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Psicologia e Guerra
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29 luglio 2004

Niente muri quando si è in affari, o meglio per Israeliani e Palestinesi il 'muro' è 'cosa nostra'

Coinvolte 5 società, ombra di scandali su Arafat e il suo «tesoriere» Il cemento per il Muro? Arriva dai palestinesi La Commissione parlamentare a Ramallah sulla vendita a Israele di 420 mila tonnellate di materiale da costruzione DAL NOSTRO INVIATO RAMALLAH - Lo combattono. Lo processano. Lo chiamano il «muro dell’apartheid» (Abu Ala) e il «muro del razzismo» (Arafat). Ma quella barriera illegale per l’Onu che dividerà lungo 700 chilometri Israele dai palestinesi, che s'incunea in profondità nei loro territori, è pur sempre un business da un milione di dollari al chilometro. La Grande opera del Medio Oriente, un affare troppo ghiotto per non provare a prendervi parte. Da tempo, corrono voci (e tali restano, per il momento) che il premier palestinese Abu Ala abbia contribuito a cementizzare il confine. Ora però c'è la prova che esponenti di spicco dell'establishment di Ramallah hanno venduto agli israeliani migliaia di tonnellate di cemento per costruire la barriera. È contenuta in un rapporto del Parlamento palestinese, trasmesso alla magistratura, che delinea i contorni dell’affaire: oltre 5 milioni di dollari di ricavo, 5 compagnie palestinesi coinvolte, due ministri implicati e sospetti che lambiscono un nome eccellente: Mohammed Rashid, il «gran tesoriere» di Arafat. Una serie di documenti - il rapporto, permessi del governo, lettere al presidente Arafat, a cui il Corriere ha avuto accesso - permettono di ricostruire questo «scandalo del cemento». Prosegue la costruzione del Muro in Cisgiordania (Ansa) GLI ATTORI - Ci sono in questa storia alcuni dei nomi più importanti dell'economia palestinese. Ovvero del governo. Perché, come dice lo storico Markus Bouillon, forse il maggiore esperto di economia israelo-palestinese, «i "tunisini" (gli uomini che hanno condiviso l'esilio con Arafat, ndr) non formano solo l'élite politica. Tornati a Ramallah, hanno fondato le loro compagnie monopolizzando gli scambi con Israele, proprio grazie alle relazioni instaurate durante il processo di pace». In un certo senso, il «cemento» è il proseguimento degli affari iniziati ai tempi di Oslo. INTRIGO AL CAIRO - Egitto, aprile 2003. L'imprenditore con passaporto tedesco, di origine ebrea, Zeev Pelsinky - proprietario di tre diverse ditte di Haifa - acquista dalla società egiziana Egypt Bany Swif 120 mila tonnellate di cemento. Tutto fila liscio, finché il caso viene fiutato dal giornale Al Arabi. I «Comitati contro la normalizzazione con Israele» denunciano la «collaborazione» egiziana nella costruzione del «muro razzista». Interviene il governo, la vendita viene bloccata. Ma Pelsinky non si dà per vinto. E se per continuare a importare cemento in Israele - è la pensata -, lo si facesse passare dai Territori palestinesi? I PALESTINESI - Pelsinky si rivolge ad alcuni. In particolare, al ministro degli Affari civili, Jamal Tarifi. La sua famiglia possiede due delle maggiori compagnie di cemento palestinesi, Tarifi Company (di proprietà del fratello Jamil), e Qandeel Tarifi Company For Cement. Il 30 settembre, Jamil Tarifi e Zeev Pelsinky si incontrano al Cairo: firmano un contratto per importare 20 mila tonnellate di cemento. Occorre un permesso del ministero dell’Economia palestinese, che certifichi che il carico non finirà in Israele: Tarifi lo porta con sé. È stato firmato a casa sua dal ministro dell'Economia, Maher Al Masri, rampollo di una delle grandi dinastie commerciali palestinesi. Il tipo di cemento è «Port Land international». Come quello usato per costruire la barriera. LE DIMENSIONI DELLO SCANDALO - Quando i giornali egiziani cominciano a parlarne, anche a Ramallah qualcuno si muove. Hassan Khreishe, noto critico della corruzione nell’Autorità palestinese, vicepresidente della Camera, ottiene di istituire una Commissione d'inchiesta. Sette mesi di lavoro. Secondo il rapporto finale della Commissione, 420 mila tonnellate di cemento tipo Port Land sono state importate dall'Egitto nei Territori: di questo, solo 33 mila sono state impiegate per usi civili, il resto è stato rivenduto agli israeliani. Oltre alle società dei Tarifi e a quelle dell'imprenditore di Gaza Yousef Barakeh, nell’export egiziano entra anche la Società generale dei Servizi commerciali palestinesi, sorta di finanziaria statale ad uso del «Gran tesoriere» di Arafat Mohammed Rashid, unico che abbia, si dice, accesso ai suoi conti. Però il rapporto - per mancanza di fatti o di coraggio - non lo lega a Pelsinky né ad altre società impiegate nella costruzione del muro. IL DENARO - Si tratta di cemento pagato al Cairo a costi calmierati, proprio per gli accordi di Parigi (1993) tra Israele e i palestinesi, che avrebbero dovuto agevolare la cooperazione nella regione e aiutare la ricostruzione nei territori: 22 dollari a tonnellata, quando lo stesso materiale viene venduto al Sudan al «prezzo agevolato» di 26 dollari. I palestinesi, per i loro servizi, hanno chiesto il 50%: dai 12 ai 15 dollari a tonnellata. Facendo due calcoli, intascano 5,6 milioni di dollari. Chiaramente, esentasse. Mentre i