.
Annunci online

 
lapsus 
lapsus psicologia e polis
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  EMERGENZE
Blog Trotter Monitor
Jerushalayim
Ajeeb
Iraki News Agency
Ha'aretz
PRAVDA forum
World Press Photo
English Dar Alhayat
Uri Avnery's News Pages
Paix Maintenant
Peace Now
Peace Now Israel
Palestine Chronicle
Shalom.it
Nonviolenti.org
Sigmund Freud e Albert Einstein
COPING WITH TERRORISM
The Phenomenology of Trauma and the Absolutisms of Everyday Life
Federal Emergency Management Agency
alzataconpugno
straripando
babi119
esperimento
barnaba
ricordiamocene
miele98
CounterPunch
olifante
stilgar
mises
controcorrente
marioadinolfi
maquiavel
arsenico
calimero
oiraid
nanamalefika
liberopensiero
celeste
notimenospace
shockandawe
sannita
prospettiva_cdv
titollo
panther
cassandra
leguerrecivili
bartleby
mipassaperlatesta.
più che puoi
napoorsocapo
yadoge
  cerca



 

Diario | Psicologia e Guerra | Altrove | Chi è chi | Politichese | Intrighi | Serendipity | Europa | Sviluppo (in)sostenibile | Biotecnologie |
 
Diario
1visite.

8 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture

Anche la Croce Rossa Internazionale [The ICRC's silence until now has been questioned by some human rights groups, but the humanitarian organisation stressed that it could have more impact in trouble spots around the world by keeping quiet in public while pressing the authorities concerned in private.], tanto per non smentirsi, riconosce A POSTERIORI che torture sono avvenute (E PRIMA CHE FACEVA???? VEDI II GM... 1941-1942 circa 250 medici e infermiere della Croce Rossa Internazionale (ICRC) - per gli ultimi aggiornamenti Google: Croce Rossa) Finita l'orgia, al primo attuarsi della strategia da Far West di Bin Laden, tornerà l'orgia antiterrorismo.... Mai che di qualcosa si riesca ad occuparsi seriamente in modo durevole (ad esempio di cosa significhino al giorno d'oggi 'addestramento militare' e 'intelligence', in qualunque parte del mondo) Quando è ormai chiaro che tutto è globalizzato, anche il concetto di 'primitivo' ed 'evoluto', di 'occidentale' e 'islamico', di 'dittatura' e 'democrazia' ecc. Nel mondo islamico operano forze più o meno occulte le cui teste non hanno nulla da invidiare alle 'migliori' menti del Pentagono, e viceversa, grossi scimmioni senza cervello esportano ovunque da Ovest la loro bestialità. Districarsi in tutto questo non è intuitivo nè comodo, ma si dovrebbe continuare a cercare di farlo ieri sera, da Maurizio Costanzo, guardavo le facce divertite, compiaciute e ammiccanti delle donne presenti (avete mai provato a guardare la TV senza sonoro?) mentre appunto si svolgeva l'orgia mediatica sulla tortura... niente di poi così diverso dalla faccia del soldato Jessica Lynch... Ci sarebbe da chiedersi quanto di marcio e di sadico nelle menti dei supercivilizzati occidentali non sostenga 'subliminalmente' le peggiori azioni (e reazioni) come il commercio di organi, bambini, schiave e schiavi...


May 7, 2004 8:30 PM Red Cross sees torture-like abuse in Iraq By Richard Waddington GENEVA (Reuters) - Iraqis held by U.S. forces have been subjected to systematic degrading treatment, sometimes close to torture, that may have been officially condoned, the International Committee of the Red Cross says. Breaking with its usual vow of silence, the Geneva-based humanitarian agency (ICRC) said on Friday that visits to detention centres in Iraq between March and November 2003 had turned up violations of international treaties on prisoners of war. "What we have observed are situations from a human point of view that are degrading in treatment and in some incidents tantamount to torture," Pierre Kraehenbuehl, director of ICRC operations, told journalists. "Our findings do not allow us to conclude that what we were dealing with...were isolated acts of individual members of coalition forces. What we have described is a pattern and a broad system," he said. The ICRC, whose reports on prison visits are confidential, went public with some of its findings after parts of the 24-page document were carried by the Wall Street Journal. The scandal over detainee abuse broke last week with the release of photographs showing the sexual humiliation of Iraqi prisoners in Abu Ghraib, a U.S.-run jail outside Baghdad. U.S. Defence Secretary Donald Rumsfeld on Friday took responsibility for the incidents, which have caused outrage in the Middle East, and apologised to the victims, the Iraqi people and Americans. BEATING WITH PISTOLS According to the Journal, whose report was confirmed as accurate by the ICRC, ill-treatment was most common during questioning, when interrogators were seeking information or confessions. Examples included: -- "Hooding a detainee with a bag, sometimes in conjunction with beatings thus increasing anxiety as to when blows would come." -- "Handcuffing so tight that they caused skin lesions and nerve damage; beating with pistols and rifles; threats of reprisals against family members; and stripping detainees naked for several days in solitary confinement in a completely dark cell." Kraehenbuehl said that the report referred mainly to the actions of U.S. forces at Abu Ghraib and elsewhere, but the ICRC had also expressed concern in recent months about British-run centres. "We have made our comments...and also our recommendations" to the British, he said. But he gave no detail and did not comment on pictures published in a British newspaper, one of which purports to show a soldier urinating on a prisoner. Although the report was presented to the U.S. authorities only in February, its contents were consistent with the oral and written presentations made to prison authorities since the visits first began, Kraehenbuehl said. Excerpts of the ICRC report in the Journal spoke of ill-treatment that "went beyond exceptional cases and might be considered a practice tolerated" by coalition forces. U.S. officials insist military high-ups never condoned abuse. On Thursday, the ICRC said it had repeatedly urged the United States to take "corrective action" at Abu Ghraib. The humanitarian group also said coalition forces fired on unarmed prisoners from watchtowers and killed some, as well as committing "serious violations" of the Geneva Conventions governing treatment of war prisoners. The ICRC's silence until now has been questioned by some human rights groups, but the humanitarian organisation stressed that it could have more impact in trouble spots around the world by keeping quiet in public while pressing the authorities concerned in private. Reuters
Scrive Tu vo' fa' l'americano, Commenti a BloGtrotter 7 Maggio 2004 Torture in Somalia, reato prescritto. TUTTI ASSOLTI, ANCHE L'UNICO SOLDATO INQUISITO DELLA LA MISSIONE IBIS. NESSUN COLPEVOLE TRA I MILITARI ITALIANI DELL'OPERAZIONE: LA GIUSTIZIA E I DIRITTI UMANI IRRISI E CALPESTATI DA UNA "FORZA DI PACE" IN CASA PROPRIA. Quest’articolo è stato scritto, da una nostra giovanissima associata, alla notizia che il reato delle torture commesse dai militari italiani contro i civili somali è stato prescritto. La Corte d’Appello di Firenze ha dichiarato prescritto (PRESCRITTO) il reato di abuso d’autorità contestato, nella fattispecie al solo, maresciallo della Folgore Valerio Ercole, finito sotto inchiesta per le “presunte” torture commesse in Somalia nel 1997. La magistratura Canadese e Belga, nei casi analoghi di tortura appurati contro i propri soldati aveva colpito duro, senza attenuanti: i canadesi hanno sciolto il corpo scelto dei paracadutisti, i belgi hanno condannato a 5 anni i colpevoli. In Italia, dopo le foto che mostravano gli stupri con il bazooka e l'elettroshock ai testicoli (Ercole Valerio) il reato è stato PRESCRITTO. Una vergogna, che ha padrini non occulti che vanno dal parlamento, al magistrato Gallo nominato Presidente della Commissione d'Indagine (?) fino agli alti gradi militari. Tutta la vicenda è una vergogna per l'Italia e per le forze armate. Se qualcuno aveva sbagliato doveva essere punito e, sarebbe stata un occasione di lealtà al giuramento d'onore che si era fatto alla bandiera, questa macchia della prescrizione dei reati è un sudario che copre d'indegnità anche il sacrificio dei ragazzi italiani morti in Somalia. ROMA - La missione in Somalia sarebbe dovuta essere una missione di pace, o meglio, di mantenimento della pace, un’opera di “peace - keeping“, secondo la terminologia ora in voga tra i vari studiosi di cose militari nella cosiddetta era della globalizzazione. Cambia il modo di fare la guerra, ma sempre di guerra si tratta, anche se molti vorrebbero farla passare come tutt’altra cosa, naturalmente a tutto vantaggio e aiuto delle popolazioni a cui si fornisce la propria protezione (!). Tuttavia nulla si toglie al fatto che, di per sé, il concetto di peace - keeping non rappresenti nulla di negativo, anzi. Il problema sorge quando si prende in analisi tutto ciò che ruota attorno al concetto di peace - keeping e, cioè le istituzioni militari, i loro uomini, la loro cultura (intesa nel duplice senso di conoscenza personale e di assimilazione dei valori e dei modi di pensare del proprio gruppo sociale) e il contesto in cui questa si sviluppa. Ora : senza dubbio la missione in Somalia presentava notevoli difficoltà ed è proprio per questo che necessitava di una particolare ed accurata preparazione, cosa che non è stata fatta. *Primo: chi ha partecipato alla missione aveva una scarsa se non una conoscenza nulla del paese in questione e della sua cultura, cosa abbastanza grave per un ex paese colonizzatore. *Secondo: sono stati reclutati ragazzi appena ventenni e di leva, esaltati, caratterizzati da una mentalità potenzialmente (e nei fatti come poi si è tragicamente dimostrato) fascista, razzista e totalmente priva di rispetto e umanità. Ma forse non ci si può aspettare troppo da ragazzi che scelgono volontariamente un corpo militare che esalta miti quali la forza, l’arroganza e il valore militare della guerra a scapito dei più elementari e sacrosanti diritti umani quali la pace: basta pensare ai simboli incisi sulle migliaia di borse che si vedono in giro per l’ Italia, raffiguranti due coltelli incrociati su un teschio. E questo significa insegnare l’odio. Questi sono i ragazzi che sono stati mandati in Somalia, con le conseguenze ormai note a tutto il mondo. A quanto pare, però, lo scandalo è stato dimenticato in fretta con buona pace degli alti vertici e degli autori materiali dei fatti. Esistono prove concrete, delle fotografie, scattate (non si sa con quale coraggio) da gente che assisteva tranquillamente come se niente stesse accadendo sotto i loro occhi. Eppure non è successo nulla. TUTTI ASSOLTI. Neppure l’opinione pubblica si è fatta sentire. Tutto silenzio. Non esistono colpevoli esiste però la dignità umana calpestata e ridotta in polvere, distrutta per sempre. Non c’è ancora giustizia per le vittime di quelle violenze e per la Somalia stessa. Sembra ( e forse è così ) che la Somalia sia per l’Italia un paese qualsiasi, e non una ex colonia verso la quale si hanno precisi doveri. Ed è questa la situazione comune a molte altri parti del mondo e richiama la vecchia distinzione tra dominanti e dominati e tra chi può accedere alle risorse e chi no: in altre parole tra il mondo occidentale civilizzato e il cosiddetto Terzo Mondo. Rende di più proteggere un potente piuttosto che un poveraccio qualsiasi, semplicemente perché si ricaverebbero maggiori favori nelle occasioni giuste. C’è stato chi ha trovato una logica precisa e spaventosa in tutto quello che è successo in Somalia: la spiegazione sta, secondo alcuni, nel famoso e onnipresente gruppo sociale di individui che in una situazione estrema quale era quella in Somalia, per non soccombere in un paese straniero, e automaticamente inospitale, si unisce e fa del gruppo la propria guida, talvolta anche compiendo le azioni più terribili e assurde che una mente umana possa concepire. E’ difficile però credere che si applichino elettrodi ai testicoli di un uomo e che si stupri una donna legata con una missile illuminante solo perché si ci trova in una situazione difficile e stressante: non mi sembra affatto, dalle foto, che i ragazzi si trovassero in un momento cruciale ne pericoloso! Qui si tratta di pura e semplice tortura. quello che fa più spavento è che tutto si sia svolto in modo terribilmente razionale. Chi ha partecipato ha voluto che ciò accadesse, deliberatamente, senza alcuna forzatura. D’ altronde si sà: la guerra è un fatto esclusivamente razionale ed è un fenomeno esclusivamente umano (Dichiarazione di Siviglia sulla violenza, 1986); allo stesso modo la tortura, naturalmente in misura minore semplicemente perché avviene tra singoli individui. Chi tortura è consapevole di farlo: degli esseri umani sono stati umiliati, per ben due volte, mentre venivano torturati e poi con la “foto ricordo” dell‘ evento. La Giustizia, in quanto diritto fondamentale, è stata negata. Così come sono stati negati il diritto alla vita, alla libertà e al rispetto con conseguente annullamento della identità stessa dell’individuo, senza la quale egli cessa di essere individuo e diventa un qualcosa di inerte senza un’anima. In Somalia è stata violata l’intera parte della Dichiarazione Universale Dei Diritti Dell‘Uomo proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948, riguardante appunto questi diritti fondamentali. L’intervento in Somalia era stato denominato umanitario dalle Nazioni Unite che l’avevano promosso, non doveva diventare un’intervento (se non una occupazione) militare. E l’O.N.U., pur essendo un organismo al di sopra delle varie nazioni, in Somalia è stato scavalcato, non è esistito, determinando così un completo fallimento dell’intero intervento promosso come “RESTORE HOPE”. Per l’ Italia si è trattato solo ed esclusivamente di un intervento militare farcito di ipocrisia gratuita carico di esaltazione nazionalista. E le "sacre istituzioni" sono state a guardare quegli orrori cercando di salvaguardare l'onore dei reparti colpevoli degli atti denunciati coraggiosamente dai giornalisti di Panorama. Paradossalmente proprio l’Italia, che vanta una tra le migliori Costituzioni d’ Europa e che si ritiene uno dei paesi più democratici, viola il più importante articolo della sua Costituzione , l’ ART . 2 , che così recita “LA REPUBBLICA RICONOSCE E GARANTISCE I DIRITTI INVIOLABILI DELLA UOMO, SIA COME SINGOLO SIA NELLE FORMAZIONI SOCIALI OVE SI SVOLGE LA SUA PERSONALITA’ E RICHIEDE L’ADEMPIMENTO DEI DOVERI INDEROGABILI DI SOLIDARIETA’ POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE“ . E’ inconcepibile che fatti come quelli accaduti in Somalia passino sotto silenzio e vengano anche sbeffeggiati con una ridicola e ipocrita sfilata militare ( 4 Giugno 2000 ) che poneva in primo piano l’opera per la Pace compiuta dai “nostri “ militari. Sul manifesto che la promuoveva era scritta anche la Somalia , candidamente e senza neppure un minimo senso di vergogna. Si è dato così l’ennesimo effettivo, pieno e istituzionale appoggio a chi in Somalia è stato artefice, e non ultimo, complice di quelle orrende sevizie e a chi in Italia, negli alti vertici, non ha tenuto minimamente conto della sofferenza di esseri umani a cui è stata volontariamente e consapevolmente tolta in maniera definitiva la propria identità e la propria essenza di essere umano . DALLA “ DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO ART .1 TUTTI GLI ESSERI UMANI NASCONO LIBERI ED UGUALI IN DIGNITA’ E DIRITTI. ESSI SONO DOTATI DI RAGIONE E DI COSCIENZA E DEVONO AGIRE GLI UNI VERSO GLI ALTRI IN SPIRITO DI FRATELLANZA . ART .3 OGNI INDIVIDUO HA DIRITTO ALLA VITA, ALLE LIBERTA’ ED ALLA SICUREZZA DELLA PROPRIA PERSONA . ART .5 NESSUN INDIVIDUO POTRA’ ESSERE SOTTOPOSTO A TORTURA O A TRATTAMENTO O A PUNIZIONE CRUDELE, INUMANA O DEGRADANTE. ART . 28 OGNI INDIVIDUO HA DIRITTO AD UN ORDINE SOCIALE E INTERNAZIONALE NEL QUALE I DIRITTI E LA LIBERTA’ ENUNCIATI IN QUESTA DICHIARAZIONE POSSANO ESSERE PIENAMENTE REALIZZABILI . Halima M. inviato il 08.05.2004 10:06:05




