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13 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (7): ritrattazioni e controritrattazioni

DA NASSIRIYA Il colonnello Burgio: Bruno a Nassiriya vide scene disumane «Erano i poliziotti iracheni a torturare» Ma la prigione era gestita dai locali, quella inglese ci era vietata Il colonnello Carmelo Burgio stringe la mano a un notabile iracheno (Ap) «La signora Bruno racconta che suo marito Massimiliano era sconvolto per come trattavano i prigionieri? Lo credo bene, il carcere di Nassiriya era orrendo. E lui solo sa quello che può aver visto». Parla il colonnello Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri paracadutisti del Tuscania, rientrato in Italia dopo alcuni mesi passati a Nassiriya. Perché lei dice che può aver visto solo quel carcere? «Era l’unico in cui noi mettevamo piede. In tutta la provincia di Dhi qar, sotto il nostro controllo, non ci sono altre prigioni. Quel carcere era spaventoso. I detenuti erano ammassati dentro stanzoni cupi. Almeno trenta in ogni camerone. Erano sporchi, affamati, pieni di pidocchi. E credo che il povero Massimiliano facesse parte di una squadra addetta alla supervisione. Assisteva a quelle scene disumane. Capisco che ne abbia parlato alla moglie con un senso di pena». Chi gestiva questo carcere? «La polizia irachena. Noi andavamo spesso a fare controlli e più volte abbiamo riscontrato segni di torture sui detenuti. Ne abbiamo sempre informato l’autorità giudiziaria irachena». Ma facevate notare agli agenti iracheni i risultati delle torture? «Sicuro. Ma loro si meravigliavano della nostra reazione scandalizzata. Per la polizia irachena accogliere un arrestato con una trentina di legnate era una pratica normalissima. E non parliamo dell’edificio in cui erano rinchiusi i prigionieri. Uno schifo. I militari italiani hanno cercato di rimediare. Hanno aggiustato qualche parete, hanno disinfestato gli ambienti invasi dai topi. Poi hanno capito che ogni sforzo era vano. E hanno deciso di costruire un carcere nuovo che adesso dovrebbe essere quasi ultimato». Che tipo di soprusi venivano compiuti? «Ci siamo trovati a volte davanti a detenuti mezzo morti, con bruciature di ferro da stiro sul corpo e lividi terrificanti a causa delle bastonate. Non era solo la polizia irachena a usare la mano pesante. I più bestiali erano alcuni gruppi di miliziani legati a formazioni politiche che si arrogavano il diritto di svolgere compiti di polizia per mantenere l’ordine. Spesso la loro attività consisteva nell’andare a scovare esponenti del vecchio regime per compiere vendette. Li trascinavano in qualche sotterraneo e li sottoponevano a sevizie di una ferocia inimmaginabile». E voi non potevate intervenire? «Come no? Il 9 marzo scorso abbiamo addirittura ingaggiato un conflitto a fuoco per liberare due persone tenute prigioniere da giorni e vittime di orribili torture. In quell’occasione abbiamo arrestato nove responsabili». Le persone da voi arrestate che fine facevano? «Se prendevamo gente che si era macchiata di reati comuni, come per esempio i tombaroli, li consegnavamo alla polizia irachena. Se invece ci capitava di arrestare terroristi, li affidavamo agli inglesi. Il contingente italiano a Nassiriya dipende dal comando inglese, perciò eravamo obbligati a portare i prigionieri sospetti di attività terroristica nel carcere di Um Qasr, vicino a Bassora». E poi potevate controllare le condizioni dei detenuti in questa prigione? «Assolutamente no. Se ne occupavano solo gli inglesi. Noi però eravamo molto preoccupati riguardo alla possibilità che ai detenuti, sia a quelli arrestati per reati comuni sia ai terroristi, potesse succedere qualcosa in prigione». Temevate che potesse succedere, oppure sapevate che si verificavano episodi di tortura? «Sapevamo cosa accadeva nel carcere controllato dalla polizia irachena. Cosa avveniva in quello diretto dagli inglesi onestamente non potevamo saperlo». Mai avuto sentore di comportamenti illeciti da parte degli inglesi? «Mai sentito nulla. Ad ogni modo noi ci siamo premuniti. Abbiamo le prove che gli italiani non hanno mai torto un capello alle persone arrestate. Se ad esse è successo qualcosa dopo, quando le abbiamo consegnate agli altri, noi possiamo dimostrare di essere puliti. Se hanno subito violenze, responsabili sono gli altri». Che tipo di prove potete esibire? «Ogni volta che compivamo un arresto procedevamo in questo modo: varie fotografie della persona a torso nudo, visita medica e certificato sul quale veniva annotato tutto, anche un graffio. Dopodiché avvertivamo i responsabili del carcere: queste sono le condizioni in cui vi consegniamo i detenuti, qui c’è scritto tutto, se da ora in poi gli succede qualcosa sappiamo di chi è la colpa». Quanti arrestati avete avviato verso il carcere iracheno e quanti verso quello inglese? «Varie decine, forse centinaia, il numero esatto adesso mi sfugge. Ad ogni modo, noi fin dall’inizio ci siamo posti il problema. Avevamo alle spalle una brutta esperienza. Ricordavamo bene quello che era accaduto in Somalia, con i problemi che poi hanno avuto i nostri. Volevamo assolutamente evitare di finire nei guai». E che avete deciso di fare? «Ci siamo consultati con il comandante del nostro contingente, prima il generale Bruno Stano e poi l’attuale Gian Marco Chiarini. E insieme abbiamo deciso una procedura di trattamento nei confronti degli arrestati che ci poteva mettere al riparo da qualsiasi brutta sorpresa. Una procedura che consiste in un’attenzione massima a non commettere qualsiasi forma di sopruso. E poi fotografie e certificati. A tutti quelli incaricati di compiere arresti raccomandavamo sempre di mantenere la calma, di evitare maniere troppo dure. Ragazzi, dicevamo, cerchiamo di stare sempre molto attenti e tutto filerà liscio». Marco Nese © Corriere della Sera, 12 Maggio 2004 NEL CARCERE DI NASSIRIYA Corriere della Sera, 13 Maggio 2004: Viaggio nell'inferno del penitenziario: in 70 in una stanza Carcere di Nassiriya, l'Arma denunciò gli abusi Nella prigione i carabinieri scoprono quaranta agenti iracheni violenti ma il governo di Bremer non li rimuove di ANDREA NICASTRO NASSIRIYA - Le gabbie sono le stesse che, molto probabilmente, disgustarono il maresciallo Massimiliano Bruno. Quattro metri per cinque, le sbarre fitte fitte che vanno dal soffitto al pavimento di cemento. Detenuti seduti per terra, senza letti, senza gabinetti. Il carabiniere avrebbe avuto ragione a descrivere queste celle come un posto per scarafaggi, non per uomini. E’ difficile immaginare come questi prigionieri possano dormire, calcolando a occhio che Foto La Presse qualcuno non ha neppure lo spazio per allungare le gambe. Oltretutto, l’estate di Nassiriya è già cominciata. Il termometro arriva a 55 gradi e lì dentro, fra le sbarre, si boccheggia. Tre ventilatori appesi non bastano a far circolare l’aria pesante di un’umanità sudata e sporca. Ci sono all’incirca 70 uomini in un unico stanzone e altri 20 nella «cella vip», privilegiata perché ha un buco nel pavimento che fa da gabinetto. In omaggio al pudore due muretti impediscono la vista sui lati, ma davanti solo un cieco non vedrebbe. Un vecchio si spinge tra i compagni aggrappati alle sbarre e per farsi notare allunga una mano. Sul palmo mostra un occhio di vetro. Il suo. Sulla gamba una vecchia cicatrice gli ha rubato mezza coscia. A gesti cerca di spiegare. Fa capire che lui non dovrebbe stare in prigione, che è malato. Un altro riesce, di nascosto dai secondini, a dire a un interprete che è dentro da 7 mesi e che non ha mai visto un avvocato. Forse mentono, probabilmente la loro è una versione di comodo uguale a quella che si sente in tutte le carceri del mondo, ma non è possibile verificarlo: i secondini spingono via i giornalisti. Sono poliziotti iracheni. E le celle sono quelle della Stazione di polizia di Nassiriya. Polizia irachena, ma, fino al 30 giugno, con la supervisione italiana. Per mostrarle pochi minuti alla stampa c’è voluto l’intervento del comandante dei carabinieri Luciano Zubani e della governatrice civile Barbara Contini.




