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31 marzo 2004

Li chiamano “fratuzzi”, scrive il Gran Ferrara,

ma sono parlamentari tutti legati al capo del governo nell’isola... ovvero, quando Il Foglio decide di fare giornalismo... da degustare !




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31 marzo 2004

Adriano Sofri: quiz e controquiz, a proposito di antisemitismo

Chiede Adriano Sofri, ai telespettatori del TG di LA7: "Quanti sono gli ebrei attualmente presenti in Italia? 3000? 30000? 300000? 12 milioni?" E si risponde: "circa 30 mila" Controquiz: su quale base una persona con nazionalità italiana viene conteggiata come ebreo ????? ANTISEMITISMO: ARRIVA ALL'EUROPARLAMENTO RAPPORTO EUMC (AGI) - Strasburgo, 31 mar. - Il controverso rapporto sul crescente antisemitismo in Europa che l'European Monitoring Center di Vienna aveva deciso di non pubblicare adducendo ragioni di ordine tecnico, e che ha suscitato violente polemiche tra il mondo ebraico e le autorita' europee, vede finalmente la luce. Il documento, nella sua versione aggiornata dopo un ulteriore lavoro di ricerca, sara' presentato domani al Parlamento Europeo di Strasburgo dal presidente dell'assemblea, Pat Cox, da Cobi Benatoff, Presidente del Congresso Ebraico Europeo, Beate Winkler, Direttrice dell'EUMC (Osservatorio Europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia), in una conferenza stampa per le 14.30. Seguira', alle 16.30 una Tavola Rotonda organizzata dalla Commissione delle Liberta' e dei Diritti dei Cittadini della Giustizia e degli Interni. Il rapporto conferma le conclusioni del documento precedente e giustifica quindi ampiamente il grido d'allarme lanciato dal Congresso Ebraico Europeo all'Europa. Dopo il successo del Seminario di Bruxelles, finalmente l'Europa prende coscienza della nuova-vecchia realta' dell'antisemitismo e si mobilita per contrastarlo. (AGI) . 311255 MAR 04 COPYRIGHTS 2002-2003 AGI S.p.A. E in Svizzera ? Antisemitismo? Un male ancora troppo spesso diffuso, anche se non nei media svizzeri. Questo è il risultato di uno studio realizzato dall’Università di Zurigo. L’immagine degli ebrei rispecchiata dai mezzi di comunicazione è tutto sommato positiva. Più problematico, per contro, l’approccio ai musulmani. Negli articoli e nei servizi dei media svizzeri che riguardano gli ebrei non è riscontrabile un antisemitismo palese. C’è tuttavia un’eccezione: da questo quadro positivo va stralciato il conflitto mediorientale. Abbastanza diffusa è l’immagine dell’ebreo che interpreta ogni critica nei suoi confronti come atteggiamento antisemita. Ma l’unico vero stereotipo negativo che si riscontra e quello dell’ebreo «influente», che appare soprattutto in relazione alla politica statunitense. swissinfo ha discusso del rapporto tra media e antisemitismo con Georg Kreis, presidente della Commissione federale contro il razzismo che ha patrocinato lo studio. swissinfo: Quali sono gli eventuali indizi di antisemitismo presenti nei media della Svizzera tedesca, la regione presa in esame? G.K.: Si può constatare che nei mezzi di comunicazione svizzeri regna una grande prudenza per quanto riguarda le informazioni che potrebbero ferire la comunità ebraica. Si potrebbe addirittura parlare dell’esistenza di un tabù. Se ciò sia un bene è un’altra questione. swissinfo: Quando i media parlano di quanto succede nei territori occupati, sono spesso sospettati di antisemitismo, anche se si tratta di due cose diverse. G.K.: È vero, i media dovrebbero essere un osservatorio critico e non lasciare che dei fattori esterni, positivi o negativi, influenzino il loro lavoro. Non mi sembra però il caso di allarmarsi di fronte alla prudenza. Prudenza e critica non devono necessariamente escludersi a vicenda. swissinfo: I mezzi d’informazione però non devono essere eccessivamente prudenti. Un giornalista deve essere oggettivo e tenere in considerazione le posizioni di tutte le parti in causa. G.K.: Certo, ma non deve nemmeno essere sempre aggressivo e comportarsi come un cane rabbioso. swissinfo: Lo studio ha analizzato solo i media della Svizzera tedesca. Non sarebbe opportuno realizzare uno studio su scala nazionale per vedere se ci sono delle differenze tra le regioni linguistiche del paese? swissinfo: In più casi si sono riscontrate delle differenze tra la sensibilità della Svizzera francese e quella della Svizzera tedesca. Lo si vede ad esempio nella questione del velo islamico. Da questo punto di vista sarebbe davvero auspicabile avere uno studio nazionale. Probabilmente i media della Svizzera romanda si comportano in modo diverso in merito all’antisemitismo. Questo perché si orientano più in direzione della Francia, dove al momento si trova un numero crescente di giovani musulmani impegnati in una critica militante ad Israele. swissinfo: Ma è possibile analizzare l’antisemitismo senza prendere in considerazione l’islamismo? G.K.: In Svizzera questi due aspetti hanno qualcosa in comune: nel nostro paese ebrei e musulmani sono delle minoranze. Ogni questione che riguarda una minoranza deve interessare anche le altre minoranze. Questo perché riflette un atteggiamento generalizzato, nel nostro caso della maggioranza cristiana, nei confronti delle minoranze. Constatiamo però che nei confronti dei musulmani c’è una distanza decisamente maggiore che nei confronti degli ebrei. Non è vero, come sostiene una minoranza di ebrei militanti, che la Svizzera sia cieca di fronte alle minacce rivolte ad Israele dai fondamentalisti islamici. swissinfo: Il messaggio dello studio è dunque il seguente: nella Svizzera tedesca non c’è nessun antisemitismo palese, ma è importante di tanto in tanto rispolverare la questione. G.K.: Giusto. Ed è proprio ciò che si fa. Un’organizzazione ebraica ufficiale ha già allestito un centro di osservazione dei media. Ma c’è bisogno anche di un osservatorio neutrale, che possa emettere dei giudizi indipendenti. swissinfo Sul tema, mises pubblica un interessante Le radici dell'antisemitismo di sinistra The Socialist Calumny Against the Jews by Ludwig von Mises [Posted March 31, 2004; written in 1944]