permalink | inviato da il 8/5/2004 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

7 maggio 2004

Tortura: vi sono fenomeni che non possono nascere senza un clima culturale (2)

... Verso la fine degli anni Ottanta, il governo israeliano nominò una Commissione presieduta da un giudice (in pensione) della Corte suprema per affrontare il tema delle sofferenze inflitte a un imputato allo scopo di farlo parlare nenti attentati. La Commissione concluse che esistono tre modi per risolvere questo grave dilemma: 1) permettere ai servizi di sicurezza di combattere il terrorismo... rimanendo in una zona di penombra esterna al dominio della legge»; 2) quello ipocrita di «dichiarare di attenersi al principio di legalità, ma chiudere un occhio nei confronti di ciò che accade sotto l?apparenza delle cose»; 3) quello più onesto di «garantire per legge un quadro adeguato per l?attività dei servizi di sicurezza impegnati nel tentativo di impedire gli atti terroristici». La Corte suprema di Israele decise di scartare tutte e tre le soluzioni e dichiarò illegale in tutto e per tutto l'uso delle pressioni fisiche. Sempre e comunque. Di lì a poco saltò in aria un bus provocando la morte di diverse persone. Grande fu l'emozione. I servizi di sicurezza israeliani dichiararono che se fosse stato loro consentito di far ricorso a uno dei metodi di cui sopra, forse quell'attentato avrebbe potuto essere evitato. Ma la Corte suprema in una seduta altamente drammatica ribadì la sua scelta." Bollettino Osservatorio sulla Legalità Gli esperti : tortura legale ? di Giulia Alliani L'attenzione di cittadini, media ed esperti si appunta in questi giorni sulla tortura, sia per la diffusione delle notizie provenienti dall'Iraq, e di cui si e' diffusamente relazionato su questo Bollettino, sia per la decisione del parlamento italiano di non considerare tortura una minaccia o violenza non reiterata... Ancora di tortura parla oggi, in un'intervista a La Stampa, il prof. Dershowitz, l'avvocato progressista più famoso d'America, paladino dei diritti civili, nato a Brooklyn da famiglia ebraica (e non e' certo la prima volta. Vedi: "Terrorismo", di Alan Dershowitz, Carocci, 2003, e Corriere della Sera, 1 febbraio, 2002, «I terroristi? Torturiamoli» intervista di A. Farkas).

  • Tortura: vi sono fenomeni che non possono nascere senza un clima culturale...




    permalink | inviato da il 7/5/2004 alle 10:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 7 maggio 2004

    Donne e Guerra (2), dal soldato Jane al soldato Jessica Lynch

    ... Aveva il viso acqua e sapone, i capelli a caschetto e un bel sorriso. Una qualunque liceale americana. Ma quella era una foto scattata prima di partire per l'Iraq. Le foto con cui il mondo intero l'ha conosciuta, sono quelle che la ritraggono con le dita che simulano una pistola, puntate contro i genitali di un prigioniero. O quella in cui se la ride davanti ad una piramide di detenuti nudi ed incappuciati. O quella in cui porta al guinzaglio un iracheno nudo in un corridoio di Abu Ghraib. Ecco Lynndie R. England, 21 anni, 372simo battaglione di polizia militare. C'è anche lei fra i torturatori sotto inchiesta. Ora è stata richiamata dall'Iraq e confinata in una base del North Carolina. E degradata da specialista a soldato semplice. Ad Abu Ghraib, era stata assegnata all'ala della prigione dove i detenuti venivano identificati. Ma nel braccio A1 andava spesso, perché il soldato Charles Garner, uno degli aguzzini, era il suo boyfriend. Lynndie arriva dal West Virginia. Come Jessica Lynch, catturata dagli iracheni nei pressi di Nassiriya e liberata il primo aprile 2003 dalle teste di cuoio americane. Il West Virginia è lo Stato con gli indici di disoccupazione più alti d'America. Lynndie è cresciuta lì, in una casa-roulotte a Fort Ashby. Quella stessa roulotte ora assediata dai media. Giovanissima, si è sposata con un commesso del locale supermercato. Poco dopo ha divorziato. Fort Ashby è un paesino dove si conoscono tutti. Il padre di Lynndie, Kenneth, faceva l'operaio delle ferrovie. Lei a gennaio aveva allertato la famiglia: "Voglio che sappiate che ho avuto un problema", aveva detto, prima di finire sotto inchiesta. Per aggiungere, dopo, "mamma, sono stata la persona sbagliata al momento sbagliato". Ed oggi la madre Terrie la difende: "Abusi? Erano stupidi giochi da ragazzi. Bravate. Ma quel che gli iracheni fanno ai nostri ragazzi è giusto? Le regole della Convenzione di Ginevra si applicano solo a loro, o anche a noi?". Una delusione, a Fort Ashby. Un supermercato mostra una sua foto su una "Parete d'onore". Un'altra foto era affissa in un'aula di tribunale: "Siamo fieri dei nostri ragazzi", si leggeva nella didascalia. "Dovrebbero pagare caro per quel che hanno fatto: erano abbastanza addestrati per distinguere il bene dal male, e hanno fatto del male", commenta William McGregor, ex marine in pensione. A casa, Lynndie c'era tornata per Natale. I genitori la ricordano "malata, stanca, tossiva sempre. Aveva perso dieci chili e ha dormito sempre ". Dicembre: quando, cioè, secondo il rapporto del generale Taguba, il grosso degli abusi era già stato commesso. "Dicono che non ha richiesto un avvocato. Non è vero, lo ha chiesto fin da gennaio, e non siamo in grado di pagare", ha detto Destiny Goin, che ha vissuto con la famiglia di Lynndie e la considera una sorella. Lynndie fin da bambina ha avuto una propensione per le "emozioni forti". Amava temporali e cicloni, se c'era un tornado, hanno detto i genitori, non c'era verso di farla rientrare. Come il "soldato Jessica", anche Lynndie si era arruolata per pagarsi il college. Era iscritta alla Franklin High School di Ridgeley. Mai vista in minigonna: sempre in mimetica e anfibi. Era, dicono amici e parenti, una donna dura e indipendente, che "non ha paura di spezzare un chiodo con le mani". Secondo alcuni studiosi, la "trasformazione" in aguzzino non sarebbe nulla di straordinario. Philip Zimbardo, un docente dell'università di Stanford, nel 1971 fece un esperimento. Creò una prigione e vi chiuse dentro 24 studenti, divisi tra guardie e prigionieri. Nel giro di pochi giorni, i "custodi" si erano trasformati in carnefici, e ad un certo punto coprirono la testa dei detenuti con dei sacchetti, li obbligarono a spogliarsi e ad eseguire atti sessuali. I responsabili dello studio bloccarono l'esperimento, di cui sono rimaste le foto come documentazione. Secondo il ricercatore, chiunque potrebbe superare il limite. Per questo Zimbardo, in un'intervista al New York Times, si è detto "non sorpreso" di quanto accaduto ad Abu Ghraib. E' un ambiente carcerario come quello che si è creato a Bagdad, secondo lo studioso, che crea il problema. Ma quanto accaduto potrebbe essere anche l'effetto della guerra al terrorismo. Per Charles Strozier, direttore del Centro sul terrorismo al John Jay College di New York, l'11 settembre potrebbe aver spinto molti a ritenere che il fine giustifica i mezzi, anche brutali. Negli Usa, ha detto Strozier, c'è oggi chi pensa "che sia giusto torturare qualcuno, se questo serve ad ottenere informazioni che salvino dai terroristi". (La Repubblica, 6 maggio 2004 )

