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22 aprile 2004

Negroponte: un ponte tra Nicaragua, Iran, Afganistan e Iraq

Inizia Lila sui commenti a BlogTrotter, Sillogismi d'Iraq Lila Certo che con l'arrivo di negroponte, restare in Iraq , è un crimine. (inviato il 21.04.2004 15:39:18) Iran contras-kissinger-israele- tagliagola sandinisti-reciclaggio denaro...avevano un coordinatore...Negroponte del CFR. Ora è evidente che l'arrivo di Negroponte come "ambasciatore di un governo che non c'è" è molto inquietante, perchè rischia di tramutare la già complicata situazione introducendo la mafia israeliana nel business irak. A peggiorare le cose in questi anni sono stati creati gli squadroni della morte in Georgia (finanziamenti USA ) che già stanno minacciando gli azeri. Fra l'altro, non lascia tranquilli sapere che un malato di mente come sharon, dispone dell'atomica ( oltre che la miglior riserva di armi chimiche e batteriologiche ). Tutto questo rischia di innescare un'escalation, fuori dalla portata di qualsiasi diplomazia o di controllo politico e civile. (inviato il 22.04.2004 07:41:12) ... del caso iran contras si sa tutto e non fa parte dei misteri della storia. Non è un caso che l'Honduras ha fatto le valigie con l'arrivo di Negroponte ( è stato "ambasciatore" in Honduras (La visione di Bush e la cultura del potere, di Saul Landau). (inviato il 22.04.2004 09:52:42) Mi documento... l'Unità, 20 Apr 2004, Sarà John Negroponte il futuro ambasciatore da Baghdad, di Bruno Marolo l'Unità, 21 Apr 2004, Ambasciatore porta pena, di Maurizio Chierici Dossier Iran-Contras, Solidarietà , anno IV n. 5, dicembre 1996 L'EIR ha presentato due rapporti speciali nel corso di affollate conferenze stampa a Washington il 19 settembre ed il 26 ottobre 1996. Il primo prende le mosse dalle rivelazioni fatte dal quotidiano californiano San Jose Mercury News per ricostruire gli "anni della droga", ma riconducendo le responsabilità non tanto alla CIA quanto alle strutture parallele di governo. Il secondo è un dossier sui grandi traffici internazionali di armi, gestiti da quelle strutture, e sulle vittime più eccellenti, a cominciare dal Premier svedese Olof Palme. Di seguito proponiamo qualche pagina dei due dossier, partendo dalla introduzione scritta da Lyndon LaRouche. Invitiamo chiunque intenda fare uso pubblico di queste informazioni a citare l'EIR come fonte. I due rapporti sono intitolati: "Would a President Bob Dole prosecute drug super-kingpin George Bush", settembre 1996, e "George Bush and the 12333 serial murder ring", ottobre 1996. Mondo Latino, Nicaragua, Storia .... ovvero, com'è andata a finire... 1997, Il neomozismo al potere Associazione Italia-Nicaragua ...per i sandinisti si riapre una fase di potenziale accumulazione di forze e un'opportunità per correggere le degenerazioni nell'intreccio fra potere, politica e affari in cui si erano persi negli ultimi anni...




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21 aprile 2004

Dubbio metodico e dubbio paranoico-ossessivo

Approfitto del nuovo topic sul blog di Leonardo Coen Dubitare di tutto o credere a tutto ... Due righe prese in prestito dal grande matematico Henri Poincaré che le scrisse nel suo libro "La science et l'hypothèse" del 1902: "Dubitare di tutto o credere a tutto, sono le due soluzioni egualmente comode che, l'una e l'altra, ci dispensano dal riflettere"... ne approfitto per scrivere quanto segue, qui e Scusate se vado off topic (anche se c'entra col diffidare) ma approfitto del fatto che questo topic non credo sarà molto frequentato sono reduce da 8eMezzo, con Bersani e Zingales (Si puo' salvare il capitalismo dai capitalismi?) e percepisco un salto... al di là dei giudizi che si possono dare sul programma di Ferrara, tra lì e qui Voglio dire: non è che portando avanti il dubbio ossessivo su tutto (che NON è il dubbio metodico essenziale per la ricerca filosofica e scientifica), cioè la 'vanificazione' di tutto (politica, economia, storia) stiamo rendendo a noi stessi e alle generazioni più giovani un pessimo servizio? Non perdiamo tempo col 18 politico (che è roba di 30 anni fa), ma chi scrive qua come Lila o altri, quanti anni ha? Come sta' formando le proprie idee e convinzioni? Con quali strumenti? I blog? Internet? Ma 'noi', quelli sopra i 45-50, abbiamo ancora in testa la tradizione del libro, sappiamo distinguere tra una fonte e un'altra, distinguiamo un riassunto, da un sommario, da un volantino... Chi usa internet, come qualcuno tempo fa ha scritto, 'per fare ricerca' cosa fa? mette le paroline in Google? va sui siti che lo mantengono dentro un ristretto circuito di idee e di informazione ? (tra l'altro questo è sicuramente un potenziale pregio di questo blog, sul sito di Repubblica piuttosto che di un partito o di un centro sociale o di una parrocchia) Il salto è che in TELEVISIONE, la tanto diffamata televisione, Ferrara riesce, non so con quale audience, a far parlare LA SINISTRA (Bersani) di economia, di liberismo, di corporativismo, di Alitalia e Fiat... mentre 'qui', o su RAI/MEDIASET, la 'sinistra' è quella di 30 o 40 anni fa, e la destra comprende solo il fascismo (nulla sulla destra storica o economica) Ho più volte richiamato l'attenzione sul filone che si dipana da Craxi in poi (e qui entro in topic): pedofilia, tratta degli schiavi e degli organi ecc sono parte dei traffici e degli affari di un 'certo tipo di capitalismo' o del capitalismo tout court? QUI sembra scontato che sia vera solo la seconda opzione (con antisionismo al seguito), che pure io non sento estranea alla mia sensibilità, ma non mi esime dall'analizzare la prima. Come si fa a parlare di 'sinistra' (in senso stretto) senza sapere nulla di Craxi, di Lotta Continua, di chi gravitava e gravita intorno alle lotte e dentro le lotte, e gli aiuti umanitari... pacifismo compreso ? Come districarsi nel ginepraio per ESCLUDERE delle possibilità (questo è il dubbio metodico) anzichè alimentare il dubbio ossessivo e paranoico? Qui io mi rivolgo a Leonardo Coen: questo blog, per lui, è un puro 'prodotto' utile a repubblica.it, o è qualcosa in cui lui sta investendo mettendoci le sue idee, e anche la sua professionalità? Un servizio, formativo, auto-formativo, e talvolta informativo, oltre che una risorsa utile all'azienda da cui è stipendiato? Non è una domanda provocatoria, è reale! Leonardo Coen A Lapsus. Io penso e spero che questo blog, come gli altri, sia un prodotto utile a Repubblica.it, utile nel senso più nobile e civile della parola, cioè sia un prodotto onesto e professionalmente accettabile. Per questo tipo di lavoro non percepisco un solo Euro, in cambio mi porta via parecchio tempo: ogni giorno, infatti, cerco notizie e spunti di discussione non sempre convenzionali. Come la sconcertante dichiarazione del sindaco di Londra, icona della sinistra inglese, o tutto ciò che trovo durante i miei servizi e i miei viaggi. Se soltanto sapessi utilizzare meglio questo strumento del blog - dal punto di vista tecnico sono purtroppo una frana - esso potrebbe diventare molto più divertente e multimediale. Immagini, suoni, testimonianze...la scrittura è soltanto un veicolo le cui portiere non devono avere serrature, un veicolo in cui ci si possa sedere magari strettissimi (ricordate i record di capienza dei Maggiolini negli anni Sessanta?). Sono tuttavia convinto che dopo quasi otto mesi di vita, questo blog abbia dimostrato qualità formative e soprattutto informative: ho cercato infatti di scovare notizie particolari, capaci di scatenare discussioni e polemiche. Mi dispiace solo che qualcuno utilizzi il blog per inondarlo di post modesti, zeppi di insulti e di pattumiera. Ma non ho intenzione di porre, per questo, una sorta di muro. Di "filtro". Ce ne sono già troppi, in giro per il mondo e anche a casa nostra, ormai, viviamo una vita di muri e muretti. Però, certe volte, il blog mi arricchisce - anzi, ci arricchisce di interventi belli, di riflessioni non banali, di un'animosità che vorrei definire "civile", persino creativa. Bisogna avere pazienza e resistenza. Forse io non ho molta pazienza, ma resistenza, questa sì, perchè sono uno che non molla mai l'osso, se l'osso sono riuscito ad addentarlo. Da ragazzo praticavo l'atletica leggera ed ero un mezzofondista, dunque abituato a faticare, a correre tanto, a vendere l'anima solo dopo il traguardo. Questione di carattere. Sono inoltre convinto che il blog debba ancora assumere una sua precisa fisionomia, a prescindere dalle garanzie di una professionalità o da quelle della serietà di un sito (Repubblica.it) estremanente articolato e molto ben fatto. Io sono stipendiato da Repubblica, non dal sito, anche se l'uno e l'altro fanno capo allo stesso gruppo editoriale. Blogtrotter, da un certo punto di vista è uno strumento formativo ed informativo: ha bisogno dell'aiuto e del concorso di tutti coloro che lo leggono e vi postano pensando di sviluppare un sano confronto di idee e di opinioni. Altrimenti, a che serve? L'impegno è pesante. Non sempre è facile trovare argomenti eterogenei ed originali. Ho cercato di mantenere una scadenza giornaliera, come esige un quotidiano. Quando "salto" l'appuntamento col web è per motivi di viaggio o perchè la connessione Internet non mi è possibile. Per esempio oggi non devo scrivere del processo Dutroux, qui ad Arlon. Aspetto che mi arrivi del materiale dal dossier giudiziario dell'istruttoria. Nel frattempo scriverò sul caso Pantani, visto che il settimanale svizzero Hebdo ha intervistato l'ex fidanzata. Tutto qui. (inviato a BlogTrotter il 22.04.2004 17:23:56) Lapsus Per Leonardo Coen: tutto qui? mi sembra già tantissimo. La mia era una domanda finalizzata a ricevere da parte sua un'esortazione a tutti noi a fare questo blog ... più bello e più splendente che pria ... !!!!!! Grazie per la risposta. (inviato il 22.04.2004 18:11:04)