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12 maggio 2004

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, Iraq-Bolzaneto

Il Manifesto, 12 Maggio 2004: Torture a Bolzaneto «In 47 a giudizio» Sotto accusa poliziotti, carabinieri, infermieri e medici della caserma in cui furono portati i fermati del G8. In mancanza del reato di tortura in Italia i magistrati ricorrono alla convenzione europea sui diritti dell'uomo AUGUSTO BOSCHI GENOVA Costretti a rimanere in piedi, per ore, con le mani alzate; ragazze obbligate a spogliarsi davanti a personale maschile per la visita medica con sottofondo di commenti da caserma; e poi pestaggi gratuiti e umiliazioni in un repertorio di violenza senza giustificazione perché inflitta a chi non può nuocere, a chi è prigioniero. Sembrano scene da un carcere iracheno, e invece sono solo alcuni frammenti di quanto avvenne a Bolzaneto, nella caserma adattata a centro di prima detenzione per i manifestanti che, nel luglio del G8 di Genova, venivano fermati dalle forze dell'ordine. Le denunce su quanto era avvenuto nella caserma sede del reparto mobile di Genova costituirono il «la» per un'inchiesta che i magistrati del pool genovese hanno sigillato ieri con la richiesta di rinvio a giudizio per 47 funzionari e dirigenti delle forze dell'ordine. Le accuse sono, a vario titolo, di abuso d'ufficio, minacce, violenza, percosse, omessa denuncia, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti. Ma i magistrati vanno oltre e citano l'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che parla di tortura e dice espressamente che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». E, sempre su Il Manifesto di oggi, il Ecco i manuali dei torturatori Usa Le tecniche, già usate in Vietnam e Honduras, in due documenti declassificati nel `97 Sevizie collaudate Un'inchiesta del Washington Post rivela: nel «centro di interrogatorio segreto della Cia» in Afghanistan «coloro che rifiutano di cooperare sono talvolta tenuti in piedi o in ginocchio per ore, con la testa coperta da un cappuccio nero». In nome della «guerra al terrorismo» sono stati costruiti centri di detenzione segreti, tutti preclusi a pubbliche inchieste MANLIO DINUCCI Di fronte alle immagini degli «abusi» avvenuti nella prigione irachena di Abu Ghraib, il presidente Bush ha avuto «una reazione di profondo disgusto e incredulità sul fatto che chi indossa la nostra uniforme possa compiere atti così vergognosi e raccapriccianti» (The New York Times, 11 maggio). Eppure, in qualità di comandante supremo delle forze armate, egli dovrebbe essere a conoscenza dei manuali che insegnano tali tecniche ai militari. Due di questi sono stati declassificati (anche se con alcune parti cancellate) il 24 gennaio 1997, durante l'amministrazione Clinton, in seguito a una azione legale intrapresa dal giornale The Baltimore Sun. Sono lo Human Resource Exploitation Training Manual - 1983, usato dall'esercito Usa in particolare per le operazioni in Honduras, e il Kubark Counterintelligence Interrogation - 1963, un manuale usato dalla Cia in Vietnam, su cui si basa quello del 1983. Le analogie con le tecniche impiegate ad Abu Ghraib sono impressionanti. Il manuale del 1983 insegna che «i sospetti devono essere denudati e bendati» e che «le stanze degli interrogatori devono essere senza finestre, buie, acusticamente isolate e senza toilet». Poiché «il senso di identità di una persona dipende dal continuo contatto con ciò che la circonda», la detenzione deve essere «pianificata per dare al soggetto la sensazione di essere tagliato fuori da qualsiasi cosa conosca e lo rassicuri». Occorre però evitare che «la detenzione divenga monotona al punto tale da far diventare il soggetto apatico». Vanno quindi usati in continuazione «metodi di rottura che lo disorientino e gli incutano sensazioni di paura e impotenza». Tra questi, improvvisi interrogatori ed «esami medici in tutte le cavità del corpo». Dalla «privazione degli stimoli sensoriali» si passa alle «minacce» che devono essere «espresse freddamente», in quanto «espressioni di ira da parte degli inquirenti sono spesso interpretate dal soggetto come timore di un fallimento e rafforzano in lui la volontà di resistere». Se il soggetto resiste, «la minaccia deve essere attuata, altrimenti la successiva si rivelerà inefficace». Il manuale affronta quindi il capitolo del «dolore», avvertendo che, «quando è inflitto dall'esterno, può rafforzare la volontà del soggetto di resistere». Il metodo più efficace è quello che sia «lui stesso a procurarsi il dolore che sente». Ad esempio, «se il soggetto è costretto per lungo tempo a mantenere una posizione rigida, come quella dell'attenti, o stare seduto in posizione scomoda su uno sgabello, la fonte immediata del dolore non è l'inquirente ma lui stesso: il suo diviene quindi un conflitto interno». La situazione del prigioniero incappucciato che, ad Abu Ghraib, è costretto a stare in equilibrio su una scatola con in mano degli elettrodi che gli danno la scossa se mette i piedi in terra, altro non è che una variante di questa tecnica. Anche se il manuale, prima di essere declassificato, è stato corredato da un cappello in cui si definisce illegale la tortura, esso contiene due riferimenti all'uso di scosse elettriche negli interrogatori. Avverte infatti che è necessaria l'approvazione del comando «se devono essere usati nell'interrogatorio metodi medici, chimici o elettrici per ottenere acquiescenza». E, nel dare istruzioni sulla preparazione della «stanza degli interrogatori» che «deve essere conosciuto in anticipo qual è l'impianto elettrico, così che i trasformatori e altri apparecchi siano a portata di mano se necessario». Prima che in Iraq, queste tecniche di interrogatorio sono state usate dall'esercito e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Lo conferma una inchiesta compiuta dal Washington Post (26 dicembre 2002): nel «centro di interrogatorio segreto della Cia», all'interno della base aerea di Bagram in Afghanistan, «coloro che rifiutano di cooperare sono talvolta tenuti in piedi o in ginocchio per ore, con la testa coperta da un cappuccio nero. A volte sono tenuti in dolorose posizioni e privati del sonno per ventiquattrore con continui lampi di luce. Mentre il governo statunitense condanna pubblicamente l'uso della tortura, ciascuno degli attuali funzionari della sicurezza nazionale, da noi intervistati, ha difeso l'uso della violenza contro i prigionieri come giusta e necessaria». Ciò che è emerso in Iraq non è dunque frutto di una deviazione dalle norme ad opera di pochi militari indegni, ma di un metodo scientificamente studiato cui vengono addestrati i militari. Ed è solo la punta dell'iceberg. Secondo The Washington Post (11 maggio), «nella costellazione mondiale di centri di detenzione, molti dei quali segreti e tutti preclusi a pubbliche inchieste, costituiti dalle forze armate Usa e dalla Cia in nome del controterrorismo», vi sono «oltre 9.000 prigionieri, senza alcun diritto legale». Quali siano in questi centri di detenzione le tecniche di interrogatorio, è facile immaginarlo.




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12 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (6): ritrattazioni e controritrattazioni

UNAC CON LA VEDOVA BRUNO COMUNICATO STAMPA U.N.A.C. 12 Maggio 2004 NOI CREDIAMO ALLA VEDOVA DI MASSIMILIANO BRUNO. I Carabinieri dell’UNAC (Unione Nazionale Arma Carabinieri) sono in perfetta sintonia con le affermazioni della vedova del collega Massimiliano Bruno, sulle “torture” perpetrate in Iraq. Anche presso la Call Center dell’Unac, attivata dopo la strage di Nassirya, giungevano notizie da militari in Iraq o rientrati in Italia, di vero caos circa maltrattamenti o “particolari” trattamenti nei confronti delle persone arrestate che venivano consegnate agli Inglesi ed alla polizia Irakena e rinchiusi in quelle Galere. L’UNAC invita tutti i Colleghi, rientrati in Patria, che sappiamo conoscono la verità, a parlare , ed a non lasciare sola la vedova Bruno, oggi abbandonata dall’Arma e dallo Stato, ed offesa nel suo dolore, da chi nega di conoscere. L’unico modo per onorare i colleghi caduti, è quella di raccontare la pura e vera realtà conosciuta in Iraq, in tutti i sensi, sapendo che solo la buona sorte ha permesso a molti di riabbracciare i propri cari, ciò che purtroppo ad altri, che sappiamo mandati allo sbaraglio, non è stato più possibile. 12.05.2004 Il Segretario Generale Nazionale M.llo CC. ® Antonio SAVINO" Yahoo! Notizie: Mercoledì 12 Maggio 2004, 16:20 Iraq: vedova Bruno sulle torture (ANSA) - ROMA, 12 MAG - Pina Bruno vedova del sottufficiale morto nella strage di Nassiriya torna sulle sue dichiarazione riguardo alle torture in Iraq. In un'intervista al TG3 ieri sera ha detto: 'mio marito vide', oggi, in diretta a Radio Città Futura: non ho mai detto che mio marito avesse visto o denunciato episodi di maltrattamenti. Accuse al TG3 di aver tagliato l'intervista smentite subito dal direttore Di Bella. Anche il fratello del carabiniere: a me non aveva mai detto nulla. Corriere della Sera, 12 Maggio 2004: La vedova Bruno smentisce l'intervista al Tg3 ROMA - Pina Bruno, vedova di Massimiliano - uno dei carabinieri uccisi a Nassyria - torna sulle dichiarazioni fatte a «Primo Piano» e parla di una «trappola». Il direttore del Tg3, Antonio Di Bella, ha risposto alle parole della signora Bruno: «Ha parlato liberamente. Il Tg3 non ha fatto null'altro che mandare in onda quel che la signora Bruno ha detto». Le parole della vedova Bruno trovano però altre conferme. I carabinieri dell’Unac (Unione nazionale Arma dei carabinieri) «sono in perfetta sintonia con le affermazioni della vedova del collega Massimiliano Bruno, sulle "torture" in Iraq». «Anche presso il call center dell’Unac, attivato dopo la strage di Nasiriyah, - afferma Antonio Savino, segretario generale dell’Unac - giungevano notizie da militari in Iraq o rientrati in Italia, di vero caos circa i maltrattamenti o "particolari" trattamenti nei confronti delle persone arrestate che venivano consegnate agli inglesi ed alla polizia irachena e rinchiusi in quelle galere». Il capogruppo di Rifondazione al Senato, Gigi Malabarba, ha dichiarato stamane in aula che «per ragioni che concernono l'inchiesta sui militari italiani vittime da contaminazione da uranio impoverito, sono venuto a conoscenza da fonte militare presente in Iraq che, perlomeno dal mese di settembre, i carabinieri erano a conoscenza che nelle carceri irachene sotto comando anglo-americano avvenivano torture. Ho mantenuto discrezione finora sulla questione anche perché sono membro del Comitato di controllo sui Servizi, ma, dopo le dichiarazioni della vedova del maresciallo Bruno e del colonnello Burgio, intendo confermare per testimonianza diretta che la tortura è un metodo sistematico utilizzato dalle forze occupanti in Iraq».




