.
Annunci online

 
lapsus 
lapsus psicologia e polis
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  EMERGENZE
Blog Trotter Monitor
Jerushalayim
Ajeeb
Iraki News Agency
Ha'aretz
PRAVDA forum
World Press Photo
English Dar Alhayat
Uri Avnery's News Pages
Paix Maintenant
Peace Now
Peace Now Israel
Palestine Chronicle
Shalom.it
Nonviolenti.org
Sigmund Freud e Albert Einstein
COPING WITH TERRORISM
The Phenomenology of Trauma and the Absolutisms of Everyday Life
Federal Emergency Management Agency
alzataconpugno
straripando
babi119
esperimento
barnaba
ricordiamocene
miele98
CounterPunch
olifante
stilgar
mises
controcorrente
marioadinolfi
maquiavel
arsenico
calimero
oiraid
nanamalefika
liberopensiero
celeste
notimenospace
shockandawe
sannita
prospettiva_cdv
titollo
panther
cassandra
leguerrecivili
bartleby
mipassaperlatesta.
più che puoi
napoorsocapo
yadoge
  cerca



 

Diario | Psicologia e Guerra | Altrove | Chi è chi | Politichese | Intrighi | Serendipity | Europa | Sviluppo (in)sostenibile | Biotecnologie |
 
Diario
1visite.

29 luglio 2004

Niente muri quando si è in affari, o meglio per Israeliani e Palestinesi il 'muro' è 'cosa nostra'