Si può salvare il capitalismo dai capitalisti? Conferenza del Prof. Zingales (University of Chicago), martedì 20 aprile 2004 presso la Sala delle Feste di Palazzo Sanvitale Prof. Roberto Zingales “L’Italia è un esempio da manuale della degenerazione del capitalismo in un sistema di èlite, fatto dalle èlite, e per le èlite. Ed è un esempio da manuale dell’importante ruolo svolto dal sistema finanziario in questa degenerazione. I capitalisti affermati hanno, in fondo, paura della competitizione, che costringe le imprese esistenti a riguadagnarsi la propria posizione ogni giorno. Lo sviluppo dei mercati finanziari spaventa particolarmente perché favorisce ed alimenta la concorrenza, equiparando i punti di partenza”. A sostenere queste tesi non è un esponente della sinistra più radicale, ma piuttosto Luigi Zingales, un italiano che insegna Finanza negli Stati Uniti. Luigi Zingales (1963) è professore di Finanza presso la Graduate School of Business dell’Università di Chicago. E’ autore di numerose pubblicazioni sulle migliori riviste internazionali di economia e finanza come il Journal of Finance, il Quarterly Journal of Economics, e l'American Economic Review. Per i suoi contributi allo studio dello sviluppo e degli effetti dei mercati finanziari, nel 2003 gli è stato assegnato il premio Benacer come miglior giovane economista europeo. Il professor Zingales esporrà le sue opinioni nella conferenza: "Si può salvare il capitalismo dai capitalisti?" martedì 20 aprile alle ore 18.00, presso la Sala delle Feste di Palazzo Sanvitale, Piazzale J. Sanvitale 1, Parma. La conferenza, che verrà aperta dal saluto del Rettore prof. Gino Ferretti, sarà un'occasione per riflettere, con un autorevole esperto di fama internazionale, sulle relazioni tra banca e impresa e sui problemi di governo dell'impresa. Le idee alla base della conferenza sono esposte nel libro "Salvare il capitalismo dai capitalisti", scritto da Zingales con Raghuram Rajan, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale. Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel marzo 2004. L’evento è organizzato dal prof. Francesco Daveri, professore di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Parma.




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21 aprile 2004

Grande Israele o Piccole Tribù ?

Devo dire che il mito della destra israeliana, Likud e partiti religiosi, del Grande Israele mi ha sempre perversamente affascinato. Se non è possibile un unico stato israelo palestinese, mi dicevo, ed i due stati di fatto rappresentano una rinuncia eccessiva sia per l'una che per l'altra parte, perchè allora un leader israeliano non si decide, si annette tutto, e costruisce, appunto, il Grande Israele? Grande Israele? dall'Eufrate al Nilo? magari!! parto subito !!!! Ma no, non quadra: un Grande Israele non potrebbe che essere multietnico e multireligioso, ed è questo che accomuna Peres e Sharon: il terrore di uno stato non puro, perchè secondo loro non tutelerebbe abbastanza l'ebraicità ed il ruolo di baluardo e arca di noè per gli ebrei della diaspora, contro l'antisemitismo dunque un'Israele barriccato, murato, una Cuba mediorientale a rovescio, piccolo e... inutile anche perchè, quand'anche ci riuscissero, le mura poi si estenderebbero all'interno per separare le diverse componenti etnico-religiose entro i confini del Mini-Israele


Prendendo come spunto quel che scriveva Lila Israele vuole sopratutto la Grande Israele, e conta molto sul fatto che i palestinesi sono ormai esasperati , per istigare la voglia di vendetta, con le ben note conseguenze di occupare sempre piu territorio e di demolire sempre piu case. Il problema è, dove pensano di mettere i palestinesi, considerando che esistono almeno 5 milioni di profughi, senza diritto di carta d'identià, cose che non permette nemmeno di uscire dal cancello del campo profughi ? (inviato il 19.04.2004 01:05:47 a BlogTrotter, Commenti seguiva a Palestinesi: [non] esite più una classe politica. I "leader" di oggi, sono ragazzini di 17-18 anni, che hanno una visione politica naif, e che vorrebbero più comperare un CD, che pensare ad una resistenza. sharon spera in una reazione a Gaza per la morte di Rantisi, e se non la ottiene, proverà a fare fuori l'ormai inutile Arafat, tanto per tentare una reazione rabbiosa dalla striscia di Gaza , per avere un prestesto per invadere Gaza, che, per ragioni di sicurezza di israele, non potrà onorare il ritiro dell'occupazione. La politica dei ragazzi è di scendere in strada e gridare, vendetta vendetta, sapendo che non hanno alcun mezzo reale per vendicarsi. Allora per rabbia e frustrazione qualcuno tira sassi alle cammionette militari che transitano sulla pass road, ne consegue l'arrivo della camionetta nel villaggio o campo profughi, con immancabile lancio di lacrimogeni e spari. ovviamente il tiro sassi è considerato terrorismo, e percio' spesso segue una retata, ed i ragazzi spariscono per mesi e mesi nelle carceri israeliane, senza sapere dove sono, senza accusa e senza possibilità di avvocato. A volte succede che al tiro di sassi, la reazione dei soldati israeliani.. è la non apertura del cancello. Insomma , non vedo molte possibilità. Anche oggi, per una manifestazione contro il muro, hanno ucciso un palestinese. (inviato il 19.04.2004 00:14:53) Israele. Un disastro, alberghi chiusi, ristoranti chiusi, economia che non c'è. Tutta l'economia israeliana è basata soprattutto sulla guerra ai palestinesi. I ragazzi israeliani sono i piu alti consumatori di antidepressivi e di droghe leggere. I 18 enni girano con il mitra a tracolla come se fosse la cosa più normale del mondo, sia il lui e la lei, appoggiano il mitra sulla panchina per pomicettare un po'. La cosa che piu unisce gli Israeliani, è la lotta alla palestina...se finisse sarebbe un guaio, perchè fra di loro non ci sono unità di idee perchè ogni etnia è chiusa nel suo quartiere. L'economia di Gerusalemme gravita sull'occupazione e sui vari organismi ONG e ONU, e di tutti gli "inutili" piani per la " riappacificazione", o gli uffici per le varie amenità che ruotano intorno ad un'occupazione , piani di sviluppo vari, centri culturali, progetti per l'isola che non c'è ecc ecc. Spesso mi chiedo se esplodesse la Pace, ci sarebbero un mare di disoccupati in più , nei vari uffici. Il muro ha di fatto bloccato gli unici spiragli di convivenza possibile fra palestinesi ed Israeliani. Betlemme per esempio, era frequentata anche da Israeliani, perchè i ristornati costavano meno, e molti davano lavoro ad artigiani palestinesi. Da quando c'è il muro, queste minime relazioni sono cessate totalmente. (inviato il 19.04.2004 00:31:36)