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11 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (5): a cosa mira questa escalation dell'orrore?

Se tutti sapevano tutto, da quasi un anno, come si spiega l'esplosione improvvisa di questa orgia mediatica dell'orrore negli ultimi giorni? In questa orgia mediatica quel che più inquieta è quel che non viene detto, sono le domande che pubblicamente nessuno pare porsi, che non compaiono su nessun grande mezzo di comunicazione Sembra (e pare paranoia, ma la realtà sta superando l'immaginazione, la realtà vera e la realtà mediatica) che una regia occulta stia mandando in scena tutto questo, dosando tempi e situazioni, tacendo, occultando, dicendo, mostrando, che una congiura planetaria ci stia mitridatizzando alle torture, alle decapitazioni, allo scempio di cadaveri, all'efferatezza delle vendette. Diventeremo totalmente immuni? saremo ancor più indifferenti di quanto non siamo già oggi di fronte al crollo del valore della vita umana ? La morte diventerà sempre più desiderabile a fronte della minaccia di ciò che ci puo' accadere in vita ? E d'altra parte, l'oltraggio ai morti, non è qualcosa che ci ... porta fuori, ci esclude da ciò che è peculiare della specie umana ? Chi stava dietro le telecamere, dietro le macchine fotografiche ? E perchè ? A che scopo documentare l'indicibile, e lasciarlo affiorare mesi dopo? Perchè ora ? L'effetto, forse voluto, puo' essere l'assuefazione, oppure si è atteso il momento più opportuno per accelerare l'avvitamnto della spirale del terrore, inducendo Irakeni, Palestinesi, estremisti islamici variamente 'targati' ad azioni-reazioni sempre più oltre il limite del sopportabile ? così che alla fine aumentino anzichè diminuire le persone che nel mondo approvano anzichè condannare torture e terrore anti-terroristico ? I silenzi imbarazzati del Governo Italiano aggiungono inquietudine ad inquietudine: non sanno, non capiscono cosa il governo dovrebbe dire ... Ma che governo è un governo che di fronte a fatti di questa gravità non sa che dire? cosa governa se non il nulla ? Ho provato a girare la domanda sui Commenti a BlogTrotter, di Leonardo Coen Se non altro non sono l'unico paranoico !!!! X Lapsus ehila´! Sicuro sono soltanto di una cosa e credo tu sappia quale. Il fatto e´che per seguire la vicenda mi sono giovato di giornali italiani e inglesi, perche´qui la faccenda e´passata quasi totalmente sotto silenzio (a parte il primo giorno ,come ho detto ,circa tre settimane fa se non sbaglio).Eppure la Danimarca e´pure uno dei paesi coinvolti, ma tutti qui sembrano essersene dimenticati. Terrificante la tua ipotesi (se e´tale) di una regia occulta.E se questa faccenda non finisse piu´? Palestina docet...spaventoso.Vuoi forse dire che ci stanno preparando ad uno stato di guerra continua ? inviato il 12.05.2004 11:08:48 Ho sempre avuto poca propensione ad accettare la teoria di regie occulte. Il motivo e´che non mi sembra che gli esseri umani siano in grado di controllare gli eventi come vorrebbero.Che non siano abbastanza intelligenti. Devo dire pero´che MIGLIAIA di foto sono sospette.Ora sappiamo anche che le foto sono state ORDINATE dall'alto.Anche questo e´strano. inviato il 12.05.2004 11:12:25 Infatti quale comando militare ordina di scattare sistematicamente una valanga di fotografie ? se fosse stato un fatto personale di qualche esibizionista sarebbero al massimo una diecina.L ordine di scattarne appunto a migliaia, senza precauzioni rigurdo alla segretezza (o precauzioni sicuramente blande),fa si pensare che ci sia dell'intenzionale. Che prima o poi uscissero era inevitabile. inviato il 12.05.2004 11:16:28 Prima Pagina de La Repubblica in Rete, 11 Maggio 2004, ore 22 Amnesty: governo italiano informato Una moglie: "A Nassiriya sapevano" Pina Bruno (nella foto), vedova di un carabiniere ucciso: "Mio marito mi parlò delle torture Usa: li trattano come scarafaggi. E i suoi superiori erano al corrente". Opposizione all'attacco. Bagarre alla Camera. Ciampi: "Torture intollerabili". Documento di Amnesty sulle truppe inglesi. Blair colpito: lascia a Brown? I Ds: "Berlusconi subito in Parlamento" Ostaggio americano decapitato l'esecuzione in un video su web Le immagini (foto) su un sito islamico in rapporti con Al Qaeda. La testa di Nick Berg, 26 anni, esibita come trofeo. E un proclama: "E' la vendetta per Abu Ghraib" Morti sei soldati israeliani scempio sui loro cadaveri Attentato a Gaza in un rastrellamento. La rappresaglia e scontri violentissimi: uccisi 7 palestinesi, tra cui un ragazzo




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11 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (4): pornografia, lato oscuro dell'Occidente

