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Politichese
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19 gennaio 2005

Altri LIEVITI. Socialdemocrazia (che la sinistra sia - anche?!?! - questo?)

l'Unità, 18.01.2005 Cresce la rosa sotto la Quercia di Simone Collini Che al congresso di febbraio i Ds cambino nome e simbolo è ormai più che una semplice ipotesi. Il documento che chiede la modifica per rendere più stretto e visivamente immediato il riferimento al socialismo europeo è stato presentato l'estate scorsa dall'ex vicesegretario del Psi Valdo Spini, da anni deputato della Quercia. Finora è stato sottoscritto da oltre 600 iscritti e nei congressi di federazione in cui è stato presentato ha incassato un consenso trasversale alle quattro mozioni. A sostenerlo all'assise di Roma saranno, oltre a Spini, personalità di primo piano come Bruno Trentin, Alfredo Reichlin, Giorgio Ruffolo, Giorgio Benvenuto, Pasqualina Napoletano. Adesioni sono arrivate anche dal Correntone, a partire da Pietro Folena, e dalla minoranza di Cesare Salvi, che dopo quella che il senatore diessino definisce «l'offensiva rutelliana» ha rotto gli indugi, annunciando: «Voteremo la proposta al congresso di Roma. Serve per riaffermare l'identità socialista e democratica nel momento in cui viene messa in discussione». La posizione di Piero Fassino, poi, va ben al di là del cauto «non ha dato segnali di contrarietà» riferito dallo stesso Spini. Non a caso Vannino Chiti, nell'archiviare con un secco «caso chiuso» la polemica con Francesco Rutelli, ha nello stesso tempo ribadito la centralità della socialdemocrazia, che «oltre ad aver segnato lo sviluppo» delle democrazie europee nel secolo scorso, è ancora oggi «impegnata in un progetto per il rinnovamento della società». Ragioni per cui, ha anticipato il coordinatore della segreteria Ds, il congresso «potrà introdurre un riferimento ancora più chiaro al socialismo europeo nello statuto e una maggiore evidenziazione nel simbolo». Se il percorso sarà quello auspicato dai firmatari del documento, che martedì si sono incontrati a Palazzo Marini per fare il punto della situazione, al congresso di Roma verranno modificati due articoli dello statuto del partito, e dal 6 febbraio ci saranno nuovo simbolo e nuovo nome. Pronti, nelle intenzioni dei promotori dell'iniziativa, per essere utilizzati già alle prossime elezioni. Al Botteghino è iniziato a circolare il bozzetto: non c'è più, piccolo e in basso, l'acronimo Pse, ma compare nella corona, in alto e per esteso, «Partito del socialismo europeo». «Democratici di sinistra» è invece in basso, scritto più piccolo. La Quercia rimane delle stesse dimensioni e al centro, ma la maggior parte del tronco viene coperta dalla Rosa, che cresce fino quasi a toccare la chioma verde. «Non si tratta di espungere dal nome e dal simbolo del partito l'appellativo Ds, che ha fatto la sua strada», spiega Spini. «Si tratta di dare nel nome e nel simbolo la prevalenza al riferimento al Partito del socialismo europeo». A quel punto, il nuovo acronimo sarebbe Pse-Ds. La questione non riguarda semplicemente i nomi, sottolinea Giorgio Ruffolo lamentando comunque il fatto che l'Italia fa eccezione in Europa, visto che da noi il più forte partito della sinistra non si chiama socialista o socialdemocratico. «L'identità va cercata non nelle parole, ma nella storia e nel progetto», spiega l'ex ministro dell'Ambiente. «La proposta non è nominalistica, non si vuole semplicemente occupare uno spazio politico, come qualcuno oggi sta cercando di fare, ma ritrovare la nostra radice e costruire il progetto da proporre all'Alleanza e al paese». Chi sta occupando spazio, «schiacciando i Ds in una tenaglia molto pericolosa», sono secondo il professor Massimo L. Salvadori da una parte Rutelli, dall'altra Bertinotti: «Entrambi vogliono che i Ds spezzino ogni legame con la sinistra socialista». Il primo per «espungere la sinistra socialista dalla direzione della nascente Federazione», il secondo per «far passare i Ds per una componente del moderatismo centrista, lasciando alla sinistra radicale il ruolo di unico vero rappresentante della sinistra». Secondo lo storico, che ha partecipato ai lavori del gruppo promotore dell'appello per il nome socialista, se i Ds non si affretteranno a rispondere nel modo giusto, questa «offensiva sarà seguita da fenomeni di pericolosità crescente».




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17 gennaio 2005

Il LIEVITO riformista è solo liberismo?

