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21 febbraio 2005

Italia 2005: libertà di informazione (sempre più) abrogata

Intanto ad essere rapite e sequestrate sono donne giornaliste 'non embedded', sequestrate e rapite perchè tacciano, ma non sui 'crimini USA', bensì sulle elezioni irachene e sulle loro conseguenze, e, per quel che se ne sa, da iracheni 'resistenti' Intanto il lavaggio del cervello mediatico, a 'sinistra' (?), continua ogni mattina: Radio Popolare sempre peggio. Accendi la radio ed è tutto un dimostrare che ogni cosa, ogni, dipende da USA e Israele, a partire dal Libano, dove gli unici innocenti sarebbero siriani e hezbollah. Quanto agli accordi Israele-Palestinesi, ovvio che siano a tutto ed esclusivo danno dei Palestinesi, e che era meglio Arafat e la guerra infinita. La libertà di informazione in questo paese viene ogni giorno di più azzerata da questa assurda contrapposizione bipolare, per cui sei costretto a sorbirti o la propaganda di regime, o quella della sua pretesa 'opposizione', che nel caso della 'sinistra sinistra', fa imperterrita il gioco del regime: esattamente come in Iraq. Non so quanti abbiano letto l'articolo storico riportato sopra (RsF: Le contrôle des médias : "une vieille habitude") che racconta come in Iraq ai tempi della rivoluzione (anni '50) la libertà di informazione sia stata via via sempre più 'abrogata' stretta nella morsa dei nazi-baasisti da un lato, e dei filosovietici dall'altro. "Fred giusto. le notizie quelle vere sono le veline dei giornalisti tappati dentro l'albergo e quello che l'us army decide di lasciar passare, non quello che una giornalista vede con i suoi occhi e sente con le sue orecchie. scusa. non ci avevo pensato. inviato il 20.02.2005 22:46:54" ----- by lapsus dimenticavo l'ultima notizia sull'ultima donna giornalista sequestrata "A Mosul sequestrata insieme al figlio di 10 anni una reporter della tv pubblica irachena." ( http://www.repubblica.it, 21 Febbraio 2005) In Blog Trotter: L'Asse del Male, Commenti e Blog Trotter Monitor Vauro




permalink | inviato da il 21/2/2005 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 febbraio 2005

Guerra alla guerra?