Abusi Iraq : Occidente dovrà riflettere sul porno, dice esperto Di Roberto Bonzio MILANO (Reuters) - Le terribili foto di prigionieri iracheni torturati che hanno sconvolto il mondo, oltre a segnare il conflitto in corso e lo stesso scenario politico internazionale, rappresentano per l'Occidente una rivoluzione nel campo della comunicazione dalle conseguenze ancora inimmaginabili. Questo il parere di Peppino Ortoleva, professore associato di Storia dei mezzi di comunicazione all'Università di Torino, autore di innumerevoli saggi su storia, società e media, riguardo la vicenda delle immagini di detenuti iracheni sottoposti a violenze e umiliazioni da parte di militari americani e britannici. Quelle foto, dice lo studioso, segnano una svolta per il mondo della comunicazione occidentale. Nelle forme, perchè il digitale ha reso vulnerabile la censura preventiva militare. E ancor più nei contenuti, per l'emergere sotto gli occhi del mondo, di un "lato oscuro" della cultura di massa occidentale, quello delle conseguenze prodotte dal consumo diffuso di pornografia, sul quale lo stesso Occidente dovrà ora riflettere. IL DIGITALE HA AGGIRATO LA CENSURA MILITARE "Consentendo di riprendere da soli e diffondere in Rete le immagini, il digitale ha reso pubblico quel che un tempo difficilmente usciva dal privato", dice a Reuters Ortoleva. "Inoltre, ha dimostrato la svolta in corso nel mondo militare, dove un tempo la privacy non esisteva, mentre oggi, tra militari ambosessi e attività 'privatizzate' con agenzie esterne, esistono pieghe che sfuggono ai controlli". Se il fenomeno ha un risvolto positivo, quello di aggirare la censura militare che controlla rigidamente l'attività dei giornalisti, "c'è anche una preoccupazione inquietante: che tipo di sicurezza ha un esercito in cui si possono scattare e diffondere foto del genere? Cosa accadrebbe se un militare, del livello culturale di quelli coinvolti in quegli abusi, avesse potuto scattare ad esempio foto di impianti con segreti nucleari vendendole magari al miglior offerente?", si chiede lo studioso. TORTURE CHE RIVELANO FANTASIE DA CONSUMATORI DI PORNOGRAFIA Ma per Ortoleva è soprattutto il contenuto di quelle foto, ad assumere un rilievo dalle conseguenze ancora incalcolabili. "Oltre a immagini di torture per far parlare i detenuti, quelle foto svelano agli occhi del mondo qualcosa sinora sottovalutato, un aspetto della cultura occidentale del quale abbiamo perso il controllo; l'esplosione della pornografia". Secondo Ortoleva infatti, il compiacimento svelato da quelle foto va oltre la semplice tortura ed è tutto giocato sul sesso, "La perversione come ingrediente essenziale dell'erotismo. Umiliazioni e soprusi descrivono una palestra in cui consumatori di pornografia hanno avuto la possibilità di mettere in pratica fantasie estreme: avere schiavi sessuali, degradare delle persone a oggetti da usare come si vuole". CULTURA DI MASSA DA RIPENSARE Questo fenomeno, "trasferito mandando persone culturalmente deprivate in situazioni di potere eccezionale", secondo Ortoleva richiederà ora all'Occidente, in bilico tra censure di tipo religioso e permissivismo laico rassegnato, una profonda riflessione "su cosa possa significare nella testa di milioni di persone l'abitudine a vedere atti sessuali, in particolare sadomaso". "Senza inutili censure, occorre un dibattito per capire come siano nati questi mali e come si combattano. C'è un pezzo della nostra cultura del quale abbiamo perso completamente il controllo, e che non conosciamo, mentre ci facciamo vanto della consapevolezza dell'Occidente... sennò, quando i nostri dirimpettai ci accuseranno di essere una civiltà mostruosa, per certi versi non avranno tutti i torti". Per fortuna, conclude Ortoleva, la circolazione di notizie resta comunque uno spazio di libertà che una grande democrazia ha saputo usare, a costo di andare contro se stessa: "A patto che questa mole di notizie non rischi di svuotare la forza dell'informazione. E che non si crei un effetto assuefazione. Altrimenti, nella prossima guerra, una denuncia su risvolti sadomaso non farà più notizia". (Yahoo! Notizie, Martedì 11 Maggio 2004, 15:51) Scriveva Luigi Manconi, su l'Unità del 7 Maggio 2004: Come ti uccido l’anima ... eccoli qui, i figli e le figlie (alcune ventenni!) delle nostre più antiche democrazie, ridotti a sgherri di trucide rappresentazioni fetish: come in una filmografia postribolare per nazistelli onanisti. E, infatti, a leggere il rapporto di Antonio M. Taguba, il generale che ha redatto il dossier sulle torture a Baghdad, sembra di avere tra le mani il copione di un film di quel filone nazi-porno, nato nella scia del successo di «Salò», di «Salon Kitty», del «Portiere di notte», e che produsse titoli come «La svastica nel ventre». Robaccia della prima metà degli anni Settanta, reinterpretata dai “nostri ragazzi” con una “innocenza” che rasenta l’idiozia e precipita nel sadismo. Quelle immagini in posa, se sostituiamo i corpi derelitti e offesi dei torturati con le vetrine di un McDonald’s o di una sala da gioco di Las Vegas o di un bowling di Atlanta, sembrano davvero le foto ricordo di una gita spensierata con i compagni di liceo o con i colleghi di lavoro. E se, invece, quei corpi derelitti e offesi vengono riportati dentro quelle foto, potremmo pensare che si tratti, al più, della raffigurazione di giochi spregiudicati e di fantasie trasgressive. Una incursione, tutto sommato innocua, nel mercato degli erotismi specialistici e delle pornografie “di nicchia”. E, invece, no: sarà pure logora la frase di Hanna Arendt, ma resta insuperabile per definire questa condizione: è la «banalità del male» quella che qui viene consumata, dal momento che quei corpi sono propriamente corpi (carne ossa sangue nervi) e non figuranti o comparse, e neppure partner consenzienti. E colpisce il fatto che la gran parte di quelle sevizie hanno uno sfondo o una cornice di natura sessuale. Questo deve far riflettere. Qual è la cultura che alimenta, più che quegli atti, le motivazioni degli autori di essi? Quale il senso comune, le rappresentazioni, le fantasie, che scatenano, infine, quel meccanismo libidico e lo traducono in sopraffazione?... ... è accaduto, prevedibilmente, quando i militari in questione sono stati (o si sono sentiti) “autorizzati”: dal clima creatosi, dalla sensazione di impunità, dalle disposizioni ricevute. È sufficiente questo perché quei militari si trasformino in «funzionari dell’ignobile» (ancora la Arendt). Ed è quanto dimostra che, per diventare «volenterosi carnefici», non deve esserci una predisposizione naturale. Gli esperimenti di Stanley Milgram, già negli anni Sessanta, hanno documentato, inequivocabilmente, che l’esercizio della crudeltà è correlata più ai modelli di interazione sociale e a dinamiche di gruppo che a tratti della personalità individuale. ... ... secondo Françoise Sironi, psicologa clinica, specializzata nell’assistenza alle vittime, «non è per far parlare che si tortura, ma per far tacere». abbiamo letto sul «Corriere della Sera» che quattro iracheni, arrestati dai carabinieri italiani in quanto sospettati della strage di Nassiriya, sarebbero stati tenuti - secondo una procedura «imposta dagli Stati Uniti» - «chiusi in una cella al buio, inginocchiati, senza acqua né cibo, per quattro giorni». E la mancata confessione si spiegherebbe col fatto che i prigionieri erano stati «addestrati a non parlare». ... ... abbiamo letto sul «Corriere della Sera» che quattro iracheni, arrestati dai carabinieri italiani in quanto sospettati della strage di Nassiriya, sarebbero stati tenuti - secondo una procedura «imposta dagli Stati Uniti» - «chiusi in una cella al buio, inginocchiati, senza acqua né cibo, per quattro giorni». E la mancata confessione si spiegherebbe col fatto che i prigionieri erano stati «addestrati a non parlare». >>> Corriere della Sera, martedì , 11 maggio 2004, Vedova Nassiriya: "Mio marito sapeva delle torture" La moglie di un carabiniere morto a Nassiriya: «Era disgustato: prigionieri trattati peggio degli scarafaggi, l'aveva denunciato» MILANO - I militari italiani in Iraq sapevano come venivano trattati i prigionieri iracheni. Lo ha testimoniato in un'anticipazione al Tg3 Pina Bruno, moglie di Massimiliano Bruno, maresciallo dei carabinieri morto nello scorso novembre nell'attentato di Nassiriya. Prima di morire mio marito mi aveva detto che era disgustato di quello che succedeva con i prigionieri», ha detto Pina Bruno. «Erano trattati peggio degli scarafaggi. Lo aveva Pina Bruno (Tg3/Ansa) denunciato anche ai propri superiori, ma naturalmente non è stato fatto niente». «I SUPERIORI SAPEVANO» - «Massimiliano era rimasto molto colpito e mi aveva detto: 'Siamo nel 2000, neanche quando c'era la prima guerra mondiale c'erano queste torture. Ho visto un carcere, una cosa squallida, bruttissima'», raccontò il maresciallo alla moglie, la quale ha aggiunto che queste informazioni venivano comunicate in Italia. L'intervista sarà trasmessa integralmente a «Primo piano» su Rai 3 questa sera alle 23,20. «SE TI COMPORTI BENE TI FACCIAMO USCIRE» - «C'erano posti sotterranei dove nascondevano questi iracheni», prosegue Pina Bruno, riferendo quanto le raccontava il marito. «Gli italiani andavano a prendere i carcerati iracheni e gli dicevano: 'Se ti comporti bene ti facciamo uscire. Ti facciamo lavorare per noi italiani'». «Quando ha visto certe cose è rimasto sconvolto. Massimiliano non credeva a quello che aveva visto. Mi diceva: 'Se lo racconto non ci credono'». I carabinieri avevano denunciato? «Massimiliano mi disse - risponde la vedova - che ognuno aveva un compito. C'era una persona che comunicava quello che aveva visto, quello che succedeva e quello che stava per succedere, e poi comunicava all'Italia. È assurdo che dicono che non sapevano niente». E i superiori non hanno fatto niente? «No, ma dai, scherziamo?». IL MINISTERO DELLA DIFESA: «MAI SAPUTO DI TORTURE» - Il ministero della Difesa, con un comunicato, ha detto di non essere mai stato a conoscenza delle torture ai prigionieri in Iraq: «Il ministero - si legge nella nota -non ha mai avuto alcuna notizia o informazione da parte di qualsiasi fonte circa trattamenti dei prigionieri non conformi alle norme del diritto internazionale umanitario». IL PADRE DI MASSIMILIANO - «Mio figlio non ha mai accennato a fatti del genere e ho la convinzione che, se avesse saputo qualcosa, me lo avrebbe detto». Lo dice Nunzio Bruno, padre di Massimiliano. «Ognuno - aggiunge - può esprimere le proprie idee e non si può comunque escludere che mio figlio avesse parlato con la moglie e non con me». Il padre di Massimiliano ha detto di averlo sentito «fino a due giorni prima della tragedia. E mi ha sempre parlato di calma attorno a lui - ha precisato -, mi ha mandato foto con gente del luogo, mi ha detto che portava loro del latte. Nessun accenno a fatti diversi». AMNESTY - La sezione italiana di Amnesty international precisa, con un proprio comunicato, che l'argomento delle torture in Iraq è stato affrontato: «questo argomento fu oggetto, il 3 luglio 2003, di una comunicazione del sottosegretario agli esteri margherita boniver alla commissione affari esteri della Camera». Stanley Milgram's Experiment: "Obedience and Individual Responsibility" Stanley Milgram, a psychologist at Yale University, conducted a study focusing on the conflict between obedience to authority and personal conscience. He examined justifications for acts of genocide offered by those accused at the World War II, Nuremberg War Criminal trials. Their defense often was based on "obedience" - - that they were just following orders of their superiors. In the experiment, so-called "teachers" (who were actually the unknowing subjects of the experiment) were recruited by Milgram. They were asked administer an electric shock of increasing intensity to a "learner" for each mistake he made during the experiment. The fictitious story given to these "teachers" was that the experiment was exploring effects of punishment (for incorrect responses) on learning behavior. The "teacher" was not aware that the "learner" in the study was actually an actor - - merely indicating discomfort as the "teacher" increased the electric shocks. When the "teacher" asked whether increased shocks should be given he/she was verbally encouraged to continue. Sixty percent of the "teachers" obeyed orders to punish the learner to the very end of the 450-volt scale! No subject stopped before reaching 300 volts! At times, the worried "teachers" questioned the experimenter, asking who was responsible for any harmful effects resulting from shocking the learner at such a high level. Upon receiving the answer that the experimenter assumed full responsibility, teachers seemed to accept the response and continue shocking, even though some were obviously extremely uncomfortable in doing so. The study raised many questions about how the subjects could bring themselves to administer such heavy shocks. More important to our interests are the ethical issues raised by such an experiment itself. What right does a researcher have to expose subjects to such stress? What activities should be and not be allowed in marketing research? Does the search for knowledge always justify such "costs" to subjects? Who should decide such issues?




