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19 febbraio 2003

Prepararsi alla guerra ? CNN.it è già pronta

cnn.it 19 Febbraio 2003

Stati Uniti: vademecum contro gli attentati

Si spiega come reagire nel caso di un attacco 'inusuale'

Ultimo aggiornamento 19 febbraio 2003, 21:13 ora italiana (20:13 GMT)



Il segretario alla Sicurezza, Tom Ridge, alla presentazione della campagna 'Ready'


CINCINNATI (CNN) -- È importante che gli americani siano preparati all'eventualità di un attentato terroristico e che prendano le semplici precauzioni per proteggersi e minimizzare le conseguenze di un attacco. Lo ha detto mercoledì Tom Ridge, segretario del Superministero per la sicurezza interna.

"La minaccia delle forze del terrore ci impone di fare una scelta. Possiamo farci paralizzare dal terrore oppure essere pronti", ha detto Ridge, parlando in occasione di una cerimonia della croce rossa a Cincinnati in cui si annunciava la campagna federale "Tieniti pronto".

L'iniziativa coinvolge un sito Internet - www.ready.gov -, radio e tv, oltre alla carta stampata. Sarà attivato anche il 'numero verde' 1-800 per rispondere alle domande della popolazione su cosa sia meglio fare nel caso di un possibile attacco.

"Nell'emergenza non è importante il tempo con cui si prevede un fatto, ma il tempo che si impiega a reagire una volta in cui quell'evento sia accaduto. Le azioni con cui si reagisce a un attacco convenzionale sarebbero controproducenti se adottate in risposta a un altro tipo di attacco.

Ridge ha quindi caldamente consigliato alla popolazione di dotarsi dei kit di emergenza, che includono provviste per tre giorni, lampade elettriche, batterie, medicine e altri strumenti, tra cui del nastro adesivo e ampi fofli di plastica per isolare gli ambienti in caso di attacchi chimico-batteriologici".

Una settimana fa, una simile raccomandazione, giunta a tre giorni dall'innalzamento del livello di minaccia terroristica da giallo ("elevated") a arancione ("high"), aveva provocato un picco nell'acquisto di kit di emergenza e aveva indotto la Casa Bianca a rassicurare gli statunitensi dell'inopportunità di lasciarsi prendere dal panico.

"Gli americani continuino a vivere come sempre", aveva detto il presidente, George W. Bush, nel consueto messaggio alla radio del sabato sera.

-----------------------
INTERATTIVO

Armi chimiche e batteriologiche

Cosa sono
Definite “le armi di distruzioni di massa dei poveri”, le armi chimiche e biologiche sono - a differenza di quelle nucleari - relativamente facili da produrre, nascondere e utilizzare. La nostra scheda ne elenca alcune tra le più pericolose, e spiega come funzionano e quali effetti possono produrre.

Quadro generale
Nel 1991, quando l'Iraq accettò le condizioni per il cessate il fuoco relative alla guerra del golfo, si dichiarò disposto ad eliminare tutte le armi di distruzione di massa in suo possesso. Nel 1995 però, dopo la defezione di un ufficiale dello Stato Maggiore, la nazione ammise di aver continuato a produrre agenti chimici e biologici che avrebbero potuto essere utilizzati come componenti di codeste armi. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono tuttora in missione per verificare l'esistenza o meno di armi di distruzione di massa in riq, così come di missili idonei al loro sgancio. Quella che segue è una panoramica degli agenti chimici e biologici prodotti in passato dall'Iraq.

Fonti: Jane's Intelligence Review, Federation of American Scientists e U.S. Central Command

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19 febbraio 2003

la farsa guerra 3

16 Febbraio 2003
QUOTE
continua la farsa (come ben de-scriveva Karl Kraus la guerra non è una farsa)... e mentre il cuore batte a sinistra, come sempre, per la vita e contro la morte, basta dare un'occhiata ad alcuni ultimi titoli in giro per il mondo...
Ankara, 20:58, Iraq, Turchia: forse slitta il voto sull'ok a truppe Usa
Ovvero: Turchia mercanteggia:


19 Febbraio 2003

Bruxelles, 11:18
Iraq, Nato approva messa in opera misure per Turchia

La Nato ha approvato oggi la messa in opera delle misure di protezione della Turchia in caso di guerra in Iraq: lo si è appreso da fonti diplomatiche.