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31 marzo 2004

Dobbiamo divorziare, ma allo stesso tempo anche sposarci

Divorziare dal passato e sposare un nuovo futuro, in cui la gente possa vivere. Normalmente. Lo afferma Simon Peres in un'intervista riportata da informazionecorretta.com segnalata da liberopensiero PaceinPalestina.it analizza un sondaggio sulla società palestinese 31 marzo 2004 La maggioranza dei palestinesi della Cisgiordania e della striscia di Gaza approva gli attacchi contro la popolazione civile israeliana. Almeno secondo i risultati di un sondaggio d'opinioni - condotto prima dell' uccisione del leader di Hamas Ahmed Yassin - pubblicati mercoledì 31 marzo dal quotidiano israeliano Haaretz. Stando al sondaggio, condotto dal Palestinian Center for Policy and Surevy Research, il 53% dei palestinesi sono a favore degli attacchi contro la popolazione israeliana, un aumento del 5% rispetto a un analogo sondaggio condotto lo scorso dicembre. L' 87% approvano inoltre gli attacchi contro soldati e l' 86% contro coloni degli insediamenti. Nella striscia di Gaza il 27% sono favorevoli a Hamas e il 23% a Al Fatah. Ma nella totalità dei Territori (Cisgiordania e Gaza), quest'ultima organizzazione resta ancora maggioritaria col 27% dei consensi rispetto al 20% per Hamas. Da notare tuttavia che il 40% degli interpellati non hanno voluto precisare le loro preferenze. Tutte le forze che si oppongono a Al Fatah ottengono nei Territori il 35% di consensi. Il 73% si sono dichiarati a favore del piano di ritiro e di sgombero degli insediamenti dalla striscia di Gaza del premier Ariel Sharon. Due terzi degli intervistati giudicano il piano una vittoria della lotta armata contro Israele. Il 61% dubitano però che Sharon sia seriamente intenzionato a realizzare il suo piano. Il giornale non ha precisato il margine di errore del campione e la sua ampiezza. Per chi volesse approfondire: http://www.pcpsr.org/survey/polls/2004/p11epressrelease.html