camion passavano alla dogana, nessuno si è ricordato di versare 1,7 milioni di dollari alle casse di Ramallah. Ora, è tutto cemento per il muro? Pare di no. Il rapporto però nota singolari coincidenze: per esempio, che due grandi commesse furono consegnate in ottobre-novembre, «mentre sul mercato israeliano il cemento scarseggiava». ARAFAT SAPEVA? - In una lettera dell'11 settembre 2001, il capo dell'ufficio di controllo del governo, Jarar Al Qidweh, scrive al raìs: «Eccellenza fratello presidente. Il fratello Maher Al Masri, ministro dell'Economia, ha firmato un permesso di importare 20 mila tonnellate di cemento dall'Egitto. I nostri fratelli egiziani ci hanno trasmesso il loro sospetto che il cemento possa raggiungere l'altra parte. «Abbiamo scoperto che il cemento arriva al valico di Oja. Lì il carico viene trasferito sul nome di un businessman israeliano e portato subito alle aree della Linea Verde. Abbiamo scoperto che il cemento è composto in modo tale da venire usato per le lastre di cemento del muro di sicurezza israeliano». E che cosa fece Arafat? Disse ad Abu Ala, assicura Al Qidweh, di investigare. Intanto, il 23 febbraio, mentre all’Aja montava il processo contro il muro, il ministero rilasciava un nuovo permesso per un carico dall’Egitto. GRAND HOTEL RAMALLAH - Ramallah, Gran Hotel Park. Hassan Khreishe, il deputato che per sette mesi si è battuto per far emergere lo scandalo, consegna una domenica di fine giugno a due uomini quattro faldoni rossi e blu. Sono gli assistenti del procuratore generale. «Non mi fidavo - dice adesso al Corriere -. Il materiale raccolto l'abbiamo affidato al premier Abu Ala, perché lo trasmettesse al giudice. Solo che alcuni video si sono persi per strada. Così, glieli ho portati io». Khreishe sa che la sua battaglia può prestarsi a giochi politici. «Mi hanno minacciato. Ma non credo di rischiare la vita - dice -. Bastano altri modi per fermarmi». Non è un ingenuo, nemmeno un santo. Sorride. «E pensi che, mentre nessuno muoveva un dito contro i capitalisti palestinesi, abbiamo arrestato alcuni poveracci che facevano i manovali sotto il muro. E li abbiamo pure chiamati collaborazionisti». Mara Gergolet © Corriere della Sera Da aggiungere al post di 'e* v*' inviato a BlogTrotter, Commenti il 28.07.2004 17:35:18 [i]Gambizzato parlamentare riformista palestinese Nabil Amr, parlamentare ed ex ministro palestinese, è stato ferito alle gambe martedì sera, nella sua casa a Ramallah, da colpi d’arma da fuoco esplosi da uomini con il volto coperto. Poco prima Amr aveva parlato alla televisione criticando la corruzione che imperversa nell’Autorità Palestinese e sollecitando Yasser Arafat ad attuare le riforme promesse. Nabil Amr, affiliato al movimento Fatah (presieduto da Arafat), è nato 48 anni fa nel villaggio di Dura, presso Hebron (Cisgiordania) ed è membro del Consiglio Legislativo palestinese dal 1996. In passato, è stato rappresentate dell’Olp in Unione Sovietica. Dopo il suo ritorno in Cisgiordania nel 1994 grazie agli accordi di Oslo, Amr ha fondato e diretto a Ramallah il quotidiano Al-Hayat Al-Jadeeda, sul quale ha iniziato a pubblicare articoli che invocano riforme all’interno dell’Autorità Palestinese. Due anni fa, Amr aveva sorpreso il pubblico palestinese pubblicando una lettera aperta ad Arafat nella quale accusava il presidente dell'Autorità Palestinese d’aver perso un’occasione storica rifiutando l’offerta di accorto di pace al vertice di Camp David del luglio 2000. Poche settimane dopo, uomini con il volto coperto esplodevano raffiche di arma da fuoco contro la sua abitazione, nel quartiere Tirah di Ramallah, senza peraltro ferirlo. Fonti vicine ad Amr avevano attribuito l’aggressione a uomini di Arafat. Anche la “gambizzazione” di martedì scorso viene collegata dalle fonti palestinesi alle costanti critiche di Amr verso Arafat e la sua corrotta amministrazione. Amr è considerato uomo vicino all’ex primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che fu costretto a dimettersi da Arafat nel settembre scorso. Nel frattempo, i giornalisti palestinesi hanno subito un pesante avvertimento a non occuparsi delle proteste e degli scontri fra opposte fazioni armate palestinesi nella striscia di Gaza. L’avvertimento è giunto dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, guidato da uomini fedeli ad Arafat. Dopo una riunione d’emergenza, il Sindacato ha intimato a reporter e fotografi palestinesi di non coprire fatti che “conducono a una escalation negativa sul fronte interno”, se non vogliono incorrere in severe punizioni. Ai giornalisti palestinesi è stato detto che devono riferire soltanto su questioni e fatti “che consolidano il fronte interno e l’unità nazionale”. Nei giorni scorsi diversi giornalisti palestinesi nella striscia di Gaza avevano lamentato d’essere stati minacciati dalle opposte fazioni, mentre funzionari dell’Autorità Palestinese avevano sostenuto che servizi e reportage sulle violenze intestine palestinesi causano grave danno alla causa palestinese. “Le immagini da Gaza incoraggiano le violenze – ha dichiarato un funzionario palestinese – Noi vogliamo calmare la situazione, e i giornalisti palestinesi non devono fare il gioco dei gruppi rivali”. (Da: Jerusalem Post, 21.07.04)[/i] (Anche in Blog Trotter Monitor)