  • Donne e Guerra, dal soldato Jane al generale Janis Karpinski




    permalink | inviato da il 7/5/2004 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 6 maggio 2004

    Battersi per la pace... Benny Morris, ex renitente alla leva, non ci crede più

    E la «colomba» Benny Morris non crede più alla pace AUTOCRITICA Ricorda ancora i volti delle vecchie palestinesi e quello che gli raccontarono. Di come tra il 1947 e il 1948 le loro famiglie furono costrette a fuggire dal villaggio di Al Bassa, nel Nord della Galilea. Nel 1982 Benny Morris lavorava in Libano come giornalista ed era la prima volta che entrava in un campo rifugiati, Rashidiye, vicino a Tiro. Quelle storie e le fotocopie annerite che agli inizi degli anni Ottanta cominciarono a uscire dagli archivi militari alla periferia di Tel Aviv lo spinsero a indagare su una delle questioni sempre al centro del conflitto arabo-israeliano: i 700 mila palestinesi che negli anni di guerra dovettero abbandonare le loro case. Le ricerche e le quattrocento pagine di The Birth of the Palestinian Refugee Problem , pubblicato nel 1988, hanno inaugurato la «nuova storiografia» israeliana. Che si proclama post-sionista e vuole riesaminare i miti fondanti dello Stato ebraico: il libro affronta le responsabilità individuali e nazionali che portarono a quell’esodo di massa, che gli arabi chiamano e ricordano come la nak bah , la «catastrofe». Morris accusa le truppe israeliane di crimini di guerra, elenca casi di massacri contro i civili, episodi di violenza carnale. Ma non arriva a sostenere che gli israeliani avessero progettato un piano sistematico di espulsione. E imputa la fuga dai villaggi palestinesi anche ai leader degli Stati arabi: incoraggiarono l’esilio volontario per sfruttarlo come propaganda e giustificare il loro intervento armato. Le indagini di Morris sono rimaste incomplete fino a quando i documenti israeliani sul periodo 1947-48, riservati per cinquant’anni, sono stati declassificati e resi pubblici. Questi nuovi studi arricchiscono i tre saggi storici di 1948. Israele e Palestina tra guerra e pace , pubblicato adesso in Italia, edizione «rivisitata» del libro del 1988. Ma quello che Morris a 54 anni ha deciso di rivisitare sembrano soprattutto le sue posizioni politiche. I quattro capitoli che più hanno fatto discutere in Israele - la destra è arrabbiata per quello che ha scritto in passato, la sinistra non gli perdona quello che dice nel presente - raccontano un processo intellettuale cominciato nel 2000: «Sono stati il rifiuto, da parte della leadership palestinese, delle proposte Barak-Clinton, l’avvio dell’intifada e la richiesta dell’accettazione israeliana del "diritto al ritorno" dei rifugiati che mi hanno persuaso che i palestinesi, almeno in questa generazione, non vogliono la pace». Un’evoluzione che porta Morris il refusnik del 1988 - nel libro è presentato il diario delle tre settimane passate in carcere per essersi rifiutato di prestare servizio come riservista nei territori occupati - a scrivere sedici anni dopo: «Mi sembra di sentirmi un po’ come quei viaggiatori occidentali che, nel 1956, furono bruscamente svegliati dal rumore dei cingoli dei carri armati sovietici che occupavano Budapest (...) La ragione principale del mio pessimismo sull’attuale crisi mediorientale è la figura di Yasser Arafat (...) Invece di informarli accuratamente sulle offerte israeliane di pace, i media controllati dall’Autorità hanno sottoposto i palestinesi a un continuo bombardamento di menzogne e propaganda anti-israeliana. Arafat si è perfezionato ad arte nella pratica di dire una cosa agli occidentali e raccontarne un’altra, ben diversa, ai suoi elettori». Morris ha scontentato chi lo considerava un paladino della causa palestinese anche con un’intervista al quotidiano liberal «Haaretz» del 9 gennaio, intitolata La sopravvivenza dei più forti , dove spiegava la sua posizione sulle espulsioni del 1948. «Ci si potrebbe domandare - scrive lo storico nell’introduzione - che cosa farebbe in una situazione simile Ben Gurion, potesse tornare in vita in qualche modo, visto che probabilmente nel 1948 avrebbe voluto architettare un esodo completo piuttosto che parziale, anche se si tirò indietro all’ultimo momento. Forse oggi rimpiangerebbe la sua moderazione. Se fosse andato dritto, forse oggi il Medio Oriente sarebbe un posto più fiorente, meno violento, con uno Stato ebraico dalla Giordania al Mediterraneo e uno Stato palestinese in Transgiordania». Il libro di Benny Morris, «1948. Israele e Palestina tra guerra e pace», è edito da Rizzoli, pagine 350, 19 Davide Frattini (Corriere della Sera, 6 Maggio 2004) Il pentimento di Benny Morris viene associato, sul Corriere della Sera di oggi, anche ai Nelle scuole palestinesi libri dell’odio, pagati anche dall'Europa Perché un giovane palestinese decide a un tratto di diventare una bomba umana e di andare a seminare morte in una pizzeria o su un autobus di Israele? Per molte ragioni, naturalmente; ma tra di esse un posto rilevante spetta di sicuro anche al sistema educativo cui quel giovane è sottoposto. Si tratta di un sistema educativo imbevuto di pregiudizi e di menzogne anti-israeliane e anti-ebraiche che l’Autorità palestinese ha impiantato nelle scuole sotto la sua giurisdizione, frequentate dalla foltissima popolazione studentesca (900 mila ragazzi e ragazze su 3 milioni circa di abitanti) che vive nella striscia di Gaza e in Cisgiordania. Scuole - è bene ricordarlo - che Arafat amministra in seguito agli accordi di Oslo del 1993-1994 servendosi anche per esse degli imponenti aiuti finanziari della comunità internazionale: più di sette miliardi di dollari dal 1994 al 2002 (una cifra assai superiore comparativamente a quanto destinato dal piano Marshall al Vecchio Continente nel dopoguerra) coperti per oltre il 50 per cento dall’Unione Europea. Il sistema scolastico palestinese ha assorbito più del 12 per cento dell’ammontare di questa somma, e tra i Paesi donatori l’Italia ha svolto e svolge un ruolo di primo piano, occupandosi in particolare proprio dello sviluppo del programma scolastico palestinese. Ignoro se un ufficio del nostro ministero degli Esteri o di qualche altro ministero abbia seguito tale programma, ma è certo che, se ve n’è stato uno, il suo responsabile dovrebbe forse qualche spiegazione all’opinione pubblica italiana per l’uso menzognero e ferocemente antiebraico che è stato fatto del denaro del contribuente italiano. Ne sono una prova i manuali scolastici che da anni l’Autorità palestinese va introducendo nelle sue scuole al posto dei vecchi manuali giordani ed egiziani (che pure per parte loro non scherzavano) e sui quali ci informa adeguatamente un rapporto redatto da Yohanan Manor, vice-presidente del Center for Monitoring the Impact of Peace (Cmip), una ong americana specializzata nell’esame dei testi adoperati nelle scuole dei Paesi arabi: rapporto che leggo in francese con il titolo Les manuels scolaires palestiniens: une génération sacrifiée , Berg International éditeurs, 2003. L’elencazione degli errori, delle omissioni e delle vere e proprie falsità ammannite agli studenti palestinesi dalle loro scuole è davvero impressionante. È degno di nota, tanto per cominciare, che in nessun testo si spenda una sola parola sugli accordi di Oslo o si menzioni mai il processo di pace. Ancora più significativo, però, è il fatto che dappertutto si passi nel più assoluto silenzio (o si neghi addirittura) l’esistenza nella regione di luoghi santi della religione ebraica. Nei manuali palestinesi, come in tutti quelli arabi, anche Abramo è presentato come «un monoteista musulmano e non idolatra». L’intento evidente è quello di contestare alla radice che gli ebrei abbiano mai avuto con quelle terre un qualche rapporto, affinché così il sionismo possa essere dipinto, per l’appunto, come una «creazione delle potenze imperialistiche nel cuore della Terra Araba, al fine di procurarsi una base in grado di aiutarle contro i Paesi arabi vicini», nonché venir additato insieme al nazismo come «l’esempio più evidente di ideologia razzista e di discriminazione esistente al mondo». Ci sono così tutte le premesse per negare nella maniera più assoluta non solo la legittimità ma perfino la stessa esistenza fisica dello Stato di Israele che infatti è letteralmente e vigorosamente cancellato da tutte le carte geografiche che costellano questi testi (su 28 carte neppure una fa eccezione), così come del resto Israele non viene mai neppure citata con il suo nome. Si parla infatti solo e sempre di «Palestina araba» e si dice, per esempio, che «il Negev costituisce la metà della superficie della Palestina». Si arriva al punto di cancellare la dizione in ebraico «Eretz Israël» da un francobollo emesso all’epoca del mandato britannico che riportava la suddetta dizione accanto a quella in arabo e a quella in inglese di «Palestine». Come ci si può immaginare i termini «ebreo», «sionista» e «israeliano» sono usati in modo assolutamente intercambiabile, e così nel manuale La nostra lingua araba si può tranquillamente leggere: «Perché abbiamo il dovere di lottare contro gli ebrei?», o in Educazione islamica : «Il tradimento e la malvagità sono alcuni dei tratti tipici degli ebrei. Bisogna dunque diffidarne». Con tali premesse non meraviglia che ai giovani palestinesi venga proposto un esercizio come il seguente: «Spiegare le ragioni che hanno indotto gli europei a perseguitare gli ebrei»; al quale quesito il manuale in questione ( Storia degli arabi e del mondo moderno ) suggerisce le risposte del caso (per esempio «l’inclinazione degli ebrei al fanatismo razziale e religioso») arrivando alla conclusione che comunque «la persecuzione fu auspicata dagli ebrei stessi» al fine di realizzare la «sionizzazione degli ebrei del mondo». Del resto non a caso un vago impegno sottoscritto nel duemila da alcuni Paesi arabi e dall’Autorità palestinese per inserire la Shoah nei loro programmi di insegnamento suscitò una sollevazione generale presso le rispettive opinioni pubbliche, e non a caso tale sollevazione si indirizzò contro la «cultura della pace» definita una versione americana della globalizzazione, il cui scopo sarebbe stato «la cancellazione della memoria delle nazioni, del loro retaggio nazionale e della loro storia». In armonia con questo apprezzamento per la «cultura della pace» i manuali dove studiano i giovani palestinesi presentano la Jihad come «il dovere religioso di ogni musulmano maschio o femmina» sottolineando come «i combattenti Jihad martiri sono le persone più onorate dopo i profeti». La glorificazione del martirio e del martire (shahid) è esplicitamente inclusa tra gli obiettivi pedagogici del sistema di istruzione agli ordini di Arafat, il quale - è bene ricordarlo - è stato per parecchi anni proprio ministro dell’Educazione dell’Autorità palestinese. Si legge a chiare lettere in un manuale per gli allievi dell’ottavo livello: «I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte. Essi cercano le carogne con cui riempire i loro stomaci vuoti, voi cercate un giardino grande come il Cielo e la Terra. Non temete di affrontarli, poiché la morte non è amara nella bocca del credente». Tutto questo - lo ripeto - è stampato, distribuito e insegnato a spese anche di chi sta leggendo in questo momento queste righe attraverso la Commissione europea nonché un’agenzia apposita delle Nazioni Unite, l’Unrwa. Quest’ultima per la verità ha fatto, sì, qualche tempo fa un timido tentativo di reagire, ma ha rapidamente battuto in ritirata dopo gli attacchi della stampa egiziana che per bocca dell’autorevole «al-Ahram» ha attaccato violentemente la sempre detestatissima «cultura della pace» a suo dire predicata dall’Unesco, nonché il connesso progetto educativo consistente nel voler «cambiare i programmi scolastici dei Paesi arabi per suscitare nei giovani l’avversione alla guerra e dare un’immagine accettabile di Israele». Comunque l’Unrwa - va detto dietro pressione del Congresso Usa - un tentativo almeno di reagire alle falsificazioni antisemite alle quali vengono educati i ragazzi e le ragazze palestinesi lo ha fatto; il commissario europeo Chris Patten, invece, neppure quello. Si è ipocritamente trincerato dietro il particolare tecnico che Bruxelles si limita a finanziare la produzione e la stampa dei manuali ma non può permettersi alcuna ingerenza né nella loro redazione né nel loro uso: un esempio memorabile, come si vede, di quella dedizione ai valori della democrazia e della verità di cui l’Unione Europea proclama da sempre di essere una rocca inespugnabile. di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA




    permalink | inviato da il 6/5/2004 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    5 maggio 2004

    Battersi per la pace non significa essere imbelli !

    E' una tra le cose che ho pensato con forza e con rabbia un paio d'ore fa, e riflesse in questa... guerra tra cloni, o presunti tali, in Commenti a BlogTrotter Danilo/lapsus Scusate l'assenza ma sto guardando La 7 8 & 1/2 presto tornerò per sommergervi con mille post, salvo telecronaca in diretta. Per il momento L. morgantini sta facendo una figura di m. inviato il 05.05.2004 21:33:52 Anonymous esatto, clone. mi ricostringi all'anonimato, ma ho proprio finito di vedere 8emezzo, di ascoltare le sagge parole del Prof. Levi Della Torre [(Torino, 1942, pittore e saggista, vive a Milano e insegna alla Facoltà di Architettura del Politecnico. Ha pubblicato: Mosaico. Attualità e inattualità degli ebrei (Rosenberg e Sellier 1994), Essere fuori luogo. Il dilemma ebraico tra diaspora e ritorno (Donzelli 1995, premio Pozzale-Luigi Russo 1995) ed Errare e perseverare. Ambiguità di un giubileo (Donzelli 2000).] - legittimo difendere la propria esistenza negata da altri, illegittimo negare l'esistenza degli altri - e di Luisa Morgantini [www.luisamorgantini.net], che non capisco come L. P. riesca ad accomunare al(la) L. che scrive qui sono pure incazzato dalle continue chiamate alle armi di Ferrara e dell'amico del giaguaro della serata, il famoso ex renitente alla leva nell'esercito israeliano, ora pentito, Benny Morris, che ritiene legittimo il ritiro israeliano dai Territori in assenza di una controparte stufo dello stile ferrariano di connotare chi lotta e ha lottato per la pace (non parlo dei pacifisti nostrani, ma delle donne in nero, e di quegli israeliani e palestinesi che per la pace hanno messo e mettono in gioco le loro vite) come gente 'senza midollo', buonisti e visionari senza un visionario come Hertzl Israele nemmeno esisterebbe, senza visionari come i rivoluzionari inglesi, francesi e americani della fine del '700 non esisterebbe nemmeno lo stato liberale che a parole Ferrara decanta ed di cui invoca la difesa armata oltre ogni limite del lecito ... pausa ! ... danilo / lapsus inviato il 05.05.2004 22:00:43 L. P. Per danilo "che ritiene legittimo il ritiro israeliano dai Territori in assenza di una controparte " Fammi capire Danilo: uno stato subisce delle guerre, le vince... occupa delle terre, NON SE LE ANNETTE e deve anche chiedere il permesso o concordare la sua ritirata???? Ma siamo pazzi? Insomma non si è mai visto che il vincitore negozi la propria ritirata!!! Se non avessi fatto il soldato nel reparto medico sapresti che..." a nemico che fugge...ponti d'oro! Qui israele non fugge ma si ritira (come fece dal libano) ma in sostanza è la medesima cosa. Se il partito di Sharon ha responto il piano non è detto che anche il parlamento..... stiamo a vedere. Del resto sono secolo che si chiede agli ebrei di andare via dall'europa... sono decenni che gli si chiede di andare via dalla palestina.... che altro caxxo volete? Guarda che se, per caso, decidessimo tutti in massa di convertirci.... come risultato avresti una 50ina di milioni di giornalisti blogger antisemiti. e non mi dire che senza ebrei non puo' esserci antisemitismo (vd polonia) inviato il 05.05.2004 22:07:03 Anonymous aria fritta !!!! I Territori Palestinesi non sono uno stato, erano parte della Giordania e dell'Egitto (Gaza) Come puo' un paese occupante 'ritirarsi' senza che in quei territori, i cui confini siano internazionalmente riconosciuti, si instauri una legittima autorità ? Non ce n'è una palestinese? Dovrà essere l'ONU ! Ma - pare - una autorità palestinese esiste, e dunque Israele NON PUO' ritirarsi unilateralmente Perchè, L., non discutiamo del perchè reale per cui Sharon ha DOVUTO - da militare sanguinario ma pragmatico - 'tradire' il programma espansionista del Likud? Per la questione demografica, che è anche INTERNA ad Israele, o sbaglio? I coloni nessuno li convincerà mai a farsi gabbare una seconda volta, dopo che lo sono stati la prima, indotti a emigrare in Isreale con la terra promessa, costretti a seminare nel deserto, a farsi ammazzare dagli arabi... e adesso a far cosa... di nuovo i bagagli? Chi li convincerà mai? Non è abbastanza convincente l'assassinio di Rabin? Allora, i coloni rappresentano l'Hamas israeliana perchè non parlare di questo, e della guerra civile IN ATTO dall'assassinio di Rabin in poi, dentro Israele? e di cui fanno le spese la maggiorparte dei cittadini israeliani e palestinesi che VOGLIONO VIVERE, E IN PACE ? danilo / lapsus inviato il 05.05.2004 22:18:36 Anonymous sai meglio di me che qualora - per assurdo - Sharon si ritirasse unilateralmente 'mollando' le colonie, si creerebbero altrettanti staterelli israeliani in guerra con i palestinesi E con lo Stato di Israele e... scusa... non per fare quello che non sono... ma se credi di impressionare me dandomi del pazzo... TI SBAGLI :-) danilo / lapsus inviato il 05.05.2004 22:25:26 Anonymous il fatto che L. non risponda significa due possibili cose 1. non è lui, ma un clone 2. è lui ma è rimasto senza argomenti (frenetiche consultazioni in corso !!!!!!!) inviato il 05.05.2004 22:32:03 Anonymous già che ci sono, rispondo al vero L. sul 'che me frega di stare a discutere di Israele ecc' Ho già risposto ieri. La passione per le faccende umane ed i conflitti, e l'irrazionalità spinta che sottintende da sempre quello israeliano-palestinese Che ne è IL problema, ma forse contiene anche la soluzione... amore odio sono parenti e affini Invece di cosa stanno morendo israeliani e palestinesi? Di un eccesso di razionalità, che si chiama paranoia, che per Israele si chiama 'demografia' e 'colonie', e per i palestinesi si chiama 'jihad' quando ci sarai, ne riparliamo, se hai voglia di concatenare due concetti invece che lanciarti ad ariete a capo basso contro i muri del tuo amico Sharon (e poi... qui l'ariete so' io !!!!!!!!!) d / l inviato il 05.05.2004 22:42:13 L. P Danilo, non rispondo perche' non passo 24 h al giorno al pc :-) comunque non posso concordare con quanto da te scritto perche' Egitto e Giordania hanno formalmente rinunciato a quei territori, in cambio della pace; Israele non e' tenuta in alcuna maniera a garantire il futuro di terre che lascera': sara' problema dell'ONU o dei palestinesi, sempre che altri non le rioccupino. Il principio (l.) secondo il quale la terra e' lo stato di chi la abita, non puo' trovare accoglimento altrimenti la Giordania (gran part di popolazione palestinese) sarebbe...palestinese! Una volta effettuato il ritiro dell'esercito, i coloni dovranno scegliere se rimanere nel futuro stato stato palestinese (a loro rischio e pericolo) o se rientrare in israele. Dubito che i palestinesi permetteranno la presenza dei coloni, di sicuro non li difenderanno; viceversa gli arabo-israeliani non solo continueranno ad essere cittadini ma sicuramente non rinunceranno a quello status e tantomeno si recheranno nella nuova palestina. inviato il 05.05.2004 23:04:12 continua ....... :-)




    permalink | inviato da il 5/5/2004 alle 23:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    5 maggio 2004

    La terribile verità di Michael Moore turba Topolino !