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10 maggio 2004

Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (3), alla CICR dissero: è secondo regolamento

Torture e maltrattamenti? Un normale metodo per ottenere la «collaborazione» dei detenuti. La sconvolgente ammissione fu raccolta dagli ispettori della Croce rossa internazionale (Cicr) nei colloqui avuti con alcuni ufficiali dell’intelligence militare americana nell’ormai famigerato carcere di Abu Ghraib, presso Baghdad. Lo si apprende leggendo il testo integrale del rapporto redatto dalla Cicr dopo le ispezioni nei campi di prigionia gestiti da americani e inglesi in Iraq. L’orrore delle sevizie inflitte ai detenuti emerge in tutti i dettagli più disgustosi dai 63 paragrafi del documento, di cui il Wall Street Journal aveva già pubblicato alcuni stralci la settimana scorsa, riportati anche da l’Unità. Il quotidiano statunitense l’ha diffuso lunedì nella sua completezza. Al paragrafo 24, si afferma testualmente: «In alcuni casi, come nella sezione dell’intelligence militare di Abu Ghraib, i metodi di coercizione fisica e psicologica usati dagli interroganti apparvero essere parte delle procedure operative standard del personale dell’intelligence militare allo scopo di ottenere confessioni ed estorcere informazioni». «Diversi ufficiali dell’intelligence militare -continua il rapporto- confermarono alla Croce rossa internazionale che apparteneva al modo di operare dell’intelligence militare stessa tenere un recluso nudo in una cella completamente scura e vuota per un periodo prolungato, e usare un trattamento disumano e degradante per assicurarsene la collaborazione». Grazie alle anticipazioni dei giorni scorsi, le sevizie perpetrate dagli aguzzini sono ormai tristemente note. Si incappucciano i prigionieri per impedire loro di vedere, disorientarli, ostacolarne la respirazione. Si immobilizzano i prigionieri con manette tanto strette da provocare lesioni alla pelle. Si colpiscono i reclusi con il calcio della pistola o del fucile, li si picchia sulle gambe, le costole, le reni, i genitali. Li si minaccia di rappresaglie sui familiari, di esecuzione immediata, di trasferimento nel campo di detenzione Usa a Guantanamo. Li si costringe a mostrarsi nudi davanti agli altri prigionieri ed alle guardie, a volte con un indumento intimo femminile sulla testa. Li si espone al supplizio di rumori assordanti o ai raggi del sole cocente. Terribile. Forse ancora più terribile è scoprire che a questi orrendi abusi l’intelligence militare è ricorsa «in modo sistematico» nei confronti di persone arrestate per presunte violazioni della sicurezza o di persone che si riteneva fossero di qualche «interesse per l'intelligence». Il rapporto è frutto di 29 visite in 14 diverse strutture di internamento, effettuate dal marzo al novembre dell’anno scorso, durante le quali «i delegati della Cicr furono diretti testimoni e registrarono una varietà di modi utilizzati per assicurarsi la cooperazione degli interrogati». In particolare videro alcuni prigionieri nudi in celle buie e spogolie. Dagli ufficiali dell’intelligence militare appresero che nei loro confronti si esercitava una pressione basata sul «dare e avere». In cambio della loro cooperazione venivano «compensati goccia a goccia», restituendo loro i vestiti, la luce, oggetti per l’igiene personale. Sottoposti a queste e altre sevizie, alcuni detenuti subivano traumi profondi: «difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, limiti all’espressione verbale, reazioni ansiose, tendenze suicide». Si apprende anche che dal 70 al 90% dei detenuti «sono stati arrestati per sbaglio». Furono gli stessi ufficiali dell’intelligence militare a fornire la cifra agli ispettori della Cicr. Le stesse fonti attibuirono la brutalità di alcuni comportamenti alla mancanza di un’adeguata sorveglianza esercitata nei confronti delle unità di combattimento, cioè di coloro che nella maggior parte dei casi sono gli esecutori materiali degli arresti. Secondo la Croce rossa la maggior parte delle violenze sui prigionieri avviene infatti prima che siano trasferiti in centri di internamento regolare, «come quelli gestiti dalla polizia militare, dove il comportamento delle guardie è severamente controllato». In un passo il documento cita le truppe italiane, in rapporto ai prigionieri di Camp Bucca, presso Bassora, ma solo per dire che i nostri soldati, così come quelli olandesi e danesi consegnavano ad altri le persone da loro arrestate: inizialmente agli inglesi, poi agli americani, poi di nuovo agli inglesi a partire dal 25 settembre scorso. La portavoce della Cicr, Antonella Notari, ha confermato lunedì sera quanto già detto l’altro giorno all’Unità: «Il rapporto fu consegnato al capo dell'Autorità provvisoria Paul Bremer e al comandante della coalizione, generale Ricardo Sanchez e lo abbiamo discusso con loro». Ed ha aggiunto: «Non lo abbiamo consegnato agli italiani». (Gabriel Bertinetto, l'Unità, 10.05.2004)

  • La Repubblica: RAPPORTO DELLA CROCE ROSSA (Formato Pdf, in inglese)



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  • 10 maggio 2004

    Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture (2), ora c'è anche la Croce Rossa (CICR)

