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Psicologia e Guerra
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30 agosto 2004

Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani...

Barenghi (Jena) sceglie la seconda ipotesi: Non tutte le reazioni sono uguali, anzi non tutte sono reazioni RICCARDO BARENGHI Sono addolorato per la morte di Enzo Baldoni, vittima innocente, come tante migliaia di vittime innocenti, di una guerra «preventiva». Di questa guerra, pur condannando ogni singolo atto di barbarie, occorre non perdere mai di vista le responsabilità politiche e militari originarie, dirette e indirette, che stanno provocando nell'intera area una carneficina senza fine. La gestione del sequestro Baldoni da parte dell'entourage governativo italiano è stata, a mio avviso, irresponsabile. La decisione di palazzo Chigi di rispondere, dopo pochi minuti dall'ultimatum, con un atto di sfida, «noi non ce ne andremo», ha il sapore e il tono di un paese belligerante e non di un paese neutrale in missione umanitaria. Come si fa ad assumere posizioni mediatiche assimilabili alle trattative con il terrorismo interno? C'è una bella differenza tra i sequestri delle Br e quelli in terra irachena. Palazzo Chigi con la sua nota di sfida che io definisco profondamente sbagliata ha deciso di emulare il modo di fare del suo alleato occupante, recando così, a mio parere, un grave pregiudizio alla sorte del sequestrato. Perché il presidente Berlusconi non ha scelto la via del silenzio, della moderazionee del prendere tempo? A ciò si è aggiunto poi lo stesso appello del ministro Frattini che è stato anch'esso, secondo me, improprio e controproducente. Non ci si può presentare alle telecamere di al Jazeera chiedendo la liberazione di Baldoni dopo che il presidente del consiglio, individuato come nemico dai sequestratori, aveva lanciato la sfida del «non ce ne andremo».Bastava l'appello dei figli. Invece no. Ma oramai, lo so, rimangono solo le lacrime per piangere. Ma rimane anche la rabbia verso coloro che hanno voluto questa guerra preventiva, verso coloro che l'hanno favorita o giustificata con il pretesto del «dittatore» mettendo a repentaglio gli equilibri delicati di quell'area e facendola sprofondare in un oceano di sangue innocente. Mandiamo a casa i politici e quei partiti che pensano di essere ad un tavolo di risiko mettendo in gioco le vite degli altri. Via dall'Iraq subito. La «coalizione democratica» o «centro-sinistra» escano dall'ambiguità. Domenico Ciardulli, via e-mail Concordo su tutto, analisi, rabbia, indignazione, dolore, posizione politica. Non concordo solo su una cosa, una cosa che non c'è. E che non essendoci non suona solo come un'omissione ma anche come se si trattasse di un'inevitabile conseguenza di tutto il resto. Parlo ovviamente di quel che accade in Iraq dalla parte degli iracheni e o di chi pretende di interpretarne i desideri. Il terrorismo, insomma, in tutte le sue manifestazioni, autobombe, kamikaze, sequestri, teste tagliate, esecuzioni e via inorridendo. Ecco, la mia opinione è che derubricare tutto questo a una semplice, seppur barbarica, reazione alla guerra sia sbagliato e soprattutto comporta il rischio della semplificazione. Semplifico a mia volta per capirci: tutto quel che accade nel mondo povero è colpa del mondo ricco, che depreda, affama, domina, bombarda. Dunque, se il mondo povero reagisce male la colpa è sempre nostra. Conclusione: se noi ci comportassimo in altro modo, scomparirebbero anche le reazioni più mostruose. Se ce la raccontiamo così, ci rifugiamo in un facile manicheismo che ci impedisce di capire che non tutti i buoni sono buoni e viceversa, ma soprattutto che i cattivi schierati con i buoni rischiano di contaminare la giusta causa, facendole cambiare natura. E che forse in quel mondo esiste una cultura (chiamiamola così) della vita e soprattutto della morte che prima o poi bisognerà affrontare s e non vogliamo sprofondare nel relativismo culturale. In altre parole, se la liberazione dell'Iraq deve passare attraverso decine centinaia di iracheni fatti saltare in aria da altri iracheni o supposti tali, o decine di stranieri sequestrati e decapitati, io non so quanto questa liberazione sia sul serio una liberazione. Non solo per quel che accadrà dopo in un paese liberato anche grazie al terrorismo il quale farà sentire il suo peso nella gestione politico-religiosa dell'Iraq, ma proprio per il fatto