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26 luglio 2004

Angoscia individuale e sociale, in-comprensione della Storia, personale e collettiva

Il post di chi si firma Franco Levi e segnala il proprio sito sul Forum di 'Lapsus, Autoanalisi ed Analisi reciproca in Rete' mi è oscuro... Però gli chiedo e mi chiedo dove portino le sue convinzioni e quasi certezze. Viviamo in labirinti mentali individuali e collettivi generatori di angoscia crescente: ne sono prova gli sparatori estivi comparsi in Italia, ma non solo (vedi Sud Africa) negli ultimi giorni. Ci sono troppe 'agenzie del male', che si stanno fronteggiando tra loro a danno di tutta l'umanità, per semplificazione riducibili all'asse Bush-Sharon ed all'estremismo neonazionalista-integralista-razzista arabo. Philip Dick nel 1980 prevedeva che il mondo sarebbe stato governato da un Potere equamente composto da un'entità laico-tecnocratica (il Legato Scientifico) e da un'entità pseudo-religiosa (la Chiesa Cristiano Islamica) Mi sembra che, dopo Orwell, sia quello che ha previsto meglio il proprio futuro-nostro presente. A che ci servono le certezze più o meno dietrologiche sulle 'ragioni' dell'Agenzia A piuttosto che dell'Agenzia B ? A 'sapere' cosa ? Meglio secondo me riconoscere che l'umanità sta attraversando nel suo complesso una crisi forse decisiva, e che nessuno di quelli che si 'chiamano fuori' dalle Agenzie del Terrore ed Anti-Terrore è in grado di predire, prevedere, organizzare, fare alcunchè... per lo meno non certo a partire dalle presunte 'certezze' di qualcuno... Ma l'angoscia sale, la guerra sta allargandosi a tutto il mondo, 'libero' e 'schiavizzato', senza esclusione di colpi e con un'unica riconoscibile strategia: portarci tutti ad eliminare ogni traccia di pietas, che sia nei confronti di ebrei o di arabi, di cristiani o di musulmani, di credenti o non credenti, di 'colpevoli' o 'innocenti'. L'auto-reciproca analisi in rete, basterà a mantenere un legame tra il nostro IO ed il nostro ME, tra ME e TE ?