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30 marzo 2004

Prima di togliersi la vita Chaouki ha anche inviato una lettera alla questura

Arriva in Questura una lettera scritta il 27 marzo Il procuratore: "Gesto isolato di un uomo depresso" Brescia, il marocchino suicida "Per l'Iraq nel nome di Allah" La Repubblica, 30 Marzo 2004 L'auto carbonizzata BRESCIA - Aveva scritto una lettera di rivendicazione il giorno prima di uccidersi dandosi fuoco a bordo della sua auto. Un gesto di protesta contro la guerra in Iraq. Mostafà Chaouki, il marocchino morto carbonizzato davanti al McDonald's a Brescia l'aveva scritta e inviata alla Questura dove è arrivata oggi. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Brescia Giancarlo Tarquini. Nella lettera - un unico foglio firmato, e spedito da Brescia con posta prioritaria sabato 27 marzo - secondo il magistrato, il marocchino precisa di non far parte di Al Qaeda né di altre organizzazioni ma di "avere rabbia" per la guerra in Iraq e contro Israele e gli Stati Uniti. Tarquini ha detto che il marocchino spiega che "non avrebbe mai agito se il governo italiano non si fosse affiancato alle nazioni impegnate in Iraq". Chaouki si rivolge anche al presidente del Consiglio con un "tu signor Berlusconi..." e spiega di compiere il suo gesto "nel nome di Allah". Ma Tarquini insiste su un punto: "A prescindere dal contenuto, nella valutazione della lettera bisogna tener presente la condizione psicologica e di disagio in cui si trovava ultimamente l'uomo". E' risaputo infatti che il marocchino era depresso ed era intenzionato a ritirare i contributi versati all'Inps per fare ritorno al suo paese d'origine. Gli investigatori non hanno avuto dubbi fin dall'inizio che l'uomo si fosse suicidato - facendosi bruciare dalle fiamme di quattro bombole di gas da cucina caricate in auto - proprio a causa del suo stato psichico. Il procuratore parla di Chaouki come "di una persona in sofferenza mentale profonda, di qualcuno che avrebbe cercato una legittimazione finale ad una vita sbandata e fallita, di un atto di giustificazione ad una sua azione suicida". "Abbiamo conoscenza di una persona con difficoltà di tipo personale e familiare, che viveva miseramente in un camper pur lavorando e avendo i mezzi per vivere normalmente. Si tratta di una azione isolatissima - ha continuato il capo dei Pm bresciani - di una persona in una condizione psicologica anomala, ma si tratta anche di un'azione non ripetibile facilmente. Va respinto ogni timore e allarmismo. E' stata una attività disgraziata di un disgraziato irresponsabile, ma ora cercheremo se ci sono radici, e se ci sono cercheremo da dove partono". La Procura, sulla vicenda, ha aperto un fascicolo per il reato di strage, indipendentemente dal fatto che Chaouki volesse compiere solo un gesto eclatante, attraverso un suicidio spettacolare, o avesse intenzione di emulare i kamikaze. Nella perquisizione della roulotte, nella quale l'immigrato viveva a Concesio, non è stato trovato materiale riconducibile all'estremismo islamico. (30 marzo 2004) Il Giornale di Brescia dedica a Chaouki un'intero 'speciale': Martedì 30 marzo 2004 Kamikaze «fai da te» che poteva davvero provocare una strage Il procuratore Tarquini: «Il quadro è simile a quelli che in questi tempi preoccupano il mondo intero» - Aveva scritto: «Parto per un lungo viaggio, non tornerò» - TROVATI MESSAGGI DI ADDIO Moustafa Chaouki, 35 anni, era in Italia dal 1990 e da anni viveva nell’Ovest bresciano lavorando come camionista - Dietro l’autobomba un marocchino disperato «Un uomo buono, provato dalle recenti separazioni» Un fratello della vittima vive a Carzago, l’altro a Rovato Mostafa Chouki era domiciliato a Carzago, in via Garibaldi 36, dove tuttora vive uno dei due fratelli minori, Mohammed. Sono proprio i vicini di casa di Mohammed, autotrasportatore per una ditta di Rovato, a tracciare il profilo di questi due fratelli apparentemente molto diversi tra loro. Mohammed, taciturno, ma socievole, spesso accorreva in aiuto dei vicini di casa quando c'era bisogno. Mostafha, più chiuso, molto spesso era assente da casa. Ripercorrendo la storia dei due fratelli a Carzago spunta un episodio risalente a circa due anni fa, quando Mostafa innescò in paese una lite con altri connazionali per una donna. In quella discussione spuntarono dei coltelli e ci furono feriti lievi, ma fu Mohammed a sedare la questione: si prese la responsabilità di allontanare i connazionali che avevano causato l'episodio, tra cui il fratello. Della vicenda ci si dimenticò presto e non ci furono altri problemi. Carzago, piccola frazione di Calvagese, ricorda bene i due fratelli, e qualcuno non esclude che il maggiore fosse un tipo violento e che solo l’altro riuscisse a tenerlo quieto. Da un paio d'anni anche Mohammed è spesso lontano da casa: «Lo sentiamo tornare alle undici, mezzanotte, poi al mattino alle cinque riparte - racconta un vicino -. Torna e parte sempre in automobile, ma lavora come camionista in una ditta di Rovato che trasporta lampadari e spesso è anche all'estero». Notizia confermata anche dalla ditta Meneghini, presso la quale Mohammed ha lavorato per molti anni e dove lo ricordano come un ragazzo tranquillo e volenteroso. Proprio un viaggio all'estero potrebbe essere la ragione per cui ieri non è stato possibile rintracciarlo. L'ipotesi che Mostafa Chouka possa avere progettato un'azione suicida è scartata dai familiari. L’altro fratello di 28 anni - che risiede a Rovato, in via Santella -, sul cancello del condominio dove abita con la famiglia dice: «Non credo proprio che mio fratello, che è stato sempre una persona pacifica, possa aver fatto una cosa del genere. L'unica cosa che posso dire è che ha avuto un po' di problemi familiari, i miei genitori si sono separati, lui si è lasciato con la moglie: nella sua vita ha incontrato molti problemi, è stato sfortunato, fino a questo incidente che lo ha separato dalla vita. Adesso stiamo cercando di vederlo in ospedale, anche per riconoscerlo, pur se non ci hanno ancora chiesto di fare il riconoscimento». Del fratello, il giovane ricorda: «Mostafa è sempre stato buono, anche se è cambiato un po' quando i miei genitori si sono separati, e dopo la separazione dalla moglie. Era venuto in Italia nell'88 e ultimamente lavorava come autista per la distribuzione del latte: faceva i turni di notte da tre anni, prima aveva lavorato come autista anche a Cologne. Aveva la patente C e parlava bene l'italiano, meglio di me. Era un persona buona e non aveva mai fatto succedere niente». Gaia Mombelli Giancarlo Chiari (BresciaOggi, 30 Marzo 2004 ) Se ne occupa anche il Resto del Carlino in Kamikaze per emulazione ESPLOSIONE DI BRESCIA Gli 007 avvevano avvertito sul rischio 'kamikaze per emulazione' ROMA, 30 MARZO 2004 - Gli 007 lo avevano previsto: si possono verificare non solo azioni di reti terroristiche organizzate, ma anche il disperato gesto di un singolo, il tentativo di emulare i kamikaze in Medio Oriente. Quanto accaduto due giorni fa a Brescia, quando un marocchino si e' fatto esplodere con la sua auto nei pressi di un McDonald's per rabbia contro la guerra in Iraq, Israele e gli Stati Uniti, era uno degli scenari temuti dall' intelligence nazionale. L'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento segnalava i ''rischi per attivazioni di tipo emulativo da parte di ambienti minori o singoli''. L' allarme era suonato già lo scorso 11 dicembre, quando un cittadino giordano si era fatto esplodere con la sua auto davanti alla sinagoga di Modena. Si è trattato anche in questo caso di un cosiddetto ''cane sciolto'', con un passato di problemi psichici gravi, che avrebbe scelto, secondo gli inquirenti, di imitare i kamikaze che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici. Un pericolo, quello dei ''kamikaze per emulazione'', ben presente anche al ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, che nello scorso novembre aveva avvertito che ''singoli individui o piccoli gruppi potrebbero attivarsi e colpire direttamente sul territorio nazionale''. Magdi Allam, in un articolo ripreso da controcorrente, scrive tra l'altro dall’identikit tracciato dagli inquirenti e dai familiari, che fa emergere la realtà di un attentatore sostanzialmente laico, si conferma come il «martirio» non sia affatto una prerogativa dei gruppi terroristici islamici, ma sia stato elevato a un valore trasversale che raccoglie proseliti anche in ambienti non tradizionalmente religiosi. È una realtà affermatasi in Palestina sin dall’inizio del 2001 e che ha avuto il suo momento culminante con le stragi dell’11 settembre in America. Il capo del commando di 19 dirottatori terroristi, Mohammad Atta, è l’emblema del laico che sposa l’integralismo islamico attraverso la fede nel «martirio». Alla base di questa conversione c’è la crisi di identità degli immigrati che si sentono esclusi o rifiutano il sistema di valori dell’Occidente. Anche la situazione di Chaouki presenta un cocktail di emarginazione sociale, precarietà affettiva e crisi di identità. Non è un caso che i burattinai del terrore vengano ad arruolare gli aspiranti combattenti e i terroristi islamici in Europa. Il nostro continente si sta rivelando un florido terreno di coltura dell’estremismo sia religioso sia laico, dando vita a una ideologia trasversale i cui capisaldi sono l’antiamericanismo e l’antiebraismo. Ciò che importante comprendere che Chaouki e Atta non sono dei casi singoli. Bensì il sintomo di una realtà più diffusa.