La decisione è stata presa, in applicazione del compromesso politico raggiunto domenica fra i paesi alleati, dal comitato dei piani di difesa, cui non partecipa la Francia. (Red)




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19 febbraio 2003

Imperi

L'idea che mi sono fatto io degli Imperi nella Storia, è che si sono tutti basati principalmente sulla concentrazione in poche mani di un enorme potere economico e militare: Egitto, Babilonia, Persia, India, Cina, Impero Romano, Impero Islamico, Sacro Romano Impero, Impero Austriaco, 3° Reich... Impero Americano...

E' sbagliato credo attribuire alla 'natura imperiale' dei meriti, come ad esempio la comune cittadinanza, la diffusione della cultura, delle scienze, dei saperi, il movimento e l'interazione tra popoli di lingua e religione differenti: l'Impero ha certamente creato le basi perchè questo avvenisse, ma non certo gli Arabi, in quanto imperialisti, erano diffusori di cultura, ma i persiani, gi egiziani, gli ebrei, i pakistani ecc. che potendosi muovere in un'area comune hanno per esempio riportato in Europa le antiche filosofie e scritture e sapienze. Così come l'Impero Asburgico è crollato proprio in funzione della sua natura militarista e razzista, quando al suo interno, e nonostante quello, si muovevano culture ricche e diverse, dall'italiana, all'ungherese, alla polacca, alla boema, e, come scrivono in molti libri
Joseph Roth o Mario Rigoni Stern, il 'cittadino' austriaco si sentiva parte di un vasto e pacifico e libero universo al cui crollo sono seguiti solo sgomento e impoverimento a vari livelli, non solo materiali.

D'altra parte proprio la storia di Israele e del Popolo Ebraico, in particolare all'epoca dell'Impero Romano (l'equivalente celtico è poco noto perchè i Romani si sono preoccupati di distruggerne e cancellarne accuratamente quasi ogni traccia), dimostra quanto sia difficile 'resistere' a un Impero.

Giuseppe Flavio ci ha tramandato molto bene quali terribili contraddizioni ponga il collocarsi come risoluti avversari di in Impero. Ne vale la pena? Ne è valsa la pena? La diaspora bimillenaria ebraica, col finale della Shoah e delle attuali inestricabili contraddizioni del 'nuovo' Israele ripropongono la domanda. Qui siamo tutti oggi fermi.

Il Grande Israele degli Ebrei perchè non puo' essere il Mondo?

Gli Stati Uniti del Mondo non sono forse la speranza messianica, da Abramo in qua?

Puo' esistere qualcosa che assomiglia ad un Impero, ma è invece una Globale Democratica Comunità?

Il rivoluzionario e passionale Rousseau, pensava che comunque la Repubblica che lui sognava avrebbe 'anche' dovuto difendersi, nei termini in cui lo sta' facendo l'Occidente a guida USA. E' modificabile tutto ciò? E' auspicabile?

Ultima domanda (!)

Se ci poniamo in un'ottica anti-imperiale, quali prospettive abbiamo per immaginare qualcosa d'altro che non sia la riproposizione del fallito modello rivoluzionario marxista-leninista-stalinista o del fondamentalismo religioso?




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18 febbraio 2003

Civis Romanus sum

Scrive Foglia in Guerra e Pace
QUOTE
Adesso non ci sono più potenze, poiché ce n’è una sola. Siamo entrati nell’era dell’Impero degli Stati Uniti d’America. Questa è una guerra per il dominio mondiale...
Buona giornata a tutti
foglia


Ecco, ma di questo Impero Americano, ci sentiamo siamo, chiediamo di essere CITTADINI o AVVERSARI ????

L'Impero Romano era avversato da molti, ma almeno concedeva a tutti la CITTADINANZA: "Civis Romanus sum!"

----------------------
CIVIS ROMANUS SUM

Cicerone, Actio in Verrem (1) (II, V, 162-163)

Cicerone, scrittore latino, vissuto nel I secolo a.C. scrisse numerose opere, fra cui "Actiones in Verrem" da cui è tratto il testo "Civis romanus sum", in cui si esalta la condizione di civis. A Roma lo status di civis permetteva di avere un certo numero di diritti e si basava sulla libertà dell’individuo. In questo brano, Cicerone, rimasto fortemente colpito dinanzi al supplizio cui Verre, governatore della Sicilia, aveva sottoposto Gavio, cittadino romano, denuncia questo abuso.