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21 aprile 2004

Nucleare? No grazie. Oggi libero Vanunu, ma non di rivelare segreti

Israele : Mordechai Vanunu libero ma condizionato di red Pacifisti e sostenitori della lotta al nucleare, fra cui attori, politici e premi Nobel per la pace, stanno volando in queste ore verso Israele per accoglierlo all'uscita dal carcere, anche se non sono sicuri di poterglisi avvicinare, causa le restrizioni cui sara' sottoposto. Mordechai Vanunu, l'ex tecnico nucleare israeliano, spia e traditore per alcuni, vittima delle persecuzioni di uno stato illiberale per altri, da oggi sara' infatti ufficialmente un uomo libero. Incarcerato per diciott'anni con l'accusa di aver rivelato segreti nucleari dello Stato d'Israele, Vanunu anche dopo la scarcerazione non potra' varcare la frontiera, ne' comunicare in alcun modo con stranieri. Le autorità israeliane accusano infatti Vanunu di essere ancora una minaccia per la sicurezza nazionale. Egli forni' nel 1986 al giornale britannico Sunday Times una descrizione e alcune foto della centrale nucleare di Dimona, nel Neghev, dove aveva lavorato nove anni come tecnico. Grazie a quelle foto furono svelati i retroscena sugli armamenti nucleari di Israele. Prelevato a Roma da agenti del Mossad, Vanunu fu processato in Israele. Ha trascorso 12 anni (i due terzi della condanna) in isolamento, triste record per il quale e' stato inserito nel Guinness dei primati nel 1998. Vanunu respinge l'epiteto di traditore, considerandosi un obiettore di coscienza e un pacifista. by www.osservatoriosullalegalita.org "Malgrado tutto quello che è stato pubblicato niente è cambiato", ha commentato. E riferendosi al reattore iracheno bombardato dagli israeliani nel 1981 ha aggiunto che "come è stato distrutto il reattore nucleare iracheno, voglio sia distrutto quello israeliano". [ma vedi qui sotto l'articolo del Jerusalem Post, dove si sostiene che Vanunu si oppose pubblicamente al bombardamento del reattore irakeno da parte degli Israeliani] Vanunu (che si è convertito al cristianesimo) ha affermato che non vi è bisogno di uno stato ebraico, e che si potrebbe costituire al suo posto uno stato palestinese dove potrebbero vivere anche gli ebrei. (La Repubblica, 20 Aprile 2004) ASHKELON, Israel (Reuters, Wed Apr 21, 2004) Israel's Vanunu Says Has No More Secrets - Israeli nuclear whistleblower Mordechai Vanunu said he was proud of what he had done and had no more secrets to reveal on Wednesday at the end of an 18-year jail term for treason. Vanunu said he had suffered "cruel and barbaric treatment" at the hands of Israel's security services. He said Israel did not need nuclear weapons and he called for international inspection of its Dimona reactor. "I am proud and happy to do what I did. I am very glad that I succeeded to do what I did. I don't have any secrets...since the article was published there are no more secrets," he said in a statement at the gates of Ashkelon prison. "Israel doesn't need nuclear arms, especially now that all the Middle East is free from nuclear arms... My message today to all the world is open the Dimona reactor for inspections," he said. © Reuters 2004. All Rights Reserved. Jerusalem Post Apr. 20, 2004 23:53 | Updated Apr. 21, 2004 1:20 Vanunu's release Among the many things said about Mordechai Vanunu, the Israeli due to be released from prison today after serving his 18-year sentence for revealing the country's nuclear secrets, is that he is a champion of the anti-nuclear cause. Not so. In 1981, Vanunu, with Arab activists, protested against Israel's destruction of Iraq's Osirak reactor. Vanunu, then, wasn't against the bomb outright. He apparently approved of it in Arab hands. Indeed, for years prior to Vanunu's arrest and trial, he was a pro-Arab extremist to the point that Hebrew University students and staff, who knew he was employed at the Dimona reactor, wondered how such a person could be allowed near the nation's most secure facility. This was the first, most easily preventable, and most egregious error of the entire affair. Today, Vanunu has become the stuff of legend, at least to some people. He has been nominated for a Nobel Peace Prize. There is a US "Campaign to Free Mordechai Vanunu." He was the subject – indeed, the hero – of a BBC Panorama documentary that aired last summer. Upon his release he will be greeted by a coterie of high-profile admirers, including Irish Nobelist Mairead Maguire, British MPs Jeremy Corbyn and Colin Breed, and Bruce Kent of Britain's Campaign for Nuclear Disarmament. Letters of support from actress Emma Thompson and playwright Harold Pinter will be read aloud. Ostensibly, Vanunu owes his fame to what he stands for: nuclear disarmament, freedom of information, human rights. In fact, it is owed mainly to what he stands against. "I am against Israel," he is reported to have told the Shin Bet. "I am against your state." It would be interesting to know how many of Vanunu's supporters share this sentiment. In Israel, Vanunu gets little sympathy, even from the Left. Shimon Peres, who was prime minister when Vanunu was seized and tried in 1986, is blunt: "Vanunu violated norms and betrayed his country," he told Army Radio. "This is justice." In an editorial, Haaretz accuses him of "seriously harming state security." Yossi Sarid, the former leader of Meretz, describes him as a pathetic, mentally disturbed man. His advice is to ignore Vanunu to allow the current media feeding frenzy to die with a whimper. We wish we could be as sanguine that Vanunu will disappear from public view. More likely, he will become a handy tool for anti-Israel campaigners, particularly if he is allowed to leave Israel in a year. The cumulative damage he will continue to do to Israel as a propagandist will considerably exceed the damage he caused as a spy. That said, we do not mean to suggest that Vanunu should be forbidden to leave a country he no longer recognizes as his own. On the contrary, this was a right he ought to have exercised long before he chose to betray Israel's secrets and must be allowed to soon exercise again. Vanunu may remain a threat, but that consideration ought to have been taken account during his sentencing in 1986. Now his sentence has been served and his rights must be respected. In this regard, the decision by the government not to place Vanunu in administrative detention is correct. Indeed, it is this very fact that most powerfully gives the lie to the arguments of Vanunu's defenders. An Israel that gratuitously violated the rights of its citizens would not have sentenced him to a fixed term and then released him, proud and by all appearances healthy, when his time came. Much less would it have countenanced the celebration that will be held today in his honor. In the very act of letting him go free, Israel proves wrong Vanunu's contentions about the State of Israel. We do not expect Vanunu or his defenders to take this into account. These are people who are beyond persuasion, animated by rage and undisturbed by fact. But as they make the moral case against Israel, Israel will make the moral case for itself. We trust that fair-minded observers will draw the obvious conclusion. In the case of Vanunu, justice has been served and will sooner or later be recognized.