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29 marzo 2004

Prima di togliersi la vita Chaouki ha lasciato un biglietto

con poche righe, una sorta di testamento in cui saluta, tra l'altro, anche la persona proprietaria del terreno a Concesio in cui si trova la roulotte dove viveva. Negli ultimi tempi aveva cambiato numerose abitazioni. Il fratello di Mostafa, Abderrazek, ha spiegato in una intervista rilasciata al Centro Culturale Islamico di Brescia che «Mostafa recentemente soffriva di solitudine e depressione» e «la decisione di togliersi la vita non ha nulla a che fare con la religione da cui ultimamente sembrava essersi anche distaccato». Mostafa Chaouki aveva inoltre manifestato l'intenzione, a quanto si è appreso, di riscattare i contributi pagati all'Inps e quindi tornare in Marocco. Ma pare che, sulla base della recente normativa, avesse incontrato degli ostacoli e che questo avrebbe contribuito ad accrescere la sua depressione. (Corriere della Sera ) Sul sito di La Repubblica e su quello di Brescia Online è tuttora leggibile il comunicato originale Brescia, la vettura è saltata in aria a pochi passi da un locale. All'interno quattro bombole di gas Marocchino si fa esplodere vicino a un McDonald's Un suicidio con modalità eclatanti, forse sull'onda emozionale degli attentati: trovato un biglietto. Il precedente di Modena BRESCIA - E' notte a Brescia quando esplode un'auto, a pochi metri da un McDonald's, in via Sorbanella. All'interno della vettura, una Fiat Tempra, c'è il corpo senza vita di un uomo. Quasi sicuramente si tratta del proprietario, Mostafa Chouki, 35 anni, marocchino, incensurato. Ritrovato un biglietto con poche righe in cui da l'addio ad alcune persone. Secondo il fratello, in questo periodo l'uomo soffriva di depressione. Tra i rottami gli uomini della scientifica trovano quattro bombole di gas per uso domestico, con le valvole lasciate aperte. E' suicidio, ma la vicinanza con il McDonald e la nazionalità dell'uomo, lasciano aperte altre ipotesi. Anche quella di un suicidio originato da motivazioni di carattere personale, compiuto in modo eclatante sull'onda emozionale degli attentati dell'estremismo islamico. In mattinata alla procura di Brescia arrivano i magistrati del dipartimento antiterrorismo, gli investigatori di Digos e Squadra mobile e il procuratore aggiunto di Brescia, Roberto Di Martino, responsabile del dipartimento antiterrorismo della Procura, che avanza almeno un dubbio sull'ipotesi di un semplice suicidio. "Quello che è certo - ha dichiarato Di Martino - è che non è un fatto accidentale. Se avesse cioé progettato di suicidarsi in modo eclatante, oppure avesse altro in mente". Gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica del fatto. L'auto aveva imboccato il McDrive, la corsia riservata alle ordinazioni da asporto. Ha preso fuoco a due metri da alcuni bomboloni di anidride carbonica utilizzata per le bibite gassate. L'autista, secondo alcune testimonianze, avrebbe aperto le valvole delle bombole, poi la portiera dell'auto per far accendere la luce utilizzandole di fatto come un detonatore. Piccoli gesti, poi lo scoppio e le fiamme. L'uomo è rimasto all'interno, legato alla cintura di sicurezza. Una morte che ricorda, per alcuni aspetti, un altro "suicidio" misterioso avvenuto l'11 dicembre del 2003, a Modena. Al Khatib Muhammad, di origini palestinesi, ma con passaporto kuwatiano si fece esplodere all'interno della propria auto nei pressi della sinagoga di Modena. (La Repubblica, 29 marzo 2004) La tragica fine di un uomo, bruciato vivo nella sua auto ieri sera accanto al McDonald’s del centro commerciale Campo Grande, ha fatto sollevare ipotesi inquietanti. Ipotesi che devono essere ancora tutte controllate, ma che si basano su particolari di ciò che è accaduto che si possono spiegare solo con un’azione volontaria da parte dell’uomo che ha perso la vita. Tutto è avvenuto alle 22 di ieri nella corsia del «Mc Drive», dove è possibile acquistare uno spuntino senza scendere dall’auto. Una delle vetture in coda, una vecchia Fiat Croma con targa mantovana, è andata a fuoco proprio accanto al deposito di bombole di anidride carbonica utilizzate nel McDonald’s per le bibite gassate. I numerosissimi testimoni hanno sentito un sordo scoppio ed hanno visto fiamme bluastre avvolgere l’abitacolo. Nessuno ha notato se l’uomo che era alla guida della Croma abbia fatto tentativi per slacciare la cintura di sicurezza e uscire dall’abitacolo. L’allarme è stato dato immediatamente e in pochi minuti sono giunti i vigili del fuoco che in una manciata di secondi hanno spento il rogo. Purtroppo per l’uomo al volante non c’era più nulla da fare. Ma nell’abitacolo, davanti al seggiolino di destra, è stata trovata una bombola di gas per cucina da 15 litri; altre due bombole da 10 litri erano sui sedili posteriori e una quarta bombola, sempre di gas per cucina, da 15 litri, era nel bagagliaio. I vigili del fuoco si sono subito accorti che dai quattro contenitori metallici continuava ad uscire gas e infatti hanno trovato aperti tutti i rubinetti delle bombole. Gli stessi vigili del fuoco hanno affermato che, se il rogo non fosse stato spento in tempo, le bombole avrebbero provocato una terribile esplosione. Gli agenti della Polizia municipale, giunti per primi sul luogo dell’incendio, hanno poi appurato che l’auto bruciata appartiene a un marocchino di Casablanca che risiede nella nostra provincia. Il corpo trovato nell’auto è di difficile identificazione e non ci sono certezze sull’identità dell’uomo che ha perso la vita, ma il riferimento a un marocchino non poteva che alimentare le ipotesi più inquietanti: un attentato a una sede McDonald’s (tradizionale obiettivo di manifestazioni antiamericane). Altre ipotesi rimangono al vaglio, anche se quasi nessuno parla di un incidente: una disgrazia, infatti, non spiegherebbe i rubinetti aperti delle bombole; e neppure il fatto che una persona circolasse con quattro contenitori di gas pieni nell’automobile, bombole che non poteva nè aver acquistato nè ricaricato ieri, essendo domenica. Quasi certo quindi che all’origine dell’incendio ci sia stata un’azione volontaria. Un suicidio o un attentato quindi. E la seconda più inquietante ipotesi sembra essere più solida, perchè il sistema e il luogo scelto per togliersi la vita sembrano davvero troppo strani. (Brescia Online ) La notizia è stata ripresa anche da TicinOnline In sintesi... era solo un suicidio, causato da depressione Aveva, pare, visto giusto azzurro ... non ci basta(va) la paura del terrorismo? sembra banale, il suicidio di Brescia, ma ricorda quello di Milano (il pilota contro il grattacielo Pirelli)... questo povero paese non si limita a copiare tutto ciò che avviene altrove, ma le azioni terroristiche 'fanno tendenza' tra gli aspiranti suicidi ci sarebbe da riflettere (se non la si vuole girare in razzismo italiofobo) su quanto detto più volte sulle radici del terrorismo suicida islamico...