"Perché i riformisti non sono popolari" titola l'Editoriale de Il Riformista del 18 Gennaio 2005 Molte giuste osservazioni, tranne che.... la chiave di lettura del successo dei due estremi 'poli' (Bertinotti - Rutelli) viene spostata a destra come se non esistesse un elettorato di Sinistra che non si riconosce in praticamente nessuna delle 'parole d'ordine' della Sinistra sinistra - che ha pure un suono 'sinistro'- (o 'radicale') ma nemmeno si è fatta lo shampoo col 'liberismo'! Una Sinistra attenta alle questioni dei diritti della persona (vedi Fecondazione Assistita, diritto di famiglia ecc.), ma anche al disagio sociale legato alle trasformazioni economiche in atto, che preparano future generazioni di ultra precari in tutto (lavoro, casa, famiglia ecc), ed all'arretratezza cronica italiana in campo scientifico e tecnologico. Che si sente protagonista, e radicalmente protagonista, in quanto 'resistente' alle campagne di odio del Centro Destra, ma anche della Sinistra sinistra. E che vedrebbe bene qualche leader storico, forse un po' distratto, farsi protagonista di battaglie coraggiose e chiare, anzichè attendere in cima all'Olimpo che i giochi si compiano laggiù (anzi QUAGGIU'!) sulla Terra. ------------------------- EDITORIALE martedì 18 gennaio 2005 AUTOCENSURE. Perché i riformisti non sono popolari Chapeu a Vendola, la vecchia scuola del Pci non mente, e le terze file di allora oggi primeggiano. Chapeu a Bertinotti: è l’unico leader di partito che nel centrosinistra sta dimostrando una forza espansiva, la capacità di andare oltre i propri confini (l’altro tentativo, speculare, lo sta conducendo Rutelli, con maggiori difficoltà e finora inferiori successi). I riformisti prendono il colpo più serio da quando, dopo le europee, si decise che era meglio non parlare più di partito riformista, poi che era meglio non esagerare nemmeno con la federazione riformista, poi che era meglio non insistere troppo neanche con la lista unitaria. Il fatto è che non c’è in campo un leader dei riformisti, perché Prodi fa un altro mestiere, quello del candidato premier, e si tiene al di sopra delle parti nella gara tra riformisti e sinistra-sinistra. Mentre i «radicali» il loro leader ce l’hanno, si chiama Fausto Bertinotti, e ha già sciolto tutti i nodi che lo tenevano legato al suo cinque per cento (tranne uno, il consenso del suo partito, che fatica a strappare in un difficile congresso). Le conseguenze del voto pugliese sono molte e rilevanti. Alcune di esse attengono al complesso problema del rapporto tra i due corni dell’alleanza di centrosinistra, altre all’effetto che potranno avere sull’elettorato più vasto. Queste ultime sono decisamente negative. Le primarie in Puglia rappresentano il più netto spostamento a sinistra dell’asse della Gad. E le prossime primarie, quelle nazionali, non devono essere considerate troppo scontate. Certo, Prodi vincerà, ma saremmo pronti a scommettere che Bertinotti ne uscirà come il numero due della Gad, con un risultato tale da bissare l’effetto politico della vittoria di Vendola in Puglia. Di conseguenza, il volto che l’alleanza presenterà agli elettori sarà meno rassicurante e più «comunista». Esattamente ciò che cerca Berlusconi, che per un revival del comunismo pagherebbe miliardi. Nella stessa Puglia, la partita per Fitto (che sarebbe stata probabilmente vincente anche contro Boccia) diventa ora molto facile: con ogni probabilità, sarà lui ad avere nel simbolo la parola «riformisti», da contrapporre al «comunista» Vendola. Scavando negli effetti più interni al centrosinistra si può, con un grande sforzo di ottimismo, trovare qualche elemento positivo. Per esempio: le primarie funzionano, e funzionano proprio all’americana, nel senso che mobilitano gli elettori, oltre che i militanti dei partiti che compongono l’alleanza. Per esempio: il far play post-primarie sostanzialmente tiene. I Ds, che si sono svenati per Boccia e la cui base ha votato per Vendola, dicono che tutto va bene e che ora sosterranno lealmente Vendola. Più incerto è sapere se la Margherita, scottata nel suo candidato, ora sosterrà con altrettanta lealtà e partecipazione Nicola Latorre, il dalemiano che nel prossimo fine settimana si gioca una suppletiva difficile proprio a Bari. Dal voto pugliese, però, bisogna trarre qualche riflessione anche per coloro che si dicono - e talvolta lo sono davvero - riformisti. Francesco Boccia, per esempio, è un vero riformista, e ha perso. Che cos’è che rende così poco popolari i riformisti? E perché più lo sono davvero e meno popolari sono? Secondo noi la causa prima è in una forma di autocensura, cui i riformisti impegnati in politica costantemente ricorrono. Il riformista che deve cercare voti ha spesso paura della radicalità delle proprie idee. Per questo le annacqua, le edulcora, le nasconde, e alla fine manda un messaggio non moderato, ma solo ambiguo. Il radicale, invece, ha libertà di parola: può dire tutto quello che vuole, anzi, più esplicitamente lo dice e meglio è per lui: parlando allo stomaco dei suoi elettori, sembra uno che parla col cuore. Gente come Boccia - o come Enrico Letta - in privato espone idee riformiste molto più radicali e convincenti di quelle che si concede in pubblico. Ma, per qualche ragione che ha a che fare con la storia della sinistra italiana (ex comunista), il riformista vi si sente sostanzialmente un estraneo, e dunque si taglia le unghie per farsi accettare. Blair non ha vergogna di fare appello all’individualismo, o di prendere di petto l’antiamericanismo: in Italia la sua sfrontatezza è un tabù che nessuno osa sfidare. Guardate il caso di Rutelli: ha detto due cose abbastanza ovvie, che socialdemocrazia ed egualitarismo non sono più strumenti per una sinistra moderna. In Europa lo sanno per primi i socialdemocratici, che a Londra come a Berlino e perfino a Stoccolma hanno rinnovato la socialdemocrazia e messo in soffitta l’egualitarismo da un quarto di secolo. Ma in Italia cose così non si possono dire, sennò apriti cielo, e perfino Rutelli è costretto a correggerle, ridimensionarle, diplomatizzarle. Così i riformisti sembreranno sempre la destra della sinistra, e nessuno si accorgerà che, nel mondo di oggi, i conservatori sono quelli della sinistra-sinistra, della sinistra che non si tocca, della sinistra che, dopo aver considerato per decenni un insulto l’appellativo «socialdemocratico», è rimasta ferma a un’età dell’oro socialdemocratica che i socialdemocratici stessi considerano conclusa negli anni ’70, quando lo shock petrolifero e l’avvio della globalizzazione cambiarono le carte in tavola, non a caso portando ben presto al governo la Thatcher e Reagan.