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21 aprile 2004

Un fatto nuovo un fatto nuovo un fatto nuovo

Piazza di Spagna splendida giornata/ traffico lento la città ingorgata/ e quanta gente quanta che ce n'era/cartelli in alto tutti si gridava/ "No alla scuola dei padroni/via il governo dimissioni" eeh E mi guardavi tu con occhi stanchi/mentr'eravamo ancora lì davanti/ ma se i sorrisi tuoi sembrava spenti/ c'erano cose certo più importanti/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" eeh Undici e un quarto avanti a Architettura/ non c'era ancor ragion di aver paura/ ed eravamo veramente in tanti/ e i poliziotti in faccia agli studenti/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" eeh Hanno impugnato i manganelli/ ed han picchiato come fanno sempre loro/ e all'improvviso è poi successo/ un fatto nuovo un fatto nuovo un fatto nuovo/ non siam scappati più/ non siam scappati più Il primo marzo sì me lo rammento/ saremo stati mille e cinquecento/ e caricava giù la polizia/ ma gli studenti la caccia van via/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" eeh E mi guardavi tu con occhi stanchi/ ma c'eran cose certo più importanti/ -Ma qui che fai ma vattene un po'/ via non vedi arriva giù la polizia-/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" eeh Le camionette i celerini/ ci hanno dispersi presi in molti e poi picchiati/ ma sia ben chiaro che si sapeva/ che non è vero che non è finita là/ non siam scappati più/ non siam scappati più Il primo marzo sì me lo rammento/ saremo stati mille e cinquecento/ e caricava giù la polizia/ ma gli studenti la cacciavan via/ "No alla scuola dei padroni/ via il governo dimissioni" eeh "No alla classe dei padroni/ non mettiamo condizioni" NO! Paolo Pietrangeli: Valle Giulia Mi è venuta in mente questa canzone leggendo l'ultimo capoverso di quello che scrive esperimento L'anniversario di ieri: Ieri in Israele è stato celebrato "Yom ha Shoà" il giorno della Shoà. Ma perché è stato scelto proprio questo giorno? Nel 1951 la Kneset il Parlamento israeliano si pose il problema quale dovesse essere l'evento su cui basare la ricorrenza. Cos'era più importante, la Kristallnacht - la Notte dei Cristalli del 1938 - o l'inizio della seconda guerra mondiale, nel 1939? Oppure la conferenza di Wansee in cui i gerachi nazisti decisero a tavolino di sterminare totalmente la popolazione ebraica mondiale, o l'inizio del funzionamento delle camere a gas? O ancora l'istituzione dei ghetti o la loro distruzione? O, come avrebbe fatto l'Europa dopo tanti anni, l'apertura dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche? Nessuna di queste date era importante, i parlamentari decisero alla fine, come l'inizio della rivolta del ghetto di Varsavia. Quel giorno, 62 anni fa i giovani ebrei rinchiusi, stremati dalla fame e dalle angherie dei nazisti, quei pochissimi che non erano ancora stati deportati cercarono di affrontare alla meno peggio il ponderoso esercito nazista. Quasi nessuno di loro sopravvisse, molti caddero subito, altri furono uccisi o deportati. Quel giorno segnò la prima rivolta ebraica, dopo 2000 anni di persecuzioni, dai tempi dell'occupazione romana di Israele. Quel giorno doveva essere il simbolo da ricordare nel neonato Stato di Israele, poiché gli ebrei avevano deciso di difendersi. Ieri sannita scriveva: Yom Ha-Shoah In Israele oggi è suonata una sirena. Una sirena il cui suono entra nella carne e nel cervello, una sirena che fa fermare un Paese intero e che porta con sé il ricordo di luoghi terribili, il cui nome resterà nella Storia, marchiato a fuoco nell’infamia. Auschwitz Maidenek Treblinka Buchenwald Mauthausen Beize Sobibor Chelmno Ponary Theresienstadt Warsaw Vilne Skarzysko Bergen-Belsen Janow Dora Neuengamme Pustkow Delle ... E oiraid Il giorno dell'Olocausto: 19 aprile In Israele e' oggi il Giorno dell'Olocausto, dedicato ai sei milioni di ebrei uccisi nei campi di sterminio nazisti. Il clima nel paese e' percio' di lutto. Alle dieci si e' sentito per due minuti l'ululato delle sirene e tutte le attivita' si sono fermate. La ricorrenza e' cominciata ieri sera con una solenne cerimonia al Museo dell'Olocausto in presenza delle massime cariche dello stato. Il presidente Katzav ha ammonito che in Europa si sta risvegliando l'antisemitismo. Lo dice a ragion veduta. Inutile negare che lo stato di guerra permanente in Medio Oriente e la disastrosa campagna militare irakena aggreghino le irrazionali motivazioni dei beceri e ingiustificabili atteggiament anti sionisti e anti semiti. Oggi, senza polemiche, in lutto è tutto l'Occidente democratico e anche quella parte del mondo non ascrivibile a questa meta categoria della politica che rifiuta l'odio razziale, il sistema della discriminazione legale, la banalità del male. Considero Israele uno Stato come gli altri, ma anche l'unica democrazia in quell'aria martoriata dallo sfruttamento delle risorse tra i più ingiusti del pianeta, sia per la redistribuzione interna delle risorse, che per effetto dei rapporti internazionali. Penso anche che verso quel popolo il nostro debito sia inestinguibile, a perenne memoria delle nostre tare e ignominie. Senza alcuna auto-censura auguro oggi agli israeliani e agli ebrei di tutto il mondo la stessa forza che ebbero nel sopravvivere con dignità alle sciagure della Storia, per uscire dalla spirale di terrore in cui sono immersi, senza commettere errori e orrori.