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28 marzo 2004

Luci a San Siro ... e su Marika

(Roberto Vecchioni) Canta Marika canta che da domani tornano le stelle, canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle, canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente, siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende dietro è il domani, domani è il presente. Canta Marika canta, come sei bella l'ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio in seno, canta Marika canta, nel buio della storia, lucciola che si accende sul far della sera, canta Marika la nostra memoria. Non vedrò com'è il vestito che si comprerà mia figlia, la preghiera della notte intorno al fuoco di famiglia, non vedrò più l'uomo che mi seminava dentro il cuore l'ora dell'amore, l'ora dell'amore. Canta Marika canta siamo i tuoi occhi siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda che anche sulla terra c'è il paradiso, stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero, volano duri petali per ricoprire il mondo intero non la tua terra, non il nostro cielo. Non vedrò più la mia terra, non vedrò i colori del mio cielo, l'albero che mi chiamava sulla via di scuola e rispondevo, il quaderno delle cose quelle che scrivevo a me sola; vola il tempo vola, qui che sono sola. Canta Marika canta la vita è semplice come un bambino e arriva l'alba di un nuovo mattino, dove mangeremo pane così tanto dolce che saprà di miele, senza vuotare mai un giorno il bicchiere senza vedere in cielo quei lampi e quei tuoni... Canta Marika canta, per la tua terra per la tua gente, perché sorgeranno case dove non c'era niente, perché giocheremo in cerchio intrecciando le dita, e potremo finalmente aspettare la vita. Canta Marika canta nel tempo che vola, canta Marika canta, che non sei più sola. http://xoomer.virgilio.it/hitfc/canzoni19l.htm Rotary Club Malindi "È l’Africa l’ispirazione di questo nuovo lavoro, l’Africa di un viaggio in Kenya che diventa un percorso interiore e approda a un senso ritrovato, a un mistero finalmente svelato dalle parole sagge di un vecchio pescatore “che niente conta, né gli scogli, né le barche, né i delfini, né le luci dalla riva, né le stelle e nemmeno per assurdo i pensieri. Conta solo il mare” (Adnkronos, 27 Marzo 2004) - Rotary Club of Malindi racchiude , probabilmente, anche un'altra epifania, quella femminile, un tema molto caro al cantante milanese che nel suo percorso artistico ha descritto la pluralita' dell'anima al femminile. Dalla ragazza con la quale 'giocare' a San Siro, e fonte di rimpianto, alla ragazza kamikaze dell'ultimo cd. '' Le donne -dice Vecchioni- sono dei personaggi molto belli, non solo dal punto di vista estetico. Sono sempre state delle mie figure centrali. Possiedono una grandissima capacita' di capire e una grandissima sincerita', quasi assoluta. Per quanto riguarda Marika, e' una donna che si prepara al sacrificio estremo, non e' un'esaltazione dei kamikaz, e' piuttosto la storia di una grande disperazione, la descrizione dei sentimenti di una donna disperata.'' Vecchioni affronta poi il problema della pace. Lei direbbe si' ad un grande concerto per la pace, se fosse possibile, nel cratere delle Torri Gemelli e a Bagdad ? ''Sarebbe - risponde - un segnale fortissimo. Significherebbe mettere al servizio della pace l'impegno dell'arte contro l'intransigenza e il fanatismo. Come direi si' ad un concerto per la pace a Madrid dopo quello che e' accaduto l'11 marzo.'' Domani sera a Roma e' l'ottava tappa del tour. 'Anche domani - conclude Vecchioni- nell'applauso sentiro' quell'attestazione di affinita' tra me e il pubblico' che ho sentito sin dalla prima sera dei miei concerti.'' Scrive Riassumiamo: Vecchioni nell'ultimo cd inserisce una canzone ("Marika", appunto) che ha protagonista una ragazza kamikaze. La cosa passa abbastanza inosservata fino all'attentato di Madrid. In quel periodo Vecchioni sta partendo in tour, e annuncia che sul palco non canterà la canzone, per rispetto alle vittime, potremmo dire per ovvi motivi. Battista la prende male, e sulla Stampa scrive che Vecchioni allora dovrebbe ricantare la canzone solo quando in Israele cesserano del tutto gli attentati, in Israele come ovunque, si suppone. La polemica si alza, intervengono le associazioni dei giovani ebrei e si va avanti finché Vecchioni annuncia che per tutto il tour, e fino a data da destinarsi, non canterà in pubblico la canzone. A quel punto insorgono i fan di Vecchioni, su internet e altrove: se Vecchioni si rifiuta di cantare Marika, allora cede a un tipo di pressione che non tiene affatto in conto il valore artistico della canzone, canzone che mai e poi mai va presa come un'esaltazione della ragazza kamikaze e dei suoi simili. Vecchioni replica che intende rispettare sensibilità che possono essere ferite, e lo va a ribadire ieri sera in tv proprio da Battista, dove nella concitata fretta di dire più cose possibili