Portato in mezzo alla Piazza di Messina e seviziato sotto gli occhi di tutti, Gavio implora inutilmente i suoi giustizieri di liberarlo, invocando la sua appartenenza alla civitas romana. Ma più implora e cerca di affermare i suoi diritti, più aumenta il numero delle bastonate. Cicerone accusa Verre non solo di avere agito ingiustamente contro un cittadino romano, ma anche di avere ignorato i suoi doveri di magistrato, atti a garantire l’incolumità per i cittadini romani. È evidente inoltre la grande fiducia che il cittadino romano nutre nei confronti della legge, nata per assicurare i suoi diritti in ogni parte dell'Impero. Come conclusione al proprio discorso, Cicerone invoca la libertà, in quanto diritto e applicazione della legge romana, in particolare di quel tipo di leggi che garantiscono il cittadino contro i soprusi.

-----------------
civis Romanus sum,

"ich bin ein römischer Bürger".

Mit diesen Worten entzog sich ein römischer Bürger im Ausland der fremden Gerichtsbarkeit;

z. B. auch Paulus

Apostelgeschichte 16, 37 - 40; 22, 25 - 29.

---------------
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As a free man, I take pride in the words, "Ich bin ein Berliner"

http://www.radicali3000.net , antiproibizionisti su tutto



President John F. Kennedy - June 26, 1963

I am proud to come to this city as the guest of your distinguished Mayor, who has symbolized throughout the world the fighting spirit of West Berlin. And I am proud to visit the Federal Republic with your distinguished Chancellor who for so many years has committed Germany to democracy and freedom and progress, and to come here in the company of my fellow American, General Clay, who has been in this city during its great moments of crisis and will come again if ever needed.

Two thousand years ago the proudest boast was "civis Romanus sum." Today, in the world of freedom, the proudest boast is "Ich bin ein Berliner."

I appreciate my interpreter translating my German!

There are many people in the world who really don't understand, or say they don't, what is the great issue between the free world and the Communist world. Let them come to Berlin. There are some who say that communism is the wave of the future. Let them come to Berlin. And there are some who say in Europe and elsewhere we can work with the Communists. Let them come to Berlin. And there are even a few who say that it is true that communism is an evil system, but it permits us to make economic progress. Lass' sie nach Berlin kommen. Let them come to Berlin.

Freedom has many difficulties and democracy is not perfect, but we have never had to put a wall up to keep our people in, to prevent them from leaving us. I want to say, on behalf of my countrymen, who live many miles away on the other side of the Atlantic, who are far distant from you, that they take the greatest pride that they have been able to share with you, even from a distance, the story of the last 18 years. I know of no town, no city, that has been besieged for 18 years that still lives with the vitality and the force, and the hope and the determination of the city of West Berlin. While the wall is the most obvious and vivid demonstration of the failures of the Communist system, for all the world to see, we take no satisfaction in it, for it is, as your Mayor has said, an offense not only against history but an offense against humanity, separating families, dividing husbands and wives and brothers and sisters, and dividing a people who wish to be joined together.

What is true of this city is true of Germany--real, lasting peace in Europe can never be assured as long as one German out of four is denied the elementary right of free men, and that is to make a free choice. In 18 years of peace and good faith, this generation of Germans has earned the right to be free, including the right to unite their families and their nation in lasting peace, with good will to all people. You live in a defended island of freedom, but your life is part of the main. So let me ask you as I close, to lift your eyes beyond the dangers of today, to the hopes of tomorrow, beyond the freedom merely of this city of Berlin, or your country of Germany, to the advance of freedom everywhere, beyond the wall to the day of peace with justice, beyond yourselves and ourselves to all mankind.

Freedom is indivisible, and when one man is enslaved, all are not free. When all are free, then we can look forward to that day when this city will be joined as one and this country and this great Continent of Europe in a peaceful and hopeful globe. When that day finally comes, as it will, the people of West Berlin can take sober satisfaction in the fact that they were in the front lines for almost two decades.

All free men, wherever they may live, are citizens of Berlin, and, therefore, as a free man, I take pride in the words "Ich bin ein Berliner."




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18 febbraio 2003

il nostro essere sempre altri e altrove

In passato veniva spesso ripetuta una formula, per esempio a proposito di 'handicap': Noi e Gli Altri

Però:
se si parla di Americani... noi siamo ... gli altri
se si parla di Europei... noi siamo... gli altri
se si parla di Italiani... noi siamo ... gli altri
se si parla di Occidente... noi siamo ... gli altri
se si parla di Globalizzazione... noi siamo ... gli altri
se si parla di Israele... noi siamo ... gli altri
se si parla di Nord del Mondo... noi siamo ... gli altri
se si parla di Sinistra... noi siamo ... gli altri

mai noi stessi, sempre... noi siamo ... gli altri

è come se la Storia d'Italia, finita nel 1945, o quella d'Europa, finita nel 1918, o quella del Comunismo, finita nel 1990... ci avessero per sempre tolto la capacità ma anche il desiderio di identificarci in alcunchè, che non sia 'altro', diverso, 'contro'.