in se stesso. Parlo ovviamente a titolo strettamente personale, non penso infatti che qui tutti siano d'accordo con quel che sto per dire, ma tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi. Obiezione: ma se gli americani non se ne vanno, quelli continueranno a tagliare teste. Controbiezione: e se invece continuassero a tagliarle anche senza gli americani? http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Agosto-2004/art79.html Ripreso anche sul Forum di Indymedia: http://italy.indymedia.org/forum/viewtopic.php?t=33335&highlight=barenghi Altri articoli e post in Giornali, giornalismo, diari, blog... 28 Agosto 2004 Quella Milano controcorrente (di Curzio Maltese) ENZO Baldoni è il dodicesimo ostaggio massacrato in Iraq, il secondo italiano, la millesima vittima dell'Occidente in guerra eppure non assomiglia a nessuno degli altri. Non era in Iraq per fare la guerra o per fare soldi e neppure per inseguire la gloria effimera d'uno scoop. Hanno scritto che è stato rapito a Najaf mentre cercava d'intervistare Al Sadr, come altre decine di reporter occidentali. Non è vero. S'era fermato qualche giorno in più per portare un ferito all'ospedale d'Emergency. Una verità troppo umana per esser raccontata dai media. Meglio aggrapparsi al cliché dell'inviato dilettante in cerca del colpo di successo. Il successo Baldoni l'aveva già avuto come pubblicitario di genio, ultimo di cento mestieri, da fotografo di nera a Sesto San Giovanni a traduttore di fumetti americani. Era un uomo ricco di talento e di ironia. Uno strano tipo di italiano, forse il migliore ma anche il più difficile da rendere con la povera retorica dell'informazione nostrana improntata al melodramma. La figura di Baldoni non appartiene alla fauna da sceneggiato televisivo che ci viene descritta nei caritatevoli reportage dal fronte: il povero carabiniere, la body guard con famiglia a carico, il buon missionario, l'intrepido giornalista, il coraggioso volontario. La sua storia non offre spunti al piagnisteo da salotto televisivo e infatti è stata subito rimossa, già la sera dopo, nell'urgenza delle maratone olimpiche. Baldoni rappresentava qualcosa di ormai inconcepibile nel canovaccio nazionale, un individuo: uno libero di coniugare a modo suo la frequentazione con i luoghi comuni della Milano da bere, pubblicità e moda, con l'impegno sociale e la volontà di testimoniare le tragedie del mondo. Una persona in missione in Iraq non per la patria, il partito, l'ideologia, l'azienda o la famiglia ma per se stesso, per cercare di capire "cosa spinge altre persone a imbracciare un mitra". "Voglia di capire" e basta. Non c'è nulla che l'Italia contemporanea abbia meno voglia di capire. Una destra fondamentalista l'ha etichettato "uno di sinistra", anzi un "no global", come tutto quello che i miseri strumenti culturali non le consentono di decifrare. Nella stupida ossessione dell'appartenenza a tutti i costi, la definizione suona comunque sbagliata. Baldoni era semmai vicino al mondo di una Milano democratica, assai minoritaria e pure molto attiva. Quella Milano che raccoglie sotto l'etichetta di "società civile" una piccola galassia di esperienze diverse. Ex sessantottini e rari borghesi liberali, vecchi militanti di partito delusi e ragazzi nati dopo il crollo di tutte le ideologie. Individui appunto, spesso critici, ingenui rompiballe sgraditi a destra ma anche a sinistra. Un mondo sospeso tra la nostalgia dell'impegno politico da anni Settanta e una modernissima visione del mondo globale, isolato in patria ma con impensabili legami e contatti con ogni angolo del pianeta. Il modo migliore per definire Baldoni è "uomo di pace", secondo le parole della figlia, sincere e pulite come la sua faccia. Naturalmente per i fanatici assassini non ha fatto alcuna differenza che il prigioniero fosse lì per fare la guerra o raccontarne il dolore. Nella stessa logica da delinquenti politici, un pezzo di destra non si è vergognato di deridere il "compagno Enzo", donchisciottesca vittima dei propri ideali. Il nemico, per entrambi, non è un essere umano. La morte di Enzo Baldoni potrà servire a quelli come lui, pieni di dubbi e di voglia capire, che per fortuna non sono così pochi. Per comprendere che in questa guerra del fanatismo (orientale e occidentale) contro la ragione e la civiltà nessuno può chiamarsi fuori, inventarsi un'isola felice, fingere che non lo riguardi. (La Repubblica, 28 agosto 2004)