nello striminzito spazio del programma si perde un po' tutto e si capisce poco. Il punto centrale (si può cantare una canzone sul tormento di una ragazza kamikaze senza necessariamente spiegare didascalicamente nel testo che si è ovviamente contro il terrorismo? bisogna mettere delle note a margine? bisogna lasciar perdere comunque perché il rischio si correrà sempre?) si perde comunque. E appena si arriva in televisione, si perde ancora di più. inviato il 28.03.2004 22:46:39 Continuano le proteste della comunità ebraica contro Roberto Vecchioni La comunità ebraica non ha accettato la decisione di Roberto Vecchioni di togliere il brano “Marika” dalla scaletta dei suoi concerti (vedi News), ma vuole un incontro con il cantautore perché questo ne cambi il testo. Così, ieri sera, domenica 21 marzo, una quarantina di esponenti della comunità ebraica hanno tenuto un sit-in di protesta di fronte al Teatro Smeraldo, dove si teneva il concerto di Vecchioni. “Contestiamo il testo che contiene un elogio a una donna terrorista, che sta cullando l'esplosivo come fosse il suo bambino. Cerca di ridare umanità a una persona che fa un gesto tutt'altro che umano”, ha spiegato Eyal Mizrahi, presidente dell'associazione Amici di Israele. “Chiediamo al più presto un incontro con Vecchioni perché cambi il testo”. (Fonti: Quotidiano Nazionale, Corriere della Sera, 22 mar 2004) VOLANTINI CONTRO VECCHIONI: QUELLA CANZONE OFFENDE GLI EBREI Articolo estratto da Corriere della Sera - prima pagina Milano, 22.03.2004 RadioRadicale.it Milano, protesta prima del concerto per il brano sulla donna kamikaze. Il cantautore: non la canto. I contestatori: incontriamoci MILANO - «Se Marika venisse al tuo concerto, moriremmo anche tutti noi». Marika, la giovane kamikaze che riflette prima di farsi saltare in aria, la protagonista di una canzone di Roberto Vecchioni, per i ragazzi della comunità ebraica di Milano è diventata un simbolo negativo. E così ieri sera, sotto le insegne luminose del teatro Smeraldo, prima dello spettacolo del cantautore, una ventina di quei giovani si è presentata con le spalle coperte dalle bandiere italiana e spagnola, israeliana e turca. Per ricordare le vittime del terrorismo. E per distribuire un volantino, in un clima a metà tra la protesta e il dialogo. «Marika» fa parte dell’ultimo album di Vecchioni: «Rotary Club of Malindi». I ragazzi della comunità ebraica dicono di averla ascoltata con «attenzione e preoccupazione». Poi, nei giorni scorsi, hanno inviato una lettera aperta al cantautore: «Vorremmo cogliere l’occasione di questa canzone - recita il testo -, che, diciamocelo, ci ha tanto ferito, per incontrarci e confrontarci. Troviamo i modi e i tempi per parlare. La pace che tutti desideriamo passa necessariamente dalla sconfitta di Marika». Così Vecchioni non ha cantato la canzone nel concerto di Torino, e l’ha esclusa anche dallo spettacolo di ieri allo Smeraldo. «È stato spontaneamente Vecchioni a decidere di toglierla - ha spiegato Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica milanese -. E questo è molto bello e molto corretto. Ma la nostra iniziativa serviva, perché è necessario che la gente sappia». Nel volantino, i giovani hanno riportato sia la loro lettera, sia la replica del cantautore («non è insulto, indifferenza o, peggio, partecipazione alla morte»). Incidente chiuso, dunque? «È da apprezzare il clima di dialogo - dice Emanuele Fiano, capogruppo dei Ds in Comune -, ma l’iniziativa è stata giusta, perché viviamo in un momento in cui serve molta attenzione alle parole che si usano e ai simboli che si richiamano». G. San. Dice Vecchioni: Marika, lo voglio precisare, è la storia di una donna che è divisa tra il suo cuore e la sua responsabilità di essere terrorista. Non è assolutamente un brano di ‘simpatia’ verso i terroristi, né ha valenza politica. Racconto solo la storia di una donna e di quello che avrebbe potuto essere o di quello che avrebbe vissuto se non avesse deciso di farsi saltare in aria. www.tgcom.it Marika è un brano particolarmente forte... E' la storia di una terrorista e del suo stato d'animo pochi momenti prima di farsi saltare in aria. Non c'è un giudizio positivo o negativo, non è una canzone politica. E' sullo struggimento di questa persona, che sta fra due fuochi: l'amore per il suo paese e quella per la propria vita. E' stato Marika anche lei? Stava per farsi esplodere in quel momento di crisi? Sì, subliminalmente è così, ma la storia di Marika è molto più grande. www.kwmusica.kataweb.it ... devo precisare che 'Marika' non è un inno ma la storia vera e senza giudizi di un animo disperato, sospeso tra la vita e la morte. Io fotografo la situazione e fotografare non significa partecipare ma rispondere alla mia necessità di curiosità e di letterarietà. www.vipline.it




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28 marzo 2004

Come ha potuto un ragazzo tetraplegico diventare il capo spirituale di Hamas?