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24 luglio 2004

Palestina, Sudan, Egitto, eventi che per sinistra e destra italiane non fanno notizia

Scrive Paolo (Commenti a Blog Trotter, inviato il 24.07.2004 14:27:27) TERRORISTI AL AQSA UCCIDONO RAGAZZO PALESTINESE Notizia presa dal Riformista e lanciata da Radio Radicale. Il terrorismo palestinese colpisce ancora: muore un ragazzo palestinese. Suicida? No, ucciso perché "non era d'accordo". La storia è un sunto dell'allucinante situazione nella quale vivono i cittadini palestinesi, anche per colpa dell'appoggio internazionale fornito ai "resistenti" che hanno ucciso questo povero ragazzo... Fosse il primo caso, poi... Si comportano come padroni, quelli di Al Aqsa (organizzazione di Al Fatah: chi non ricorda lo slogan -che oggi dovrebbe risultare slogatissimo, se non fossero ciechi ab initio- gridato da decenni nelle piazze: Al Fatah vincerà!) Vediamo com'è che Al Fatah "vince". Ieri, venerdi 23, giorno di preghiera e pace, un gruppo di armati delle Brigate si dirige nella zona di Beit Hanun, dove vi sono scontri con la IDF (esercito israeliano). Sanno che ci saranno elicotteri nemici nella zona. Parcheggiano il loro furgone davanti alla villetta della famiglia Za'anun, il padre è un ex medico, con tre figli. I terroristi non conoscono i proprietari della casa, ma hanno deciso che il giardino di quella abitazione è un buon nascondiglio per piazzarvi un lanciarazzi Kassam. Gli Za'anun -naturalmente- non hanno voce in capitolo: devono, come servi, limitarsi a subire le azioni dei brigatisti. Ma la famiglia non si rassegna: teme che gli scontri riducano la abitazione in macerie, e in ogni caso una legge israeliana prevede l'abbattimento delle case dalle quali sono partiti attacchi missilistici o terroristi. Gli Za'anun protestano con forza col gruppo di brigatisti, ne nasce una colluttazione. Il più giovane dei ragazzi, uno studente di soli 15 anni, si comporta come molti altri giovani palestinesi: lancia una pietra contro il capo dei brigatisti di Al Aqsa. A quel punto i terroristi (perchè non chiamarli vigliacchisti?) risolvono le cose a modo loro: il lanciarazzi è già pronto, lo puntano contro la casa degli Za'anun e fanno fuoco. La casa salta in aria, la famiglia che aveva osato contrastare i diktat dei Thugs adorati dai pacifinti mondiali lotta tra la vita e la morte. Jamil, il ragazzo che aveva scagliato la prima pietra -dalla parte giusta-, muore sul colpo. Naturalmente parte la disinformacjia: Al Fatah dichiara che lo scempio è opera di "soldati delle forze sioniste... penetrati a Beit Hanun travestiti da miliziani palestinesi (miliziani!)", la stampa internazionale silenzia il tutto. Ma i cittadini di Beit Hanun, testimoni oculari di quanto è successo, raccontano la verità. Anzi fanno di più: manifestano contro Hamas in 600, nonostante il rischio evidente. Notizia sul Jerusalem Post. Hanno tutta la mia solidarietà. D-o maledica i loro aguzzini e chi li affama; D-o restituisca la Palestina ai cittadini palestinesi e tolga potere ai loro leader-aguzzini pseudoislamici. Website: http://leguerrecivili.splinder.com 6 Av 5764, Saturday, July 24, 2004 18:20 IST May. 21, 2003 1:22 Gazans demand end to Kassam attacks By KHALED ABU TOAMEH Hundreds of Palestinians demonstrated Tuesday in Beit Hanun in the northern Gaza Strip to protest against the launching of rockets aimed at Israel from the town. The protest erupted shortly after the IDF pulled out of Beit Hanun, local residents told The Jerusalem Post. They said the protesters were angry with Hamas for using Beit Hanun as a launching pad for firing Kassam rockets at Israel. Similar protests have also been reported in the southern Gaza Strip, where residents of Khan Yunis and Rafah have been pressuring the Palestinian Authority to make an effort to stop the attacks. In some areas, residents have set up vigilante patrols to prevent Hamas activists from entering their neighborhoods. Some 600 demonstrators took to the main street of Beit Hanun, burning tires and chanting slogans against Hamas, whose members are responsible for the rocket attacks, and against the PA for failing to stop the terrorists. Palestinian journalists in Gaza City said this was the first time that residents of Beit Hanun staged a demonstration against the launching of the rockets. Residents said the IDF flattened orchards, demolished 15 homes, knocked over garden walls, tore up streets, and damaged the sewerage, water, and electricity systems during the latest raid on the town. Beit Hanun Mayor Ibrahim Hamad told the Post the IDF destroyed some 12,000 dunams of agricultural land over the past five days, leaving hundreds of families with no source of income. He claimed that another 150 families were forced to leave their homes, which were partially damaged during the military operation. "We've had enough because the people here have paid a very heavy price," said Omar Za'anin, a farmer who participated in the demonstration. "The Israelis have turned our lives into hell because of the rockets. They have destroyed our homes and orchards." Another resident, Haitham Ja'far, said the protesters called on the Palestinian security forces to take action against Hamas activists who use Beit Hanun to fire the Kassam rockets. "We want [PA Prime Minister Mahmoud Abbas] Abu Mazen to start working immediately before our town is completely destroyed," he said. "They [the militants] claim they are heroes," said Muhammad Zaaneen, 30, a farmer, as he carried rocks into the street. "They brought us only destruction and made us homeless. They used our farms, our houses, and our children to hide." The IDF has raided Beit Hanun seven times in the past 32 months in an effort to stop the firing of the rockets. © 1995 - 2004 The Jerusalem Post. All rights reserved.




