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20 maggio 2008

Adriano Sofri: 'Dagli Zingari ai Romeni: ecco la caccia alle streghe'

Leggo con molto piacere l’articolo di oggi su Repubblica, a firma di Adriano Sofri:

Dagli Zingari ai Romeni: ecco la caccia alle streghe

Un articolo che finalmente dice sulla questione qualcosa di sinistra

E anche sulla Lega ed il leghismo, capovolgimento del progetto federalista, europeista, nonviolento, premuroso verso le piccole patrie e l’orizzonte planetario di Alex Langer (progetto che la sinistra intera si è lasciata scippare dalla Lega e di cui non è più riuscita - o non ha voluto - riappropriarsi).

Bellissimo articolo, quello di Sofri, da leggere, rileggere e meditare.

L’articolo non è (ancora ?) reperibile sul sito di Repubblica.it

In compenso, a proposito di quel che scrive Sofri: Speriamo che qualcuno segua la vicenda della ragazza accusata di voler rubare una bambina a Ponticelli, fino a venirne a capo… abbiamo statistiche inesorabili che non contemplano bambini rapiti da zingari; da altri italiani sì.

ecco quanto segue:

L’eurodeputata rom Viktoria Mohacsi (Eldr) dopo la visita di due giorni
negli insediamenti di Roma e Napoli. “Ecco le mie denunce al Parlamento”
‘Blitz nei campi rom e bimbi spariti’
L’accusa dell’inviato Ue all’Italia
“Razzie di poliziotti senza spiegazioni”. Non esiste “una vera politica sull’immigrazione”
“Perché non avete mai chiesto l’accesso ai finanziamenti per l’integrazione?”
di CLAUDIA FUSANI

http://www.repubblica.it

ROMA - Parlerà a Strasburgo, seduta plenaria del Parlamento europeo, Commissione dei diritti umani. Parlerà di quello che ha visto in questi due giorni visitando i campi rom tra Roma e Napoli. E lancerà contro l’Italia un grave atto di accusa: violazione dei fondamentali diritti umani, bambini di cui si sono perse le tracce, razzie notturne della polizia. Vittoria Mohacsi, l’eurodeputato rom di origine ungherese è arrivata in Italia venerdì sera inviata dal suo partito (Eldr) per capire cosa sta succedendo in Italia tra annunci di deportazioni e di rimpatri di massa. Ospite del Partito Radicale sabato ha visitato due campi nella capitale (Castel Romano e Casilino 900, circa 1400 persone) e domenica è stata Napoli, dove l’intolleranza verso i rom è emergenza sociale e di sicurezza dopo gli incendi appiccati nel campo di Ponticelli. “E’ tutto bruciato, le persone sono state sfollate e messe al sicuro durante la notte, una scena desolante” dice l’europarlamentare ospite di un convegno dei Radicali nella sede di Torre Argentina. Stasera pronuncerà il suo atto di accusa al momento raccolto in appunti in un quaderno rosa a disegni cachemire. Il cahier des dolehances si sviluppa lungo due direttrici. La prima di carattere politico e denuncerà la “totale assenza” in Italia di una politica per l’immigrazione. La seconda riguarda le denunce che gli stessi rom hanno rappresentato all’europarlamentare europea.

La difficoltà di avere dati certi. Purtroppo, ha spiegato l’eurodeputata di origini rom, 33 anni e tre figli, “ho avuto molta difficoltà ad avere dati e numeri attendibili sulla comunità rom in Italia” un fatto grave di per sè perchè dimostra che c’è scarsa conoscenza del fenomeno. Le informazioni più certe sono state fornite dall’Opera nomadi: “In Italia ci sono circa 200 mila rom di varie etnie di cui solo 80 mila sono residenti in Italia. Degli altri centoventimila la maggioranza sono semillegali. Soprattutto non esistono dati su quale era la situazione prima dell’ingresso nella Ue di Romania e Bulgaria” i paesi dove vive la maggior concentrazione rom. Il problema vero è che di tutte queste persone non esiste una banca dati che dica da quanto tempo sono qui, la nazionalità, manca un identikit della comunità.


“L’Italia non ha una politica sull’immigrazione”. L’assenza di dati certi dimostra che manca il presupposto per la soluzione di ogni problema: la conoscenza. “L’Italia non ha una politica sull’immigrazione, non ha mai riconosciuto i rom neppure come minoranza linguistica e non ha una politica per le minoranze etniche. Ho incontrato persone che vivono qui anche da quaranta anni e ancora non hanno uno straccio di documento”. Secondo Mohacsi la politica dell’Italia con gli stranieri è “assurda”: “Non si base su legami geografici ma su vincoli di sangue (la cittadinanza viene data non in base allo ius soli ma in base allo ius sanguinis ndr); molti dei 120 mila senza documenti hanno ancora passaporti con la dicitura Jugoslavia che tutti sappiamo non esistere più”. Adesso la politica del governo sembra orientarsi verso i rimpatri di massa ma “la maggior parte di queste persone non ha patria. Sono cittadini europei che sarebbero trasbordati da un posto all’altro. Fare quello che vuol fare l’Italia significa solo spostare il problema”. L’Italia “non riconosce agli immigrati i diritti fondamentali: l’istruzione, la casa, l’assistenza sociale e sanitaria”. Questo stasera Mohacsi dirà a Strasburgo.