    La Disney boicotta Michael Moore La Walt Disney non permetterà alla sua controllata Miramax di distribuire il nuovo documentario di Michael Moore, 'Farenheit 911', il film che conterrebbe rivelazioni scottanti sull'11 settembre e soprattutto sugli imbarazzanti legami tra il clan del presidente George W. Bush e alcune potenti famiglie saudite, prima tra tutte quella di Osama bin Laden. Dopo il successo nel 2002 con la vittoria dell'Oscar per 'Bowling to Columbine', Moore aveva annunciato che si sarebbe dedicato a una pellicola per contribuire alla sconfitta di Bush nelle elezioni di novembre di quest'anno. Il documentario sarà comunque presentato sulla Croisette, al festival di Cannes previsto dal 12 al 23 maggio. Ma secondo 'Daily Variety', il vertice di Miramax, principale finanziatore del progetto, ha deciso che il film non sarà distribuito. Secondo l'agente di Moore, Ari Emanuel, l'amministratore delegato di Disney, Michael Eisner, temeva che la Disney perdesse i benefici fiscali che riceve per i parchi-divertimento, gli alberghi e le altre attività che il colosso dell'animazione possiede in Florida, lo Stato dove è governatore Jeb Bush, fratello minore del presidente Usa. (Kataweb Cinema) Wednesday, May 5th, 2004 Disney Has Blocked the Distribution of My New Film... by Michael Moore Friends, I would have hoped by now that I would be able to put my work out to the public without having to experience the profound censorship obstacles I often seem to encounter. Yesterday I was told that Disney, the studio that owns Miramax, has officially decided to prohibit our producer, Miramax, from distributing my new film, "Fahrenheit 9/11." The reason? According to today's (May 5) New York Times, it might "endanger" millions of dollars of tax breaks Disney receives from the state of Florida because the film will "anger" the Governor of Florida, Jeb Bush. The story is on page one of the Times and you can read it here (Disney Forbidding Distribution of Film That Criticizes Bush [By JIM RUTENBERG, Published: May 5, 2004, WASHINGTON, May 4 — The Walt Disney Company is blocking its Miramax division from distributing a new documentary by Michael Moore that harshly criticizes President Bush, executives at both Disney and Miramax said Tuesday. The film, "Fahrenheit 911," links Mr. Bush and prominent Saudis — including the family of Osama bin Laden — and criticizes Mr. Bush's actions before and after the Sept. 11 terrorist attacks.])... Michael Moore (http://www.michaelmoore.com

  • Radio Popolare
  • http://www.disinformazione.it/paginamoore.htm Leibniz: Una donnola per amico In Usa c'è ancora qualcuno un po' contrariato per l'atteggiamento di americani celebri e di alcuni paesi stranieri sulla guerra al terrore. Così ecco le carte dove ai gerarchi iracheni sono sostituiti i "nemici della patria" (Michael Moore, Tim Robbins, Jacques Chirac, Barbra Streisand, Teddy Kennedy, Kofi Annan, ecc...) e il blog "The Axis of Weasels". Mercoledì 7 Aprile 2004, 12:10 La terribile verità di Michael Moore Di Maria Elena Capuano In esclusiva è arrivata su Jimmy (Sky), assolutamente inedita in Italia, The Awful Truth di Michael Moore. Ogni giovedi alle 21.00 con due episodi. La serie nasce nel ’99 e da allora il suo ideatore si è fatto paladino della “terribile verità” contro l’ipocrisia e la corruzione della vita americana. La sua lotta è cominciata dieci anni prima con Roger and Me ed è con continuata con Bowling a Colombine (Oscar come miglior documentario), provocatorio “reportage” uscito nel 2002. In 24 episodi, in lingua originale e sottotitoli in italiano, Moore spara a raffica su tutto e tutti schierandosi dalla parte di quelli che la società classista e razzista dell’America di oggi esclude ed emargina. Eccolo allora, contro le compagnie assicurative che lasciano morire di cancro i propri clienti a causa di cavilli burocratici. Se la prende con le multinazionali del tabacco contro la pubblicità ingannevole fatta sulle sigarette, o ancora urla contro lo sfruttamento dei lavoratori della Disney nel Terzo Mondo per la produzione sottocosto di gadgets. Ma il suo bersaglio preferito è George W. Bush e la guerra in Iraq. Reduce dell’esperienza dei videoclip girati per i R.E.M. e i Rage Against The Machine, Moore presenta i suoi servizi dal finto studio televisivo della PDRTV, la Repubblica Popolare della Televisione Democratica. Oppure si tuffa in uno sfrenato tour per le strade della città per andare a “caccia di streghe”. Eccolo alla guida di un folle taxi per le via di NY mentre invita solo clienti afro-americani, o quando con una Gay Band va in giro su una rosa “Sodomobile” per gridare giustizia in faccia a chi si schiera contro l’omossessualità. Altro suo bersaglio, i ricconi. Che contrappone ai poveri in un quiz: “Batti i ricchi”. I due avversari, un povero e un ricco, vengono messi a confronto su argomenti come i prezzi dei prodotti alimentari o i salari degli operai. Inutile dire chi vincerà. Al suo attivo anche due libri Stupid White Men e Dude, Where’s My Country?, diventati best-seller. Un successo dovuto all’ energia con cui difende la verità. Molti vorrebbero la sua testa. Ma molti altri lo amano. Con gli incassi dei libri, delle sale e dell’home video, Michael Moore finanzierà il Center For Alternative Media che sorreggerà gruppi di azione sociale e di controinformazione per ciò che riguarda la giusta informazione sui temi politici, sociali ed economici. La sua lingua infuocata continua la crociata in nome di quegli americani che credono in un’America pacifica e pacifista. Invita a far sentire le proprie voci perché, “nonostante ciò che sono riusciti a farle, resta ancora la nostra nazione”, come si legge sul suo sito ufficiale. Per chi ama la verità a tutti i costi.




    permalink | inviato da il 5/5/2004 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 5 maggio 2004

    L’Italia è il paese al primo posto in Europa per presenza di donne immigrate infibulate

    della serie quante volte perchè si possa parlare di tortura ?, ecco la legge contro l'infibulazione, modello casa delle libertà: Infibulazione, la legge passa alla Camera ma niente asilo per chi la fugge Melting Pot da L'Unità del 5 maggio 2004 5 maggio 2004 Le donne che vogliono fuggire dal loro paese per sottrarre se stesse o le proprie figlie all’infibulazione non avranno diritto di asilo in Italia. L’ha deciso martedì la maggioranza di centrodestra alla Camera votando un emendamento che sopprime l’articolo 5 della proposta di legge contro la mutilazione dei genitali femminili. I voti a favore della legge sono stati 225, 176 quelli contrari e 6 astenuti. Il testo - che era unificato all’origine e poi trasformato dal centrodestra - adesso torna al Senato. Alle fine della discussione in aula gli articoli soppressi erano nove, «un testo praticamente snaturato» ha detto Barbara Pollastrini dei Ds. La motivazione della soppressione dell’articolo 5, all’inizio, era stata spacciata come mancanza di copertura economica. Strada facendo, invece, sono venuti fuori anche «motivi politici di merito». In realtà il voto di martedì è figlio della stessa maggioranza che non ritiene la tortura un reato se non è ripetuta più volte, che è stata seriamente tentata di usare i cannoni contro gli immigrati e che ha votato una legge sulla fecondazione assistita fortemente penalizzante per le donne e la loro salute. Capita così che si vota una legge che vieta con pene durissime, dai 6 ai 12 anni di carcere, chi pratica l’infibulazione - anche quella cosiddetta "soft" o puntura di spillo, una pratica alternativa proprio per evitare l'amputazione rituale irreversibile, ndr - in Italia, ma non si concede asilo a chi fugge dal suo paese per sottrarsi ad un rito che è nato prima dell’Islam, non affonda radici in alcun credo religioso e massacra il sesso e la sessualità delle donne. La ministra per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, nei mesi scorsi vendeva la legge attualmente in discussione come un importante passo in avanti contro «un’offesa inaccettabile all’integrità fisica delle donne, un rito imposto alle bambine che viola i loro più elementari diritti umani e che spesso è causa di malattie e menomazioni permanenti all’apparato genitali». Martedì la stessa ministra si è detta «orgogliosa» del lavoro svolto sul testo di legge e di fronte alla cancellazione dell’articolo 5 ha cercato di buttare giù uno straccio di motivazione che ha fatto infuriare ancora di più l’opposizione. Ha spiegato che la questione dell’asilo «non è archiviata dalla Casa delle libertà ma è talmente importante e delicata che non può che essere affrontata nella sua sede naturale in maniera organica e approfondita e non frettolosamente in un provvedimento che nasce con altre finalità». Poi, facendo ondeggiare con delicatezza la sua folta chioma ha invitato l’opposizione a riconsiderare le proprie posizioni, anche per «dimostrare che su temi come questi il parlamento non si divide». Un intervento, il suo, ritenuto una vera e propria «provocazione» dalla minoranza in Parlamento. «Impossibile discutere con questa maggioranza così ottusa e chiusa», ha sentenziato Barbara Pollastrini. Lo scontro in realtà non è questione di ieri: già giovedì i due poli si sono fronteggiati. Ad An, poi, questa legge quando ancora era in discussione alla Commissione Affari sociali e Giustizia della Camera, non andava per niente giù: Giulio Conti ripeteva che nel testo non si spiegava neanche cosa fossero le mutilazioni sessuali. È il pallino fisso della precisione a caratterizzare questa maggioranza: anche sulla tortura è andata così. Bisognava specificare, spiegare bene, cosa doveva intendersi per tortura. Alla fine hanno chiarito che non una ma almeno due, tre o quattro volte deve essere inflitta su una persona, altrimenti che tortura è? Allora, a voler essere precisi il termine «infibulazione» deriva dal latino «fibula», spilla. È una procedura mutilativa nella quale la vagina è parzialmente chiusa (in alcuni paesi lo è totalmente) approssimativamente all’altezza delle metà delle grandi labbra. Viene praticata in 40 paesi sulle bambine. Due milioni ogni anno le bambine infibulate, 140 milioni nel mondo le donne ferite. Colpite nella loro sessualità, una pratica nata per controllarle, per proteggere gli uomini dal tradimento. È lo sposo, o sono le parenti della sposa, alla vigilia del matrimonio ad aprire con un coltello parte della vagina, per permettere i rapporti sessuali. Dopo il parto si richiude. L’Italia è il paese al primo posto in Europa per presenza di donne immigrate infibulate: sono circa 40mila, mentre sono 5mila le bambine che la rischiano. La legge firmata centrodestra prevede programmi di sensibilizzazione e informazione, la parola d’ordine è prevenzione. Ma che ognuno resti a casa propria, per cortesia.