Apparentemente, dagli articoli di stampa comparsi in questi giorni sappiamo e abbiamo capito tutto. E' davvero così ? Eppure alcune domande restano aperte: - come ha potuto un ragazzo di 10 anni, rimasto tetraplegico, diventare così importante da assumere la guida spirituale, ma anche quella militare, di Hamas? - Yassin ci dice qualcosa di come viene considerato un invalido nel mondo islamico? - si puo' definire Yassin un antisemita, nonostante abbia detto We don’t fight Israelis because they are Jews. We fight them because they are occupiers. If my own cousin had stolen my land, I would have fought him to get it back (Sheikh Yassin upon release from prison in 1997.) ? IslamOnline fornisce qualche traccia. Who was Sheikh Yassin? (Live Dialogue with Yassin biographer) Sheikh Yassin was not just a father for his children, but was a father for all Palestinian children. He taught his students and followers to be strong Muslims and at the same time faithful to their homeland Palestine ... More>> He was a paralyzed person and unable to feed or protect himself from anything Tell us about the education of Shaikh Yassin. Did he have a good firm Islamic education to lead an Islamic movement. Did his disability get in the way of leading Hamas? Sheikh Ahmad Yassin entered Cairo University, he received education in the college of arts. He studied 2 years, and then he was emprisoned by the Egyptian government and deported to Gaza. Later he educated himself through his own readings in all fields, whether in Arabic history or religion. He became a great scholar and a big Sheikh. As to his disability, it did not actually prevent him from leading Hamas, and it gave him a great appeal to the youth. People respected him as a disabled scholar leading an Islamic movement. Sheikh Ahmad Yassin as A Muslim was not against the Israelis as citizens or civilians, but he fought against the Israeli occupation. I remember a story has been told to me by Dr. Rantissi, about a time when the the Sheikh and Dr. Rantissi were driving their car at night and found an Israeli who had had an accident. They took him to the hospital and helped him. He did not hate Israelis as Jews, or as civilians, but as occupiers. How could he have been so powerful when crippled? Sheikh Yassin's strength came from his activities in two ways: First, his faith as a Muslim, and his faith in the Palestinian cause. He taught his students and followers to be strong Muslims and at the same time faithful to their homeland Palestine. If these two factors came together in a Palestinian, he would be a very powerful one. Sheikh Yassin's strength also comes from his followers, who have been brought up on faith and resistance. He spent more than 10 years in prison. It affected his eyes that he became unable to see things properly. He had so many infections in his chest. The nerving system was also weakened because his movement was limited. There was also pain in his legs and arms. He was not properly fed and his body became less immune to illness. When he got out of the Israeli prison, the Israelis expected him to die soon. How was Sheikh Yassin as a leader? How did he manage the organization? Sheikh Yassin was great. He was a wise man with a big heart and, at the same time, he was strong when the situation needed him to be. I know that he sometimes sat for more than 12 hours dealing with problems, solving issues and building many things in his organization. This is what made people admire him... His disability did not prevent him from doing his best to build and guide such a big organization like Hamas. Ahmed Yassin: The Man Who Revived a Nation The assassination of Sheikh Ahmed Yassin represents a turning point in the history of the Arab-Israeli struggle and in the larger global conflict between the West and the Muslim world... More>> Born in 1936 in Majdal near the coastal town of Askalan, in what was then Palestine under the British mandate, Sheikh Yassin’s political views were forged at a time of humiliation and defeat for the Palestinians.13 Father to eleven children, the elderly sheikh belongs to one of many families expelled from their homes by invading Israeli forces during the first Arab-Israeli conflict of 1948. After a childhood accident left him a quadriplegic, he devoted his early life to Islamic scholarship and studied at al-Azhar University in Cairo, the birthplace of the Muslim Brotherhood. It was there that he developed the belief that Palestine is Islamic land “consecrated for future Muslim generations until Judgment Day,” and that no Arab or Muslim leader has the right to give up any part of this territory. Hamas and the Future of Palestine (Live Dialogue with Sheikh Yassin) Asked on Hamas operations against Israel, Sheikh Yassin responded: “Armed resistance is a self-defense right, and this right is legitimate in all religions and earthly laws.”... More>> Guest Name: Sheikh Ahmad Yassin Subject: Hamas and the Future of Palestine Date: Wednesday,May 7 ,2003 Time: Mecca, From... 17:30...To... 20:00 GMT From... 14:30...To...17:00 [Terrorismo suicida] What do you say to those scholars and Sheikhs who still claim that “suicide” bombings are haram (religiously prohibited) and who call for an end to resistance as they merely cause more suffering for our Palestinian brothers? I can't categorize them with scholars and Sheikhs, because they worked for the interest of the enemies of Islam. Martyrdom operations are unanimously agreed upon by the trusted Sheikhs of Islam and have many examples in the history and Sirat of Prophet Muhammad. Armed resistance is a self-defense right, and this right is legitimate in all religions and earthly laws, and here’s the proof: Hadith says “He who defends his money is a martyr, and who defends his religion is a martyr, and he who defends his honor is a martyr,” and the likes of those called “scholars” as they name themselves are brokers for the American-Zionist enemy, wanting our nation to surrender and raise the white flags, forgetting the basic rights of humanity and commandments of our faith. [USA - IRAQ - PALESTINA] I believe that the American invasion and occupation of Iraq will give the Palestinian people extra strength to defend themselves and sacrifice for victory and liberation, and the evacuation of the occupiers and the settlements, because the American aggression will increase against the Islamic movement(s) in Palestine and the world under the pretext of “fighting terrorism.”




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28 marzo 2004

Tutti a casa? No! Tutti in campo!

Parola di D'Alema: Il dramma del dopoguerra iracheno - chiarisce il presidente dei Ds, non si risolverà senza un intervento della comunità internazionale in Medio Oriente". Per questo, dopo averne discusso a lungo proprio con Prodi, D'Alema avanza una doppia proposta: "Facciamo aderire all'Unione europea, on la formula della "associazione speciale", Israele, lo Stato palestinese e la Giordania, per offrire a questi paesi una prospettiva seria di crescita economica. E poi proponiamo loro, e anche all'Egitto e al nuovo Iraq, un'adesione alla Nato, con la formula della "partnership for peace", per offrire un quadro di regole militari che garantiscano sicurezza in tutta l'area. Solo in questo modo sarà possibile uscire dal tragico tunnel nel quale ci ha cacciati la strategia dell'unilateralismo americano. (La Repubblica, 28 Marzo 2004)