“Si sentono come se fossero a Auschwitz”. I campi sono in condizioni “orribili” , le persone vivono in baracche di lamiere, in mezzo ai rifiuti e ai topi, senza acqua corrente e senza luce. “Non ci sono servizi di alcuno tipo nelle vicinanze - racconta l’europarlamentare - . A Castel Romano su mille persone, 5 forse 6 hanno la cittadinanza. Una donna mi ha detto che si sente come se fosse ad Auschwitz…”. Una citazione che non deve sembrare casuale. Durante la seconda guerra mondiale furono uccisi 500 mila zingari vittime del reich e dei folli progetti di dominazione razziale. Molti di loro furono deportati e sterminati proprio ad Auschwitz. Nella lingua gitana si chiama Porrajmos, significa “divoramento” e indica la persecuzione.

“Le razzie dei poliziotti”. Nel suo viaggio nei campi Mohacsi ha soprattutto ascoltato. “Al campo Casilino 900 - dice - mi hanno raccontato che ogni 3 o 4 giorni verso mezzanotte arrivano pattuglie di poliziotti in divisa e armati. Non chiedono nulla, semplicemente picchiano. Ogni volta portano via circa 20 persone che scompaiono per 48 ore. Li tengono in celle dove vengono picchiati. Poi li rilasciano. Mi è stato assicurato che chi viene portato via non ha precedenti e non è ricercato”.

“I bambini scomparsi”. E’ un altro punto agghiacciante del resoconto che l’eurodeputata farà a Strasburgo. “A Napoli la situazione è ancora peggiore. L’avvocato dell’Opera nomadi mi ha detto che da due anni sono state perse le tracce di dodici bambini accusati di accattonaggio. Questi ragazzini sembrano spariti nel nulla, non esiste neppure un pezzo di carta. Ho incontrato un nonno di 60 anni disperato perchè non sa più nulla di suo nipote”. Se ribatti che i minori vengono spesso usati dai genitori per rubare, scippare, furti in casa, una vera e propria piaga, la risposta di Mohacsi è: “Bisogna punire chi delinque e tenerlo in carcere. Non far sparire i bambini”.

“Chi indaga sulle molotov?”. Dopo il fatto della ragazza di 16 anni accusata di voler rapire un bambino, le razzie dei poliziotti “sono aumentate”. “Ho chiesto - insiste Mohacsi - tramite l’avvocato dell’Opera nomadi cosa la giustizia stesse facendo e mi ha detto che non risultano inchieste. Nè sulla ragazza accusata di voler sequestrare un bambino, nè su chi ha lanciato le molotov contro i campi e li ha incendiati”.
“L’Italia chiede i fondi Ue”. L’eurodeputato sa di maneggiare una questione difficile, scivolosa e delicata. Sa che quella dei rom è “un’emergenza sociale” in tutta Europa. Ma occorre tentare, provare a distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo. Guai generalizzare. Provarci è un obbligo per un paese civile. “Alcuni paesi come Repubblica Ceca, Spagna, Romania, Bulgaria hanno ottenuto 250 milioni di euro dalla Ue per i progetti di integrazione delle popolazioni rom. Perchè l’Italia non ha mai chiesto l’accesso a questi finanziamenti?”. Perchè serve un progetto. E forse non c’è mai stato.


(19 maggio 2008)

18 maggio 2008

PTS Nasce a Napoli il Partito Trasversale dei Si

Maggio 18th, 2008

Il governatore della Campania: “Finora ha vinto il no
Ora bisogna far nascere un partito trasversale del sì”
Bassolino, mano tesa a Berlusconi
“Deve farcela, o qui affondiamo”
La guerriglia dei cassonetti e l’assalto ai campi rom dimostrano la caduta
di spirito civico. L’unica possibilità che abbiamo è collaborare col governo

di ROBERTO FUCCILLO

http://www.repubblica.it

Intanto è il suo assessore Claudio Velardi a punzecchiare il sindaco Iervolino e ribadisce che la città è senza guida.
“Dico che al grande partito del sì dobbiamo aggiungere a Napoli la fermezza delle istituzioni contro chi soffia sul fuoco. Perché nei fatti di questi giorni non c’è solo la camorra, ma c’è anche la camorra”.