  • Il Riformista: 22 Aprile 2004, Fare zapping sui crimini e trovare l'infibulazione in Italia, LETTURE. DI FORBICE
  • Cerchi d'Acqua (Cooperativa contro la violenza alle donne, Milano, 02 54107608)




    permalink | inviato da il 5/5/2004 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 5 maggio 2004

    Tortura: vi sono fenomeni che non possono nascere senza un clima culturale...

    ... la vicenda dell'Iraq non può essere considerata come una deviazione da un parametro unanimemente condiviso, come una parentesi che può essere chiusa senza danni e senza una riflessione più generale. Vi sono fenomeni che non possono nascere senza un clima culturale che li prepari e li accompagni, ed è di questo che si deve parlare se si vuole davvero estirparli. I corpi hanno preso la parola. La visione del corpo torturato provoca "disgusto". Il dibattito sulla tortura, invece, era passato senza che gli inorriditi di oggi dicessero una parola, così come, immemori delle terribili gabbie dov'erano stati rinchiusi i prigionieri americani in Vietnam, erano rimasti silenziosi davanti alla gabbie di Guantanamo. Di questa cultura bisogna parlare, perché s'era pensato che l'Occidente se ne fosse liberato per sempre, portando a compimento un processo cominciato con la Magna Charta e con la promessa del sovrano di non "mettere mano" sul corpo del suddito. Per questo era apparso a qualcuno anacronistico, quasi una pura memoria d'un passato ormai trascorso, il divieto della tortura ribadito nel 2000 dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. E invece, oggi che la tortura torna tra noi, ci accorgiamo con desolazione che quella norma è ancora necessaria, come se la democrazia avesse sempre bisogno d'un "richiamo" di vaccini che si pensava l'avessero definitivamente immunizzata contro vecchi mali. Quella proibizione, già contenuta nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, era stata ripresa dal Consiglio d'Europa nel 1950, approvando la Convenzione sui diritti dell'uomo. Era la reazione agli orrori dei decenni precedenti, una pubblica affermazione del distacco da una cultura alla quale nessuno avrebbe più dato cittadinanza. Ma, proprio perché figlia di quella consapevolezza, la Convenzione non era ingenua. Sapeva che possono prodursi accadimenti nei quali pure la democrazia può esser costretta a ricorrere a mezzi eccezionali. Indicava, però, un limite invalicabile alle eventuali limitazioni di libertà e diritti nell'illegittimità di ogni ricorso a strumenti incompatibili con i caratteri di una "società democratica". Questa incompatibilità, nel caso della tortura, è indiscutibilmente radicale. E, se è possibile esprimersi così, lo diviene ancor di più con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, dove il metro di giudizio non è solo quello della democrazia, ma quello della dignità umana, alla quale è dedicato il primo articolo della Carta. Quando si parla di tortura si va alle radici stesse della nostra civiltà, si toccano principi incomprimibili che non tollerano né distinzioni, né condiscendenze. Ma, esorcizzato questo male assoluto, non ci si può fermare, distogliere lo sguardo dalla situazione complessiva. Se questo è avvenuto, dobbiamo guardare più a fondo nei rischi di processi degenerativi delle nostre democrazie. Il ricorso alla tortura deve essere analizzato anche come esito estremo di una analisi e di una strategia che, da una parte, faticano a trovare risposte al terrorismo che non incidano pesantemente sul sistema delle libertà; e, dall'altra, hanno allontanato da sé, dall'Occidente avanzato, la questione della tortura, tollerandone la pratica in numerosi paesi, malgrado la condanna delle convenzioni delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa. E la degenerazione ultima si è avuta quando alcuni paesi, tra questi ancora gli Stati Uniti, hanno "esternalizzato" la tortura, affidando a paesi più spregiudicati il "trattamento" di persone dalle quali si volevano ottenere informazioni con la violenza. La scoperta di torturatori provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna, e inquadrati nei rispettivi eserciti, mostra che non si è neppure riusciti a perseverare nell'ipocrisia di una tortura mantenuta all'esterno del sistema "civilizzato". Ora le reazioni alla rivelazione delle violenze sui prigionieri iracheni produrranno probabilmente un rigetto di queste pratiche. Ma si arresterà anche la discussione generale sulla legittimità della tortura ora che all'argomentazione astratta si sono sostituite la materialità e l'insopportabilità delle immagini concrete? O, estremo paradosso, l'espulsione della tortura dalle pratiche e dalle discussioni determinerà una indiretta legittimazione di tutti gli strumenti che non esprimano una così esplicita carica violenta? Diventa così ineludibile una riflessione ulteriore sulla democrazia e i diritti in un tempo segnato dal terrorismo. Sappiamo che, adottando una linea che almeno per questo aspetto non è nuova, i terroristi vogliono che la democrazia neghi se stessa, entri in conflitto con la sua stessa logica. Ma sappiamo anche che il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali non è solo un dovere imposto dalle leggi, ma un formidabile "valore aggiunto" per la democrazia nella lotta contro chiunque neghi i suoi valori. Questa non è retorica democratica. È l'indicazione di una linea, faticosa ma ineludibile, che ricerchi il punto di compatibilità tra esigenze di lotta al terrorismo e mantenimento delle garanzie. Molti casi dimostrano che ciò è possibile. Altrimenti, contemplando le norme e le prassi di un'emergenza divenuta "infinita" come la guerra, ci accorgeremo che questo specchio deformato ci restituisce una immagine nella quale faticheremo sempre di più a riconoscere i tratti della democrazia. Stefano Rodotà (La Repubblica, 5 maggio 2004)

  • Il rapporto del generale Usa Antonio Taguba sulle violenze inflitte ai prigionieri nel carcere iracheno. Stupri, botte, acqua gelata: Ecco le torture di Abu Ghraib
  • Il rapporto integrale sulle torture in Iraq - (U.S. Army report on Iraqi prisoner abuse 4.5.2004), in lingua inglese




    permalink | inviato da il 5/5/2004 alle 12:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
  • 3 maggio 2004

    Morire per Danzica? Oggi non è più necessario! Ma dov'è ora Danzica?

    si chiama sempre Danzica, Gdansk, qui il sito della città in inglese: http://www.gdansk.pl/en/ Danzica è in Polonia e quindi fa parte da l'altro ieri dell'Unione europea. vittorio scrive Vittorio Merlo, che aveva citato Günther Grass ne "Il passo del gambero", in Blogtrotter, Commenti (inviato il 03.05.2004 12:29:40, Website: http://webplaza.pt.lu/merlo/). Grazie ! e tra l'altro questo cercavo "In June 1919, under the Versailles Treaty Gdansk becomes a Free City supervised by the League of Nations represented by its High Commissioners." morire per Danzica? oggi non è più necessario! a me sembra epocale, eppure prevale, almeno da noi, una sorta di ovattata indifferenza