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21 agosto 2004

Complici nelle torture medici e psichiatri militari americani in Iraq e in Afghanistan (Lancet)

Washington. Sono complici nelle torture i medici militari americani in Iraq e in Afghanistan. L’autorevole rivista specializzata Lancet (*) cita casi agghiaccianti: certificati di morte falsificati per assicurare l’impunità agli assassini, segni evidenti di sevizie ignorati nei referti medici, e almeno un caso in cui un prigioniero svenuto venne rianimato dal medico perché le torture potessero continuare. Lancet, pubblicata a Londra, è una delle più prestigiose e documentate riviste scientifiche del mondo. Le rivelazioni sono accompagnate da un editoriale che invita a rompere la consegna di omertà. La direzione della rivista richiama medici e infermieri al loro dovere professionale: “Coloro ai quali è stato chiesto, in nome della disciplina, di rinunciare a mettere i diritti dei pazienti al di sopra di ogni altro interesse devono protestare con forza e rifiutare ogni cooperazione con le autorità”. La presa di posizione di Lancet coincide con un rapporto del Pentagono sul carcere di Abu Ghraib, che sarà presentato la prossima settimana al congresso americano. Il rapporto esprime un biasimo generico nei confronti degli alti gradi militari, venuti meno ai loro obblighi di vigilanza, ma non menziona le responsabilità dei politici e scarica la colpa su 24 guardie carcerarie e agenti dei servizi segreti addetti agli interrogatori. Nonostante queste conclusioni di comodo, il rapporto non può fare a meno di citare il personale medico che era al corrente degli abusi ma non fece nulla per mettervi fine. L’autore dell’articolo di Lancet è il professor Steven Miles, docente di bioetica all’università del Minnesota. Il professore e i suoi collaboratori hanno studiato gli atti delle commissioni d’inchiesta del congresso e della magistratura militare, i verbali degli interrogatori di guardie e detenuti, le testimonianze raccolte da Human Rights Watch e da altre istituzioni per la difesa dei diritti umani, i resoconti della stampa. Da tutto questo materiale emerge una situazione costante: in Iraq come in Afghanistan e nel campo di Guantanamo, il personale medico ha assistito passivamente alla tortura dei detenuti e in qualche caso vi ha partecipato attivamente. Un esempio è citato nella deposizione giurata di un detenuto ad Abu Ghraib. Un prigioniero politico iracheno è svenuto sotto le percosse dei soldati americani. Il personale sanitario del carcere lo ha rianimato e lo ha lasciato nelle mani degli aguzzini perché le torture continuassero. Due detenuti dello stesso carcere hanno riferito il caso di un medico che ha affidato a una guardia carceraria senza alcuna preparazione sanitaria il compito di cucire le ferite di un prigioniero. Un agente della polizia militare ha confessato che un infermiere ha inserito una fleboclisi nelle vene di un detenuto morto sotto la tortura per fare credere che fosse ancora vivo durante il trasporto in ospedale. “I certificati medici – scrive il professor Miles – attribuivano abitualmente la morte dei detenuti ad attacchi di cuore e ad altre cause naturali, senza menzionare i maltrattamenti che le avevano provocate”. L’articolo cita un esempio documentato da Human Rights Watch: i soldati americani picchiarono un detenuto fino a fargli perdere i sensi e lo legarono imbavagliato alla porta della cella, dove morì. Il medico di Abu Ghraib certificò che la morte era avvenuta “per cause naturali durante il sonno”. Soltanto quando scoppiò lo scandalo il Pentagono cambiò il certificato e classificò la morte come omicidio. Nessuno è stato punito. l'Unità, 20 Agosto 2004 riportato da un anonimo in Blog Trotter, Commenti (anche in Blog Trotter Monitor) Army Doctors Involved in Abu Ghraib Abuse Fri Aug 20, 2004 03:04 PM ET By Deborah Zabarenko