Partito Trasversale dei SI’ dunque, ma a CHI ? Se alla Camorra, perchè almeno non dirlo ?

Perchè questo sembra essere il programma, a livello nazionale, del Partito Trasversale dei Sì, accordi a tutto campo con Mafia, Ndrangheta, Camorra.

Ma se così è, questa scelta politica dovrebbe essere per intero e per esteso proposta al Paese, in totale trasparenza. Specificandone i costi (certi) e i benefici (incerti).

Altrimenti non si tratterebbe più di un partito trasversale, ma di una resa senza condizioni dei partiti e della politica ai poteri forti e armati locali, nazionali e multi-nazionali della criminalità organizzata.

16 maggio 2008

La Politica fatta con i Sondaggi è Istigazione, in questo caso al Razzismo. Come dare un Peso a un Pensiero?

Leggo quanto segue e penso: la solita, consolidata da decenni, politica dei e con i sondaggi, che fa apparire di volta in volta un’opinione come maggioritaria o minoritaria, senza entrare nel merito, senza che chi propone il sondaggio esprima la sua, di opinione, come se stesse su un altro pianeta, come se lo stesso atto di proporre un sondaggio, e attibuire un peso ad un’opinione, non contribuisse a modificarla, rafforzandola o sminuendola.

Stare con la minoranza, in questi casi, fa sentire chi legge come in torto, come se vivesse fuori dal mondo, datato, desueto, e invece significa solo tenersi fuori dal coro

Un sondaggio dell’Ipr Marketing svela una forte avversione verso gli immigrati
Per il 70% degli intervistati il problema è una priorità da risolvere con l’espulsione
I Rom peggio degli extracomunitari
“Sono un pericolo. Via i campi”
Inquietanti risultati: cresce l’intolleranza per gli stranieri nel nostro Paese

di BRUNO PERSANO

Repubblica.it, 15 Maggio 2008

I Rom peggio degli extracomunitari
“Sono un pericolo. Via i campi”

ROMA - Gli italiani non li vogliono. I Rom fanno paura. La maggioranza ammette che i nomadi costituiscono un problema, molto più degli extracomunitari. Il sondaggio Ipr Marketing per Repubblica.it mostra che tra gli italiani si sta sviluppando un forte sentimento negativo nei confronti degli immigrati, anche se l’avversione verso i rom è maggiore.

La rivolta contro i campi nomadi a Napoli, le spranghe e le molotov lanciate sugli insediamenti campani, sembra abbiano radici profonde nell’Italia tutta, dal Nord al Sud.

LE TABELLE

Lo sgombero di cinquecento nomadi dai campi napoletani; i massicci controlli negli insediamenti romani; il blitz contro gli immigrati con centinaia di arresti e l’istituzione di commissari straordinari per il problema nomadi; il “pacchetto sicurezza” che presto il governo applicherà, sembrano trovare ragione nel sentimento comune che emerge dal sondaggio: il problema dei Rom e degli immigrati è una priorità per il 70% degli italiani.

I “diversi” fanno paura. Almeno tre intervistati su dieci temono i nomadi, il doppio di coloro che sono spaventati dagli extracomunitari. E vorrebbero che lo Stato li cacciasse, e li riaccompagnasse al confine con un foglio di via. Sono indesiderati per il 68% degli italiani. Gli intervistati non hanno fiducia nelle politiche di integrazione sociale dei nomadi: la percentuale non sale oltre il 27%.

Quello che chiedono gli italiani è smantellare al più presto i campi nomadi ed espatriare più Rom possibile, mentre i mille italiani intervistati mostrano più tolleranza verso gli extracomunitari. La percentuale che vorrebbe espellere gli immigrati senza lavoro è solo il 52%, ma coloro che sceglierebbero l’emigrazione di massa dei nomadi è un terzo di più.

(15 maggio 2008)

Annozero | 14 Maggio, 2008

Gli extracomunitari sono un costo, non una risorsa”, ha affermato Roberto Castelli. Ma gli immigrati nel nostro paese contribuiscono allo sviluppo dell’Italia? E’ vero che anche molti dei clandestini lavorano?

“Se li conosci, li eviti?” è il titolo della puntata di Annozero, il programma di Michele Santoro in onda domani su Raidue alle 21.05.
Il tema sicurezza, cavallo di battaglia in campagna elettorale, continua a dominare l’agenda della politica. Il governo annuncia un pacchetto di provvedimenti restrittivi. Ma gli immigrati sono una risorsa fondamentale per “l’azienda Italia” o sono un pericolo da cui guardarsi? Tolgono realmente lavoro agli italiani? E la paura e il disagio nei loro confronti è giustificata dai fatti?

Stefano Bianchi e Dina Lauricella hanno realizzato un reportage in Emilia-Romagna, regione dove la Lega ha saputo intercettare la domanda di sicurezza dei cittadini.