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20 aprile 2004

Couscous and Baba Connection

Il procuratore nazionale antimafia conferma che si sono indagini in corso relative a contatti tra criminalità e gruppi musulmani La Repubblica, Vigna: "Emergono legami tra camorra e terroristi islamici" Le prove? "Ci sono quando ci sono le sentenze" NAPOLI - Ci sarebbe un legame tra terroristi islamici e camorra. Per Pier Luigi Vigna, Procuratore nazionale antimafia, un filo sottile legherebbe i gruppi estremisti alla malavita organizzata. Sarebbero le indagini in corso a far ipotizzare questo connubio. Vigna di più non vuole dire, ma lascia intendere che la magistratura sta indagando. "Ci sono delle indagini relative a contatti tra camorristi e terroristi islamici, ma di più non posso dire", ha dichiarato a margine dell'assemblea pubblica che si è svolta a Napoli dedicata a camorra e rifiuti. Il procuratore nazionale antimafia, sollecitato dalle domande dei giornalisti, ha spiegato che "emergono da una proposta della Commissione europea al Consiglio, legami, reati e il fatto che esistano addirittura gruppi che definiamo di criminalità mafiosa che hanno legami con terroristi islamici". Il procuratore ha confermato che sono attualmente in corso indagini, iniziate nel 1992, relative a contatti fra camorristi e terroristi, in particolare su ''sedi logistiche''. Ma ci sono prove di questi legami? "Le prove ci sono - ha replicato Vigna - quando ci sono anche le sentenze". Già ieri il procuratore nazionale antimafia era intervenuto sul problema del terrorismo internazionale di matrice islamica. Vigna aveva suggerito la possibilità che i pentiti, nella lotta al terrorismo internazionale, possano svolgere un ruolo almeno equivalente a quello ricoperto dai pentiti di mafia. (20 aprile 2004) TagineCucina araba Girodivite, Ilaria Alpi: un modello da seguire o un destino da evitare? A distanza di dieci anni dalla sua morte, non si conoscono ancora le vere dinamiche del delitto: cos'è effettivamente successo quel 20 marzo a Mogadiscio? di Laura Giannini, pubblicato il 7 aprile 2004 - 77 letture Il più crudele dei giorni quello di Ilaria Alpi, la giornalista del tg3 morta in un agguato a Mogadiscio, capitale della Somalia. Oggi, a distanza di dieci anni dalla morte, 20 marzo 1994, non si conoscono ancora le vere dinamiche del delitto: cosa effettivamente è successo quel 20 marzo a Mogadiscio? Un tentativo di furto, una semplice, ma crudele guerriglia, una rappresaglia? Ilaria aveva forse scoperto qualcosa di scottante? In quel paese orrendo, dove non c'è più niente, dove tutto è stato distrutto da secoli di guerriglia civile. Dove si possono soltanto guardare rovine, rovine, rovine o qualche bel palazzo di tipo presidenziale che pochi hanno avuto il privilegio di costruirsi. Ilaria era affascinata da quel panorama di case distrutte, sventrate e crepate, o forse era più attratta dal desiderio, dalla volontà di cercare la verità. Ci sono state varie ipotesi su quel triste e famoso agguato: una in particolare sembra quella più attendibile, secondo cui tutto sarebbe iniziato con la guerra civile. Nei primi anni '90, infatti, la Somalia venne invasa da una feroce guerriglia tra bande. L'ONU decise allora di intevenire organizzando una missione di pace a cui si aggiunse successivamente anche l'Italia. Tra militari e popolazione nacque subito un sentimento di odio: ancora una volta quel paese, desolatamente solitario, aveva dei dominatori. E lo stesso sentimento di ostilità si rispecchiò nel rapporto tra truppe italiane e truppe statunitensi. Il 2 luglio 1993, tre soldati italiani vennero uccisi e molti altri feriti in un'imboscata: forse, fu proprio quell'episodio a dare il via alle violenze da parte dell'esercito italiano sulla popolazione indigena. Tali soprusi furono poi rivelati, nel 1997, dal Maresciallo Aloi che aggiunse la propria denuncia a molte altre: fu il primo a denunciare il traffico di armi e l'utilizzo improprio, a tale scopo, delle imbarcazioni della Cooperazione italiana, nata, in origine, per garantire aiuti umanitari alla Somalia. Tornando alla questione Alpi. Dal 16 marzo 1994, Ilaria e il suo reporter (perchè è giusto ricordare anche lui!), Miran Hrovatin, indagarono a Bosso, piccola cittadina nel nord della Somalia, ridotta in macerie dalla guerra civile, ma dotata di porto e aeroporto. Intervistarono il Sultano Abdullahy Moussa Bogor a proposito del sequestro di un peschereccio e di alcuni traffici tra Italia e Somalia, il direttore del porto, il capo dei servizi sanitari, l'ambasciatore e il rappresentante di Unosom e un esponente dell'Ong Africa 70. Intanto, Ilaria e Miran preannunciarono al tg3 novità inquietanti: dissero di avere delle "cose grosse, un ottimo servizio". Non fecero in tempo i due giornalisti: appena rientrati a Mogadiscio vennero uccisi in un agguato. Due colpi sparati a distanza ravvicinata furono fatali: la gente intorno attonita, la guardia del corpo e l'autista incolumi... I primi soccorsi vennero portati da Giancarlo Marocchino, personaggio ambiguo, implicato in affari poco chiari: la sua presenza vicina al luogo del delitto non è ancora stata spiegata. Ai genitori furono restituiti gli effetti personali di Ilaria, anche se all'appello mancavano tre dei cinque block- notes, due fogli con dei numeri telefonici e la macchina fotografica. Tra i diversi cittadini venuti in Italia per denunciare le violenze subite, il testimone Hashy Oran Hassan, grazie alle accuse di un altro somalo, Ali Rage e dell'autista Ali Abdì, diventa l'unico colpevole accertato. Le recenti indagini della Procura di Torre Annunziata sostengono che il complesso traffico di armi, di rifiuti pericolosi e di scorie radioattive era gestito da faccendieri italiani e stranieri grazie ad appoggi politici, soprattutto dell'area socialista. Questo risulta ancora più attendibile se si prendono in esame le dichiarazioni rilasciate sia dalla figlia dell'ex sindaco di Mogadiscio, Faduma Mohamed Mamud, sia dal Maresciallo Aloi, secondo cui Ilaria stava indagando sul traffico di armi e di rifiuti tossici. Ecco..., questa è la storia in breve del perchè si pensa che Ilaria Alpi sia stata uccisa: aveva scoperto troppe cose, scottanti e incriminatorie, "scomode", come "scomoda" risultava lei a chi l'ha voluta morta. A tale proposito, pare che l'ex dirigente del Sismi, Luca Rajola Pescarini, avesse detto: "E'stata sistemata la giornalista comunista". Quando scrivo un articolo, qualunque argomento io tratti, mi chiedo se la mia ambizione, se il mio sogno di diventare una giornalista, forse, pubblicista che sia, possa davvero realizzarsi e se davvero possiedo le capacità giuste per fare un simile mestiere. E nello stesso tempo, mi domando che tipo di giornalista potrei diventare in un prossimo domani e fino a che punto rinuncerei a qualcosa. Se farei come Ilaria, che è stata uccisa proprio perchè non si è fermata di fronte a niente, perchè non è scesa a compromessi, ma soprattutto perchè ci credeva davvero, nella verità. E allora "l'importanza di sapere", vale una vita umana? La risposta più adatta sarebbe sì..., vale una vita umana, se attraverso quel sapere permettiamo ad altre vite di vivere sempre. L'ha fatto Ilaria, l'ha fatto Miran, ma l'hanno fatto e lo fanno quotidianamente tutti coloro che lottano in nome di un ideale di giustizia e di lealtà, con la speranza che ci possa essere per tutti una possibilità diversa, anche per la Somalia, fino ad ora terra di colonizzatori e quindi di tutti e di nessuno. Da "Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici" di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari. Ilaria Alpi: magistrati a confronto in commissione, di Gabriella Meroni (g.meroni@vita.it) 19/04/2004 I parlamentari vogliono verificare alcune discrepanze emerse dalle deposizioni dei magistrati che indagarono sull'omicidio "NoBrain, Ilaria Alpi un omicidio al crocevia dei traffici" di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari - Baldini & Castoldi - euro 13,00 La Somalia e' una specie di lugubre matrioska, dentro un mistero se ne cela un altro e un altro ancora... in un estenuante gioco di rinvii e di relazioni; di traffici di rifiuti (tossici - nocivi - radioattivi) e di morte! In Somalia il 20 Marzo 1994 la giornalista RAI, Ilaria Alpi ed il suo cameraman Miran Hrovatin vengono uccisi in un agguato. elisabetta caravati 20 marzo 2004 Nel Luglio 2002 il Procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna affermo': "... il fenomeno ha dimensioni extranazionali; i nostri rifiuti vengono esportati anche all'estero, soprattutto in Africa. E' difficile combattere traffici globali sul fronte interno". Anni prima un noto capo della camorra, ad un "compare" nel corso di una telefonata intercettata, aveva affermato: "... metti mondezza ed esce oro". Ancora anni prima, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, si avventurarono fino a Bosaso, di questi traffici quasi non si parlava. Ilaria e Miran dunque in anticipo sui tempi, si imbatterono in una storia di armi, di rifiuti tossici, di scorie radioattive e di "aiuti umanitari" per questo vennero messi a tacere. Dopo tanti anni, ancora tanti perche' senza risposte... un "colpevole" ed un "traffico" di testimoni scomparsi; contraddizioni, reticenze, misteri. Troppi paesi (Somalia, Yemen, Kenya, Mozambico, Francia, Spagna, Inghilterra) troppe carte processuali disperse in troppe Procure italiane; troppi pentiti, faccendieri, agenti dei servizi segreti. Troppi interessi. Troppi legami. Una delle ultime persone che videro Ilaria Alpi fu Vincenzo Cammisa (un ex tossicodipendente ed uno dei piu' stretti collaboratori di Cardella). Cardella fu, insieme a Rostagno, il socio fondatore di Saman (una ventina di comunita' per il recupero dei tossicodipendenti sparse in tutta Italia). Cardella possedeva aerei, barche e dragamine per i suoi progetti di "aiuti umanitari". Cardella fu anche grande amico di Craxi. Tanto amico da prestargli il suo aereo personale durante la latitanza ad Hammamet. Chi era Craxi lo sappiamo tutti! Ma mai venne confermato che Cammisa vide Ilaria; se cio' sara' mai confermato, si potra' poi indagare sul dove, come e perche'. Rostagno venne assassinato il 26 Settembre 1988, di lui un giornalista scrivera' che era stato (Rostagno) testimone di un aereo che portava morte e distruzione in Africa nel nome della Repubblica Italiana. Rostagno probabilmente aveva capito che dietro a quel traffico, vi era un'organizzazione internazionale che poteva andare lontano; molto lontano. Anche Ilaria Alpi, in Somalia, aveva scoperto qualcosa di molto di piu' di un traffico d'armi... Tre cronisti di "Famiglia Cristiana": Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari hanno scavato, cercato raccolto testimonianze e poi hanno raccontato a noi. I genitori di Ilaria per questo li ringraziano e li ringraziano anche per aver dato loro la certezza di non essere soli nella ricerca della verita'. Immagino che chiunque abbia un cuore ed un cervello sappia che sia indispensabile fare luce su questo, come su molti altri, "misteri italiani".




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20 aprile 2004

Zapatero, o di come semplificarci la vita

Vedo una gran rincorsa da parte di tutti a voler copiare Zapatero, subito, od a prenderne le distanze, subito. L'equazione Zapatero: via i soldati spagnoli dall'Iraq. Sadr: basta attacchi ai soldati spagnoli. Tutto così semplice? scrive Leonardo Coen su Blogtrotter: L'equazione Questo topic mi ha lasciato piuttosto freddo. non so perchè. Come se di colpo la lunga serie di sfoghi verbali e di saccenti disquisizioni che ho letto nei commenti mi facesse sentire ancora più svuotato Certo, tutto semplice. Se ciascuno a sto mondo si facesse i cavoli suoi sarebbe tutto molto più semplice. Ad esempio, potremmo benissimo disinteressarci di quel che succede in medio oriente: si fa saltare un palestinese? muore un israeliano? viene eseguito un omicidio mirato? non ce ne potrebbe fregar di meno Così per l'Iraq: se tutti se ne stavano a casa loro, l'Iraq andava avanti con Saddam, poi sarebbe forse arrivato un colpo di stato, ci sarebbero stati forse attentati in giro per il mondo, ma insomma, alla fine probabilmente meno morti e meno complicazioni di quante ce ne siano ora. E del resto, per il lavoro sporco non ci sono già le milizie private? Cosa le pagano a fare se no? E del resto? Uno mica riesce davvero a seguire cosa succede in centro america, in america latina, in cina, in africa... i nessi e connessi... i passaggi visibili e sotterranei nelle e delle politiche nazionali e internazionali di usa, gb, russia, giappone, francia, germania, spagna, ecc. E' un mondo folle, di cui forse riescono a tirare le fila i famosi 50 in tutto il globo, e gli altri... che seguano in TV o sui giornali! o facciano finta di inventarsi nuovi mondi su internet! ... che differenza fa? che differenza fanno? Per parafrasare Martin Luther King: che differenza facciamo, noi ? Perchè, paradossalmente, l'intervento usa-gb-italia-spagna-polonia & C in Iraq ci ha costretto, volenti o nolenti, a entrare in contatto diretto (si fa per dire) con quello che succede là, a farcene carico. Molto più semplice disfarci di quel carico, ne abbiamo già abbastanza dei nostri a casa nostra, tipo come arrivare alla fine del mese, no?