scrive un Anonimo (in Blog Trotter: Il nuovo asse del male): COME DICEVA IL GRANDE SORDI:FINCHE C`E` GUERRA C`E` SPERANZA INSOMMA MEGLIO STARSENE A CASA PERCHE` CERTO DI MANIFESTAZIONI DI PROTESTA CONTRO LA GUERRA NE ABBIAMO VISTE TANTE PACIFISTE O MENO SONO LE SOLITE PASSERELLE DEI PERDENTI. GUERRA ALLA GUERRA SE LA RIPUDIATE ALTRIMENTI SILENZIO. inviato il 20.02.2005 02:29:49 no, non sono d'accordo. Nemmeno sono però 'per la pace'. La parola pace, come tutti i termini 'buonisti', implica il suo esatto contrario, e spesso ne è la versione edulcorata e/o mascherata. Pace inoltre evoca fine, morte, quiete, tutti termini in palese contraddizione con lo 'spirito' umano, che è inesausta ricerca, movimento, vita, instabile equilibrio. Contro le guerre guerreggiate, specialmente quelle dell'era moderna, ipertecnologiche, di sterminio più o meno globale e totale, contro esseri umani inermi, per lo più donne e bambini, sì, si puo' essere e lo sono. Così come contro le menzogne relative alle guerre, contro i facili ottimismi e le frasi fatte, della serie 'ama il tuo nemico'. Vero che anche la 'vita' non è in sè bene assoluto, fatti non fummo a viver come bruti... ma appunto questo significa che alle guerre si deve essere preparati, al loro accadere e ripetersi, non per parteciparvi e combattervi, codardamente accodandosi alla parte che appare 'giusta' solo perchè si ha la pigrizia di guardare da una parte sola, quella che sembra difenderci meglio o aggredirci meno direttamente. Ripensandoci, io non ho condiviso nessuna guerra, dalla prima del golfo, l'inizio della IV GM (dopo la III 'fredda') in poi. Ho mantenuto però intatta l'istintiva repulsione per i 'falsari della pace': quelli che Saddam non avrebbe mai usato scudi umani, che i Serbi si sarebbero fermati da soli, che i kamikaze palestinesi non fanno altro che combattere per la loro terra, o che Saddam II tempo sarebbe caduto da solo (c'è chi dimentica che il primo a mostrare al mondo la scimitarra sguainata della 'guerra santa' è stato lui, prima ancora che gli USA e alleati attaccassero) La guerra alla guerra, se per guerra (alla guerra) si intende ferma opposizione a chiunque pretenda di risolvere un qualunque problema contemporaneo con le armi di distruzione, che non possono oggi non essere - tutte - che 'di massa', la si combatte isolando i 'rambo', il bullismo bellicista, a 360 gradi. E' ovvio che non è sostituendo una dittatura con un'altra, dei rambo con altri rambo, dei fanatici e assassini integralisti di una fede con quelli di un'altra, e per di più fornendo agli ultimi arrivati armi più 'efficaci' che si esporta o reimporta o diffonde la 'democrazia'. Ma nemmeno funziona l'ostinazione a nascondere la testa sotto le sabbie opportunistiche del pacifismo ad oltranza, che oltretutto opera con meccanismi subliminari di coercizione e manipolazione delle coscienze e delle opinioni non dissimili, anzi più occulte e infide, di quelle dei 'nemici' (ma i nemici non erano da 'amare' ?!?) della parte esplicitamente belligerante che individuiamo come gli unici veri responsabili di stragi, carneficine, oppressione. ----- lapsus inviato il 20.02.2005 10:29:11 il pacifismo ad oltranza si coniuga spesso con la più bieca intolleranza e con l'oscurantismo più cieco (vedi fecondazione assistita e temi connessi): com'è che negli anni '70 il Movimento ha VINTO referendum contro - l'abolizione della legge sul divorzio - l'abolizione del diritto delle donne a decidere sull'aborto - il nucleare ed era lo 'stesso' movimento mentre ora lo scollamento e la frantumazione tra temi 'politici' e 'privato-sociali' è pressochè totale? inviato il 20.02.2005 10:32:50




permalink | inviato da il 20/2/2005 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

19 febbraio 2005

La propagation de la liberté ... mais: la question ne sera pas posée (Le Monde)