Ne discuteranno in studio Roberto Castelli, della Lega nord, il giurista Stefano Rodotà, Flavio Tosi, sindaco di Verona, e Vincenzo De Luca, primo cittadino di Salerno. Beatrice Borromeo sarà in collegamento dalla parrocchia di San Giuseppe a Genova, dove ci sarà, tra gli altri, il leader delle banlieues parigine Omeya Seddik.

Come di consueto ci saranno l’opinione di Marco Travaglio e le vignette di Vauro.

Aspettiamo i vostri contributi anche durante la diretta (non verranno pubblicati commenti con contenuti discriminatori a razzisti, o con volgarità, insulti, spam, pubblicità e link).

Con la scusa del popolo
di GAD LERNER

Repubblica.it, 16 Maggio 2008

LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.

Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E’ questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l’ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell’ordine nel necessario repulisti.

Ma siamo sicuri che “il popolo” siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: “Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via”? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della “derattizzazione” e della “pulizia etnica”, i politici che in campagna elettorale auspicarono “espulsioni di massa”, i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?

La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l’incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. “Obiettivo: zero campi rom” (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). “I rom sono la nuova mafia” (contro ogni senso delle proporzioni). “Quei rom ladri di bambini” (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell’inciviltà è compiuto. Perfino l’operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.

Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L’accusa, e l’irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: “I rom non devono essere ‘ripartiti’, bisogna farli semplicemente ripartire”. E accusa Prodi di non aver capito l’andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l’assedio e l’incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.

La formula lapalissiana secondo cui “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all’interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull’infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l’inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.

Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di “Commissari per i rom”, sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell’immedesimazione - “In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto” - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola “rom” con la parola “ebrei”, o “italiani”. Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.

La categoria “sicurezza” non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l’allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l’alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l’obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.

Da più parti si spiega l’inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione “buonista”. E’ un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo “Mostro Mite” (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l’approdo a scelte comuni là dove meno te l’aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.

Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l’esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe “nere”. Il richiamo ai servizi d’ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell’Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.

Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l’irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.

(16 maggio 2008)

15 maggio 2008

I Fatti, la Realtà e i Puri che Epurano. Corsera e Repubblica uniti nella lotta, contro Marco Travaglio

Mentre infuria la guerra ai clandestini e ai Rom in tutta Italia, col beneplacito del Partito (Pseudo) Democratico, alla faccia dell’Europa e dei suoi valori (i problemi legati alla globalizzazione e all’allargamento dell’Europa andrebbero affrontati a mio modesto parere con ben altra cultura politica, e statura dei suoi rappresentanti) , ecco che inizia la campagna mediatica contro Travaglio, che, vorrei sottolineare, a differenza di altri non è un eletto dal popolo, non siede in Parlamento. Travaglio è un giornalista, e stupirsi, da parte di un altro giornalista, che per errore o per calcolo un giornalista possa aver (avuto) rapporti con chicchessia, appare un poco ingenuo, forse un po’ troppo.

La campagna contro Travaglio, poi, è orchestrata non da chi, come il sottoscritto, diffida di chiunque faccia di professione il raccoglitore di dossier contro qualcuno, da diffondere al momento opportuno per lui o per qualcun altro, ma da chi se ne intende…

Inizia D’Avanzo, ieri, su Repubblica.it

Non sempre i fatti sono la realtà
di GIUSEPPE D’AVANZO

Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il “vero” e il “falso”: “qualifiche fluide e manipolabili” come insegna un altro maestro, Franco Cordero.

Di questo si parla, infatti, cari lettori - che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire.

Che cos’è un “fatto”, dunque? Un “fatto” ci indica sempre una verità? O l’apparente evidenza di un “fatto” ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l’esercizio indispensabile del giornalismo che, “piantato nel mezzo delle libere istituzioni”, le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio (”Io racconto solo fatti”) si confonde e confonde i suoi lettori. Sostenere: “Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia” indica una traccia di lavoro e non una conclusione.

Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo “la metà degli Anni Novanta”, dunque) e soltanto “di lì a poco” (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no. Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l’Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità.

E’ l’impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv - e dell’impotenza della Rai, di un inerme Fazio - lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: “Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…”. Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l’ha mai detta, quella frase, è l’opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.

Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento”. Di una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E’ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.

8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.

Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.
Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?

Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un’”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.

Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio - temo - non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque.

