa politica credibile. Il BJP è stato scalzato da un'improbabile coalizione di piccoli partiti conosciuta come United Front (ma soprannominata 'I 13 perdenti') che aveva il sostegno del Congresso. Nel novembre 1997 però il Congresso ha negato tale sostegno, il Lok Sabha si è sciolto e sono state indette le elezioni per il febbraio 1998. Le elezioni sono state vinte da una coalizione guidata dal BJP e Atal Behari Vajpayee è stato eletto primo ministro per la seconda volta. Malgrado i rischi connessi a una politica separatista, la posizione tradizionalista hindu del BJP ha attratto gli elettori preoccupati di mantenere i valori tradizionali proteggendosi dall'ondata improvvisa delle moderne influenze globali. Se vi capitasse di vedere Baywatch doppiato in hindi e trasmesso via satellite in India, capireste la loro preoccupazione. Si credeva che la politica estremista del BJP sarebbe stata addolcita dalla presenza di un'ampia gamma di alleati nella coalizione, ma l'ipotesi si è dimostrata errata: poche settimane dopo le elezioni c'è stata la promessa di fare dell'India una potenza nucleare. Malgrado l'indignazione internazionale, i test nucleari sono stati accolti con ampio entusiasmo in India e hanno causato un'ondata di sostegno per il BJP. Ma a riprova dell'adagio secondo cui in politica una settimana è più lunga di un anno, nell'aprile 1999 Vajpayee ha perso il sostegno della maggioranza in parlamento e si è dovuto ricorrere a un voto di fiducia che lo ha visto sconfitto per un solo voto. C'era la diffusa speranza che Sonia Gandhi, vedova di Rajiv Gandhi, potesse far rivivere la dinastia politica dei Gandhi portando alla vittoria il Partito del Congresso dopo tre anni di disordini. Ma il parlamento indiano fazioso e frazionato non le ha permesso di assicurarsi una coalizione capace di ottenere la maggioranza dei seggi e l'India è stata costretta a tornare alle urne elettorali per la terza volta in tre anni. Il BJP è tornato al potere, ma con una diminuzione significativa dei consensi. Il 26 maggio 1999 l'aviazione indiana ha attaccato i guerriglieri islamici del Kashmir per preparare un attacco da terra. L'India accusava il Pakistan di infiltrare soldati e mercenari d'appoggio ai guerriglieri secessionisti nella cosiddetta linea di controllo che divide il Kashmir tra i due stati. Nonostante l'interessamento della diplomazia internazionale per scongiurare il conflitto, per tutto il 2000 vi sono stati scontri sporadici tra la fazione islamica e le truppe indiane. Nell'ottobre 2001 sono iniziati gli attacchi suicidi mediante uomini bomba, culminati il 13 dicembre 2001 con l'attentato al parlamento indiano. Dopo essere stati più volte sul punto di dichiararsi guerra, nell'estate 2002 India e Pakistan hanno siglato un modesto "atto di amicizia", schierando nel contempo più di un milione di soldati che stazionano sulla linea di confine. A.P.J. Abdul Kalam, un fisico nucleare da anni a capo del progetto Agni, il missile a lunga gittata capace di trasportare a 1.600 chilometri di distanza testate nucleari multiple, dal luglio 2002 è il nuovo presidente. Kalam è membro dell'Accademia delle scienze indiana e per anni ha diretto il Laboratorio per lo sviluppo e la ricerca sulla difesa. La sua elezione non rappresenta tuttavia un avanzamento verso l'opzione nucleare per risolvere i conflitti in corso nella regione. Egli ha infatti dichiarato che «senza decisioni politiche, nessun satellite potrà essere messo in orbita e nessun missile raggiungerà mai il bersaglio». La tensione tra India e Pakistan resta alta e nel marzo 2003 vi sono stati scontri a fuoco nella regione del Jammu-Kashmir, amministrata dall'India. Le due potenze nucleari hanno proseguito i test "di routine" lanciando i rispettivi missili a corta gittata. Questa disputa senza fine si è intensificata a maggio in seguito al bombardamento di una base militare indiana in Kashmir in cui sono morte 30 persone. Da allora, al confine, si susseguono bombardamenti e sparatorie. Il 25 agosto 2003 cinquanta persone sono morte a Bombay nelle terribili esplosioni di due autobombe in pieno centro, nei pressi dello Zhaveri e della Porta dell'India. La responsabilità della strage è stata attribuita a fondamentalisti islamici e all'organizzazione Lashkar-e-Taiyba, originaria del Pakistan. Ma Islamabad ha respinto ogni collegamento con l'azione terroristica. Sul piano diplomatico e militare si sta profilando un'alleanza sempre più stretta con l'Iran. Quest'ultimo asse comporta che, in caso di guerra contro il Pakistan l'India potrà usare basi in Iran e, parallelamente, l'Iran potrà avvantaggiarsi della tecnologia indiana. Inoltre entrambi i governi si stanno adoperando nel sostenere il nuovo corso dell'Afghanistan del presidente Karzai. La sorprendente politica estera indiana include eccellenti rapporti, anche militari, con Israele. Entro la fine del 2003 Delhi ultimerà i test del missile nucleare Agni III dalla portata superiore ai 3.000 chilometri. Microguide EDT




permalink | inviato da il 19/5/2004 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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