L'éditorial du "Monde 2" par Edwy Plenel LE MONDE | 17.02.05 | 13h53 La question ne sera pas posée George W. Bush veut changer le monde. Si nous ne l'avions pas compris, Condoleezza Rice est venue nous le rappeler, l'autre semaine. Son refrain : non au statu quo, vive la liberté ! Soigneusement mis en scène à l'Institut d'études politiques de Paris, le discours de la secrétaire d'Etat américaine cherchait à séduire en la réveillant notre vieille Europe assagie, parfois fatiguée, souvent résignée. Puisque "nous sommes d'accord sur les menaces entremêlées auxquelles nous faisons face aujourd'hui", a- t-elle expliqué le 8 février, menons ensemble, Américains et Européens, ce combat pour "la propagation de la liberté". Le médecin le plus ignare le sait : l'efficacité d'un remède est indissociable de la qualité du diagnostic. A cette aune, l'énumération précise des "menaces" n'est pas indifférente. Or la liste de Mme Rice est limitative, strictement sécuritaire : "Le terrorisme, la prolifération d'armes de destruction massive, les conflits régionaux, les Etats défaillants et le crime organisé." Des dangers qui pèsent sur la liberté des peuples du monde sont ainsi exclus les déséquilibres sociaux, les désordres environnementaux, les inégalités entre continents, pays et classes, l'opulence, voire le gaspillage des uns, la misère, voire la faim des autres, tout ce qui relève de l'écart entre riches et pauvres. La liberté de Condoleezza Rice ne se préoccupe pas de l'égalité. UNE RÉVOLUTION BEL ET BIEN CONSERVATRICE C'est même une liberté politique qui se conjugue avec l'inégalité sociale, et ne s'en cache pas. La veille du discours parisien de sa secrétaire d'Etat, le président Bush avait présenté son projet de budget pour 2006, dont l'exercice commencera en octobre 2005. Toutes les dépenses sécuritaires, du militaire au spatial, augmentent quand tous les budgets sociaux baissent. Logement et développement urbain, justice, environnement, transports, infrastructures ferroviaires, aide aux pays pauvres, lutte contre la drogue à l'école, combat contre l'illettrisme, etc. : qu'il s'agisse des douze ministères concernés ou de cent cinquante programmes spécifiques, ce ne sont qu'économies drastiques quand, dans le même temps, les recettes fiscales ont atteint, en 2004, leur niveau le plus faible depuis 1959 ! Les riches paient de moins en moins et les pauvres sont de moins en moins aidés. Socialement, la révolution de M. Bush et de Mme Rice est bel et bien conservatrice. Il en va des beaux discours comme de n'importe quelle information. Ils méritent d'être recoupés, confrontés à leurs silences, replacés dans leur contexte. On aurait donc aimé que la discussion policée qui a suivi l'exposé de Mme Rice la place devant cette contradiction : quelle est la force d'une liberté qui, loin de se préoccuper des inégalités, les aggrave ? Quel niveau de pauvreté peut supporter une démocratie digne de ce nom ? Comment nos nobles idéaux pourront-ils séduire durablement des populations misérables si nous aggravons leur misère ? UN MONDE PLUS INÉGAL QUE JAMAIS La question n'est pas académique. En 2004, un rapport du PNUD sur la démocratie en Amérique latine, continent qui commence le siècle avec un nombre de régimes démocratiques sans équivalent dans son histoire, révélait qu'une majorité de latino-américains étaient néanmoins prêts à soutenir un régime autoritaire s'il résolvait les problèmes sociaux. Pourtant, ces dernières années, la pauvreté a apparemment diminué en Amérique latine, en pourcentages globaux du moins. Mais, dans le même temps, le fossé social n'a cessé de se creuser : de nos jours, les 10 % les plus pauvres y ont quarante fois moins de revenu que les 10 % les plus riches, contre vingt-quatre fois moins il y a vingt ans. Certes plus riche, notre monde globalisé est surtout plus inégal que jamais. Comment s'étonner, dès lors, pour s'en tenir à l'exemple latino-américain, du succès du populisme d'Hugo Chavez ou de la popularité maintenue de la dictature castriste ? C'est la question dérangeante que suggérait cette enquête du PNUD, soulignant que la citoyenneté sociale n'est pas un luxe, mais une condition démocratique et que la lutte contre les inégalités est, en fait, un gage d'efficacité économique. A Paris, la question sociale n'a pas été posée à Condoleezza Rice. C'eût sans doute été une interpellation fâcheuse, comme celle de cet étudiant homonyme de fils de ministre sur l'impopularité de George Bush au Moyen-Orient qui fut préventivement écartée, au risque du ridicule pour la réputation de Sciences-Po et de son école de journalisme. Le social est devenu la question qui fâche, le gros mot de nos temps de "deuxième Restauration", pour reprendre l'image du philosophe Alain Badiou (Le Siècle, Seuil, 22 euros). Paradoxalement, quand les maîtres de notre époque prétendent changer le monde, c'est pour ne rien changer au réel. Sous l'obsession sécuritaire gît l'immobilisme social.




permalink | inviato da il 19/2/2005 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