siamo perennemente abitanti del Paese di Utopia.

ci sarà la guerra? ... noi siamo ... gli altri ... e dunque non ci interessa sapere come verrà condotta, cosa succederà a noi e a loro, se ci sono modi per sopravvivere, o prospettive per il dopo... noi siamo ... gli altri, altrove... la guerra l'avranno fatta gli altri, altrove.... nel bene e nel male... noi che c'entriamo?

non ci sarà la guerra? ... noi siamo ... gli altri... e dunque indifferenti a ciò che questo significherà in concreto, per il Medio Oriente, o l'Estremo Oriente, l'Africa, il Sud America o l'Occidente... perchè... noi siamo ... gli altri, altrove.... e essere altro da questa guerra annunciata sarà motivo di trionfo e di rinnovate speranze.... di poter rimanere altrove... altri... e dunque... scusate....

irresponsabili, non responsabili, dissociati dal Mondo e dalle sue Quotidianità...

certo essere o dichiararsi 'qualcuno', 'per qualcosa' è fuori moda, politicamente scorretto nell'Era Post-Ideologica... naturalmente 'Post' solo per noi, perchè ... noi siamo ... gli altri




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17 febbraio 2003

Paura del terrorismo? Si sconfigge coi sogni...

Si apre oggi all'università La Sapienza Roma un convegno internazionale sul Social Dreaming. Ben 250 psicologi di tutto il mondo a confronto sul racconto dell'onirico come metodo per superare i traumi sociali
Paura del terrorismo? Si sconfigge coi sogni
:: 06/06/2002 12.20.15 , di red.
 
Il sogno come terapia di gruppo per superare i traumi dell'11 settembre, i drammi dell'Intifada e dell'emigrazione, il mobbing. E' questa l'ipotesi analitica al centro del convegno internazionale "Sogno Mito e Gruppo" che si apre oggi al centro congressi dell'Università La Sapienza di Roma.
Un evento promosso dalla cattedra di Teoria e tecniche della dinamica di gruppo della facoltà di Psicologia, che vedrà confrontarsi 250 psicologi e psicoterapeuti di tutto il mondo. Primo fra tutti lo psicologo sociale inglese Gordon Lawrence, che per primo (negli anni Ottanta) ha teorizzato la dimensione e la funzione sociale del sogno, il cosiddetto Social Dreaming.
"Se fino a qualche tempo fa - spiega il professor Claudio Neri, della facoltà di Psicologia - c'era la tendenza a interpretare il sogno nel classico rapporto duale, adesso prevale il racconto del sogno nel gruppo, la sua condivisione e accettazione da parte degli altri, e in tale contesto la sua interpretazione di senso e significato". Si tratta quindi di un nuovo approccio analitico che supera quello classico freudiano con l'analista silenzioso e il paziente sul lettino che fa le sue associazioni mentali.
"Con la terapia di gruppo - continua Neri - c'è più partecipazione emotiva, un livello affettivo maggiore e ciò permette ai partecipanti di condividere le esperienze di altri. Il sogno diventa patrimonio del gruppo". Ed è così che si condividono sentimenti individuali che sono anche comuni, come le ansie e le fobie emerse dopo l'attentato alle Torri Gemelle e il conflitto arabo-palestinese, l'angoscia derivante dalle molestie sul lavoro o da alcuni fatti di cronaca.
I sogni, dunque, ci aiutano a comprendere la realtà sociale: grazie alla terapia di gruppo si portano alla luce forze, tensioni e ansie che da svegli non si è in grado di riconoscere e si superano così traumi collettivi che altrimenti sarebbero vissuti in solitudine.

Scarica subito dal Centro di documentazione il saggio del professor Claudio Neri "Introduzione al Social Dreaming"
 
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=194




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17 febbraio 2003

prepararsi psicologicamente alla guerra (2)

Psicologia dei Diritti Umani

Una disciplina all’età della pietra?