    Nel rapporto della Croce Rossa la "giustificazione" dell'ufficiale Usa responsabile degli interrogatori Abu Ghraib, abusi sui prigionieri erano "parte del procedimento" Il rapporto era stato consegnato a Bremer e Sanchez "Gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario" Un marine di guardia nel carcere di Abu Ghraib LONDRA - Costringere "in celle completamente vuote e al buio assoluto", per giorni, detenuti nudi, od offrire loro solo indumenti femminili per coprirsi, era "parte del procedimento". Così l'ufficiale dell'Intelligence militare americana responsabile degli interrogatori nel carcere di Abu Ghraib si giustificò di fronte ai rappresentanti del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). E così si legge nel rapporto riservato, stilato dal CICR, concluso lo scorso 4 febbraio [in Viviamo giorni di orgia mediatica sulle torture avevo evidenziato il ... tempismo della CIRC nel renderlo pubblico, ed il sinistro parallelo con quanto accadeva negli anni 1941-1942: circa 250 medici e infermiere della Croce Rossa Internazionale (ICRC) ... ] e consegnato ai governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Nel dossier, di 24 pagine, il Comitato parla di "abusi diffusi" sui prigionieri in Iraq. Ma non sono solo descritti gli orrori che i prigionieri furono costretti a subire: si chiarisce che non apparivano iniziative sporadiche dei soldati semplici, bensì conseguenze di ordini precisi dei comandanti della prigione alla periferia di Bagdad. Ma le forze della coalizione ignorarono i ripetuti allarmi sulle condizioni delle carceri lanciati, sia a voce sia per iscritto, dai responsabili dell'organizzazione. Il rapporto, nel quale erano sintetizzati i rilievi fatti nel corso di 29 visite in 14 prigioni effettuate fra marzo ed ottobre del 2003, fu consegnato (come precisa la portavoce del CICR, Antonella Notari) al capo dell'autorità provvisoria Paul Bremer e al comandante della coalizione, generale Ricardo Sanchez. Nel dossier sono riferiti, da detenuti interrogati dai funzionari del CICR, "casi frequenti" di maltrattamenti. "I servizi segreti militari usavano questi metodi di coercizione fisica e psicologica in modo sistematico per ottenere confessioni", scrive ancora la Croce Rossa dopo i controlli effettuati due mesi prima che i soldati di guardia ad Abu Ghraib scattassero le foto dello scandalo. I funzionari della Croce Rossa, si legge, avevano più volte ribadito alle autorità dell'occupazione americana che nelle carceri venivano autorizzate pratiche che costituivano "gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario" e "in alcuni casi tortura". "Dopo aver testimoniato a questi casi, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha interrotto le visite chiedendo una spiegazione alle autorità militari. L'ufficiale dell'intelligence responsabile degli interrogatori - raconta ancora il documento - spiegò che il trattamento era parte del procedimento". Sotto accusa anche il contingente britannico di stanza a Bassora. In particolare, nel rapporto si parla di un prigioniero morto in prigione nel settembre scorso. Il nome della vittima è stato cancellato, ma il ministero della Difesa britannico ha riferito che potrebbe trattarsi di Baha Musa, sulla cui morte si indaga da tempo. La Croce Rossa racconta che il detenuto, arrestato con altre otto persone in un albergo di Bassora, era stato costretto a "inginocchiarsi, faccia e mani contro il pavimento", nella stessa posizione in cui pregano i fedeli musulmani. "I soldati schiacciavano il collo" con i piedi "a chi alzava la testa". Nel certificato di morte del detenuto si indicava come causa del decesso un infarto. Ma "la descrizione del cadavere fornita al CICR da un testimone oculare parlava di naso e diverse costole rotti, di lesioni sul viso riconducibili a percosse", ha scritto la Croce Rossa. I soldati di guardia alle prigioni poi erano soliti, durante rivolte o tentativi di fuga, aprire il fuoco sui detenuti che "erano disarmati e non rappresentavano una minaccia seria". (La Reoubblica, 10 maggio 2004) Cosa dice la CICR - Comité international de la Croix-Rouge (CICR) (Lo leggo in lingua francese) ? 7-05-2004 Irak : le CICR explique sa position au sujet du rapport sur la détention et sur le traitement réservé aux prisonniers Déclaration d'introduction du directeur des opérations du CICR, Pierre Krähenbühl, à une conférence de presse tenue au siège de l'institution, le 7 mai 2004, à la suite de la publication d'extraits du rapport du CICR dans le Wall Street Journal. Bonjour, Je vous remercie de participer à cette conférence de presse que le CICR a convoquée à la suite de la publication, dans le Wall Street Journal d’aujourd’hui, d’articles qui citent de larges extraits d’un rapport confidentiel sur la détention en Irak, daté de janvier 2004 et soumis aux forces de la coalition en février 2004. Permettez-moi d’abord de préciser que le président du CICR, Jakob Kellenberger, est aujourd’hui à Bruxelles. S’il avait été à Genève, il se serait adressé à vous personnellement. Comme vous le savez sans doute, le président Kellenberger s’est occupé directement, régulièrement, et récemment encore, des questions liées à la détention de personnes aux mains des forces américaines. Ce mercredi, il a pris l’initiative de s’entretenir par téléphone avec le secrétaire d’État Colin Powell des constatations et préoccupations du CICR au sujet de la prison d’Abou Ghraib. Vous avez vu dans les médias des références à cette conversation et au fait que Colin Powell avait indiqué que les constatations du CICR étaient prises très au sérieux. En son absence, le président Kellenberger m’a demandé de vous faire part de la position du CICR. Je voudrais commencer par souligner que le rapport (les extraits du rapport) a été publié sans le consentement du CICR. L’élaboration et la soumission des rapports de ce genre s’inscrivent dans le cadre des procédures habituelles du CICR en matière de visites aux prisonniers à travers le monde. Je rappellerai que, l’an dernier, le CICR a visité 469 648 personnes détenues dans 1 923 lieux de détention dans environ 80 pays. Ces rapports portent une mention spécifique indiquant qu’ils sont strictement confidentiels et uniquement destinés aux autorités auxquelles ils sont présentés. Il est en outre précisé que les rapports ne peuvent pas être publiés, en tout ou en partie, sans le consentement du CICR. Comme cela a déjà été indiqué, le rapport en question a été publié sans notre consentement. Étant donné que la confidentialité est un élément vital à l’heure d’obtenir l’accès aux prisonniers à travers le monde et que cet accès est, quant à lui, essentiel pour mener une action efficace auprès des personnes détenues, le CICR regrette que ce rapport ait été rendu public. Je voudrais en outre préciser que le rapport fait état de constatations et de recommandations qui ont été faites lors de visites réalisées entre mars et novembre 2003. Le rapport proprement dit a été remis aux forces de la coalition en février 2004. Il est important de bien comprendre que ce rapport constitue une synthèse des préoccupations qui ont été régulièrement soumises à l’attention des forces de la coalition tout au long de l’année 2003. Je devrais peut-être brièvement expliquer ici le déroulement des visites du CICR. Les délégués du CICR négocient, traditionnellement, l’accès à toutes les personnes privées de liberté dans les situations de conflit armé ou de violence interne. Dès qu’ils obtiennent l’accès à ces personnes, ils effectuent des visites détaillées dans une prison donnée, un poste de police ou tout autre lieu de détention. Ces visites sont conduites pour évaluer le fonctionnement général des prisons et les conditions de détention des prisonniers. Les délégués rencontrent individuellement les détenus avec qui ils s’entretiennent sans témoin. Ils peuvent ainsi évaluer les conditions de détention et le traitement qui est réservé au prisonnier, qui a la possibilité d’écrire un message à sa famille. À l’issue de la visite, ils ont un entretien formel avec l’autorité détentrice à laquelle ils communiquent leurs constatations et préoccupations, et font des recommandations en vue d’une amélioration de la situation. Il est important de bien comprendre que ce qui est dit dans le rapport de février 2004 a trait à des observations qui concordent avec celles qui avaient été faites, oralement et par écrit, à plusieurs reprises tout au long de l’année 2003. Avant que le rapport en question ne soit présenté, le CICR avait fait part à maintes reprises de ses préoccupations aux forces de la coalition, et demandé que des mesures correctives soient prises. Dans le cas d’Abou Ghraib, comme dans celui d’autres lieux de détention en Irak, les démarches orales et écrites du CICR rappelaient spécifiquement les règles et les normes que les États se sont engagés à respecter en adhérant aux Conventions de Genève. Depuis des mois, le CICR insiste, tant au niveau bilatéral que publiquement, sur l’importance de respecter strictement le droit international humanitaire (dont font partie les Conventions de Genève), qui représente un ensemble de règles essentielles et pertinentes visant à préserver la vie et la dignité des prisonniers et à leur assurer un traitement conforme aux règles du droit. Répondant aux questions des journalistes présents, M. Krähenbühl a donné les précisions suivantes : Présentation du rapport du CICR aux autorités détentrices : Le rapport en question a été remis à M. Paul Bremer et au général de corps d’armée Ricardo Sanchez en février 2004 ; divers aspects de son contenu avaient été examinés avec les autorités de la coalition à différents moments et à différents niveaux en 2003, et inclus dans les documents qui leur ont été soumis. « Je n’entrerai pas dans les détails mais… ils ne concernent pas uniquement des questions liées à l’eau et à la nourriture, ils touchent aussi clairement au traitement réservé aux détenus. » Réactions des autorités et effets du rapport du CICR : À plusieurs occasions, l’assurance a été donnée au CICR que ses constatations étaient prises très au sérieux et que des mesures seraient mises en œuvre ; lors de visites ultérieures, il a été constaté que certains des problèmes matériels avaient été résolus ; cependant, cela ne suffisait pas étant donné que « nous avions affaire à un schéma plus large et à un système, pas à des actes individuels… » Questions relatives au traitement mentionnées dans le rapport qui a fait l’objet de fuites dans la presse : Certains des faits relevés par le CICR « étaient assimilables à la torture… Je pense que nous avons des définitions différentes de ce qu’est la torture ; ce que nous pensons et, je crois, ce que vous pouvez voir sur les photos… c’est qu’il y a eu clairement des cas de traitement dégradant et inhumain. » Dilemme de la confidentialité et du maintien de l’accès aux prisonniers : Les extraits du rapport qui a fait l’objet de fuites dans la presse sont révélateurs de la façon dont le CICR aborde les problèmes liés à la détention ; « des situations restaient inacceptables et difficiles, tandis que des mesures correctives avaient été prises dans d’autres – c’est ainsi que nous procédons… en termes de réputation, cette façon de faire est certainement appréciée par de nombreuses personnes, avant tout et surtout celles que nous visitons… » Le CICR estimait que ses visites avaient des effets positifs – « Si nous n’avions pas pensé que tel était le cas, nous aurions peut-être abouti à des conclusions différentes et pris d’autres mesures… »