WASHINGTON (Reuters) - U.S. military doctors working in Iraq collaborated with interrogators in the abuse of prisoners at Abu Ghraib prison outside Baghdad, an article in the British medical journal The Lancet said on Friday. A U.S. military spokesman said the article was inaccurate, and a spokesman for an American physicians group said that if the accusations are true, the doctors and other medical personnel should stand trial. The Lancet report by University of Minnesota professor Steven Miles suggested that some doctors falsified death certificates to cover up killings and hid evidence of beatings, and one detainee who collapsed after a beating was revived by medics so that the abuse could continue. "Army officials stated that a physician and a psychiatrist helped design, approve and monitor interrogations at Abu Ghraib," Miles wrote, citing U.S. congressional hearings, sworn statements of detainees and soldiers, medical journal accounts and aid agency information. The Pentagon denied Miles' report. "The Department of Defense takes strong exception to these allegations and (Miles') wholesale indictment of the medical care rendered by U.S. personnel to prisoners and detainees," Army Lt. Col. Joe Richard said in response to questions. Richard said the Lancet article was inaccurate and based on "carefully selected media reports and excerpted (Capitol) Hill testimony and not first-hand investigative work or accounts." He added that investigations were under way into prison operations in Iraq and Afghanistan and if any transgressions of the Geneva Conventions or U.S. military regulations occurred, those responsible would be held accountable. 'THEY SHOULD BE SUBJECT TO TRIAL' "If the facts are as they have been reported, with physicians and medics participating essentially in torture of prisoners ... these are the kinds of abuses that we properly prosecuted and associate, I'm sorry to say, with the actions of medical personnel during the Third Reich," said Robert Musil of the group Physicians for Social Responsibility. "If there are physicians, medics who are engaged in this sort of thing, then they should be subject to trial and court martial," Musil said by telephone. "Then the facts would be brought out in a military court." Reuters, Continued ... Physicians for Social Responsibility (PSR) is a leading public policy organization with 24,000 members representing the medical and public health professions and concerned citizens, working together for nuclear disarmament, a healthful environment, and an end to the epidemic of gun violence. Founded in 1961, PSR led the campaign to end atmospheric nuclear testing by documenting the presence of Strontium 90, a byproduct of atomic test, in children's teeth. During the following two decades, PSR's efforts to educate the public about the dangers of nuclear war grew into an international movement with the founding of International Physicians for the Prevention of Nuclear War, with whom PSR shared the Nobel Peace Price awarded to IPPNW in 1985. During the 1990s, PSR built on this record of achievement by ending nuclear warhead production and winning a comprehensive ban on all nuclear tests. Understanding that nuclear war continues to be the most acute threat to human life and the global biosphere, PSR reaffirms its commitment of nearly forty years to the elimination of nuclear weapons and the reversal of the arms race and the national budgetary priorities which fuel that race, sacrificing our nation's health, social and economic needs. Recognizing that new dangers now threaten us, PSR has expanded its mission to include environmental health, addressing issues such as global climate change, proliferation of toxics, and pollution. Facing an epidemic of gun violence that kills 28,000 Americans a year, PSR also works to address firearms as a major public health menace.