Psicologia dell’emergenza, psicologia del trauma, psicologia della sicurezza:
sembrerebbero queste le ultime novità della psicologia, i campi delle "nuove
professionalità emergenti", le offerte dei corsi formativi del momento.
Testimonianze visibili di quanto il presente sia segnato dall’insicurezza e
dalla sfiducia nelle nostre abituali risorse e di quanto la psicologia e gli
psicologi stiano cercando di acquisire un ruolo di primo piano nello scenario
delle riflessioni su questo paradossale nuovo modo di vivere dove ci viene
richiesto di essere preparati all’inaspettabile, di aspettare l’imprevedibile
e di continuare nel contempo a condurre la nostra normale vita quotidiana,
mentre alcuni milligrammi di polvere biancastra paralizzano tonnellate di
relazioni umane, commerciali, professionali e i nostri figli guardano, in
diretta, immagini da war games durante i telegiornali della sera.

Oggi ci si prepara alla guerra minuziosamente, se ne rappresentano tutti
gli scenari, se ne anticipano tutte le conseguenze, comprese le più atroci,
e poi si va avanti. Ci si prepara, contemporaneamente e con la stessa
sapienza tecnica, a ferire e a curare, a bombardare e a proteggere.
Le procedure con cui distribuiamo aiuti umanitari assomigliano sempre
più a quelle con cui le forze armate distribuiscono gli attacchi militari.
Bersagliamo alternativamente le stesse popolazioni di medicine e di bombe
nella folle rincorsa di una giustizia della/nella guerra, di una perversa
e morbosa umanizzazione della macchina bellica.

Miniamo con la mano destra i campi che noi stessi smineremo con la sinistra
e mentre in Angola la media raggiunta dagli sforzi umanitari è di una protesi
ogni 3 bambini mutilati (che la usano un giorno a testa per poter percorrere
i cinque km che di media separano i loro villaggi dalla scuola), i generali
dei corpi speciali di sminamento soavemente spiegano: "è una fortuna che le
mine siano state prodotte nel nostro paese, perché così possiamo leggere i
dati di fabbricazione e ci è più facile disinnescarle". Non si avrebbe lo
spirito di controllare il paese di produzione degli arti protesici.

http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/rubriche/fioravanzo/

Paura: psicosi da guerra

a cura di Cinzia Riassetto
 
E' ormai da una settimana che si sente nominare ovunque la parola "guerra",
parola che inevitabilmente provoca ad ognuno di noi delle reazioni con quelli
che sono i nostri fantasmi e immaginari.
Come fare per non negare ciò che sta succedendo nel mondo e allo stesso tempo
non cadere ai confini di ciò che viene definita "psicosi da guerra"?
Parliamo tra noi ragazzi! Confrontiamoci, permettiamoci di liberare i nostri
pensieri, le nostre preoccupazioni, le paure che ci provoca questa guerra.
La condivisione degli stati d'animo è sempre possibilità di sentirsi capiti,
soprattutto nei casi in cui c'è alla base un vissuto comune, come questo.
Ma attenzione! Sempre con uno scenario di fondo che è l'unico che non porti
al disorientamento profondo nei casi migliori o all'ansia generalizzata in
quelli peggiori. Qual è questo scenario? E' la speranza.
La spinta motrice dei nostri discorsi sulla situazione internazionale attuale
deve essere la speranza per il futuro e l'atteggiamento di non vendetta:
facciamo una riflessione al proposito. Non pensiamo che i nostri sentimenti
di odio, di rancore, supportati da quella che viene definita giustizia,
(ma è una falsa giustizia!) provati a migliaia di chilometri da dove la
guerra ha luogo, siano meno dannosi!
Lo conoscete il principio per cui "uno battito di ali di farfalla a Tokio
provoca un tornado a New York"? Significa semplicemente che dal piccolo
nascono le cose grandi, nel bene e nel male. E allora cominciamo a lavorare
nel nostro piccolo.
L'uomo di fronte a queste cose si sente impotente, si sente vittima di
decisioni e prese di posizione fatte da qualcuno che non pensa al suo
benessere, al suo futuro e il sentimento che ne deriva è un miscuglio tra
rabbia e paura. La mente umana ha bisogno di sentirsi, anche in questi casi,
non lasciata in mano altrui, ovvero in grado di essere, in un certo modo,
padrona del proprio destino. Come può l'uomo assumersi la responsabilità
della propria vita in queste situazioni al limite della libera scelta?
Semplicemente promuovendo e rappresentando in prima persona una società
civile che vuole la pace, nei piccoli gesti e negli ambienti quotidiani.
Creiamola questa predisposizione alla pace, all'uguaglianza, alla
tolleranza, non nascondiamoci dietro la scusa della poca incidenza che
da soli possiamo avere, nella convinzione che il principio di prima non
vale solo per le reazioni negative!!!

http://www.somgiovani.it/areagiovani/psicologia/psc0110.htm




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17 febbraio 2003

prepararsi psicologicamente alla guerra

ha senso? dopo l'11 settembre 2001 erano comparsi siti e pagine web sia in lingua italiana sia in lingua inglese sul tema, in particolare sul modo di vivere le 'catastrofi' guerra e terrorismo.

proverò qui a rintracciarne i link e indicarne i contenuti

per ora in ordine sparso:

Psicologia e Guerra

http://www.ica-net.it/pascal/Guerra%20e%20pace/psicolog.htm

Questo nucleo tematico si occupa della concezione di pace e di guerra sotto il profilo psicologico e psicanalitico attraverso la trattazione delle tesi di alcuni tra i più noti pensatori del nostro secolo e di quello appena concluso.