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24 luglio 2004

Palestina, Sudan, Egitto, eventi che sinistra e destra italiane pare abbiano difficoltà a commentare

questo ho scritto or ora nei commenti al Blog Trotter di Leonardo Coen e sul mio piccolo Blog Trotter Monitor buona estate a tutti ... finalmente piove !!!! vedo che ve la state a menà più o meno sempre sulle stesse cose :D a nessuno interessa dire qualcosa su un argomento che a quanto pare è scomodo sia per la destra che per la sinistra italiana, ovvero la rivolta dei palestinesi contro Arafat e la corruzione dei suoi prediletti? cosa significa? dove porta? ci sono speranze che coaguli un nuovo centro effettivo di potere e di governo per i palestinesi, o è solo l'ennesima 'deflagrazione', che si accompagna alla denuncia USA (e ONU) del Sudan per lo sterminio in atto in Darfur ed al coinvolgimento dell'Egitto attraverso il rapimento di un suo ambasciatore? Sulla rivolta http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/es.../aqsa/aqsa.html Una ventina di uomini assaltano la sede del governatore di Khan Younis. Incendiato un posto di polizia in un villaggio Gaza, al Aqsa guida la rivolta occupazioni e caserma in fiamme Non si placa la protesta del braccio armato del partito di Arafat "Mussa, nipote del presidente, se ne deve andare dalla Striscia" GAZA - Non si placa a Gaza la rivolta contro il presidente Yasser Arafat dei gruppi che chiedono riforme nell'Autorità nazionale palestinese e la fine del regime di corruzione diffusa. Una ventina di uomini delle Brigate Martiri di al Aqsa, braccio armato della fazione Fatah che pure fa capo ad Arafat, ha occupato prima dell'alba la sede del governatore nel campo profughi di Khan Younis, nel sud della striscia di Gaza. Ad al Zawaida, un villaggio vicino a Deir al Balah, è stata invece incendiata una caserma di polizia. Stando a fonti palestinesi, il municipio di Khan Younis è stato occupato all'alba di stamane da dozzine di attivisti di Al Fatah al grido "Mussa Arafat se ne deve andare". Mussa Arafat, nipote del presidente palestinese, è accusato di essere persona corrotta. La scorsa settimana la sua nomina, poi revocata, a capo dei servizi di sicurezza palestinesi nella Striscia, aveva dato nuove munizioni a tutti coloro che invocano profonde riforme in seno all'Autorità nazionale palestinese e criticano la politica del presidente palestinese. Non vi sono stati scontri gravi durante il colpo di mano di Khan Younis, ma per l'anziano leader è un'altra umiliazione che va aggiungersi a tutte quelle che ha dovuto subire negli ultimi otto giorni. Esattamente una settimana fa ha presentato le sue dimissioni il premier Abu Ala in polemica per il caos a Gaza e l'autoritarismo del presidente che non accetta di cedere il controllo sugli apparati di sicurezza; la crisi non è ancora risolta. Sempre sabato il presidente aveva annunciato la riforma dei servizi di sicurezza e nominato il cugino Moussa Arafat a capo della sicurezza generale nei Territori, ma di fronte alla protesta montante delle fazioni che lo accusavano di nepotismo, aveva dovuto retrocederlo. Moussa è rimasto comunque capo della sicurezza a Gaza e i detrattori pretendono che sia del tutto esautorato. Alcune fonti hanno riferito che i dimostranti asserragliati nell'edificio di Gaza chiedono anche lavoro. Un portavoce dei militanti, Abu Moussa, ha assicurato invece che si tratta di una protesta contro le nomine decise dal presidente. "Chiediamo ad Arafat di licenziare quest'uomo, Moussa, e tutti i simboli dalla corruzione dello Stato", ha spiegato. (24 luglio 2004) Sul Sudan http://emergenze.blog.excite.it/permalink/167371 23.07.2004 ONU , Darfur : Annan e Powell , sanzioni al Sudan NOTIZIARIO del 23 luglio 2004 ONU , Darfur : Annan e Powell , sanzioni al Sudan di Carla Amato Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha detto ieri sera che la risoluzione predisposta dagli Stati Uniti con minacce di sanzioni al governo sudanese ha buone possibilita' di essere approvata dal Consiglio di sicurezza. "Le reazioni sono state fino ad ora tutte positive, la mia impressione e' che sara' un gran successo" ha detto Annan in una conferenza stampa congiunta con il segretario di Stato americano Colin Powell presso la sede dell'ONU a New York, qualche ora dopo la presentazione del documento cui entrambi avevano presenziato. La risoluzione mira a fare pressioni per ottenere dal governo