18 febbraio 2005

Sommet mondial sur la société de l'information: bloggers et cyberdissidents

présentent leurs recommandations: Reporters sans frontières, 17.02.2005 Sommet mondial sur la société de l'information : bloggers et cyberdissidents présentent leurs recommandations Une réunion préparatoire au Sommet mondial sur la société de l'information (SMSI) a débuté le 17 février 2005 à Genève. Reporters sans frontières est présente accompagnée d'une délégation de cyberdissidents et de webloggers. L'organisation compte ainsi donner un visage à la répression dont sont victimes les internautes dans certains des pays paradant à cette conférence et présenter cinq recommandations concernant la liberté d'expression sur Internet. La délégation de Reporters sans frontières se rendant à la réunion préparatoire : Zouhair Yahyaoui (Tunisie, pays hôte de la seconde phase du SMSI) a été emprisonné, du 4 juin 2002 au 18 novembre 2003, pour avoir brocardé le président Ben Ali sur son site Internet, Tunezine.com. Il a reçu en juin 2003 le prix Cyberliberté décerné par Reporters sans frontières. Ibrahim Lutfy (Maldives) a été arrêté en janvier 2002 pour avoir collaboré à Sandhaanu, un bulletin d'information diffusé par e-mail qui dénonçait les atteintes aux droits de l'homme commises par le président Gayoom. Il s'est évadé de prison en mai 2003 et vit depuis en Suisse, où il a obtenu le statut de réfugié politique. Cai Chongguo (Chine), professeur de philosophie et dissident politique, a dû fuir son pays suite aux massacres de la place Tiananmen. Réfugié en France, il étudie les systèmes de censures du Net mis en place par Pékin. Jay Bakht (Iran) est membre fondateur de Penlog, une association de webloggers iraniens. Il vit au Royaume-Uni, où il se bat pour la libération des webloggers emprisonnés et dénonce la politique de filtrage du Net mise en place par les autorités. Retrouvez les témoignages de ces quatre cyberdissidents sur le site dédié à cette opération : www.radionongrata.org Les cinq recommandations de Reporters sans frontières concernant la liberté d'expression sur Internet 1- Toute législation touchant à la circulation de l'information sur Internet doit être fondée sur le principe de la liberté d'expression comme définie à l'article 19 de la Déclaration universelle des droits de l'homme. 2- Seul l'internaute peut décider des informations auxquelles il peut et souhaite accéder sur la Toile. Le filtrage a priori des contenus circulant sur le Réseau, que ce soit par un Etat ou un opérateur privé, n'est pas une solution acceptable. Par conséquent, les systèmes de filtrage ne peuvent être installés qu'à l'initiative de l'internaute et au niveau de sa connexion personnelle. Toute politique de filtrage à un niveau supérieur - national ou même local - va à l'encontre du principe de libre circulation de l'information. 3- La décision de fermer un site web, même illégal, ne doit en aucun cas être prise par un hébergeur, ou par tout autre prestataire technique de l'Internet. Seul un juge peut décider de l'interdiction d'une publication en ligne. Par conséquent, un prestataire technique de l'Internet ne peut voir sa responsabilité pénale ou civile engagée du fait d'avoir hébergé un contenu illicite, sauf s'il a refusé d'exécuter une décision judiciaire rendue par un tribunal impartial et indépendant. 4- La compétence juridictionnelle d'un Etat, en matière civile ou pénale, s'exerce exclusivement sur les contenus hébergés sur son territoire ou s'adressant spécifiquement à ses internautes. 5- Les responsables de publications en ligne, y compris les webloggers et les responsables de sites personnels, doivent bénéficier des mêmes protections et des mêmes égards que les journalistes professionnels puisque, comme eux, ils mettent en œuvre une liberté fondamentale : la liberté d'expression. Plus d'informations : www.radionongrata.org Radio Non Grata >Liens utiles http://www.radionongrata.info/links/links.htm