Le posizioni che ho qui considerato appartengono a Freud, a partire dal confronto tra lo stesso Freud e Einstein nel carteggio del 1932; a Fromm attraverso il confronto con Fornari, a Fini.

Sono inoltre presenti due appendici sul rapporto psicologia-nonviolenza secondo un approccio comportamentale, e sul rapporto aggressività-violenza secondo una prospettiva comunicativa.

Psicologia della Guerra

http://www.homolaicus.com/economia/psicologia_guerra.htm

... Dire che la guerra è voluta prevalentemente dai soggetti violenti e individualisti, avrebbe senso solo all'interno della psicologia sociale, ma non ne avrebbe ovviamente all'interno del campo economico o politico. Taluni strati o classi sociali: piccola borghesia, professionisti, intellettuali..., che avvertono la loro condizione con frustrazione, perché si rendono conto che le contraddizioni sono sempre più acute e la loro capacità di risolverle sempre più scarsa, credono di trovare la loro realizzazione (almeno momentanea), la loro soddisfazione personale, affidandosi alla magia delle soluzioni unilaterali: guerre, colpi di stato, dittature militari, ecc. Credono in queste cose anche senza ricavarne un immediato o diretto vantaggio economico. I vantaggi sono più di tipo psicologico. Costoro cioè s'illudono che sia possibile un cambiamento delle cose. I più disonesti si servono proprio di tali soluzioni per non dover affrontare alcun problema, cioè per distrarre l'opinione pubblica, per deviare l'attenzione e gli interessi anche, se possibile, degli elementi sociali più coscienti...

La guerra e la psicoanalisi: lo scambio di lettere tra Freud e Einstein su "perché la guerra".

http://www.psicologiaonline.it/Einstein-Freud.htm




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16 febbraio 2003

la farsa guerra continua...

continua la farsa (come ben de-scriveva Karl Kraus la guerra non è una farsa)... e mentre il cuore batte a sinistra, come sempre, per la vita e contro la morte, basta dare un'occhiata ad alcuni ultimi titoli in giro per il mondo...

Ankara, 20:58, Iraq, Turchia: forse slitta il voto sull'ok a truppe Usa

Ovvero: Turchia mercanteggia:

Il ministro degli Esteri Yasar Yakis, rientrato insieme al collega dell'Economia Ali Babacan da un viaggio negli Usa, annuncia che potrebbe slittare il voto del parlamento sull'autorizzazione all'ingresso delle truppe che gli Stati Uniti vorrebbero dispiegare al sud per aprire un fronte settentrionale in caso di guerra all'Iraq. Il voto era previsto per martedì.

"Gli Stati Uniti hanno sottolineato quanto sia necessario per il parlamento approvare il passaggio delle truppe prima del 18 febbraio - ha detto Yakis -. Noi abbiamo detto quanto ciò sia difficile...". Il sì di Ankara, per nulla entusiasta all'idea di sostenere attivamente un intervento armato contro l'Iraq, dipende anche dagli aiuti che Washington è disposta a mettere sul piatto della bilancia.

Le autorità turche fanno presente che la guerra del Golfo del 1991 costò al paese 30 miliardi di dollari in mancati introiti nel settore del commercio e in quello del turismo. L'amministrazione statunitense, si è appreso, è disposta a concedere a Ankara 6 miliardi di dollari a fondo perduto e 20 miliardi di dollari in prestiti garantiti in cambio di una rapida decisione sullo spiegamento delle truppe. Babacan ha detto che non c'è ancora un accordo finale sugli aiuti. (red)

Mediazione sulla Turchia, La Nato verso l'accordo

Ovvero, l'Europa mercanteggia...

The Cost Of Calling Off The War

Ovvero, il Mondo Arabo mercanteggia...