sudanese una azione che fermi le milizie arabe responsabili delle atrocita' commesse in Darfur, come gia' chiesto a Khartum da Annan e Powell in persona durante precedenti visite. Annan e' particolarmente impegnato sulla vicenda sudanese, avendo in passato chiesto scusa per non aver saputo capire e conseguentemente agire, riguardo agli scontri etnici del Ruanda che portarono alla morte di 800000 persone fra orribili violenze. La crisi umanitaria nel Darfur rischia di aggravarsi ulteriormente con la stagione delle piogge che blocchera' gli operatori umanitari e gli osservatori sui diritti umani, mentre i negoziati di pace si sono arenati dopo il mancato accoglimento da parte del governo delle proposte dei ribelli non Arabi. Essi chiedevano il disarmo delle truppe arabe, l'istituzione di una commissione internazionale d'inchiesta sui crimini di genocidio commessi nella travagliata regione del Darfur, la cattura dei criminali responsabili di genocidio, la creazione di un corridoio umanitario per aiutare i profughi, il rilascio dei prigionieri di guerra detenuti e la creazione di un contesto neutrale per le trattative. Oltre un milione di persone sono potenziali vittime della furia omicida e delle violenze, anche sessuali, dei miliziani arabi, che appaiono vieppiu' appoggiati dal governo. Si stima che siano state violentate migliaia di donne, uccise 30000 persone, mentre oltre 200000 sono state costrette a fuggire nel vicino Ciad. I negoziati di Addis Abeba sono condotti dal confinante Ciad, dall'Unione Africana - che ha inviato 120 osservatori per i diritti umani nella regione - e dalle Nazioni Unite, mentre gli USA e l'UE - che ha stanziato proprio due giorni fa 18 milioni di euro per il Darfur - fungono da osservatori. by www.osservatoriosullalegalita.org Sul rapimento del diplomatico egiziano http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/esteri/iraq29/rapiegiziano/rapiegiziano.html Una reazione alla disponibilità manifestata dal premier egiziano per contribuire alla sicurezza del governo transitorio di Bagdad Iraq, rapito diplomatico egiziano Altre 48 ore per i sette autisti Il Cairo ribadisce: "Mai pensato di inviare truppe nel Paese" BAGDAD - Un diplomatico egiziano, Mohamed Mamdouh Helmi Qutb, è stato rapito a Bagdad da un gruppo armato che chiede che l'Egitto non collabori con le forze Usa in Iraq. E' stata l'emittente araba Al Jazeera, con un video, a diffondere la notizia, poi confermata dall'ambasciata d'Egitto nella capitale irachena. "I guerriglieri - ha detto il giornalista tv - hanno spiegato che il sequestro rappresenta una risposta all'offerta del premier egiziano Ahmed Nazif, rivolta alle nuove autorità transitorie irachene, per la fornitura di assistenza e collaborazione nel campo del mantenimento della sicurezza". La controreplica da parte del governo egiziano non si è fatta attendere: il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit, appresa la notizia del rapimento, ha ribadito che assolutamente l'Egitto non ha mai pensato ad inviare forze militari in Iraq, come era stato invece richiesto, ancora ieri, dal premier iracheno ad interim Iyad Allawi. Anche in passato l'Egitto si era dichiararato disponibile a partecipare a missioni di pace in Iraq solo nel caso di una richiesta specifica da parte del popolo iracheno e, secondo il Cairo, le divisioni interne all'Iraq non consentono di esprimere al momento una volontà unanime del Paese. Nel video, Qutb compare circondato da sei guerriglieri vestiti di nero, mascherati ed armati, che si definiscono "il battaglione dei Leoni di Allah". Secondo Al Jazeera il diplomatico, descritto come il "numero tre" della legazione del Cairo in Iraq, sembra in buona salute. Un altro cittadino egiziano rapito in Iraq è stato liberato lunedì scorso, dopo che la compagnia di trasporti saudita per la quale lavorava aveva chiuso la propria sede in Iraq, accettando le condizioni dei sequestratori. Intanto è stato prorogato di altre 48 ore, l'ultimatum lanciato dai rapitori dei sette autisti (un egiziano, tre keniani e tre indiani) di una ditta kuwaitiana di trasporti. Nel messaggio video, diffuso anch'esso da Al Jazeera, il gruppo minaccia sempre di decapitare uno degli ostaggi, chiede che la ditta per la quale i sette lavorano risarcisca le famiglie dei morti a Falluja, e che i prigionieri iracheni in mani americane e kuwaitiane vengano liberati. (23 luglio 2004) lapsu(daticcio)