(14 maggio 2008)

Ed ecco, oggi, il Corriere della Sera, in compagnia di un buon numero di altri quotidiani, come ad esempio Il Foglio ( Ecco perché D’Avanzo ha scomunicato il travaglismo sul giornale di Travaglio e di D’Avanzo )

Il «tramite»: un ex maresciallo che dovrà scontare 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento
Travaglio, la «talpa» dei boss
e il giallo della vacanza siciliana
D’Avanzo: conto pagato da un condannato per mafia. La replica: falso

ROMA - La botta è di quelle che fanno rumore. Marco Travaglio, il giornalista paladino del giustizialismo che si è fatto tanti ammiratori e diversi nemici con le sue denunce, ora subisce l’«effetto letale del metodo Travaglio». E proprio lui, Marco Travaglio - che giovedì scorso, ad «Annozero», ha ricostruito i rapporti avuti nel ‘79 dal presidente del Senato Renato Schifani con Nino Mandalà, allora solo futuro boss di Villabate poi accusato di mafia nel 1998 - adesso è costretto a difendersi pubblicamente per un episodio circoscritto alla sua vita privata. Lo deve fare per forza dopo l’affondo di un altro giornalista della giudiziaria di razza, Giuseppe D’Avanzo di «Repubblica », che lo tira in ballo e lo strapazza per le sue vecchie e non dimenticate frequentazioni con personaggi poi condannati al processo per le «talpe» alla procura di Palermo. Correva l’anno 2002. Era l’estate in cui il giornalista Travaglio con la sua famiglia, moglie e due figli, inizia ad andare in villeggiatura a Trabìa in compagnia di un noto sottufficiale della Guardia di Finanza: si tratta di quel maresciallo in forza alla Dia, Giuseppe Ciuro, sempre elegante e disponibile con tutti i giornalisti di giudiziaria di passaggio a Palermo, che poi verrà condannato anche in appello a quattro anni e sei mesi per violazione del sistema informatico della procura di Palermo e favoreggiamento dell’ingegner Michele Aiello.

Sì, l’ingegner Aiello, il «re delle cliniche» che a gennaio del 2008 è stato condannato in primo grado a 14 anni per associazione di stampo mafioso e truffa nel dibattimento sulle «talpe» che ha coinvolto con una pesante sentenza (5 anni per favoreggiamento di singoli mafiosi) anche l’ex governatore dell’Udc Totò Cuffaro. Per Travaglio il colpo è duro anche perché si tratta, ma solo in apparenza, di «fuoco amico». Sull’onda delle polemiche innescate dalla vicenda Schifani, si muove infatti D’Avanzo, autore di tante inchieste sulla mafia e molto stimato negli ambienti giudiziari di mezza Italia, che senza troppi complimenti fa a pezzi il metodo Travaglio: quello, scrive, che «solo abusivamente si definisce giornalismo di informazione». Ma la botta vera arriva ieri quando D’Avanzo, per dimostrare come «il metodo Travaglio» possa coinvolgere tutti noi, tira fuori un verbalino rimasto in naftalina dal 2003: l’estate in cui gli investigatori di Palermo mettono sotto intercettazione il telefonino del maresciallo Ciuro mentre dialoga amichevolmente col giornalista durante la comune villeggiatura a Trabìa. Ciuro poi, ma la ricostruzione di D’Avanzo è controversa, avrebbe chiesto all’ingegnere Aiello di saldare il conto dell’albergo. Racconta Travaglio, che ieri non è stato affatto contento di leggere sul giornale per il quale collabora un attacco così duro e che nega di essersi fatto pagare alcunché: «Quella fu una esperienza davvero fantozziana. A una cena, dopo un convegno, chiesi a Pippo Ciuro, un vero personaggio perché aveva collaborato anche con Giovanni Falcone, di indicarmi un posto per le vacanze in Sicilia. Lui mi disse che c’era un posto vicino a quello in cui di solito andavano lui e il pm Antonino Ingroia, di cui era collaboratore. Così, per mail, mi mandò un depliant di un albergo, se non ricordo male si chiama Torre del Barone, che però era veramente troppo lussuoso per me. Ma lui, davanti alle mie obiezioni, mi disse di non preoccuparmi perché le tariffe non sarebbero state poi così care. Mi fidai. Quando poi sono andato a pagare, alla reception la signorina mi ha presentato un conto pazzesco, il doppio del previsto. Sei o sette anni fa, devo aver pagato l’equivalente di otto, dieci milioni…Telefonai a Ciuro e gli dissi: “E meno male che me lo hai segnalato tu ’sto posto!”. E lui: “Paga, paga. Che poi magari ti fanno lo sconto un’altra volta”. Insomma, io mi sono pagato tutto di tasca mia e di questo Aiello non ho mai sentito parlare, almeno fino al giorno del suo arresto… Io comunque in quel posto non ci sono mai più tornato visto che la sòla l’avevo già presa». L’anno successivo, mese di agosto del 2003, Travaglio torna in vacanza in Sicilia: «Andai con la famiglia per dieci giorni al residence Golden Hill di Trabìa dove di solito alloggiavano Ciuro e Ingroia e ci fu quella buffa storia dei cuscini poi finita nei brogliacci delle intercettazioni. Io chiamai Ciuro e gli dissi: “Qui manca tutto. I cuscini, la macchinetta del caffé perché i precedenti affittuari si erano portati via tutto. Poi gli ospiti del residence mi aiutarono: chi con un cuscino, chi con la Moka… ». E l’affondo di D’Avanzo? «Ecco, se non fosse per la mascalzonata che ha fatto adesso questo signore contro di me ci sarebbe solo da ridere». Ma al Golden Hill chi pagò il conto? Risponde Travaglio: «Io ho pagato la prima volta il doppio di quanto stabilito e per il residence ho saldato il conto con la proprietaria. Tutto di tasca mia, fino all’ultima lira e forse se cerco bene trovo pure le ricevute. Ma poi vai a sapere cosa cavolo diceva questo Ciuro al telefono. Magari millantava come fece con Aiello quando gli raccontò che lui e Ingroia avevano ascoltato a Roma un pentito il quale, in realtà, non si era mai presentato ». Anche se dopo il suo arresto non ha più visto il giornalista Travaglio, l’ex maresciallo Ciuro ricorda bene quella vacanza al «Golden Hill» con Travaglio e il dottor Ingroia durante la quale «si stava insieme, si giocava a tennis e si facevano lunghe chiacchiere a bordo piscina ma poi ognuno faceva la sua vita anche perché c’erano i figli piccoli». E il conto? «Di questa vicenda io non ne so niente, lui ebbe i contatti con la signora del residence. Per il pagamento se l’è vista lui, io non me ne occupai ». Più di un dubbio, invece, ce l’ha l’avvocato Sergio Monaco, difensore di Aiello: «Premesso che non sono io la fonte di D’Avanzo, che non conosco, posso solo dire che l’ingegner Aiello conferma che a suo tempo fece la cortesia a Ciuro di pagare un soggiorno per un giornalista in un albergo di Altavilla Milicia. In un secondo momento, l’ingegnere ha poi saputo che si trattava di Travaglio». Qui finisce la storia di una vacanza di tanti anni fa, uno di quegli episodi che possono capitare a chiunque ceda alla tentazione di mischiare villeggiatura, amicizie di lavoro e qualche equivoco di troppo. Ricorrendo alla saggezza di Pietro Nenni, istillata ai giovani socialisti a un congresso del Psi, si potrebbe parafrasare: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».