Ghassan Charbel Al-Hayat 2003/02/16
It was evident that President Saddam Hussein had watched the famous UN meeting on TV. In fact, he has the right to cheer up, not because the discussions had focused on him but because the meeting revealed the existence of a wide international rising against Bush's administration in dealing with the Iraqi crisis and the world. He might have smiled when he knew, through Blix' and El-Baradei's reports and senior dissidents' interventions, that Bush would not obtain the approval of the Security Council in his potential war against Iraq and that the war was at least, postponed.

Maybe, Saddam Hussein was content with his way to deal with the crisis, hence, he issued, before the meeting, a decree by virtue of which he banned the production and the selling of weapons of mass destruction.

Furthermore, it was evident that Saddam Hussein followed, yesterday, the popular rising against war in the metropolitan capitals in the world. He might have cheered up too when watching the anti-hegemony slogans and those denouncing supremacy and rashness. In this case, he has the right to draw a smile on his face and puff out: the American war is getting more complicated. And waging it, does not imply the ousting of Saddam Hussein only but of several references starting with the UN, NATO and EU.

The Iraqi president has the right to rejoice because Egypt called for an emergency Arab summit in order to reinforce the position of war's opponents and those calling for a peaceful solution to the crisis. When watching the Franco-German axis engaged in a fierce battle to prevent, or delay, the war, Arabs have no other choice than joining this attempt. The Iraqi president has the right to rejoice, but not to the extent of expecting the defeat of the United States as an end to the current crisis. Following 9/11, The US cannot stand another defeat. Furthermore, the world has no energy to withstand such a defeat; the consequences of which might result in international chaos instead of American hegemony. Both of which are dangerous.

A question is to be asked to the members and opponents of war within the Security Council and to the Arab gathering to be held in Sharm Al Sheikh: what price should be paid in order to convince Bush to drop the military option, and to bring the aircraft carriers and the military troops back to where they were before the current crisis?

We are surely not exaggerating when we say that the price ranges from the stepping down of president Saddam Hussein to the imposing of an inspections' formula that represents a kind of an international guardianship over Iraq depriving the regime of its vital tools. It is most likely that greater countries, which cooled off the American enthusiasm in the Security Council, will be firm concerning inspecting and providing the price for the returning of Bush's administration from war.

The Iraqi president has the right to rejoice, provided that he does not indulge in his ecstasy to the extent of committing mistakes in his calculations. He must be aware because the regional and international balances do not allow an American defeat, or will allow Saddam Hussein to claim victory.




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16 febbraio 2003

e se Bush fosse il Kaiser e Saddam lo Zar...?

alcune analogie... ed anche alcuni modi di essere contro la guerra, a partire da quella che, per vendicare un gesto terroristico ha distrutto una Civiltà: la Grande Guerra.

Karl Kraus, Gli Ultimi Giorni dell'Umanità

http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_kraus.htm

http://www.theatrelibrary.org/fotograf.htm

http://www.theatrelibrary.org/Images/Umanita.jpg

<<  E' la ristampa di un testo, pubblicato nella sua integrità
(costò all'autore sette anni di fatiche, dal 1915 al 1922),
dalla stessa casa editrice nel 1980, e riedito molto dopo lo
spettacolo fatto al Lingotto di Torino, su palcoscenici multipli,
di Luca Ronconi, nell'inverno del 1991, dato che si tratta
(nell'originale) di una lunghissima "tragedia-monstre" in
cinque atti e duecentonove scene, più un preludio ed un epilogo
in versi che finisce con la fine del mondo dove la voce di
Domeniddio pronuncia la frase: "Non è colpa mia. Io non la volevo !"

 Kraus ne fece una riduzione a sessanta scene, da programmarsi
in due serate (l'originale, a suo dire, sfiorava le dieci)
"senza consolazione e senza riguardi, senza abbellimenti ed
edulcoramenti", "un dramma di Marte da recitarsi su Marte"
(dato che trattava di avvenimenti accaduti durante la prima
guerra mondiale) che fu rappresentata molto tempo dopo la
sua morte che avvenne nel 1936 (era nato 1874) quando già
la follia e la brutalalità naziste erano iniziate e dopo
la fine della seconda guerra mondiale. Ed egli scriveva
nella sua rivista (Die Fackel , La Fiaccola ), che si
faceva tutto da solo, nel luglio 1934: "Hitler mi fa venire
il mente il nulla." Ronconi (i critici parlarono di "immenso
spettacolo da Circo Barnum", di "Lingotto delle meraviglie"
e così via) pur servendosi di sessanta ottimi attori (della
levatura di Anna Maria Guarnieri, Ivo Garrani, Marisa Fabbri
e così via), ciascuno dei quali interpretava più ruoli, ne
fece una riduzione che durava almeno tre ore ed ogni spettatore,
che non sedeva su una poltrona rossa, ma si spostava in piedi
da un palcoscenico all'altro, del gelido Lingotto (uno spazio
equivalente ad una stazione ferroviaria di medie dimensioni),
per perdersi il meno possibile. Il costo iniziale della pièce
fu di oltre quattro miliardi ed il ricavato di ogni sera fu
molto minore alla spesa delle luci e dei numerosi sorveglianti
degli ingressi da sorvegliare.