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23 luglio 2004

Attacco al potere, un film 'profetico' su Twin Towers, Afganistan, Iraq e oltre ... del 1998

C'è tutto, dal conflitto FBI / CIA, alle responsabilità per le 'omissioni' e gli 'eccessi' nella lotta al terrorismo internazionale (presentato nel 1998 come 'acefalo': Bin Laden non c'è, ma c'è Yassin...) alle torture: di troppo, almeno per ora, i carri armati per le vie di New York e la legge marziale: si direbbe che il conflitto sia stato esportato, per difendere la democrazia USA e la sua Costituzione, in Medio Oriente... e a Guantanamo... fin che dura, fin che le Amministrazioni USA ed i Poteri che le sostengono la riterranno una 'soluzione' sufficiente... TSI1, mercoledì 21 luglio, ore 21.00 (The Siege) Film drammatico di Edward Zwick con Denzel Washington, Annette Bening, Bruce Willis, Tony Shalhoub, Sami Bouajila, David Proval (USA – 1998) TXT 777 Sottotitoli alla pagina TeleText 777 Suono bicanale italiano/inglese Denzel Washington in prima serata su TSI 1. Una serie di attentati di matrice fondamentalista insanguina la città di New York, senza alcuna rivendicazione. L’agente dell’FBI Anthony Hubbard e i suoi uomini si trovano confrontati con una strategia del terrore che fa esplodere un bus carico di passeggeri e un teatro. Che fare, chi inseguire? Un autobus esplode a Brooklyn, facendo molte vittime. Non si tratta di un episodio isolato, ma dell'inizio di una vera e propria campagna di terrore a New York. Anthony Hubbard, capo della Task Force Antiterrorismo costituita tra FBI e Polizia di New York, è incaricato di cercare i responsabili. Mentre segue delle piste, si trova davanti Elise Kraft, un'agente della CIA infiltrata con contatti con le comunità arabe in America. Hubbard, che non tollera intromissioni, fa arrestare Kraft, ma di fronte ad altri attentati, è costretto a liberarla e a lavorare con lei, che si chiama in realtà Sharon Bridger. Sharon è in rapporti con Samir, un arabo sul quale Hubbard ha dei sospetti. Dopo un altro attentato al palazzo federale, il Presidente, pressato dall'opinione pubblica, dichiara lo stato d'emergenza nazionale e autorizza l'intervento dell'esercito. Al comando delle operazioni c'è il generale Deveraux che, da militare, non ha dubbi sulla necessità di agire presto e con decisione. L'esercito arresta tutti i sospetti di origine araba, tra cui il figlio di Frank, collega di Hubbard. Tra Deveraux, Sharon e Hubbard le divergenze si fanno sempre più profonde, finché le pedine cominciano lentamente ad andare a posto: gli infiltrati arabi che dovevano aiutare l'America contro Saddam Hussein sono stati abbandonati, dopo l'arresto dello sceicco Talal, e uccisi. Sharon ha fatto in modo che i superstiti entrassero con Samir negli USA e qui loro hanno iniziato una non prevista attività terroristica. Nel successivo confronto a fuoco, Hubbard uccide Samir, che ha un movimento improvviso e colpisce a morte Sharon. Finita la sparatoria, Hubbard intima al generale di arrendersi e, di fronte al rifiuto, lo fa arrestare. I prigionieri vengono liberati. L'esercito si allontana. (Cinematografo.it) Il caos politico di un mondo de-ideologizzato, con schieramenti trasversali impegnati in scambi di colpi proibiti: è questo lo scenario di Attacco Al Potere, un film della 20th Century Fox che ambisce ad uno spettacolo totale, costruito con un'azione simultanea di componenti visuali (esplosioni/inseguimenti), narrative (suspence, intreccio articolato) e filmiche (il messaggio socio-politico, il sistema di valori condiviso o avversato dai personaggi). Se Armageddon è il manifesto di un cinema aggressivo e individualista, atto a veicolare un pensiero sostanzialmente reazionario, Attacco Al Potere si candida invece a rappresentare la Hollywood