Dino Martirano
15 maggio 2008

11 maggio 2008

Inaccettabile attacco a Fabio Fazio ed a Marco Travaglio

Sì al diritto di replica no alla crocifissione
di Redazione
“Noi abbiamo sempre sostenuto il diritto di qualsiasi cittadino, a maggior ragione del presidente del Senato, di rivolgersi ad ogni sede appropriata ogni qual volta si sente diffamato e possa chiedere e ottenere i il diritto di replica. Ciò che non possiamo condividere è il passaggio dalla critica pur feroce alla richiesta di espellere le opinioni diverse” Così Giuseppe Giulietti, portavoce di Art.21 interviene sulle polemiche seguite alla puntata di ieri di “Che Tempo che fa” nella quale il giornalista Marco Travaglio ha criticato il presidente del Senato.

http://www.articolo21.info/

Solidarieta’ a Marco Travaglio” di Antonio Di Pietro | 11 Maggio 2008
Tieniti aggiornato: www.antoniodipietro.it

11 Maggio 2008

Solidarieta’ a Marco Travaglio

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Esprimo solidarietà a Marco Travaglio perché ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti.

Episodi che non possono essere cambiati o taciuti solo perché, da un giorno all’altro, una persona diventa presidente del Senato oppure, e solo per questo, cancellare con un colpo di spugna la sua storia ed il suo passato.

Un giornalista che racconta, citando episodi specifici, non ha bisogno di alcun contraddittorio. Questo, semmai, deve essere fatto dai politici quando si confrontano tra di loro.

Il cronista racconta come sono andati i fatti e paradossalmente vorrebbe dire che ogni qualvolta egli scrive o riporta la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore