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10 agosto 2004

La sottile ed ipocrita differenza tra GENOCIDIO e la PRATICA DI DIFFUSO ASSASSINIO ...

Yahoo! Notizie Lunedì 9 Agosto 2004, 20:16 Sudan, per Ue non ci sono prove genocidio in Darfur BRUXELLES (Reuters) - L'Unione Europea ha reso noto oggi che la sua missione esplorativa in Sudan non ha trovato prove di genocidio nella problematica regione del Darfur, anche se è evidente una situazione di violenza diffusa. "Non siamo di fronte a una situazione di genocidio", ha detto a una conferenza stampa Peter Feith, consulente del responsabile della Politica estera dell'Unione Javier Solana, dopo il suo ritorno da una visita in Sudan. "Ma è evidente che la pratica dell'assassinio è diffusa, silenziosa e lenta così come è di grandi dimensioni quella di bruciare i villaggi", ha aggiunto Feith. Il consulente ha anche detto di nutrire dubbi sulla volontà del governo sudanese di collaborare per disarmare le milizie arabe Janjaweed, i cui massacri ai danni dei villaggi del Darfur hanno creato un'emergenza umanitaria nella regione. Ma ha aggiunto che l'Unione Europea e gli altri attori internazionali non hanno altra scelta che collaborare con Kartum per riportare la pace nell'area, perché nessuno di loro è preparato ad avviare un'efficace iniziativa militare in Darfur. "Ci sono notevoli dubbi sulla volontà del governo del Sudan di svolgere il proprio dovere di proteggere la popolazione civile dagli attacchi", ha detto. Il Congresso americano ha definito genocidio la campagna di saccheggi, incendi e omicidi in atto in Darfur, dove i ribelli accusano il governo di aver armato le milizie Janjaweed per operare una pulizia etnica. Yahoo News




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9 agosto 2004

Lo strano caso del Falso Stato di Gerusalemme

Signor Ministro, sul sito ufficiale del Ministero degli italiani nel mondo, risulta esservi una città divenuta Stato. Essa si chiama Gerusalemme. Nessuno sapeva che questa città era divenuta uno Stato. Sappiamo dal sito che vi abitano 1690 italiani. Come si chiamano? Italo-gerosolimitani? Lei, Signor Ministro per gli italiani nel mondo, e' riuscito ad inventare un nuovo Stato, una nuova nazione, pur di poter giustificare la notizia che ci da, sempre sul sito ufficiale del Ministero, alcune righe piu' sotto, dove alla voce Israele corrisponde capitale Tel Aviv. Intendiamo precisarle, Signor Ministro, che lo status di Gerusalemme, quale Capitale dello Stato di Israele, e' stato reiterato da tutti i Governi israeliani a partire dal primo, nel 1948, e gia' nel 1949 Ben Gurion, quale Primo Ministro, si adopero' per reinsediare il Governo a Gerusalemme dove ha sede il Parlamento (Knesset) e dove hanno sede i ministeri, persino un paio di ambasciate di Paesi piu' coraggiosi del nostro e incuranti del ricatto e delle minacce arabe. Ci appare francamente soprendente che si prendano in giro gli italiani, non solo nel mondo, soprattutto quelli che vivono a Gerusalemme e che sono convinti di essere israeliani oltre che italiani, inventando uno Stato che non c'e' dove vivono! Dire che Gerusalemme e' uno Stato, con capitale Gerusalemme, e' una bugia, scriverlo su un sito ministeriale del Governo e' ancora peggio. Per sua informazione, Signor Ministro, la informiamo che Tel Aviv non e' mai stata Capitale di Israele. Ci sembra che il suo tentativo di imitare la politica degli antichi romani che all'epoca hanno voluto cancellare Gerusalemme chiamandola Aelia Capitolina sia ridicolo e anti-storico. Vorremo anche ricordarle, Signor Ministro, che nel nuovo Stato Gerusalemme, dove si arriva per una strada in salita, ai cui lati si possono vedere i resti dei carriarmati lasciati la' a ricordo delle battaglie combattute da Israele per potersi difendere dai paesi arabi confinanti, che hanno cercato di occuparla ripetutamente negli ultimi 50 anni, vi è la sede di tutti i Ministeri israeliani. Deborah Fait Iscritta al Prt Sergio Rovasio Segretario Generale Deputati Radicali al Parlamento Europeo inviato a Blog Trotter, Commenti il 09.08.2004 15:42:03 Radicali.it




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8 agosto 2004

Chi sono i coloni israeliani? Quanti? Da dove vengono? Dove andranno, se andranno?

Scrive Sentinella sulle mura, in Spazioforum.net, Medio Oriente e certo che c'è una tensione interna! a voi da' fastidio il transfer di un olivo ma non vi da' fastidio il transfer di migliaia di israeliani piu' la distruzione di anni e anni di fatiche...... senza contare la perdita di lavoro per quei palestinesi che ancora lavorano in imprese israeliane nei territori. Chi sono i coloni in Israele e nei Territori ? Quanti sono ? Da dove vengono ? Dove andranno, se andranno ? Il tutto in Blog Trotter Monitor, estrapolato da Blog Trotter, Segnali di ... pece, di Leonardo Coen.