A seguire... Da notimenospace, che ha scritto La mattanza di Falluja, copio Odio gli indifferenti, perché mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime... Vivo. Sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti (A. Gramsci, Scritti giovanili, Torino, 1958, p. 80) In sintesi: la storia, la vita, la si vive, la si combatte, non esistono teoremi ed equazioni e, soprattutto... non vale, non basta ... copiare Tre ipotesi per uscirne, l'Unità, 20.04.2004 di Siegmund Ginzberg Una via d’uscita non catastrofica dalle sabbie mobili irachene forse ancora ci sarebbe. Più che per le Nazioni Unite sarebbe più esatto dire che passa per la cruna di un ago. E comunque, prima ancora che si possa pensare di infilarla, bisognerà vedere come si scioglierà il nodo della rivolta sunnita a Falluja e quello della rivolta sciita a Najaf. Nessun nuovo governo, fantoccio o vero che sia, benedetto o no dall’Onu, avrebbe una chance di farcela se quei detonatori, così improvvidamente innescati, non fossero disinnescati. Quel che s'è visto sinora, per quanto tremendo, sarebbero solo fuochi d'artificio rispetto all'esplosione devastante in agguato. La cosa più agghiacciante è che non è affatto ancora chiaro come si intenda venirne fuori. Si continua a trattare, negoziare, pazientare, rinviare, ma nel contempo si minaccia l'apocalisse. L'ultima, stando a quel che riferivano ieri gli inviati del New York Times, è che Paul Bremer, visti gli scarsi risultati sinora ottenuti da negoziati e mediazioni, premerebbe per avere luce verde a tagliare i nodi con la spada... liberopensiero: Intervista a Barghuti dal carcere.Prima la classica retorica antisraeliana, poi il succo. ... Durante la manifestazione di domenica a Ramallah, lo sceicco Omar, leader locale di Hamas, ha detto che è ora di smetterla di illudersi ancora di negoziare e che è rimasta solo lo lotta armata. Quando dice che bisogna svegliarsi dall'illusione di negoziare ha ragione. Ma il migliore strumento di lotta che hanno i palestinesi è quello della lotta non violenta. Ci deve essere un'alternativa democratica alle armi. E questa è la posizione di Al Mubadara (Iniziativa nazionale palestinese). Ed è un modo per dare una voce a coloro che non riconoscono la lotta armata come unica soluzione, ma che allo stesso tempo non riconoscono più l'attuale leadership politica.(...) Liberazione, 20 Aprile 2004 Intervista a Mustafa Barghouti, segretario del movimento democratico Al Mubadara «Ora un'alternativa democratica alle armi» Ramallahnostro servizioDr. Barghouti, il Ministro della difesa Israeliano Mofaz ha dichiarato che la morte di Rantisi indebolisce Hamas. E così? Non è affatto così. Hamas ne esce rafforzata. Si è invece aggravato il clima di rabbia ed indignazione esistente ed è apparso evidente che ogni forma di rispetto di cessate il fuoco da parte palestinese non porta ad alcun risultato. Hamas si è trattenuta dal rispondere e non perché non avesse i mezzi per farlo, come dicono Sharon e Mofaz, che cercano solo di alimentare la spirale della violenza per giudaizzare la West Bank, ingabbiarla dentro un muro e continuare col processo di chiusura totale di Gaza, rendendola la più grande prigione esistente al mondo. La crisi dell'Anp non è un segreto per nessuno. Hamas ha subito un altro durissimo colpo e gli incontri di Washington sono visti come un segnale di via libera alla politica di Sharon. Siamo ad un punto di non ritorno? Effettivamente siamo giunti per molti aspetti ad un punto irreversibile. Quello che è accaduto a Washington ha come unico accostamento storico il riconoscimento dell'annessione della Cecoslovacchia da parte della Germania nel 1937. Qui siamo di fronte al riconoscimento di un'annessione di terra realizzato con la forza. E' un affronto al diritto internazionale ed alla salvaguardia dei diritti umani. Una cosa è infatti negoziare il diritto al ritorno dei profughi, altra cosa è eliminarlo. Con la negoziazione di una sola delle parti in causa, Israele, con il paese mediatore, gli Usa, si è dato uno schiaffo alle basi di qualunque processo di pace. E' la fine ufficiale della Road Map. E' anche un insulto a Unione Europea, Russia ed Onu, gli altri membri del quartetto. Oltre che ai paesi Arabi, soprattutto quelli presenti a Washington prima dell'arrivo di Sharon. Israele e Usa hanno parlato per conto dei palestinesi della necessità di una nuova leadership. Ma è un falso anche questo. Vogliono un gruppo di collaborazionisti che lavori per loro e a spese del proprio paese, comportandosi da subagenti di Israele. E' per questo che non ci saranno nuove elezioni. Il Governo Sharon, subito dopo l'uccisione di Rantisi, ha dichiarato che anche Khaled Meshal, massimo leader di Hamas residente a Damasco è un bersaglio come gli altri. Dopo l'Afghanistan e l'Iraq siamo di fronte all'attuazione dell'allargamento del conflitto in quelli che Bush definisce gli "stati canaglia" del Medio Oriente? Sì. Ma in questo caso non siamo in una situazione in cui Sharon cerca di convincere Bush o la Rice. Tra la destra americana ed il Likud esiste una strategia comune ormai ventennale. Anche quando Bush era governatore del Texas era vicino a Sharon. Un'alleanza tra razzisti per realizzare l'apartheid nel nostro paese. L'esercito americano in Iraq sta utilizzando le stesse tattiche in uso nell'Idf (l'esercito israeliano). Questa è un'alleanza che può portare il mondo al disastro. Occorre sperare nelle prossime elezioni americane. Durante la manifestazione di domenica a Ramallah, lo sceicco Omar, leader locale di Hamas, ha detto che è ora di smetterla di illudersi ancora di negoziare e che è rimasta solo lo lotta armata. Quando dice che bisogna svegliarsi dall'illusione di negoziare ha ragione. Ma il migliore strumento di lotta che hanno i palestinesi è quello della lotta non violenta. Ci deve essere un'alternativa democratica alle armi. E questa è la posizione di Al Mubadara (Iniziativa nazionale palestinese). Ed è un modo per dare una voce a coloro che non riconoscono la lotta armata come unica soluzione, ma che allo stesso tempo non riconoscono più l'attuale leadership politica. C'è chi ha chiesto le dimissioni di Arafat facendo un paragone con l'egiziano Nasser. E' d'accordo con queste posizioni? Non è un paragone corretto. Noi non siamo sconfitti. L'Autorità nazionale palestinese deve però mettersi in testa di non essere più un'Autorità. E' un'autorità sotto occupazione. E' anche per questo motivo che Arafat dovrebbe dichiarare in modo chiaro di non essere in grado di fornire la sicurezza che gli viene richiesto di assicurare. Francesca Marretta Calvin, su shockandawe: MA SI', RITIRIAMOLI PURE E VEDIAMO CHE SUCCEDE L'intervista: «Rimarrei stupita se ne uccidessero un altro» «Soldi per salvare i rapiti? In Iraq lo fanno tutti» La governatrice Contini: migliaia di sequestrati per denaro «Ritiro degli spagnoli, ora possibili nuovi scontri a Nassiriya» DAL NOSTRO INVIATO (Lapresse) BAGDAD - «Rimarrei stupita se ne uccidessero un altro. Perché in effetti non so se si è riusciti davvero a parlare con i rapitori. Ma a Roma mi hanno dato chiare indicazioni che siamo sulla buona strada». Barbara Contini va un po’ oltre le parole di circostanza per descrivere lo stato delle trattative con i rapitori degli italiani. «Per ovvi motivi non posso fornire dettagli. Siamo in una fase troppo delicata. Ma sono ottimista, molto ottimista», dice la governatrice di Nassiriya. Sino all’altra sera era stata all’unità di Crisi della Farnesina. La tappa centrale del suo viaggio in Italia, dopo che settimana scorsa si è trovata in prima fila, davvero sotto il fuoco, per mediare la tregua nella regione da lei governata e sconvolta dalle sommosse sciite. Ora si prenderà qualche giorno di ferie, prima di tornare al suo ufficio di Nassiriya. Ma l’attende un altro periodo difficile. Entro due settimane gli oltre 1.500 uomini del contingente spagnolo lasceranno l’Iraq. Un pessimo segnale per i 3.000 uomini del contingente italiano che controllano il governatorato della Contini appena più a sud. Da cosa nasce questo ottimismo sulla sorte dei 3 ostaggi italiani ancora in vita? «Sono stati fatti i passi giusti, anche se forse con qualche lentezza. Io comunque sono convinta si tratti di bande locali. Gente organizzata in modo tribale, che ha nel sangue la cultura dei rapimenti, ma con la quale è possibile trattare. Non ci sono barriere invalicabili». All’inizio non c’è stata confusione quando dall’Italia si cercava la mediazione dell’Iran? Cosa c’entrano l’Iran e il mondo sciita con i sunniti di Falluja dove sarebbero prigionieri gli italiani? «Assolutamente nulla. Sono convinta che i rapitori non abbiano niente a che vedere con gli estremisti sciiti legati a Moqtada Al Sadr e neppure con alcun tipo di fondamentalista musulmano. Ritengo invece sia stato giusto interpellare l’Assemblea degli Ulema sunniti a Bagdad. I loro appelli, la fatwa contro le esecuzioni degli ostaggi, i loro legami tribali con la regione di Falluja, sono tutti elementi centrali e di grande aiuto». Però gli stessi Ulema dicono di non essere in rapporto diretto con i rapitori. «E’ vero. E non so se ancora esista un canale di questo genere. A Roma mi hanno dato alcuni particolari, ma sono top secret. Comunque gli appelli degli Ulema possono contribuire a congelare la situazione. Magari i rapiti non saranno rilasciati subito, però non verranno uccisi. Dopo l’omicidio di Fabrizio Quattrocchi era importante congelare la situazione. Per le tradizioni locali nessuno può prendere iniziative concrete sino a quando i capi tribù stanno trattando. Non è la prima volta che trattano la liberazione di ostaggi, fa parte della loro cultura». La cultura dei rapimenti? «Sì. Nei mesi trascorsi a Bassora per le ong, dove l’anno scorso ho avuto modo di conoscere personalmente anche Valeria Castellani e Paolo Simeone che ora lavorano a Bagdad con i quattro rapiti, mi sono imbattuta in decine di casi di rapimento. E posso dire che la loro dinamica è molto più semplice di quanto non possa sembrare in Italia. Il mio vicino di casa l’estate scorsa ha dovuto pagare 5.000 dollari per ottenere la liberazione del figlio di 4 anni. Gli avevano chiesto molto di più. Ma poi si sono resi conto che i genitori non potevano pagare e hanno ridotto la taglia. Un altro ha pagato oltre 25.000 dollari perché i rapitori sapevano che era dipendente di un’organizzazione internazionale». Per la liberazione degli italiani la via è pagare? «Pagano tutti. Lo si fa da secoli e secoli. Dalla fine della guerra il fenomeno si è allargato. In tutto il Paese sono state rapite migliaia di persone a scopo di estorsione, in maggioranza donne e bambini». Ma gli stessi Ulema sunniti sostengono che il rapimento degli italiani è un’azione politica. E anzi offrire denaro sarebbe offensivo, tanto da peggiorare la situazione degli ostaggi. «Le vie della trattativa sono appena iniziate. Comunque si può sempre pagare senza dirlo. Così si fa in Iraq. Ma gli italiani sono stati presi come risultato di una decisione strategica da parte dei gruppi della guerriglia e del terrorismo. Si è scelto che per destabilizzare il Paese occorreva prendere in ostaggio gli occidentali, meglio se provenienti dai Paesi membri della coalizione. Per il resto non vedo molto coordinamento tra le bande armate». E il fatto che gli italiani fossero armati? «Rende la loro situazione precaria. Li mette sullo stesso piano dei soldati americani. Tanto che la strategia per liberarli dovrebbe proprio puntare sul fatto che loro non sono militari. Bensì lavoratori privati, civili, sebbene impiegati nelle attività delle scorte armate». Il ritiro del contingente spagnolo? «Non cambia i miei progetti. Anche se Moqtada Al Sadr lo utilizzerà per insistere sulla necessità del ritiro di tutti i contingenti militari. Lo dimostra già la sua dichiarazione di aver ordinato la cessazione di qualsiasi ostilità contro gli spagnoli. In questo momento sono segnalati incidenti e tensioni a Amarah, la regione controllata dagli inglesi a est del nostro governatorato. Non è da escludere che da lì si cerchi di riaccendere gli scontri anche a Nassiriya». Il governatore americano a Bagdad, Paul Bremer, giudica che l’attuale polizia irachena non sarà in grado di garantire l’ordine dopo la creazione del nuovo governo il 30 giugno. E’ d’accordo? «Sì. Lo ha dimostrato anche il suo comportamento davanti all’ultima ondata di rivolte. Non è stata all’altezza. Un problema gravissimo. Occorre rafforzare la polizia locale, senza di essa non c’è futuro di indipendenza per l’Iraq». Non ritiene che gli americani abbiano esacerbato il problema Moqtada Al Sadr con il ricorso alla forza per eliminarlo? «Sì. Oggi Moqtada Al Sadr è molto più forte di prima. Ma Bremer è sempre stato chiaro in proposito e a ragione: non si può costruire alcuna democrazia se si tollerano le milizie armate. E le banditaglie di Al Sadr vanno disarmate, a ogni costo». Lorenzo Cremonesi © Corriere della Sera, 20 Aprile 2004