permalink | inviato da il 17/1/2005 alle 23:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

15 gennaio 2005

Eccoqua, finalmente IL LIEVITO (?) ovvero, LA SINISTRA quella vera (?)

(ovvero: come finire di demolire la Sinistra italiana, col pretesto di crearne una DOC)


Il lievito VALENTINO PARLATO Stamani, un po' prima delle dieci, saremo all'ingresso della Fiera di Roma, in via dell'Arcadia (un nome che non è un destino) a ricevere i compagni che hanno accolto l'invito del manifesto a questo incontro di sinistra. Almeno così vorremmo che fosse. Il manifesto, che sei giorni la settimana, da 34 anni, ha la cocciuta pazienza di presentasi in pubblico, è piuttosto prudente sui grandi appelli, come quello di oggi. C'è un solo precedente - di grande successo - l'appello del manifesto per la grande manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano. Quello fu un grande successo, come dovrebbe ricordare [... chi è ansioso di leggere paghi! se no, se lo leggerà domani...] www.ilmanifesto.it però è già disponibile la 'parola d'ordine' realizzata da Vauro: più 'generosa' l'Unità online, et voila: Assemblea della Sinistra radicale: sì all'unità, ma non parliamo di liste e partiti di red Non riformisti, ma «riformatori in senso luterano». Pronti a scegliere come «categoria operativa fondamentale il mutamento». Pronti anche a contrapporsi a chi, invece, privilegia un’idea di governo inteso come «amministrazione». Alberto Asor Rosa, professore di letteratura italiana e ideatore dell’incontro delle diverse anime e aggregazioni della sinistra promosso dal Manifesto, parte dalla ricerca di una definizione, un punto d’incontro comune per migliaia di persone che, in questa mattina di sabato, affollano una sala della Fiera di Roma. Ma le definizioni, la consapevolezza di un comune sentire programmatico, non bastano. «Si può andare avanti con la spontaneità e l’assemblearismo?», si chiede Asor Rosa. La risposta è «no». E la proposta, già anticipata nei giorni scorsi dai giornali, è la creazione di una «Camera di consultazione permanente, un organismo plurimo e bifronte, aperto da una parte alla società politica organizzata e dall’altra alla società civile, nella quale siedano allo stesso tavolo segretari di partito e rappresentanti delle associazioni». Dunque, «non un nuovo partito, né una Fed di sinistra». Ma al contempo, questo sì, un luogo reale di aggregazione per un’area politica ben definita. Anche numericamente: «Esiste un vasto settore dell’opinione pubblica di sinistra, variamente composto. Un’area formata da forze che stanno in parte nella società politica, in parte nella società civile. Un po’ di vecchio e un po’ di nuovo. Un’area che, dal punto di vista elettorale, si può stimare intorno al 13%». Contenuti e contenitori: una lista unitaria della sinistra radicale Ma se queste sono le premesse (e le cifre, dedotte dalla somma delle percentuali prese dai partiti alla sinistra dei Ds alle ultime elezioni europe), qual è lo sbocco futuro? Asor Rosa non lo dice, limitandosi ad evocare «un esito che non è disdicevole sognare». Non lo dice nemmeno il direttore del Manifesto Gabriele Polo. Ad affermarlo con molta chiarezza è invece il segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, che, fra gli applausi, torna a proporre una reale unità politica ed elettorale. Partire dalla «Camera di consultazione», certo, ma per approdare a una confederazione della sinistra radicale. E ad una lista unitaria, se non per le regionali almeno per le