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6 agosto 2004

Pace, pece e su cosa non concordo con i bloggers di Blog Trotter

Blog Trotter Monitor, 6 Agosto 2004 Protesto ! E non solo e non tanto con(tro) Leonardo Coen e Luigi P. Leonardo Coen ha per mesi mantenuto una posizione se non equidistante, almeno 'morbida' nello schierarsi pro o contro la parte politica israeliana o palestinese. Ha prevalso inizialmente il suo spirito 'cristiano' e umanistico, forse, sulla sua identità ebraica che, checchè ne dica Luigi P., è ben presente e visibile oltre che inconstestabile proprio là dove ha iniziato a schierarsi sempre più vivacemente con una parte sola, quella avversa alla sua, da fiero amico del nemico... Luigi P. ha da questo punto di vista indefessamente difeso il suo ruolo di portavoce unilaterale del pensiero della sua parte. Ma un blog, questo blog in particolare, su un quotidiano crocevia tra sinistra e destra, tra pensiero libero e religiosamente orientato, tra ebrei e resto del mondo, doveva a mio parere mantenere e difendere se stesso in quanto spazio allargato di discussione al di là e al di fuori di ogni schieramento precostituito, certo di volta in volta appassionato difensore della legalità violata ovunque accada e a danno di chiunque, qui e in medio-oriente. Ora invece i due promoters del blog (Leonardo e Luigi) lo spaccano letteralmente in due, ed ogni spazio libero di discussione scompare: ripeto, non tanto o solo per responsabilità loro. Piuttosto per il prevalere di una difesa a oltranza di posizioni o idiotamente - passatemi il termine - di utrasinistra o di ultradestra. Della seconda non mi curo, la dò per scontata in un blog come questo. Ma della prima sì. Gli abitanti fino al 1948 della Palestina NON sono nè 'africani', nè nativi americani, indios barbarizzati dai cristianissimi ispanici o 'indiani' altrettanto barbarizzati dai guerrieri anglosassoni... gli Arabi, da Maometto in poi, non sono stati da meno e non lo sono tuttora, degli 'imperialisti' eredi dei Normanni, con cui condividono pure le vergini nel paradiso degli eroi. E del resto in quell'area Arii e Semiti si sono confrontati tra loro fin dalle origini della storia del mondo 'occidentale'. Adesso, qui, si torna a condannare Israele in quanto potenza conquistatrice e occupante, e vi si contrappone un inesistente popolo palestinese cui NOI occidentali avremmo come con tutti gli altri abitanti del pianeta contribito alla totale sottomissione e abiezione. Non è così. Noi italiani poi è da almeno 1200 generazioni (a 4 al secolo) ovvero da 3000 anni che siamo stati conquistatori o servi di imperi di conquista, esattamente come gli arabi ( un tempo punici o fenici, non meno interessati di noi a conquistare patrii suoli e difendere interessi vitali) Se questi ultimi ad un certo punto della storia hanno 'perso il treno' dello sviluppo industriale economico e sociale, questo non è imputabile al solo occidente, ma anche a loro (o tutto è imputabile a chiunque o non lo è per nessuno) Chi sono i coloni che Sharon non riesce a domare e che gli impongono le scelte che lamenta Coen? E' stato chiesto più volte a lui e ad altri che sembravano esperti di parlarne. Che diritti hanno, una volta emigrati in Israele, diversi da quelli dei 'nativi' palestinesi? Che, in quanto Arabi, nativi lo sono stati solo provvisoriamente, tanto quanto i discendenti degli Ebrei? Mi fermo per non allagare il blog. Insomma, la vogliamo smettere di dire che noi italiani e occidentali, se non vogliamo apparire complici delle scelte del criminale folle di turno, USA, UK, Israeliano, non abbiamo altra scelta che prendere le difese dei criminali altrettanto folli del mondo oggi arabo, ieri o domani di chissà quale altra parte del mondo che non sia 'nostra'... autofustigandoci e autopunendoci come se i nostri antenati fossero stati gli unici responsabili dei disastri planetari?????? inviato il 06.08.2004 10:55:21 In risposta a: mercoledì, 04 agosto 2004 Leonardo Coen Segnali di ... pece Israele rafforza la colonizzazione in Cisgiordania: il governo di Ariel Sharon ha autorizzato lunedì la costruzione di altri 600 alloggi a Maale Adumin, principale insediamento ebraico nei Territori Occupati da Israele. Questa colonia, alla periferia di Gerusalemme, a fine giugno contava 28120 abitanti e la sua popolazione è previsyto che aumenti di altre duemila unità. La decisione di Sharon contraddice intanto lo stesso Sharon che non più tardi della settimana scorsa aveva fermamente smentito la notizia. Inoltre è contraria al piano di pace elaborato dal Quartetto (Stati Uniti, Russia, Europa, Onu) che invece prevede lo stop dell'Intifada e l'analogo stop ai nuovi insediamenti, nonchè la creazione di uno stato palestinese nel 2005. Il quotidiano Maariv rivela che la faccenda è stata sbrigata direttamente da Sharon e dal ministro della Difesa, Shaul Mofaz. Con questa mossa, Sharon intende dimostrare ai falchi del Likud (il suo partito) - ostili al ritiro dalla striscia di Gaza - che in Cisgiordania vuole mantenere lo status quo (è qui che risiede la maggioranza dei 245mila coloni). Insomma, chi sperava in segnali di pace, si ritrova nuovi segnali di...pece, con la quale incendiare di nuovo la regione. In sintesi il concetto è: se fai l'amico del nemico puoi dire e scrivere quello che vuoi su pace e pece ma sei uno che contribuisce a dividere l'umanità in amici e nemici è chiaro questo ??????