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28 marzo 2004

Le scarpe di Allah, le trovo seguendo una traccia

lasciata da edoneo, che segnala un articolo di Antonio Negri su GLOBAL Magazine. Niente di poi così nuovo: l'Impero, la globalizzione... alcune frasi ermetiche come eccedenza della produzione intellettuale ed etica del proletariato Più interessante mi pare l'articolo di Le Scarpe di Allah, di Ida Dominijanni, che si chiude così: Quello che so, dunque, è che nella mia cultura i martiri riportano a galla elementi che la secolarizzazione ha domato, ma non ha cancellato. La politica come sacrificio, la morte come rito fondativo, il fine più alto che legittima l’uso di mezzi più bassi, l’eroismo maschile che legittima l’olocausto di sé femminile e tutta questa paccottiglia che credevamo di esserci lasciati alle spalle. Non c’è nessuna lotta di liberazione che possa farmela riabilitare. Sul piano politico, la pratica dei kamikaze produce danni immensi, perché fa saltare il meccanismo di deterrenza fondamentale della convivenza umana che da sempre riposa nel principio per cui l’aggressione a un altro non può spingersi oltre l’istinto di conservazione della propria vita; e non c’è da meravigliarsi che l’amministrazione Bush risponda a questa imprevista asimmetria del nuovo conflitto con il concetto speculare della guerra asimmetrica. Sul piano culturale, io concordo con Baudrillard quando dice che la morte del terrorista suicida è l’arma assoluta contro un sistema, il nostro, che vive della pretesa di azzerare la morte nella merce e nel non-senso. E però. E’vero che collezionare scarpe di Manolo Blanik per compensare incertezza esistenziale e vuoti affettivi, come fanno le impenitenti single newyorkesi di Sex and the City, non è una strategia di vita molto sensata. Ce n’è però una ancora più insensata, che consiste nel sublimare suicidandosi il desiderio di possederle, contando di trovarle coi tacchi più alti nel paradiso di Allah.




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27 marzo 2004

L'arrogante Sharon ed il pio Yassin

Noga Tarnopolsky si interroga sul perchè dello shock causato in Israele dall'eliminazione fisica del mandante di orribili omicidi e stragi. 5 Nissan 5764, Saturday, March 27, 2004 23:55 IST JPost.com » Opinion » Sharon, the arrogant Mar. 27, 2004 22:04 Sharon, the arrogant By NOGA TARNOPOLSKY Many words have been spilled this past week stating the obvious: Sheikh Ahmed Yassin was not a nice man. He may have been pious, in his way. He may have been otherworldly, sainted, somehow. But few are shedding real tears for him. Yassin taunted Israel and the world before and after his 1997 release from jail like an exceptionally well-armed neighborhood bully trying to get away with worse and worse crimes, rarely checking to see if he ever got caught. So the shock at his death, for those who woke up last week to the shock, is principally at the loss of a familiar figure, the evil image we are used to seeing across the way. He'd be the least surprised at his own death. Given the extent of Yassin's crimes, it is difficult to muster up much of an outraged response. Israelis – those in favor of the targeted killing and those opposed to it – have responded principally out of fear of reprisals, as if that is the proper measure by which we should measure the acceptability of this elimination. The look on Prime Minister Ariel Sharon's face on the morning the killing was announced was enough to chill one's blood; it displayed fear, pure and simple. Sharon did not feel moved – or obligated – to provide further insight into the killing, as if offing Hamas's Sheikh Yassin in the Gaza strip were a banality not worthy of serious public pause. Democratically elected leaders, no matter what pressures they face, should not display so cavalier a countenance when it comes to the elimination of their enemies. Trading in the killing of terrorist leaders, especially those considered spiritual leaders, is a serious business. Absent a reflective public explanation of the act, the killing of Yassin risks appearing similar to an obvious, expected mafia hit in an especially bad neighborhood. So what? Who cares about Yassin? The question begs restating: Forget Yassin. Given the volatility of Israel's democracy, how outraged should our response be? On the morning Yassin was hit, the IDF issued a fairly slick e-mailed press release – their new format involves color displays of both the IDF's emblem and the spokesman's badge – alerting us all: "The leader of Hamas terror organization Ahmed Yassin, and his aides, killed in an IDF attack. "The Hamas leadership, led by Yassin, was directly involved in planning directing and launching terror attacks carried out by the organization," the announcement went on to explain. "The Hamas leadership is also responsible for cooperation with the other terror organizations." Well, yes, we knew that. Still, it is more than a little odd to receive this type of advisory over this type of killings. If not addressed with suitable gravitas by our leaders, the elimination of enemies in this way –even the legitimate elimination, in such cases where that is possible – risks becoming just another avoidable aspect of life. So the question should perhaps not be: "Did Yassin deserve it?" but "Do we?" Is this who we want to be? A nation issuing brief and dismissive press releases about just the next elimination ordered by a political caste that feels no need to explain its actions to us? Ahmed Yassin almost certainly deserved his end, but we, the Israeli electorate, deserve considerably better. Someone in this government should be hauled before the cameras to answer the most important question we now face: What do we get out of this? HAMAS HAS without doubt not been eliminated from the Gaza Strip, and it is a stretch to assume that Sharon wishes to strengthen Yasser Arafat's hand by eliminating his potential rival from the area he is about to receive under his control, if indeed Sharon follows through with his announced evacuation from Gaza. If the government sincerely believes Yassin's elimination from the political arena will bring about fewer deaths, they should stand up and say it. So far, Sharon's stance transmits the very shaky "I hope we did the right thing." Israel's left-wing parties lost the last elections – and deserved to – because of what has variously been called Ashkenazi elitist arrogance, autism, and a lost soul, all of which amount to the fact that the Labor party and Meretz did not believe they owed their voters a serious explanation for the failure of Oslo. Sharon seems to have learned the worst lesson in non-accountability from them, leaving us to sit at home at night, many, at least for the next few weeks, afraid to go out, and ponder what, aside from an eruption of spleen, we may have gained from this. The writer is a Jerusalem-based author. © 1995 - 2004 The Jerusalem Post. All rights reserved. About Us | Media Kit | Advertise with Us | Subscribe | Contact Us




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