  • Lire plus sur la protection des prisonniers en temps de guerre




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  • 10 maggio 2004

    Italia in Iraq, regole d'ingaggio: aiutare il popolo iracheno, garantendo la sua sicurezza

    Ecco perché l'Italia oggi deve sentire il dovere di non restare in Iraq. Deve andarsene, e per l'opposto di una fuga, di un ripiegamento, di una rottura di solidarietà occidentale. Anzi. Si impone un'assunzione di responsabilità, che separi la politica proprio in nome di una comunanza di valori e di cultura, che noi chiamiamo Occidente. Solo così si può far capire all'amministrazione americana, e anche a quell'opinione pubblica, che c'è un modo diverso di dirsi occidentali, che certe pratiche segnano una rottura, che l'Occidente non è mai stato un sistema di deleghe, e che certo non può esserlo per l'ordine di scatenare l'inferno ad Abu Ghraib. La guerra era sbagliata, perché mancavano sia le armi di distruzione di massa, sia i legami operativi tra Saddam e Bin Laden, cioè le due pseudoragioni del conflitto. Era illegittima perché fuori dalla legalità internazionale, atto fondativo dell'unilateralismo libero e autonomo della superpotenza egemone. Era un errore anche politico perché spaccava l'Europa tra vecchia e nuova e rompeva la lunga alleanza novecentesca tra i due continenti. L'invio italiano di truppe a guerra che si pensava finita era un piccolo, grave gesto che mescolava titanismo e dilettantismo, velleitarismo e ideologismo, nella speranza ridicola di accreditare Berlusconi come miglior amico di Bush e la sua Italia come piccola potenza solitaria e gregaria in Europa. Tutto questo è andato in frantumi, nella guerra che oggi si è riaccesa a Bassora e Nassiriya, ma prima e soprattutto nel buio del carcere delle torture. Sono saltate, dopo quel che si è conosciuto, le regole d'ingaggio di una missione che ha promesso al Parlamento di voler "aiutare il popolo iracheno, garantendo la sua sicurezza". Oggi l'Italia deve sentire la responsabilità di rientrare: in Europa innanzitutto, per testimoniare nell'amicizia con gli Usa gli errori di Bush e la nostra concezione del diritto e della legalità internazionale. Solo da qui, da un rinnovato patto occidentale di regole e valori condivisi, può nascere una strategia utile per il dopoguerra iracheno e per la pace in Medio Oriente. Ma soprattutto questo è l'unico modo per salvare l'anima dell'Occidente, perduta nell'orrore di Abu Ghraib. (Ezio Mauro, La Repubblica, 10 Maggio 2004) Senato della Repubblica Costituzione italiana Articolo 11 L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Senato della Repubblica La costituzione italiana URL: http://www.senato.it/funz/cost/art11.htm Ultimo aggiornamento: Tuesday November 11 1997




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    8 maggio 2004

    Donne e Guerra (3), dal soldato Jane al soldato Sabrina D. Harman

    Parla Sabrina Harman, in servizio nel carcere di Abu Ghraib "Ce li portavano già incappucciati, dovevamo farli parlare" Torture in Iraq, la soldatessa Sabrina D. Harman rivela: "L'ordine era tenerli all'inferno" ROMA - Un altro membro dell'esercito statunitense accusato di torture ai prigionieri iracheni parla di ordini arrivati dall'alto. Sabrina Harman, una delle soldatesse in servizio nel carcere iracheno di Abu Ghraib, ha dichiarato al quotidiano statunitense Washington Post che non agiva personalmente, ma che le era stato affidato il compito di "far vedere ai detenuti l'inferno" e di fiaccare la loro volontà di resistenza. Harman, attraverso un'intervista via email pubblicata sul sito Internet del giornale, ha spiegato che i detenuti venivano passati alla sua unità di polizia militare da agenti dell'Intelligence dell'esercito, da funzionari della Cia e da personale civile, che aveva avuto in appalto il compito di condurre gli interrogatori. "Li portavano a gruppi, già incappucciati e ammanettati - ha spiegato la giovane - e il compito della polizia militare era di tenerli svegli e di far loro vedere l'inferno in modo che parlassero". I prigionieri era denudati, perquisiti e "fatti stare in piedi o in ginocchio per ore", ha raccontato la donna. "Qualche volta erano forzati a stare su scatole o a tenere con le braccia alzate dei pesi, fino allo stremo", ha riferito ancora. Il volto della giovane, 26 anni, è diventato tristemente noto per le foto che la ritraggono dietro a cataste di prigionieri nudi. "Le persone che ce li portavano - ha raccontato inoltre la soldatessa - stabilivano il modo in cui trattarli. Se un prigioniero cooperava, allora poteva tenere i vestiti, il suo materasso, e gli era consentito avere sigarette e persino cibo caldo. Ma se non collaborava come Loro volevano, gli veniva tolto tutto. Sonno, cibo, vestiti, materasso, sigarette erano tutti privilegi ed erano concessi solo in base alle informazioni ricevute". Harman ha anche detto che non c'erano degli standard nelle operazioni da seguire verso i ribelli detenuti, ma che l'esercito o gli uomini dei servizi "stabilivano di volta in volta le regole". Nessuno ha mai parlato a lei o ai suoi compagni della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. (La Repubblica, 8 maggio 2004)