http://www.antoniodipietro.com

10 - 11 maggio 08

Marco Travaglio, Roberto Bolle, Gino Strada, Lorenzo Jovanotti Cherubini


sabato
Marco Travaglio lavora con Indro Montanelli dal 1987 al 1992 e quando Montanelli lascia il quotidiano che aveva fondato, lo segue nella breve esperienza de La Voce; ha collaborato con Il fatto di Enzo Biagi e ora con la Repubblica, L’Espresso e Micromega, ha una rubrica quotidiana da anni su l’Unità (Ora d’aria) ed è commentatore fisso della trasmissione Annozero. Molte delle sue inchieste sono state raccolte in libri, sempre accompagnati da successo di pubblico ma anche da feroci polemiche e dalle ire dei politici senza distinzione di schieramento: tra gli altri, La sentenza Andreotti, Montanelli e il Cavaliere; con Elio Veltri L’odore dei soldi; con Saverio Lodato, Intoccabili e con Peter Gomez Mani Pulite, La repubblica delle banane e l’ultimo, da poco in libreria, Se li conosci, li eviti. Raccomandati, riciclati, condannati, imputati del nuovo Parlamento…
Roberto Bolle
, discepolo di Nureyev, nel 1996, a 21 anni, era già Primo Ballerino del Teatro alla Scala di cui, dal 2003, detiene il titolo di Etoile; ha calcato i palcoscenici dei maggiori templi della danza, dal Royal Albert Hall di Londra al Bolshoj di Mosca, è stato protagonista dei maggiori balletti sia classici sia contemporanei, esibendosi con le più importanti compagnie internazionali, dal Royal Ballet al Tokyo Ballet; attualmente è impegnato nella preparazione della Serata Roland Petit con il Balletto della Scala che sarà in scena, il 29 e il 30 maggio prossimi, al Teatro Regio di Parma e de La dama delle camelie con cui debutterà, a fine giugno, al Theatre de l’Opéra di Parigi.

http://www.chetempochefa.rai.it

“L’attacco di ieri sera, utilizzando senza contraddittorio il mezzo televisivo pubblico, è una vergognosa imboscata. Mi auguro che vi si possa porre riparo evitando almeno che episodi del genere si possano ripetere” dice senza mezzi termini il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli. Ma anche Anna Finocchiaro del Pd critica la condotta di Travaglio: “Trovo inaccettabile che possano essere lanciate accuse così gravi, come quella di collusione mafiosa, nei confronti del presidente del Senato, in diretta tv su una rete pubblica, senza possibilità di contraddittorio”. Di diverso avviso Antonio Di Pietro che rilancia le frasi di Travaglio, pubblicando sul suo sito la “carta d’identità” di Schifani tratta dal libro del giornalista “Se li conosci li eviti”. “Travaglio ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti - dice l’ex pm - Non si cancella con un colpo di spugna la sua storia ed il suo passato”. E l’accusa di mancato contraddittorio? “Non ha senso. Vorrebbe dire che ogni qualvolta si scrive di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore”. Per il direttore generale della Rai, Claudio Cappon il comportamento di Travaglio è “inescusabile”. Della vicenda si potrebbe occupare il prossimo Cda di viale Mazzini.

http://www.repubblica.it/

10 maggio 2008

Azione di quattro cretini, non movimento collettivo. Lo dice Rula Jebreal

Antisionismo a Torino? Una polemica assurda

http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6719

di Stefano Corradino

La polemica alla fiera di Torino? Pretestuosa, gonfiata. L’azione di quattro cretini non puo’ essere fatta passare come un movimento collettivo…. Israele ha tutto il diritto di partecipare ad una manifestazione come questa, semmai bisogna premere affinche’ si sviluppi un dibattito sul modo in cui il governo israeliano tratta i palestinesi…” Netto il giudizio della giornalista palestinese Rula Jebreal sulla diatriba relativa alla Fiera del Libro. “L’informazione ha una responsabilita’ pesante. Purtroppo gran parte dei media ormai preferisce gettare benzina sul fuoco su un episodio circoscritto e occuparsi di una sparuta contestazione piuttosto che delle grandi questioni internazionali come il Libano, il Darfur, la Cecenia…”

Continua ad infuriare la polemica sulla Fiera del libro di Torino. Qual e’ il tuo giudizio?
Ma quale polemica… E’ stata una vicenda del tutto gonfiata. Il punto per me e’ chiaro: Israele, come tanti altri Stati ha tutto il diritto di partecipare ad un manifestazione come questa. Questo non significa che non si possa poi affrontare un dibattito politico sull’occupazione militare da parte israeliana della zona cosiddetta west bank o di quello che sta accadendo a Gaza… Ma quella sul boicottaggio e’ davvero una discussione inutile.

Non c’e’ alcuna ondata antisionista allora…
Ma no, non lo penso affatto. L’azione di quattro cretini non puo’ essere fatta passare come un movimento collettivo…. Questa vicenda va ricondotta nella giusta dimensione. Cio’ che semmai debba essere richiesto, lo ribadisco, e’ che si prema su Israele per fare un dibattito su come il governo tratta i palestinesi…

Alla Fiera ci sono scrittori David Grossmann, Abraham Yehoshua, Amos Oz e Meir Shalev…
Infatti. E questi scrittori israeliani presenti sono i primi a criticare la politica di Israele, loro sono la vera coscienza profonda dello Stato di Israele.