Coinvolte 5 società, ombra di scandali su Arafat e il suo «tesoriere» Il cemento per il Muro? Arriva dai palestinesi La Commissione parlamentare a Ramallah sulla vendita a Israele di 420 mila tonnellate di materiale da costruzione DAL NOSTRO INVIATO RAMALLAH - Lo combattono. Lo processano. Lo chiamano il «muro dell’apartheid» (Abu Ala) e il «muro del razzismo» (Arafat). Ma quella barriera illegale per l’Onu che dividerà lungo 700 chilometri Israele dai palestinesi, che s'incunea in profondità nei loro territori, è pur sempre un business da un milione di dollari al chilometro. La Grande opera del Medio Oriente, un affare troppo ghiotto per non provare a prendervi parte. Da tempo, corrono voci (e tali restano, per il momento) che il premier palestinese Abu Ala abbia contribuito a cementizzare il confine. Ora però c'è la prova che esponenti di spicco dell'establishment di Ramallah hanno venduto agli israeliani migliaia di tonnellate di cemento per costruire la barriera. È contenuta in un rapporto del Parlamento palestinese, trasmesso alla magistratura, che delinea i contorni dell’affaire: oltre 5 milioni di dollari di ricavo, 5 compagnie palestinesi coinvolte, due ministri implicati e sospetti che lambiscono un nome eccellente: Mohammed Rashid, il «gran tesoriere» di Arafat. Una serie di documenti - il rapporto, permessi del governo, lettere al presidente Arafat, a cui il Corriere ha avuto accesso - permettono di ricostruire questo «scandalo del cemento». Prosegue la costruzione del Muro in Cisgiordania (Ansa) GLI ATTORI - Ci sono in questa storia alcuni dei nomi più importanti dell'economia palestinese. Ovvero del governo. Perché, come dice lo storico Markus Bouillon, forse il maggiore esperto di economia israelo-palestinese, «i "tunisini" (gli uomini che hanno condiviso l'esilio con Arafat, ndr) non formano solo l'élite politica. Tornati a Ramallah, hanno fondato le loro compagnie monopolizzando gli scambi con Israele, proprio grazie alle relazioni instaurate durante il processo di pace». In un certo senso, il «cemento» è il proseguimento degli affari iniziati ai tempi di Oslo. INTRIGO AL CAIRO - Egitto, aprile 2003. L'imprenditore con passaporto tedesco, di origine ebrea, Zeev Pelsinky - proprietario di tre diverse ditte di Haifa - acquista dalla società egiziana Egypt Bany Swif 120 mila tonnellate di cemento. Tutto fila liscio, finché il caso viene fiutato dal giornale Al Arabi. I «Comitati contro la normalizzazione con Israele» denunciano la «collaborazione» egiziana nella costruzione del «muro razzista». Interviene il governo, la vendita viene bloccata. Ma Pelsinky non si dà per vinto. E se per continuare a importare cemento in Israele - è la pensata -, lo si facesse passare dai Territori palestinesi? I PALESTINESI - Pelsinky si rivolge ad alcuni. In particolare, al ministro degli Affari civili, Jamal Tarifi. La sua famiglia possiede due delle maggiori compagnie di cemento palestinesi, Tarifi Company (di proprietà del fratello Jamil), e Qandeel Tarifi Company For Cement. Il 30 settembre, Jamil Tarifi e Zeev Pelsinky si incontrano al Cairo: firmano un contratto per importare 20 mila tonnellate di cemento. Occorre un permesso del ministero dell’Economia palestinese, che certifichi che il carico non finirà in Israele: Tarifi lo porta con sé. È stato firmato a casa sua dal ministro dell'Economia, Maher Al Masri, rampollo di una delle grandi dinastie commerciali palestinesi. Il tipo di cemento è «Port Land international». Come quello usato per costruire la barriera. LE DIMENSIONI DELLO SCANDALO - Quando i giornali egiziani cominciano a parlarne, anche a Ramallah qualcuno si muove. Hassan Khreishe, noto critico della corruzione nell’Autorità palestinese, vicepresidente della Camera, ottiene di istituire una Commissione d'inchiesta. Sette mesi di lavoro. Secondo il rapporto finale della Commissione, 420 mila tonnellate di cemento tipo Port Land sono state importate dall'Egitto nei Territori: di questo, solo 33 mila sono state impiegate per usi civili, il resto è stato rivenduto agli israeliani. Oltre alle società dei Tarifi e a quelle dell'imprenditore di Gaza Yousef Barakeh, nell’export egiziano entra anche la Società generale dei Servizi commerciali palestinesi, sorta di finanziaria statale ad uso del «Gran tesoriere» di Arafat Mohammed Rashid, unico che abbia, si dice, accesso ai suoi conti. Però il rapporto - per mancanza di fatti o di coraggio - non lo lega a Pelsinky né ad altre società impiegate nella costruzione del muro. IL DENARO - Si tratta di cemento pagato al Cairo a costi calmierati, proprio per gli accordi di Parigi (1993) tra Israele e i palestinesi, che avrebbero dovuto agevolare la cooperazione nella regione e aiutare la ricostruzione nei territori: 22 dollari a tonnellata, quando lo stesso materiale viene venduto al Sudan al «prezzo agevolato» di 26 dollari. I palestinesi, per i loro servizi, hanno chiesto il 50%: dai 12 ai 15 dollari a tonnellata. Facendo due calcoli, intascano 5,6 milioni di dollari. Chiaramente, esentasse. Mentre i camion passavano alla dogana, nessuno si è ricordato di versare 1,7 milioni di dollari alle casse di Ramallah. Ora, è tutto