    cercando con Google "morire per Danzica, trovo serendippicamente che.... hitler definiva "UMANITARIA" la sua guerra alla Polonia... 1 Settembre 1939. Inizia la "GUERRA UMANITARIA" di Hitler in Polonia per la" liberazione del popolo di Danzica dall'oppressione polacca". "Dalle ore 5,45 rispondiamo al fuoco...Colui che di propria iniziativa si distacca dalle regole di condotta di questa guerra umanitaria, non può aspettarsi da noi null'altro che un ugual trattamento. Condurrò questa battaglia, contro chiunque, fino a quando i diritti non saranno garantiti" "Seit 5.45 Uhr wird jetzT zurueckgeschossen....Wer selbst sich von den Regeln einer humanen Kriegfuhrung entfernt, kann von uns nichts andEres erwarten, als dass wir den gleichen Schritt tun. Ich werde diesen Kampf, ganz gleich gegen wen, so lange fuehren, bis die Sicherheit des Reiches und bis seine Rechte gewaEhrleistet sind" " http://www.cronologia.it/storia/a1939.htm Ma perchè DANZICA ??????? Questa città è stata storicizzata, è diventata il simbolo delle rivendicazioni tedesche, Hitler la blandì come una bandiera per minacciare le potenze occidentali. Ma anche per la Polonia (quella nazionalista) la città era un simbolo. Ma in effetti la città che "scatenò" (chiamiamolo espediente tattico) Hitler era un'altra città, una particolarissima città. La più giovane città d'Europa, il più giovane porto del mondo, che in poco più di dieci anni aveva eclissato una dozzina di grandi porti d'antica fama; GDYNIA. Una città sorta al centro di quel corridoio che già nel 1934 viene considerata come una causa sicura della prossima guerra mondiale. Il famoso giornalista americano KNICHERBOCKER (Premio Pulitzer), proprio nel 1934 fa un giro del mondo, interroga 30 capi di Governo, Sovrani, Dittatori, capi di Stato Maggiore, analizza tutte le situazioni politiche e militari, e fa loro una precisa domanda: Ci sarà la guerra in Europa? Quando esploderà? Ci sono 6 milioni di uomini in uniforme, con il fucile in mano, che cosa aspettano? Fu poi il titolo del libro che diede alle stampe in tutte le lingue (In Italia, Bompiani, 1 giugno 1934). Era una inquietante esposizioni della situazione. Profetica negli sviluppi e nella conclusione, perchè accadde poi tutto quello che vi era esposto, come si sarebbe cronologicamente svolta la seconda guerra mondiale, la conclusione (sbagliò solo di tre mesi), quanti morti avrebbe procurato (sbagliò di poco e in difetto), che sarebbe finita con una superbomba, con la Germania perdente, con la disfatta dell'Italia perchè millantatrice, e non escludeva che per la vittoria finale Russia e America si sarebbero alleate (nel 1934 una cosa perfino inconcepibile, nonostante gli affari. Gli Usa -beffando l'Inghilterra che si era chiusa col protezionismo nella sua Isola- aveva riconosciuto l'URSS e aveva iniziato a fare ottimi affari con i russi. - Gli inglesi erano (nel "disgraziato" '29) a far abbandonare il gold standard a 22 Paesi che chiusero così tutte le importazioni americane. Fu un altro KO per gli Usa sconvolta dalla Grande depressione).Vedi link "Il crollo di Wall Street"). Il sottotitolo del libro era: C'è la questione di Danzica. La questione Saar. La questione dell'Anscluss. Le divergenze Italo-Francesi-Inglesi. La questione degli ebrei. E che dopo una invasione a est, Hitler si sarebbe rivolto a occidente. In una pagina del libro c'è anche una imprudente affermazione di un generale francese (imprudente ma realista e ottimo stratega). Sostenitore di una "guerra di movimento" e delle divisione corazzate, prendeva in giro chi aveva voluto in Francia la inutile linea Maginot. "Non serve a nulla, con i potenti carri si può penetrare nelle Ardenne e la si può sfondare, inoltre la si può anche aggirare nelle Fiandre". Hitler probabilmente acquistò il libro, perchè fece l'una e l'altra cosa. Tutto sarebbe partito da Danzica. Dove Hitler in questo 1934 ha già le sue Truppe d'Assalto che però tiene sotto controllo su questo territorio dove il social-nazionalismo alle ultime elezioni ha raggiunto risultati impressionanti. La conquista del comune delle Camicie Brune ha agghiacciato ol sangue agli Ebrei e ai Polacchi; ma si è anche detto che ha mozzato il respiro a mezza Europa. Danzica da quando era stata proclamata Città Libera, non aveva avuto che liti con la Polonia che hanno interessato 259 volte la Lega della Nazioni, e dopo la ascesa al potere di Hitler di questioni ne erano rimaste 34 ancora insolute. Ora gli uomini di Hitler sono al potere e hanno riorganizzato il territorio con quella "rigorosa conformità" che caratterizza ora tutta la Germania. Che significa ubbidienza a Hitler. Il delegato Rauschning è il Galautier di Hitler a Danzica. Oltre il libro di Knicherbocker, contemporaneamente esce anche un'altro libro dell'inglese Wells, L'ultimo ciclone di guerra. Sembra un romanzo, ma poi nella trama lui fa scoppiare la guerra mondiale a Danzica nell'anno 1940. Ed è inquietante la causa. Un povero Ebreo sporgendosi dal finestrino di un treno alla stazione di Danzica, sputa un seme d'arancio che si era cacciato nel palato, un milite delle Truppe d'Assalto trovandosi vicino interpreta il gesto come uno sfregio alla milizia tedesca, un insulto alla Fratellanza di Sangue Germanico, all'assoluto mistico concetto germanico . Suscita una lite, sbocca in una guerra locale, poi europea, fino al crollo della civiltà. Ma cos'ha di particolare questa Danzica? La città polacca originaria slava era divenuta nel XII secolo centro mercantile tedesco. Entrata nella lega Anseatica nel 1361 si oppose all'ordine dei cavalieri teutonici (governi rigidi che ricorsero alla conversione forzata e allo sterminio dei popoli baltici fin quando furono sconfitti dai polacchi nel XV secolo) Danzica fu premiata da re polacco con uno statuto di piena autonomia, che durerà trecento anni, fino a quando la perderà nel 1792 quando i Prussiani con i Russi cinicamente si spartirono in due tutta la Polonia. Quando fu poi fondato nel 1870 l'Impero tedesco, ovviamente Danzica passò alla Germania. Poi - dopo un periodo caotico per l'intera Polonia (vedi le vicende della Polonia in Invasione della Polonia) - a sconvolgere nuovamente Danzica e l'intera Polonia fu la disfatta della Germania. A Versailles Wilson disegnò la nuova cartina d'Europa, in Polonia fu costituita la Repubblica, mentre la città di Danzica (con l'antica vocazione nel suo dna di città autonoma) fu nuovamente elevata a Città Libera a una condizione che lasciasse alla Polonia un accesso al mare, tramite un "corridoio" tra la tedesca Pomerania e la città. Ma nel fare il corridoio Wilson lo traccia su suolo germanico. Quando Hitler non era ancora entrato in "birreria", ed era un perfetto sconosciuto, non ci fu un solo tedesco in tutta la Germania che non reclamò e con indignazione questa incisione-ferita nel corpo del Reich. (Quanti spinosi problemi forse (!?) si sarebbe potuto risparmiare senza questa incisione!) Inizia qui l'avventura di GDYNIA che è tedesca, ma è al servizio della Polonia. Quando fu creato il corridoio, questa località era un gruppetto di case, tuguri, abitati da un centinaio di pescatori. Non in Europa ma nemmeno in Germania e in Polonia l'avevano mai sentita nominare Gdyna. Che è sempre sul Baltico, è sempre nella stessa grande baia di Danzica, ma è in una posizione ancora più felice quasi dentro un grande golfo, che dal 1919 diventa il terminale del corridoio polacco che sbocca sul mare. Il piccolo borgo viene stravolto; le costruzioni edilizie nascono come funghi, il traffico diventa sempre più intenso, le banchine sul porto si moltiplicano ogni mese, gli affari fanno passi da giganti, in pochi anni come porto è già concorrente di Danzica, nel 1933, dopo appena dieci anni, Gdynia ha già 50.000 abitanti tutti dediti agli affari, e ha il porto più attivo di Amsterdam, di Copenaghen, di Le Havre, di Bordeaux, di Brema, di Stoccolma. Ci sono più banchine e società marittime che abitanti. 2 miglia di dighe, 6 miglia di banchine, 122.000 metri quadrati di docks, un intrigo di binari che scendono al porto, una media di 50 navi ancorate ogni giorno. Nel 1924 attraccarono le prime 29 navi, nel 1932 erano già 3.610. Nel 1938 non esiste un conteggio ma secondo i tedeschi sfioravano la 6-7.000 unità. Transita dal porto il 70% del commercio estero polacco. La vita economica della nuova nazione polacca è legata tutta al porto di Gdynia. Abbastanza singolare (con i dati che abbiamo del 1934). Passano nel corridoio nel senso dei meridiani dodici milioni di tonnellate di mercanzia all'anno. Ma nel senso dei paralleli (tra il Reich e la Prussia Orientale) solo due milioni di tonnellate. Un rapporto di 1 a 6 a favore della Polonia. (ma nel 1938 era ancora aumentato. Quindi una mortale strozzatura dei mercati tedeschi verso est e ovviamente quasi totale nella stessa fascia ex territorio tedesco. Già nel 1934 la Polonia su Gdynia ha investito più di cento milioni di dollari oro, ed è solo una piccola frazione del valore che la Polonia attribuisce alla località, perchè ha la ferma volontà di farne una grande impresa commerciale europea, un porto a caratura mondiale. Con ulteriore preoccupazione di carattere economico per la Germania Ma le considerazioni non sono solo di carattere commerciale, ma anche di carattere militare, perchè la Polonia sta creando a Gdynia anche un porto strategico militare. Che la Polonia non ha mai avuto nella sua storia. C'era la Danzica Città Libera, ma non ha dimenticato la Polonia -quando scoppiò la guerra con la Russia, che gli scaricatori (comunisti) filo-russi nel grande porto incrociarono le braccia e si rifiutarono di spedire munizioni e materiale bellico alla Polonia per difendersi. Ma non avvenne solo questo nel corridoio nel corso degli anni del dopoguerra. Creata questa fascia, sotto varie pressione della autorità polacche, 900.000 tedeschi -come risulta dalle statistiche- dovettero abbandonare il territorio (non trovando più nè lavoro né impieghi) così che la sua popolazione, già tedesca, nella fascia è divenuta tutta polacca. Arriviamo agli anni critici. Il 1938-1939. La Polonia è irremovibilmente risoluta a mantenere il corridoio, perchè è persuasa che rinunciandovi si esporrebbe ad un nuovo smembramento, alla morte cioè del nuovo Stato. La Germania (a parte il nazionalismo) dopo questa preoccupante ascesa economica ha incominciato da anni a dichiarare, che il corridoio tagliava fuori dal Reich la Prussia Orientale, che era "uno strozzamento alla sua economia" "recide un membro dal rimanente nostro corpo". Il corridoio inizia a tenere un posto di primo piano tra gli obiettivi della Germania, che persiste con determinazione di riconquistare il territorio a costo di scatenare una guerra su tutto l'occidente. Hitler scrive a Mussolini tre giorni prima dell'invasione "non mi perito di risolvere la questione orientale, anche col pericolo di complicazioni ad Occidente". Mentre Varsavia con altrettanta determinazione dalla radio lancia accorati appelli al mondo "Warzawa, s toba zwyciestwo albo smierc", "o la vittoria oppure la morte". Infine dobbiamo dare un'occhiata alla carta. Se la Germania aveva la ferma volontà di recuperare il territorio, e per fare un attacco avesse voluto trasferire le truppe nella Prussia Orientale, non avrebbe mai potuto mai farlo via terra. Salvo - dissero tutti in coro gli occidentali e quindi avevano ben presente il "pericolo di complicazioni"- invadere tutta la Polonia. Ed è proprio quello che fece poi Hitler il 1 settembre 1939! http://www.cronologia.it/storia/a1939h.htm




    permalink | inviato da il 3/5/2004 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    3 maggio 2004

    Educare all'occidentale, dal Brasile all'Egitto, da Israele-Palestina all'Afganistan ...