Insomma a tuo avviso questa vicenda che sta imperversando e’ una montatura mediatica.
Un ingigantimento assurdo. E questa di Torino e’ una questione davvero piccola nel contesto politico molto piu’ delicato e articolato del conflitto israelo palestinese. Ma gran parte dell’informazione ormai preferisce gettare benzina sul fuoco su un episodio circoscritto e occuparsi di una sparuta contestazione piuttosto che delle grandi questioni internazionali che sono praticamente sparite dall’informazione televisiva. Dal Libano al Darfur, alla Cecenia. Temi di cui non ci occupiamo piu’…

Alla polemica hanno contribuito anche le parole di Gianfranco Fini che a “Porta a Porta” ha sottolineato come questa vicenda sia piu’ grave dell’assassinio che si e’ consumato a Verona…
Penso sia una gaffe e non voleva dirla in questi termini. Ma cosi’ facendo ha legittimato indirettamente una violenza rispetto ad un’altra. Spero se ne renda conto. Ma il messaggio che ha lanciato e’ sicuramente non bello perche’ lasciava intendere che c’e’ una violenza piu’ accettabile rispetto in un’altra, mentre la violenza e’ inaccettabile sempre, senza graduatorie…

09/05/2008

Putroppo, i cretini saranno qualcuno più di quattro:

QUANTI SARANNO? La Questura attende tra le 1.500 e 2.500 persone per la manifestazione che dovrebbe segnare il culmine della campagna di boicottaggio. Gli organizzatori ne attendono molte di più. Finora hanno dato il loro sostegno oltre cento organismi tra centri sociali, associazioni, movimenti politici e sindacali di tutta Italia più una decina dall’estero. Per portare a Torino il numero più alto possibile di persone sono stati organizzati un treno da Pisa ed uno da Milano, oltre ad una quindicina di pullman con i quali giungeranno manifestanti da Firenze, Bologna, dal Nord-Est, ma gruppi sono previsti anche da Roma e Napoli.

recita l’Unità di oggi …

10 maggio 2008

Auto da fe' annunciato, a Torino 10 Maggio 2008, come il 10 Maggio 1933?

Letto d'un fiato il bellissimo libro di Tullia Zevi, Ti racconto la mia storia e di colpo mi viene di pensare:

quello che succederà domani, 10 Maggio 2008, a Torino, se succederà, sono attese da 3 a 6 mila persone, sè dicenti di sinistra ... ha un precedente unico no, ultimo di una serie, ma inciso nella memoria di chi sia nato nel XX secolo:

il rogo dei libri, da cui Elias Canetti ha tratto spunto per il suo Auto da fè

soprattutto nell'epilogo con il rogo dei libri, la narrazione assume un valore esemplare, di rappresentazione della catastrofe di un mondo, con l'avvento della Germania nazista e il disfacimento del razionalismo occidentale.

Il 10 maggio 1933 la Germania nazista ordinò il primo rogo pubblico dei libri giudicati suscettibili di inquinare la purezza del pensiero "ariano"

Alla fine di febbraio 1933, in seguito all'indebolimento della posizione di Ernst Röhm, importante leader omosessuale nazista, il partito nazionalsocialista lanciò una violenta purga contro i locali di ritrovo per gay, lesbiche e bisessuali), soppresse pubblicazioni omosessuali e vietò le organizzazioni gay. In conseguenza delle difficoltà a vivere liberamente, molti abbandonarono la Germania (ad esempio Erika Mann). Nel marzo 1933, Kurt Hiller, amministratore principale dell'Istituto venne deportato in un campo di concentramento.

Il 6 maggio 1933 mentre Hirschfeld era impegnato in una serie di conferenze negli Stati Uniti, la gioventù studentesca nazista del Deutsche Studentenschaft organizzò un attacco contro l'Istituto. Vennero saccheggiati 20.000 volumi, 5.000 immagini ed una lunga lista di nomi ed indirizzi di persone che erano, a diverso titolo, transitate dall'Istituto: il totale del materiale sequestrato assommava ad oltre mezza tonnellata.[1] La notte del 10 maggio, la biblioteca e gli archivi sequestrati vennero pubblicamente bruciati sulle strade della Opernplatz. Durante il rogo Joseph Goebbels tenne un violento discorso contro la cultura «degenerata» ad una folla di 40.000 uomini e i leader del Deutsche Studentenschaft proclamarono il loro Feuerspruche ("legge del fuoco contro lo spirito non germanico"). I libri di autori ebrei delle librerie vicine all'Istituto e dell'Università Humboldt vennero altresì distrutti.

it.wikipedia.org

Perchè è questo che domani qualcuno vorrà boicottare, una fiera di libri, molti scritti da Ebrei, che hanno avuto l'ardire di immaginare un luogo ove mai più qualcuno avrebbe osato anche solo pensare a pogrom e roghi... Israele.

Quello che succederà domani a Torino, se succederà, sarà una vergogna difficilmente lavabile dalla coscienza di tutti noi che sappiamo, udiamo, vediamo ...

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