cemento per il muro? Pare di no. Il rapporto però nota singolari coincidenze: per esempio, che due grandi commesse furono consegnate in ottobre-novembre, «mentre sul mercato israeliano il cemento scarseggiava». ARAFAT SAPEVA? - In una lettera dell'11 settembre 2001, il capo dell'ufficio di controllo del governo, Jarar Al Qidweh, scrive al raìs: «Eccellenza fratello presidente. Il fratello Maher Al Masri, ministro dell'Economia, ha firmato un permesso di importare 20 mila tonnellate di cemento dall'Egitto. I nostri fratelli egiziani ci hanno trasmesso il loro sospetto che il cemento possa raggiungere l'altra parte. «Abbiamo scoperto che il cemento arriva al valico di Oja. Lì il carico viene trasferito sul nome di un businessman israeliano e portato subito alle aree della Linea Verde. Abbiamo scoperto che il cemento è composto in modo tale da venire usato per le lastre di cemento del muro di sicurezza israeliano». E che cosa fece Arafat? Disse ad Abu Ala, assicura Al Qidweh, di investigare. Intanto, il 23 febbraio, mentre all’Aja montava il processo contro il muro, il ministero rilasciava un nuovo permesso per un carico dall’Egitto. GRAND HOTEL RAMALLAH - Ramallah, Gran Hotel Park. Hassan Khreishe, il deputato che per sette mesi si è battuto per far emergere lo scandalo, consegna una domenica di fine giugno a due uomini quattro faldoni rossi e blu. Sono gli assistenti del procuratore generale. «Non mi fidavo - dice adesso al Corriere -. Il materiale raccolto l'abbiamo affidato al premier Abu Ala, perché lo trasmettesse al giudice. Solo che alcuni video si sono persi per strada. Così, glieli ho portati io». Khreishe sa che la sua battaglia può prestarsi a giochi politici. «Mi hanno minacciato. Ma non credo di rischiare la vita - dice -. Bastano altri modi per fermarmi». Non è un ingenuo, nemmeno un santo. Sorride. «E pensi che, mentre nessuno muoveva un dito contro i capitalisti palestinesi, abbiamo arrestato alcuni poveracci che facevano i manovali sotto il muro. E li abbiamo pure chiamati collaborazionisti». Mara Gergolet © Corriere della Sera Da aggiungere al post di 'e* v*' inviato a BlogTrotter, Commenti il 28.07.2004 17:35:18 [i]Gambizzato parlamentare riformista palestinese Nabil Amr, parlamentare ed ex ministro palestinese, è stato ferito alle gambe martedì sera, nella sua casa a Ramallah, da colpi d’arma da fuoco esplosi da uomini con il volto coperto. Poco prima Amr aveva parlato alla televisione criticando la corruzione che imperversa nell’Autorità Palestinese e sollecitando Yasser Arafat ad attuare le riforme promesse. Nabil Amr, affiliato al movimento Fatah (presieduto da Arafat), è nato 48 anni fa nel villaggio di Dura, presso Hebron (Cisgiordania) ed è membro del Consiglio Legislativo palestinese dal 1996. In passato, è stato rappresentate dell’Olp in Unione Sovietica. Dopo il suo ritorno in Cisgiordania nel 1994 grazie agli accordi di Oslo, Amr ha fondato e diretto a Ramallah il quotidiano Al-Hayat Al-Jadeeda, sul quale ha iniziato a pubblicare articoli che invocano riforme all’interno dell’Autorità Palestinese. Due anni fa, Amr aveva sorpreso il pubblico palestinese pubblicando una lettera aperta ad Arafat nella quale accusava il presidente dell'Autorità Palestinese d’aver perso un’occasione storica rifiutando l’offerta di accorto di pace al vertice di Camp David del luglio 2000. Poche settimane dopo, uomini con il volto coperto esplodevano raffiche di arma da fuoco contro la sua abitazione, nel quartiere Tirah di Ramallah, senza peraltro ferirlo. Fonti vicine ad Amr avevano attribuito l’aggressione a uomini di Arafat. Anche la “gambizzazione” di martedì scorso viene collegata dalle fonti palestinesi alle costanti critiche di Amr verso Arafat e la sua corrotta amministrazione. Amr è considerato uomo vicino all’ex primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che fu costretto a dimettersi da Arafat nel settembre scorso. Nel frattempo, i giornalisti palestinesi hanno subito un pesante avvertimento a non occuparsi delle proteste e degli scontri fra opposte fazioni armate palestinesi nella striscia di Gaza. L’avvertimento è giunto dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, guidato da uomini fedeli ad Arafat. Dopo una riunione d’emergenza, il Sindacato ha intimato a reporter e fotografi palestinesi di non coprire fatti che “conducono a una escalation negativa sul fronte interno”, se non vogliono incorrere in severe punizioni. Ai giornalisti palestinesi è stato detto che devono riferire soltanto su questioni e fatti “che consolidano il fronte interno e l’unità nazionale”. Nei giorni scorsi diversi giornalisti palestinesi nella striscia di Gaza avevano lamentato d’essere stati minacciati dalle opposte fazioni, mentre funzionari dell’Autorità Palestinese avevano sostenuto che servizi e reportage sulle violenze intestine palestinesi causano grave danno alla causa palestinese. “Le immagini da Gaza incoraggiano le violenze – ha dichiarato un funzionario palestinese – Noi vogliamo calmare la situazione, e i giornalisti palestinesi non devono fare il gioco dei gruppi rivali”. (Da: Jerusalem Post, 21.07.04)[/i] (Anche in Blog Trotter Monitor)