Anche lo spettacolo, trasportato in televisione, fu snobbato dai
più ma Ronconi non ebbe esitazione anche se poi si lasciò andare
a spettacoli più umani: io stesso, che sono un patito, riuscii
a vederlo tutto alla televisione ma sbadigliai molto e non riuscii
a seguirlo completamente. Kraus, nell'originale, mescolò la babele
linguistica dell'impero asburgico, dal dialetto viennese, dai
gerghi contadineschi, dalle citazioni culturali storpiate e la
versione è stata molto difficile (a cura di due abili traduttori,
Ernesto Braun e Mario Carpitella, che hanno lavorato a quattro
mani e che non mi pare però che siano all'altezza solo nelle poesie,
nei quali hanno voluto troppo la rima baciata e gli inusitati dodici
piedi, che forse erano nel testo originale).

Il moralista viennese Kraus, un ebreo boemo vissuto quasi sempre a
Vienna, nevrotico e stregonesco, fece, con questa immane tragedia,
un tentativo di redimere l'umanità, mostrando che gli assassini
governano il mondo e mandano la gente al massacro e che la guerra
è "un'orgia di sterco e di menzogna": ma era contemporaneamente
dalla parte del governo francese nel caso Dreyfus tanto per essere
il "bastian contrario". Ed anche un bilioso scrittore un po' strano
(forse vi fu un ramo di pazzia nel suo agire), un maligno cannibale
smodato ed onnivoro, un vampiro idealista e giustiziere che cercava
di annientare i suoi nemici, che non aveva rispetto per gli altri
anche se si di prim'ordine nel campo della loro attività come Freud,
e il regista Reinhardt per non citarne che alcuni. Aveva la mania di
mostrare la stupidità e la volgarità: viveva la sua epoca dal di
fuori ma la viveva sulla propria pelle. Era l'uomo più temuto e ammirato
(ed ovviamente odiato) di Vienna, per le sue polemiche roventi e la
lingua pestifera e diceva del suo testo: "I fatti più inverosomili
riportati sono veramente accaduti: ho dipinto solo gli orrori che
gli altri si sono limitati a fare. I più inverosimili discorsi sono
stati pronunciati parola per parola: le più crude invenzioni sono
altro che citazioni." Non leggeva i giornali ("sentina di menzogne")
ed andava a letto all'alba, dopo aver lavorato tutta la notte, per
evitare di cadere nella tentazione di farlo. Vale la pena di leggere
invece un altro testo suo, molto più facile, una raccolta di
aforismi, Detti e contraddetti (Adelphi, Milano 1972): mi pare che
la storiella del signor Mueller si trovi lì. Questo era uno spettore
che andava teatro solo per strillare all'apertura del sipario
"Che porcheria !" e poi usciva. Ed anche la sua biografia letteraria
ed umana pubblicata da Il Mulino (Edward Timms,
La Vienna di Karl Kraus , Bologna 1989) che ci da un quadro
perfetto dei suoi tempi.

Marco Scatasta >>

http://www.rinascita.it/rinascita_web/rinascita_libr/recensioni/ultimigdellum.html

Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
Karl Kraus ("Detti e contraddetti").

http://www.google.it/search?lr=lang_it&cr=&q=Karl+Kraus&hl=it&ie=ISO-8859-1

Chi ha letto Freud, ha in mente anche un altro grande 'pacifista' della Guerra '14-18

Romain Rolland

Rolland was in Switzerland when the world war broke out in 1914; he stayed until 1938. From September 1914 until the signing of the Peace Treaty in June 1919, Rolland took a public antiwar stance that attacked blind nationalism, the oligarchies of industry and finance that were reaping huge profits from the war, and the validity of just wars. He called on intellectuals to be autonomous, publishing his beliefs in such controversial writings as "Above the Battle" and "The Declaration of Independence of the Mind." These and other war and post-war works helped make pacifism a respectable literary subject in Europe.

http://www.swarthmore.edu/Library/peace/CDGB/rolland.htm




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