democratica e progressista, alla ricerca di un difficile equilibrio tra valori vecchi (patriottismo) e nuovi (società multirazziale). L'apparizione in apertura di Bill Clinton, "rubata" alle cronache televisive, è di per sé una dichiarazione di intenti, e pone fin da principio l'operazione nei binari di un evidente contenutismo. Le appartenenze politiche vengono così schematizzate: Denzel Washington è l'agente FBI che incarna il Nuovo Umanesimo Americano, tollerante ed educato al sommo rispetto dei diritti e delle differenze, non a caso è nero e collabora con un gruppo di lavoro assolutamente multietnico, perfettamente integrato; poiché ogni processo dialettico con porta con sé il principio della propria critica, il personaggio di Annette Bening è un'agente della CIA che appartiene al medesimo universo culturale sopradescritto, ma con la grossa discriminante di una disinvoltura, di una spregiudicatezza che ne mettono a repentaglio l'integrità morale e la collocano nella terra di mezzo dell'ambivalenza; Bruce Willis infine è lo stereotipo dello yankee militarista, scienziato della guerra, braccio armato di un potere senza nome e senza luogo. Una volta creati i caratteri, Attacco Al Potere inscena una dialettica oppositiva applicata al problema del terrorismo, che assolve alla funzione di nemico invisibile e soprattutto irrazionale. Ogni azione eversiva innesca un nuovo scontro di caratteri; a questo corrisponde un "momento di verità" del film, uno svelamento progressivo del personaggio che mostra il proprio segno di appartenenza assumendosi la responsabilità di una scelta irreversibile. Il congegno complessivamente funziona a dovere: la recitazione è di altissimo livello, e d'altra parte si è rischiato poco optando per attori che hanno rivestito ruoli molto simili in passato (Washington, per esempio, è tradizionalmente poliziotto o avvocato incorruttibile). La regia di Edward Zwick è corretta, a tratti persino ispirata; ottima è la qualità delle immagini, ed interesserà gli appassionati sapere che il direttore della fotografia è Roger Deakins, che ha lavorato in Kundun di Scorsese e in Fargo dei Coen. Detto questo, ci sia concesso almeno un dubbio: seppure in presenza di un'opera di buona fattura, c'è da chiedersi quali siano le reali opportunità di un cinema politico praticamente istituzionalizzato, a metà fra la cronaca-spettacolo e il film a tesi: il pericolo del significato dominante è sempre in agguato, ed ostacola una adesione autentica alla poetica cinematografica. (© 1999 reVision, Luca Bandirali ) Nell'indagare su una serie di sanguinosi attentati terroristici, eseguiti da fondamentalisti islamici negli Stati Uniti, Hubbard (D. Washington), vicedirettore dell'FBI, scopre che hanno lo scopo di far liberare un capo religioso della setta, rapito in Medio Oriente dalla CIA per ordine del generale Deveraux (B. Willis). Intanto il panico si diffonde, si dichiara lo stato d'emergenza, si affidano pieni poteri all'esercito, cioè a Deveraux che perseguita tutti gli islamici, internandoli in campi. Contro la dittatura militare insorgono le forze "liberal" del paese. Deveraux finisce sotto processo. Le buone intenzioni non mancano, ma sono troppe. Da un soggetto dell'animoso giornalista Lawrence Wright, il volonteroso Zwick ha tratto, indeciso tra fantapolitica e cronaca, un film a tesi volgarmente dimostrativo, imperniato su personaggi tagliati con l'accetta (Washington/FBI il buono, Willis/esercito il cattivo e la Benning/CIA l'anima nera) con due o tre sequenze d'azione efficaci (l'esplosione dell'autobus all'inizio). Democratico, ma ipocrita e greve. (Kataweb Cinema)




permalink | inviato da il 23/7/2004 alle 0:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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