    a Leonardo Coen non piace... a me sì (almeno fino a quando non mi si spiega cosa si nasconde dietro i progetti della Sesame nel mondo...) Scrive Leonardo Coen in Come ti educo l'afgano: lunedì, 03 maggio 2004 In Afganistan la situazione scolastica, agli occhi degli americani, è da raddrizzare. A renderla critica, per gli Usa, è la mancanza di mezzi di diffusione e la concorrenza delle scuole coraniche. Così, i neoconservatori sono passati all'attacco e hanno aggirato l'ostacolo, trovando un nuovo mezzo per educare i giovani afgani all'occidentale. In associazione con Sesameworkshop, la Rand Corporation - istituto di ricerca legatissimo all'apparato militarindustriale degli Stati Uniti - ha messo a punto e consegnato al governo afgano un prototipo di kit "multimediale per l'accesso educativo". Questo strumento didatticoè destinato ad essere diffuso in centinaia di esemplari nel paese: contiene 10 capitoli della "Via Sesamo", adattato dalla versione egiziana e doppiata in Dari. Ci sono inoltre alcuni discorsi di Hamad Kharzai e pure un libretto di istruzioni per i professori. Cheryl Benard, specialista della propaganda e responsabile del progranma per la Rand Corporation, ha già prodotto degli studi sui programmi radiofonici educativi ("Islam civile e democratico") in Afganistan, col sostegno della Smith Richardson Foundation, piuttosta nota per le sue posizioni ultra militariste. Segnalo alcuni siti Sesame Workshop The Workshop At A Glance Who We Are Sesame Workshop is a nonprofit educational organization making a meaningful difference in the lives of children worldwide by addressing their critical developmental needs. What We Do The Workshop develops innovative and engaging educational content for television, radio, books, magazines, interactive media and outreach. Taking advantage of all forms of media and using those that are best suited to delivering a particular curriculum, the Workshop effectively and efficiently reaches millions of children, parents, caregivers and educators - locally, nationally and globally. Sesame Workshop: Annual Report (Gary E. Knell, President and CEO, Sesame Workshop) Sesame Workshop: Board of Trustees Watanabe, Ing, Kawashima & Komeji: About Us Jeffrey Watanabe, Kanaging Partner, Watanabe Ing Kawashima & Komeiji LLP (Ronna Bolante) Opening Sesame: TV That Inspires Learning around the World (Harvard Graduate School of Education, November 15, 2002, by Ben Welch) ... When it comes to the goal of teaching tolerance and acceptance of diversity, the Middle East provides an often unforgiving testing ground. The Sesame Workshop proposed the idea of an Israeli-Palestinian coproduction in 1994 on the heels of the Oslo Peace Accord. At the time, Palestinian producers insisted that their characters needed their own street. So, the Israeli characters lived on Rechov Sumsum, a street with an ice-cream parlor and a view of the Mediterranean, and the Palestinian characters lived on Shara’a Simsim, a street with an Arab candy store and the West Bank in the background. Whereas Israeli and Palestinian characters interacted with one another in earlier seasons, in July the producers decided that such meetings were no longer plausible, given the waves of violence in the Middle East. So they changed the name of the program from Sesame Street to Sesame Stories. Sesame Stories, known in Hebrew as Sippuray Sumum and in Arabic as Hikayat Sijsim, will portray literature and folklore from each region while still promoting messages of respect and understanding. But the characters, at least for now, will stay in their own neighborhoods. Likewise, the Palestinian producers can no longer travel to Tel Aviv for meetings, so the producers now meet near London or in New York, or communicate via e-mail and telephone. Despite the new format, Israeli producers want to broadcast a new season of shows as soon as possible, hoping the cheery Muppets will help counteract the images of violence and hatred in the media. The Palestinian producers, however, do not hold the same perspective. “Children in Palestine today will not appreciate, understand, absorb, and react in a positive way to the goals we want to accomplish,” Daoud Kuttab, the Palestinian executive producer of Hikayat Sijsim, told the New York Times this past summer. “You’re telling them to be tolerant of Israelis when Israeli tanks are outside their homes.” Creative Compromises In one story, reported by the New York Times, a Palestinian girl who lives in a refugee camp finds a tin can on the street and decides to plant a rose in it. When she succeeds in nurturing the flower, other refugees follow her lead, and together they plant a garden. Israeli producers objected to the girl picking up the tin can because Israeli children have been taught not to retrieve stray objects lest they contain bombs. The producers collectively decided to change the object to a clear water bottle. “It’s slow going over there,” Cole says. “We’re determined to help children see one another as humans, as people who have needs that are similar to their own; as children who have families, grandparents; as children who go to school.” ed ecco quel che di terribile (?) Sesame Workshop (per come ne scrive 'in prima persona' sul proprio sito) ha fatto in Egitto ARABIC CHILDREN LAUGH AND LEARN WITH ALAM SIMSIM MUPPETS AS AWARD-WINNING SERIES BEGINS AIRING REGULARLY ON MBC Outreach Initiative to Help Extend Series’ Messages Throughout Middle East and North Africa (Cairo, Egypt, and New York, NY, July 23, 2003) It’s a bird. It’s a plane. No, it’s Alam Simsim’s Muppets Khokha, Filfil and Nimnim travelling the Arab World via cable satellite. Alam Simsim, the Egyptian adaptation of Sesame Street, will begin airing throughout the Middle East and North Africa on Middle East Broadcasting Corporation (MBC) on August 1, potentially reaching 150 million viewers. This is the first time that the Arabic-language television series, which focuses on girls’ education, the environment, and literacy, will be broadcast regularly outside of Egypt. e ad un ultimo commento: Gli americani hanno, come tutti i popoli, ma certo con in più la 'responsabilità imperiale' da unica superpotenza globale, molti difetti Pero' - in campo educativo - sviluppano modelli 'collaborativi' di educazione e insegnamento ... Proprio quello che manca quasi del tutto nei progetti passati e presenti italiani (vale per la Moratti come per Berlinguer) Stranamente, la quasi totale assenza del concetto di 'responsabilità personale' (penso addebitabile alla cultura cattolica 'perdonista') ha come conseguenza la quasi totale assenza del concetto di 'collaboratività' Strano anche che Leonardo Coen, che ha in passato scritto cose 'gentili' improntate ad un ottimismo... cristiano... trovi tanto a che ridire sui progetti tipo 'Sesame' O ... mi sfugge qualcosa? Per fortuna non sono l'unico a pensarla così, pare: ovvero, si entra nel merito, di cos'era (anni '60) la Sesame, e cosa è oggi, di cosa convince, e di cosa convince meno ... ma ... ... un conto è una discussione nel merito di come oggi opera la Sesame ... che già di per sè è un tema interessante proprio mentre in Italia si discute di riforma Moratti (ma, se e quando tornerà a governare l'Ulivo, il problema si riproporrà comunque credo) ... ... un altro è gridare allo scandalo perchè i cattivi USA osano contrastare l'ipnosi collettiva taleban-islamica con metodi educativi perlomeno 'sperimentati' (e in paesi molto diversi tra loro) dalla Sesame se poi, la Sesame è una 'vacca sacra' intoccabile, ok, tocchiamola! E non dimentichiamo le critiche al programma originario americano: http://www.thesocialedge.com/archives/gerrymccarthy/3articles-feb2004.htm GM: Your analysis of Sesame Street was fascinating. At one point your write that: "The shows anti-intellectualism and its glorification of television culture over print send the implicit message that the skills of literacy have no meaningful purpose." I've never read a critique of Sesame Street before. What kind of reaction did you receive after you first wrote the piece? Did it feel like you were taking on a cultural icon? KH: Absolutely. This is a sacred cow. A related example is Head Start -which is a government program. Sesame Street and Head Start originated in the 1960s. They were so well-intentioned and filled with hope and expectation that they were hard to criticize. Both programs were multicultural. Especially Sesame Street. There was no television that showed quite the same kind of respect for poor children that Sesame Street had. The other fact is that Joan Ganz Cooney -who was the creator of Sesame Street- was extremely well connected and liked. Also: she was clever enough to construct a very effective public relations machine that included social scientists. Everybody was utterly committed to what they were doing. Not just making a lot of money, but committed to changing the lives of poor children. So to criticize Sesame Street was to question the motives of well-intentioned people. There were also a lot of social scientists that were willing to do dubious research on the show. It moved from co-relation to causation. You would see research projects showing that Sesame Street improved children's literacy, when it was clear that that the kind of parent that turned on Sesame Street -when there was no other choice for educational television- was the kind of parent who was going to be dedicated to their children's education. We know from research not related to Sesame Street that these are the parents whose children do well. It has nothing to do with Sesame Street. I did receive some huffy mail from people associated with Sesame Street research and from Children's Television Workshop. But Sesame Street's day has gone, because we now have a much more diverse market in children's medium. Some of it is awful. Some of it is okay. inviato il 03.05.2004 10:47:23 E ancora http://commons.somewhere.com/reportcard/1995/DAILY.REPORT.CARD168.html SESAME STREET AND LEARNING: NOT ALL IT'S CRACKED UP TO BE Recent criticism of Sesame Street goes far beyond the attention span argument noted in the above article (See DRC #4). Nationally syndicated columnist Mona Charen recaps an article written by Kay Hymowitz that denounces the overall format of Sesame Street (WASH TIMES, 11/13). Hymowitz' article appeared in the Autumn issue of the City Journal, a publication of the Manhattan Institute. According to Charen, Hymowitz argues that Sesame Street "far from preparing young children for school and the wider world of learning, ... grooms its charges only for more television." Charen goes on to say that the show does not "glorify" learning, but instead glorifies television and youth culture. Charen: "Sesame Street is self-consciously modeled on commercials, with fast cuts, jazzy music and very, very short segments." Hymowitz also charges that "even if the show's claims about improving familiarity with letters and numbers are true," identifying a letter is a far cry from learning all the skills necessary to read. Hymowitz: "The skills required for reading are a complex mix of concentration, persistence, the linking of concepts." And Sesame Street does not teach concentration, according to Hymowitz and Charen. Charen also criticizes the politically correct tone that permeates Sesame Street. And she comments on the lack of enchantment on Sesame Street, "where the tone is smart-alecky and worldly wise." Charen cites Bruno Bettleheim, whose research advances the notion that traditional fairy tales "serve important functions in the imagination of the very young child." According to Charen, Sesame Street is "sometimes fun for adults, [but] it teaches preschoolers all the wrong lessons." The Children's Television Network, which produces the show for PBS, counters that the Hymowitz article is "full of untruths, inaccuracies and a relentless malice," reports the N.Y. TIMES (Blumentahl, 11/19). inviato il 03.05.2004 10:49:22 nicola Mi piacerebbe leggere una volta una storia di queste iniziative cosi` tipicamente americane (Radio Marti` per i cubani; Sesame Street, che e` una bellissima trasmissione per bambini, agli afgani; l'Al Jazeera americana che, pare, pochi arabi guardino...). Le iniziative in se` contengono un bel po` di spirito americano: la fiducia nelle cose ben organizzate e nei progetti ben scritti; la convinzione che il modo di pensare e vivere americano sia cosi` innegabilmente buono e giusto che basta farlo vedere per convertire i popoli; la sostanziale incapacita` di ascoltare e dialogare, nascosta dietro la capacita` di organizzare e comunicare. In questo progetto ci sono insieme i bei programmi di Sesame Street (assaliti, negli USA, dai conservatori codini, che li considerano un subdolo veicolo di propaganda comunista) e la Rand Corporation: anche questa, una mescolanza di diavolo e acquasanta molto americana. Mi chiedo se mai alcune di queste iniziative abbiano avuto un qualche successo. Leggete L'Americano tranquillo di Greene, per avere un'idea di come sia complesso lo spirito wilsoniano. inviato il 03.05.2004 12:50:03




    permalink | inviato da il 3/5/2004 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    sfoglia
    aprile   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9  >>   giugno