permalink | inviato da il 29/7/2004 alle 15:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

28 luglio 2004

UniSub, Libera Università di Suburbia

UniMem UNISUB

Libera Università di Suburbia Sono aperte le iscrizioni per curiosi, studenti, docenti, staff. Fatevi avanti !!!




permalink | inviato da il 28/7/2004 alle 17:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

26 luglio 2004

Angoscia individuale e sociale, in-comprensione della Storia, personale e collettiva

Il post di chi si firma Franco Levi e segnala il proprio sito sul Forum di 'Lapsus, Autoanalisi ed Analisi reciproca in Rete' mi è oscuro... Però gli chiedo e mi chiedo dove portino le sue convinzioni e quasi certezze. Viviamo in labirinti mentali individuali e collettivi generatori di angoscia crescente: ne sono prova gli sparatori estivi comparsi in Italia, ma non solo (vedi Sud Africa) negli ultimi giorni. Ci sono troppe 'agenzie del male', che si stanno fronteggiando tra loro a danno di tutta l'umanità, per semplificazione riducibili all'asse Bush-Sharon ed all'estremismo neonazionalista-integralista-razzista arabo. Philip Dick nel 1980 prevedeva che il mondo sarebbe stato governato da un Potere equamente composto da un'entità laico-tecnocratica (il Legato Scientifico) e da un'entità pseudo-religiosa (la Chiesa Cristiano Islamica) Mi sembra che, dopo Orwell, sia quello che ha previsto meglio il proprio futuro-nostro presente. A che ci servono le certezze più o meno dietrologiche sulle 'ragioni' dell'Agenzia A piuttosto che dell'Agenzia B ? A 'sapere' cosa ? Meglio secondo me riconoscere che l'umanità sta attraversando nel suo complesso una crisi forse decisiva, e che nessuno di quelli che si 'chiamano fuori' dalle Agenzie del Terrore ed Anti-Terrore è in grado di predire, prevedere, organizzare, fare alcunchè... per lo meno non certo a partire dalle presunte 'certezze' di qualcuno... Ma l'angoscia sale, la guerra sta allargandosi a tutto il mondo, 'libero' e 'schiavizzato', senza esclusione di colpi e con un'unica riconoscibile strategia: portarci tutti ad eliminare ogni traccia di pietas, che sia nei confronti di ebrei o di arabi, di cristiani o di musulmani, di credenti o non credenti, di 'colpevoli' o 'innocenti'. L'auto-reciproca analisi in rete, basterà a mantenere un legame tra il nostro IO ed il nostro ME, tra ME e TE ?




permalink | inviato da il 26/7/2004 alle 0:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

24 luglio 2004

Palestina, Sudan, Egitto, eventi che per sinistra e destra italiane non fanno notizia