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16 aprile 2004

Non omnis moriar, multaque pars mei Vitabit Libitinam

Exegi monumentum aere perennius Regalique situ pyramidum altius, Quod non imber edax, non Aquilo impotens Possit diruere aut innumerabilis Annorum series, et fuga temporum. Non omnis moriar, multaque pars mei Vitabit Libitinam: usque ego postera Crescam laude recens, dum Capitolium Scandet cum tacita virgine pontifex. Ho compiuto un monumento più duraturo del bronzo e più alto della mole regale delle piramidi, che non la pioggia corrodente, non lo sfrenato Aquilone possano distruggere o la successione innumerevole degli anni ed il corso del tempo. Non morirò interamente ed anzi gran parte di me eviterà la morte; sempre giovane crescerò nella lode dei posteri, finché il pontefice salirà il Campidoglio con la silenziosa Vergine. (Orazio, ODI, III.XXX) I blog hanno memoria? Leonardo Coen, su BlogTrotter, prova a dire che no... I blog non hanno memoria Rubo l'idea di questo blog a "U" che ha appena postato queste righe: "I blog non hanno memoria. Dipende da come vengono scritti o da come vengono letti? Le stesse persone tornano dopo tempo a ripetere gli stessi argomenti, pur avendo ricevuto argomentazioni contrastanti più o meno valide. Alla fine ognuno ne esce rafforzato nella propria presunzione di essere nel giusto. Ma a che vale parlare senza ascoltare? Meglio le chiacchiere da bar. Almeno li la gente ti guarda negli occhi, ti costringe quasi fisicamente ad affrontare i propri argomenti. Qui è solo muro contro muro. O no?". http://blog.repubblica.it/rblog/page/LCoen