politiche. «La proposta di Asor Rosa è l’avvio di un percorso. Dobbiamo fare tutti un passo indietro. Io sono disposto a farlo, il mio partito è disposto a farlo, per fare poi tutti insieme un passo avanti. Bisogna ricostruire la Sinistra, porre fine a litigi e frantumazione. I contenuti non si traducono in politica senza i contenitori». A chi, a partire da Fausto Bertinotti, appare più che tiepido su questa proposta, Diliberto replica: «Spero che Bertinotti non sia freddo di fronte all'esigenza di centinaia di migliaia di persone. Dopo il congresso di Rifondazione a marzo mi auguro che Bertinotti si segga ad un tavolo con noi per discutere dell'unità a sinistra. Rimettendoci insieme daremo più forza alle nostre battaglie». L’obiettivo politico, al di là della palese competizione per l’egemonia a sinistra, è pesare di più nella Grande alleanza democratica: «Non voglio che la linea di politica economica del centrosinistra sia dettata da Montezemolo – afferma il segretario del Pdci – Quando andremo a parlare dell’abrogazione della legge 30, della riforma Moratti, della Bossi – Fini, quando discuteremo della destinazione delle poche risorse disponibili, lì cominceranno le difficoltà. Difficoltà che derivano dai rapporti di forza nella coalizione». Le sconcezze del centrosinistra La «Camera di consultazione» come strumento per una sfida nel centrosinistra. Lo dice, con toni molto duri, anche Giorgio Cremaschi della Fiom: «Bisogna mandare via Berlusconi ma anche fare in modo che non torni la politica precedente. Quando scopriamo che le sconcezze di questo governo discendono da quello compiute dai governi precendenti, ci rendiamo conto che serve un cambiamento profondo, non solo una vittoria elettorale». È sui mezzi, non sui fini, che le differenze appaiono più evidenti. Per Cremaschi, ad esempio, la «Camera di consultazione» non serve. «Un nuovo organismo è inutile. Questa assemblea è la Camera, insieme a tutte le assemblee che faremo da oggi in avanti, allargandoci ai movimenti che oggi non ci sono, Disobbedienti compresi». Cantieri aperti I rappresentanti dei partiti appoggiano la proposta di Asor Rosa, ma bocciano Diliberto. Il più tranchant è il verde Alfonso Pecoraro Scanio: «Non serve rispondere ai listoni con i listini. Perché dobbiamo infognarci in una discussione sui contenitori? Dobbiamo dare un segnale opposto». No, grazie anche da Rifondazione: «Siamo qui per costruire una sinistra larga, non per mettere insieme cocci spezzati del passato», polemizza Fausto Bertinotti. E Franco Giordano osserva: «La proposta di Asor Rosa mi pare più praticabile, perché fa maturare i tempi di una discussione sui contenuti. C’è bisogno di una nuova soggettività politica, ma questa si fa allargando il dibattito, non cercando nuovi modelli organizzativi». Il percorso non comincia e non si esaurisce con la «Camera di consultazione»: «Domani (domenica, ndr), su iniziativa di alcune riviste, daremo il via a un’elaborazione programmatica, che cercherà di definire alcune proposte concrete per la coalizione. Un’iniziativa parallela, non in contrapposizione, l’apertura di un nuovo cantiere». www.unita.it
riformatori in senso luterano ecco, appunto gli dev'essere sfuggito il legame postumo tra luterani e nazisti, per non parlare degli elettori di Bush Viva la Follia di Erasmus (ancorchè -non- 'paranoica', anzi, proprio perchè al suo opposto estremo) ! ....... una proposta nuova, e soprattutto unitaria !!!!!!!!!!!!!!




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