Se non bastasse... e* v* Le vittime israeliane diventano palestinesi A pagina 6 di Il Manifesto del 03-08-04, campeggia la foto di una ragazzina che si aggira fra i resti di una casa devastata. La didascalia recita "Khan Younis (Gaza). Gli effetti dell'ultimo raid israeliano (foto AP)". La foto, pubblicata dal sito del quotidiano israeliano Ha'aretz oggi 03-08-04, è invece stata fatta nel quartiere di Sderot Rakefet, e mostra gli effetti dell'ultimo lancio di razzi kassam da parte dei palestinesi. La bambina che cammina tra i resti della sua casa si chiama Rotem Yehudai. La foto e la cronaca del fatto, in un articolo di Nir Hasson, in inglese, si trovano all'indirizzo: Ha'aretz inviato il 06.08.2004 12:06:05



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1 agosto 2004

Dahlan, Arafat siede su cadaveri palestinesi e rovine

01/08/2004 - 10:44 Mo: Anp; Dahlan, Arafat siede su cadaveri palestinesi e rovine GERUSALEMME - L'ex ministro per la sicurezza interna palestinese Mohammed Dahlan ha lanciato un attacco di una violenza senza precedenti contro il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Yasser Arafat, al quale ha intimato di scegliere tra una politica di vere riforme o uno scontro con decine di migliaia di manifestanti palestinesi. In un'intervista al giornale del Kuwait 'Al Watan', che ha oggi ampia eco sulla stampa israeliana, Dahlan, che è stato anche capo del servizio di sicurezza preventiva nella striscia di Gaza, ha accusato Arafat "di sedere sui cadaveri dei palestinesi e sulle rovine". "I palestinesi, ha aggiunto, hanno soprattutto bisogno di appoggi e di un nuovo approccio. Quello che ha finora guidato la causa palestinese è divenuto inutile, le perdite sono insopportabili e la vita dei palestinesi è distrutta". Nel denunciare la corruzione in seno all'Anp, Dahlan ha detto che l'Autorità ha ricevuto dalla comunità internazionale aiuti per un importo di cinque miliardi di dollari "che sono scomparsi col vento e nessuno sa dove siano finiti". I palestinesi, ha ancora detto Dahlan, "non potranno continuare a tollerare la corruzione. Per Arafat ci sono due possibilità: l'attuazione di vere riforme o un confronto con 30.000 manifestanti che scenderanno in strada il 10 agosto. Copyright © 1997-2004 Ticinonline SA




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