  • Donne e Guerra (2), dal soldato Jane al soldato Jessica Lynch
  • Donne e Guerra, dal soldato Jane al generale Janis Karpinski Soldier: Unit's Role Was to Break Down Prisoners Reservist Tells of Orders From Intelligence Officers By Jackie Spinner Washington Post Staff Writer Saturday, May 8, 2004; Page A01 There were no rules, by her account, and there was little training. But the mission was clear. Spec. Sabrina D. Harman, a military police officer who has been charged with abusing detainees at the Abu Ghraib prison in Iraq, said she was assigned to break down prisoners for interrogation. "They would bring in one to several prisoners at a time already hooded and cuffed," Harman said by e-mail this week from Baghdad. "The job of the MP was to keep them awake, make it hell so they would talk." Harman, one of seven military police reservists charged in the abuse of detainees at the prison, is the second of those soldiers to speak publicly about her time at Abu Ghraib, and her comments echo findings of the Army's investigation into prisoner abuse there. That probe documented the maltreatment of detainees and found the prison was chaotically run, that there were no apparent rules governing interrogations and that Harman's military police unit was ill trained for the job it was asked to perform. Harman, a 26-year-old Army reservist from Alexandria, said members of her military police unit took direction from Army military intelligence officers, from CIA operatives and from civilian contractors who conducted interrogations. She did not discuss abusive treatment of prisoners or clarify who specifically ordered such treatment, and she referred questions about the charges against her to her attorney, who declined to comment. Her face is now famous as belonging to one of two soldiers posing in the widely published photograph of naked Iraqi detainees stacked in a pyramid. The picture is one of several that have inflamed the Arab world and brought condemnation from President Bush and other U.S. political and military leaders. Harman is accused by the Army of taking photographs of that pyramid and photographing and videotaping detainees who were ordered to strip and masturbate in front of other prisoners and soldiers, according to a charge sheet obtained by The Washington Post. She is also charged with photographing a corpse and then posing for a picture with it; with striking several prisoners by jumping on them as they lay in a pile; with writing "rapeist" on a prisoner's leg; and with attaching wires to a prisoner's hands while he stood on a box with his head covered. She told him he would be electrocuted if he fell off the box, the documents said. In her e-mails, Harman said detainees would be handed over to her military police unit by Army intelligence officers, by CIA operatives or by the contractors. The Army probe into Abu Ghraib said the U.S. government used employees of private companies as interrogators and interpreters along with intelligence officers. Two of the civilian contractors are under investigation in connection with the abuses. Prisoners were stripped, searched and then "made to stand or kneel for hours," Harman said. Sometimes they were forced to stand on boxes or hold boxes or to exercise to tire them out, she said. "The person who brought them in would set the standards on whether or not to 'be nice,' " she said. "If the prisoner was cooperating, then the prisoner was able to keep his jumpsuit, mattress, and was allowed cigarettes on request or even hot food. But if the prisoner didn't give what they wanted, it was all taken away until [military intelligence] decided. Sleep, food, clothes, mattresses, cigarettes were all privileges and were granted with information received." She said the prison had no standard operating procedures and on Tier 1A, where suspected insurgents were held, Army and other intelligence officers "made the rules as they went." Harman joined the Army as a reservist in 2001, after the Sept. 11 terrorist attacks. She was assigned to the 372nd, based in Cresaptown, Md. The company was called up for duty in February of last year and deployed to Fort Lee, Va., for three months before heading to Iraq. Harman, an assistant manager at a Papa John's Pizza in Fairfax County before being sent to Iraq, said the company received additional training at Fort Lee, but it was for "combat support, not I/R," the military term for internment and resettlement. She said she was never schooled in the Geneva Conventions' rules on prisoner treatment. "The Geneva Convention was never posted, and none of us remember taking a class to review it," Harman said. "The first time reading it was two months after being charged. I read the entire thing highlighting everything the prison is in violation of. There's a lot." In the Army report on conditions at the prison, Maj. Gen. Antonio M. Taguba said that "soldiers were poorly prepared and untrained to conduct I/R operations prior to deployment, at the mobilization site, upon arrival in theater and throughout their mission." The Army has launched several investigations into the abuse and has notified seven officers and sergeants that they will receive letters of reprimand or admonishment that could end their careers. Harman is charged with conspiracy, dereliction of duty, cruelty and maltreatment, making a false statement, and assault. She faces an Article 32 hearing tentatively set in June, the military equivalent of a preliminary hearing to determine whether there is enough evidence to convene a court-martial. In his investigation, Taguba used a portion of Harman's sworn statement to conclude that prisoners had been abused. Harman "stated . . . regarding the incident where a detainee was placed on box with wires attached to his fingers, toes, and penis, 'that her job was to keep detainees awake.' " The other soldiers charged with abuse are Staff Sgt. Ivan L. Frederick II, Sgt. Javal S. Davis, Cpl. Charles A. Graner Jr., Spec. Jeremy C. Sivits, Spec. Megan M. Ambuhl and Pfc. Lynndie R. England. England, who was shown in a photo published in Thursday's Post, was charged yesterday. Harman's mother, Robin Harman, said her daughter would never hurt anyone. "She has this . . . attitude that she is going to save the world," said Robin Harman, who lives in Northern Virginia. "She got over there and got an eye-opener. You don't put unqualified kids in that situation." Yesterday, as Robin Harman watched Defense Secretary Donald H. Rumsfeld testify, she called her daughter a "scapegoat." "They're passing the buck, putting it all on the little kids," she said. "That's what makes me so mad." Harman took many photographs while in Iraq, her family said. Among hundreds of digital pictures passed around her MP unit -- and obtained by The Post -- is one taken before the soldiers got to Abu Ghraib in October. In it, Harman is smiling, crouching slightly, a thumb up, and leaning toward a blackened, decaying corpse with long fingers and a gaping mouth. The photo was taken at a makeshift combat morgue in Al Hillah, her family said, citing letters that Harman sent with the picture. Sabrina Harman grew up around photographs of dead people, her family explained. Her father was a homicide detective, and her mother was a forensics buff. Robin Harman said her husband often brought home crime-scene photographs for the family to "profile." "She has been looking at autopsies and crime-scene pictures since she was a kid," her mother said. Shortly after Harman got to Abu Ghraib in October, her mother said, she began to take and collect pictures as evidence of the improper conditions. Robin Harman said when her daughter told her what she was doing, she ordered her to stop. "We got into an argument about it at 4 a.m.," Robin Harman said. "Sabrina said she had to prove this. I told her to bring the pictures home, hide them and stay out of it." Sabrina Harman brought the photographs home to Virginia in mid-November during a two-week leave. An Army investigator showed up on Jan. 16 and took a CD of photos and Harman's laptop computer, her roommate said. In February, the Army moved Harman to Camp Victory, a base of trailers and tents near Baghdad's airport. Her weapon was confiscated, but she is not in confinement. She spends her days sweeping streets and planting flowers, her family said. Robin Harman said her daughter had dreamed of following her father into a career as a homicide detective. Now she does not want to have anything to do with law enforcement, Robin Harman said. "She just moved out two years ago," Robin Harman said. "She has no clue what people are really like. She thinks everyone is good." © 2004 The Washington Post Company




    permalink | inviato da il 8/5/2004 alle 23:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
  • 8 maggio 2004

    Massimo D'Alema, l'Internazionale Socialista e l'Armata Brancaleone

    Da tempo, ma soprattutto negli ultimi giorni, mi vo chiedendo che fine abbia fatto il progetto di D'Alema, a mia memoria contrapposto ma integrabile con quello di Veltroni e Prodi di Partito Democratico, di Partito Socialista (Italiano) ... in particolare in riferimento alle elezioni europee: ne trovo un'esilissima se non invisibile traccia nella lista di candidati (stile insalata russa alle prossime elezioni...) Ieri sera, a 8 e mezzo, sentivo Massimo D'Alema riproporsi a Giuliano Ferrara come esponente dell'Internazionale Socialista... la cosa mi ha rallegrato, nel senso che mi ha confortato nel pensiero "boh? avrò avuto le traveggole nel pensare ciò" ! Scrivevo il 5 Maggio 2004 in Commenti a BlogTrotter: Io all'epoca di Craxi ero ancora giovane e ... rovente... stimavo molti socialisti, ma non avrei mai votato per loro se c'è però una cosa che vedrei volentieri rifondata in Italia e proprio il Partito Socialista Italiano non il partito di questo o di quello, ma 'all'europea' il partito dei socialisti italiani non se ne puo' più di democratico-liberali, liberal-socialisti, riformisti, ulivi, tricicli, rutelli.... (inviato il 05.05.2004 17:17:24) essendo che concetti come 'liberal', 'democratico', 'riformista' sono inclusi nel concetto di 'socialista', che ne comprende anche altri, come libertario e laico non basterebbe... SOCIALISTA ? E il 6 Maggio 2004, sempre in Commenti a BlogTrotter: Scrive Anonymous: "L'ulivo e' la realizzazione di un soggetto che forse nascera', nell'area che ingloba l'internazionale socialista con l'aggiunta di..." Provo a spiegarmi: l'area che ingloba l'internazionale socialista - prima o senza la "aggiunta di" ... nella lista per le europee... ndo sta ? a parte D'Alema medesimo, gli altri sono internazionalmente socialisti? europei? l'elettore come li VEDE ? - inviato il 06.05.2004 13:04:11 Io più che non antagonista mi accontenterei che la 'sinistra' nella sua maggioranza fosse non "pacifista" ma "per la pace", non anti-israeliana, ma "per i due stati", non anti-americana, ma contro le pretese imperiali di Bush (e in casa nostra di Berlusconi) e gli unilateralismi e sufficientemente 'di sinistra' sul piano sociale, del lavoro, dell'economia, intelligentemente "liberal" e non liberista (per le "utopie" per il momento piuttosto che affidarmi ad Agnoletto o Gino Strada preferisco delirare di mio!) insomma, in politica estera, con il prof. Levi della Torre, che diceva ieri sera a 8 e mezzo: SI' ALLA DIFESA DELL'ESISTENZA DI UN POPOLO, DI UNA DEMOCRAZIA NO ALLA DISTRUZIONE DELL'ESISTENZA DELL'ALTRO e in politica italiana/europea ... non ci capisco molto, ma vorrei meno politichese e più soluzioni sul tappeto decifrabili da tutti, e TRASPARENTI questo per me è il SOCIALISMO POSSIBILE per cui voterei con una certa tranquillità un candidato - inviato il 06.05.2004 14:59:43 Internazionale... Socialista (toh, guarda: Inglese, Francese, Spagnolo, ma l'Italiano non ci risulta! Bisogna andare a pagina SI Member Parties: Europe per trovare: Italy, Democrats of the Left, DS; Italy, Italian Democratic Socialists, SDI) ... in competizione con l'Internazionale Rivoluzionaria (da Il Pane e le Rose, 8 maggio 2004 [Dichiarazione dell’AMR Progetto Comunista –sinistra del PRC al Congresso del Partito della Sinistra Europea]) Sul web che cosa si trova in proposito (il solito Google: D'Alema viene in rapido soccorso...) ? Inizio dal Riformista - suo alveo ... naturale (ma è davvero così? e in che misura?): D'Alema teme una replica dell'«armata Brancaleone» Affiancato da una raggiante Lilli Gruber, D'Alema si schermisce («Sono qui in veste di militante di base») e attacca a parlare citando uno delle scene più sapide del capolavoro di Mario Monicelli: «Davanti alla varietà di posizioni con cui la lista unitaria è presente ogni giorno sui mezzi di comunicazione mi viene in mente lo scambio di battute dell'Armata Brancaleone, quando Enrico Maria Salerno incrocia l'altro gruppo di errabondi e chiede: “Ove ite?”. E loro: “Imo così, sanza meta”. E lui: “Puro noi sanza meta, ma in altra direzione”. Ecco, così rischiamo di sembrare noi, tutti sanza meta, ma ognuno con altra direzione».




    permalink | inviato da il 8/5/2004 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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