  • Link in EnglishReporters without borders (RWB)
  • Lien en françaisReporters sans frontières (RSF)
  • Link in EnglishFree Expression on the Internet - Research and Advocacy on Global Issues
  • Lien en françaisHuman Rights Watch - DEFENDRE LES DROITS HUMAINS A TRAVERS LE MONDE
  • Link in EnglishHuman Rights Watch: Internet Dissidents
  • Link in EnglishOpen Directory - Society: Issues: Human Rights and Liberties: Free Speech: Censorship: Internet
  • Link in EnglishSILENCING THE NET: The Threat to Freedom of Expression On-line (HRW 1996)
  • Link in EnglishThe Global Internet Liberty Campaign : Regardless of Frontiers
  • Electronic Frontiers Fundation (EFF) Blue Ribbon Online Free Speech Campaign
  • Lien en françaisInternet Society Geneva (ISOC GVA)



  • permalink | inviato da il 18/2/2005 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    3 febbraio 2005

    Adagio, adagio, con fiducia ... non basterà

    scrive Gad Lerner sul novissimo sito ufficiale dell'Ulivo governareper.it, ed invoca un 'colpo di reni' ... mentre Romano Prodi chiede un'operazione verità ... una secchiata di acqua fredda ... Dobbiamo saper scendere nel concreto dei problemi dell’Italia e delle soluzioni possibili. La battaglia elettorale non la si vince edulcorando i problemi. Non possiamo non dire la verità al paese, altrimenti non ci saranno le condizioni per governare, quando ci troveremo di fronte alle scelte difficili che ci saranno imposte dalla competizione internazionale e dalle ristrettezze del bilancio pubblico. Nella politica energetica, nella strategia industriale, nella formazione del capitale umano, dobbiamo trovare una vocazione italiana perché non possiamo continuare a non scegliere. Il paese apprezzerà un programma sereno, forte ma consapevole della situazione in cui siamo. Dobbiamo essere sinceri quando descriviamo la situazione del paese, altrimenti rischiamo il ridicolo, e questo rischio lo voglio lasciare al Governo in carica. È chiaro che l’ottimismo viene dal rimedio, dal nostro progetto di rilancio, che sarà credibile proprio perché sincero. C’è il momento in cui bisogna guidare, dire la verità, e anche dare l’indirizzo al paese sulle cose da scegliere e da fare. Se non riusciamo a collegare questi due aspetti, analisi dei problemi e progetto di risposta, non riusciremo a proporre un programma eticamente forte, che possa interessare il paese e coinvolgerlo in un discorso di rilancio. La credibilità non può partire da un’analisi edulcorata della situazione in cui siamo. Nessuno ci crederà se diciamo «il paese va male, ma poi si aggiusta», perché questo è del tutto irrealistico. O c’è un discorso di svolta etica e una concordia che è naturalmente accompagnata dall’ottimismo di potercela fare, o noi non riusciamo a fare un programma credibile. La lotta all’evasione fiscale, che è fondamentale per questioni di equità e per recuperare risorse per le riforme, noi la possiamo vincere solo se c’è un clima diverso nel paese. Il problema dell’invecchiamento del paese non si supera se non c’è un cambio di direzione che dia il senso del nuovo, se non c’è una pedalata vigorosa, se non c’è la secchiata di acqua fredda. Capisco che affrontare certe questioni è come rimettere il dentifricio dentro il tubetto, però questo è esattamente quello che dobbiamo riuscire a fare in certi campi...... Michele Salvati si chiede Riusciranno i nostri eroi a sostenere l’ostilità prodotta da riforme incisive senza riuscire a produrre risultati di sviluppo immediati? Come riusciranno a persuadere i cittadini che la situazione è così grave da richiedere che gran parte di essi si rimbocchi le maniche, che sacrifichi l’interesse personale ad un interesse collettivo? Come riusciranno ad evitare la concorrenza di populisti, pifferai e imbonitori? ...




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