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16 aprile 2004

Attenti alla trappola Bagdad, parola di Sir Thomas E. Lawrence

Uno scritto del leggendario eroe britannico sulla disatrosa campagna irachena negli anni Venti La lezione di Lawrence d'Arabia "Attenti alla trappola Bagdad" di THOMAS EDWARD LAWRENCE Lawrence di ArabiaQuesto articolo di Thomas Edward Lawrence, meglio noto come Lawrence d'Arabia, è stato pubblicato dal britannico Sunday Times il 2 agosto del 1920 Il popolo inglese è stato portato in Mesopotamia in una trappola, dalla quale sarà assai difficile uscire con dignità e onore. Gli inglesi sono stati indotti ad andare da una costante mancanza di informazioni. I comunicati provenienti da Bagdad sono tardivi, fallaci e incompleti. Le cose sono andate molto peggio di come sono state riferite, e la nostra amministrazione è stata molto più sanguinaria e inetta di quanto l'opinione pubblica abbia appreso. Per il nostro primato di impero si tratta di una sventura che presto potrebbe diventare troppo incandescente perché sia possibile rimediarvi. Non siamo troppo lontani, ormai, dal disastro. Le colpe della commissione sono quelle delle autorità civili inglesi in Mesopotamia, alle quali da Londra è stata data carta bianca. Nessun dipartimento di Stato li sorveglia: soltanto il vuoto che divide il Foreign Office dall'India Office. Si sono approfittati della circospezione necessaria in tempo di guerra per estendere la loro rovinosa indipendenza al tempo di pace. Contestano ogni ipotesi di autogoverno fatta loro pervenire dalla patria. Le "Carte sull'autodeterminazione" favorevoli all'Inghilterra furono estorte in Mesopotamia nel 1919 per le pressioni ufficiali, per le azioni dimostrative dagli aeroplani, e per le deportazioni in India. Il governo non può esimersi dalle sue responsabilità. Riceve poche notizie in più dell'opinione pubblica: avrebbe dovuto insistere per riceverne di più e di migliori. Ha spedito bozze e piani di rafforzamento, una dopo l'altra, senza mai svolgere indagini. Quando la situazione è diventata troppo difficile per continuare a resistere più a lungo, ha deciso di inviare come Alto commissario l'autore stesso del presente sistema, che portava agli arabi un messaggio conciliatorio nel quale diceva che il suo pensiero e la sua politica erano completamente mutati (n. d. r. Sir Percy Cox tornò in qualità di Alto commissario incaricato di formare un nuovo governo). Eppure la nostra politica non è cambiata: c'è stata una deplorevole difformità tra quanto abbiamo professato e quanto abbiamo messo in pratica. Dicemmo che andavamo in Mesopotamia per sconfiggere la Turchia. Dicemmo che saremmo rimasti per liberare gli arabi dall'oppressione del governo turco, e per rendere disponibili al mondo le sue risorse di mais e olio. A questo fine abbiamo investito circa milione di uomini e quasi un miliardo di sterline. Quest'anno per questi stessi scopi investiremo 92.000 uomini e cinquanta milioni. Il nostro governo è peggiore del sistema turco di una volta. Loro mantennero 14.000 soldati di leva locali e mantenendo la pace uccisero una media annuale di duecento arabi. Noi abbiamo 90.000 uomini con aeroplani, carri armati, cannoniere, e treni blindati. Abbiamo ucciso circa 10.000 arabi nel corso dell'insurrezione di quest'estate. Non possiamo sperare di mantenere una simile media. Ci è stato detto che l'insurrezione ha motivazioni politiche, ma non ci è stato detto che cosa voglia la gente del posto. Forse quello che il governo ha promesso. Un ministro della camera dei Lord ha detto che dobbiamo avere così tanti soldati perché i locali non si arruoleranno. Venerdì il governo ha annunciato la morte di alcune reclute che difendevano gli ufficiali inglesi, e ha detto che il servizio prestato da quegli uomini non è stato adeguatamente riconosciuto perché sono troppo pochi: sono 7.000, la metà esatta della forza turca di occupazione di un tempo. Adeguatamente addestrati e ben assegnati costoro potrebbero subentrare alla metà del nostro esercito qui dispiegato. Cromer tenne sotto controllo sei milioni di egiziani con 5.000 soldati; il colonnello Wilson non riesce a tenere sotto controllo i tre milioni di abitanti della Mesopotamia con 90.000 soldati. Non abbiamo ancora raggiunto il limite del nostro dispiegamento militare. Quattro settimane fa lo staff in Mesopotamia stilò un memorandum nel quale chiedeva quattro divisioni in più. Credo che tale memorandum sia stato inoltrato al dipartimento di Guerra, che ha inviato tre brigate dall'India. Se la frontiera nord-occidentale non può essere ulteriormente sguarnita di uomini, da dove potranno arrivare gli uomini che servono a stabilizzare il paese? Nel frattempo le nostre sventurate truppe, indiane e inglesi, in avverse condizioni climatiche e di approvvigionamento pattugliano un territorio immenso, pagando quotidianamente un caro prezzo in termini di vite umane per la politica ostinatamente sbagliata dell'amministrazione civile di Bagdad. Il generale Dyer è stato sollevato dal comando in India per un errore molto più modesto, ma in questo caso la responsabilità non è dell'esercito, che ha agito soltanto su esplicita richiesta delle autorità civili. Il dipartimento di Guerra ha fatto tutto il possibile per ridurre le nostre forze, ma le decisioni del governo sono state contro di loro. Il governo di Bagdad ha impiccato gli arabi di quella città per crimini politici, che loro chiamano ribellione. Gli arabi non sono in guerra con noi. O forse queste esecuzioni arbitrarie vogliono indurre gli arabi a rappresaglie contro i trecento prigionieri inglesi? Diciamo di essere in Mesopotamia per migliorarla, a vantaggio di tutto il mondo. Tutti gli esperti dicono che il fattore determinante del suo sviluppo è la forza lavoro. Di quanto l'assassinio di decine di migliaia di persone dei villaggi e delle città rallenta la produzione di grano, cotone e olio? Quanto a lungo lasceremo che milioni di sterline, migliaia di soldati dell'Impero e decine di migliaia di arabi siano sacrificati nel nome dell'amministrazione coloniale, che non favorirà nessun altro al di fuori dei suoi amministratori? (Traduzione di Anna Bissanti) (La Repubblica, 16 aprile 2004)

  • http://www.lib.byu.edu/~rdh/wwi/1918p/mesopo.html Ex.-Lieut.-Col. T.E. Lawrence, The Sunday Times, 22 August 1920 [Mr. Lawrence, whose organization and direction of the Hedjaz against the Turks was one of the outstanding romances of the war, has written this article at our request in order that the public may be fully informed of our Mesopotamian commitments.]
  • http://www.bbc.co.uk/history/historic_figures/lawrence_of_arabia.shtml Thomas Edward Lawrence, Lawrence of Arabia (1888 - 1935) Lawrence first travelled to the Middle East on an archaeological expedition after graduating from Oxford. He spent his free time travelling and learning about the local language and people. In early 1914, he was in a small group exploring northern Sinai, carrying out reconnaissance under cover of a scientific expedition. When war broke out, Lawrence became an intelligence officer in Cairo. In October 1916, he met local sheikhs rebelling against Turkey, a German ally. Lawrence urged his superiors to help them and became their liaison officer. He quickly became the brains, organising force and military technician of the revolt - he was a superb tactician and became a highly influential theoretician of guerrilla warfare. His small but effective second front mined bridges and supply trains and tied down enemy forces. In June 1917, the Arab guerrilla forces won their first major victory at Aqaba, at the northernmost tip of the Red Sea. Success continued as they gradually made their way north. However, by the time they reached Damascus in October 1918, Lawrence was exhausted. He had been wounded, captured and tortured often and had endured the worst hunger, weather and disease. Furthermore, he was depressed by the sheikhs' factionalism, which contributed to the Allied carve-up of the Middle East after the war and thus helped kill his dreams for Arab independence. Distinguished but disillusioned, Lawrence was demobilized as a lieutenant colonel in 1919. In 1922, he enlisted in the Royal Air Force as an aircraftsman, wanting to lose himself in the ranks and find material for another book. However, press exposure led to his hurried exit. He later enlisted as a private in the Royal Tank Corps, before being transferred back to the RAF. In the meantime, he edited his manuscript for The Seven Pillars of Wisdom and arranged for a limited edition to be printed in 1926. An action-packed account of Lawrence's campaigns in the desert with the Arabs, the book made his name and secured his fame. Lawrence's last years were spent in the RAF, where he worked on improved designs for high-speed seaplane-tender watercraft. Discharged in February 1935, he was killed following a motorcycle accident in May. Articles The Middle East during World War One The Ending of World War One Crusades and Jihads in Postcolonial Times Multimedia Zone Desert Rescue: An Expedition to the Sahara Gallery World War One Movies Mesopotamia Gallery Timelines British Timeline - World War One BBCi Links BBC News: Party for hero Lawrence BBC News: Lawrence of Arabia's 'mystery woman' External Web Links The Lawrence of Arabia Factfile The TE Lawrence Society Lawrence of Arabia, The Authorised Biography




    permalink | inviato da il 16/4/2004 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 15 aprile 2004

    Girando e rigirando il cubo magico dell'intrigo irakeno

    Ho letto velocemente i commenti al BlogTrotter di oggi La sceneggiata e Quattrocchi ... e vedo che stamattina (anzi ieri sera) non mi sbagliavo (v. commenti a Morire a Bagdad per... per...) ... si sapeva... e la scena di Frattini e Vespa che dopo l'intervallo pubblicitario dicono di aver saputo solo allora il nome (che tempismo e sincronismo!) sarebbe da riguardare accuratamente (compresi gli ammiccamenti vari) qualcuno ha scritto "Il problema non e' tanto la morte di un uomo ma di come e' stato ucciso" ecco: la modalità. E AlJazeera che non mostra la cassetta. Ho letto che hanno fatto scavare a tutti la fossa, hanno tirato a sorte e poi sparato alla nuca del povero Fabrizio Quattrocchi (panettiere convinto di potersi sposare con qualche soldo in più e un avvenire sicuro) tecnica non 'islamica', ho letto. Baatisti? Uguale Guardia Scelta di Saddam Hussein... Uguale NAZISTI E infatti la tecnica è quella. Ora, dubbio: e se avessero punito uno sgarro? Se i quattro fossero caduti loro malgrado in una trappola di e tra 'Servizi' ? Non è che gli USA, dopo avere riclassificato Pakistani e Iraniani da 'canaglie' ad alleati si apprestano a fare lo stesso con i Baatisti (Il tentativo di mediazione iraniani pare sia stato già freddato) ? E che magari è in corso una guerra interna? (Tra almeno una grossa fetta della CIA e la Casa Bianca non corre esattamente buon sangue, da un po' di tempo in qua...) Non che ne sapremo mai nulla... si sa... ma così... per provare a rigirare tra le mani il cubo magico dell'intrigo irakeno Pietà, per i morti, tanto più se 'solo per soldi' Per par condicio chiederei almeno a serate alterne di sorteggiare un uomo, una donna, un bambino, vittime del fuoco incrociato, in Iraq, e (risparmiando loro un porta a porta) dedicare pure a loro un minuto di silenzio




    permalink | inviato da il 15/4/2004 alle 17:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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