Scrive Paolo (Commenti a Blog Trotter, inviato il 24.07.2004 14:27:27) TERRORISTI AL AQSA UCCIDONO RAGAZZO PALESTINESE Notizia presa dal Riformista e lanciata da Radio Radicale. Il terrorismo palestinese colpisce ancora: muore un ragazzo palestinese. Suicida? No, ucciso perché "non era d'accordo". La storia è un sunto dell'allucinante situazione nella quale vivono i cittadini palestinesi, anche per colpa dell'appoggio internazionale fornito ai "resistenti" che hanno ucciso questo povero ragazzo... Fosse il primo caso, poi... Si comportano come padroni, quelli di Al Aqsa (organizzazione di Al Fatah: chi non ricorda lo slogan -che oggi dovrebbe risultare slogatissimo, se non fossero ciechi ab initio- gridato da decenni nelle piazze: Al Fatah vincerà!) Vediamo com'è che Al Fatah "vince". Ieri, venerdi 23, giorno di preghiera e pace, un gruppo di armati delle Brigate si dirige nella zona di Beit Hanun, dove vi sono scontri con la IDF (esercito israeliano). Sanno che ci saranno elicotteri nemici nella zona. Parcheggiano il loro furgone davanti alla villetta della famiglia Za'anun, il padre è un ex medico, con tre figli. I terroristi non conoscono i proprietari della casa, ma hanno deciso che il giardino di quella abitazione è un buon nascondiglio per piazzarvi un lanciarazzi Kassam. Gli Za'anun -naturalmente- non hanno voce in capitolo: devono, come servi, limitarsi a subire le azioni dei brigatisti. Ma la famiglia non si rassegna: teme che gli scontri riducano la abitazione in macerie, e in ogni caso una legge israeliana prevede l'abbattimento delle case dalle quali sono partiti attacchi missilistici o terroristi. Gli Za'anun protestano con forza col gruppo di brigatisti, ne nasce una colluttazione. Il più giovane dei ragazzi, uno studente di soli 15 anni, si comporta come molti altri giovani palestinesi: lancia una pietra contro il capo dei brigatisti di Al Aqsa. A quel punto i terroristi (perchè non chiamarli vigliacchisti?) risolvono le cose a modo loro: il lanciarazzi è già pronto, lo puntano contro la casa degli Za'anun e fanno fuoco. La casa salta in aria, la famiglia che aveva osato contrastare i diktat dei Thugs adorati dai pacifinti mondiali lotta tra la vita e la morte. Jamil, il ragazzo che aveva scagliato la prima pietra -dalla parte giusta-, muore sul colpo. Naturalmente parte la disinformacjia: Al Fatah dichiara che lo scempio è opera di "soldati delle forze sioniste... penetrati a Beit Hanun travestiti da miliziani palestinesi (miliziani!)", la stampa internazionale silenzia il tutto. Ma i cittadini di Beit Hanun, testimoni oculari di quanto è successo, raccontano la verità. Anzi fanno di più: manifestano contro Hamas in 600, nonostante il rischio evidente. Notizia sul Jerusalem Post. Hanno tutta la mia solidarietà. D-o maledica i loro aguzzini e chi li affama; D-o restituisca la Palestina ai cittadini palestinesi e tolga potere ai loro leader-aguzzini pseudoislamici. Website: http://leguerrecivili.splinder.com 6 Av 5764, Saturday, July 24, 2004 18:20 IST May. 21, 2003 1:22 Gazans demand end to Kassam attacks By KHALED ABU TOAMEH Hundreds of Palestinians demonstrated Tuesday in Beit Hanun in the northern Gaza Strip to protest against the launching of rockets aimed at Israel from the town. The protest erupted shortly after the IDF pulled out of Beit Hanun, local residents told The Jerusalem Post. They said the protesters were angry with Hamas for using Beit Hanun as a launching pad for firing Kassam rockets at Israel. Similar protests have also been reported in the southern Gaza Strip, where residents of Khan Yunis and Rafah have been pressuring the Palestinian Authority to make an effort to stop the attacks. In some areas, residents have set up vigilante patrols to prevent Hamas activists from entering their neighborhoods. Some 600 demonstrators took to the main street of Beit Hanun, burning tires and chanting slogans against Hamas, whose members are responsible for the rocket attacks, and against the PA for failing to stop the terrorists. Palestinian journalists in Gaza City said this was the first time that residents of Beit Hanun staged a demonstration against the launching of the rockets. Residents said the IDF flattened orchards, demolished 15 homes, knocked over garden walls, tore up streets, and damaged the sewerage, water, and electricity systems during the latest raid on the town. Beit Hanun Mayor Ibrahim Hamad told the Post the IDF destroyed some 12,000 dunams of agricultural land over the past five days, leaving hundreds of families with no source of income. He claimed that another 150 families were forced to leave their homes, which were partially damaged during the military operation. "We've had enough because the people here have paid a very heavy price," said Omar Za'anin, a farmer who participated in the demonstration. "The Israelis have turned our lives into hell because of the rockets. They have destroyed our homes and orchards." Another resident, Haitham Ja'far, said the protesters called on the Palestinian security forces to take action against Hamas activists who use Beit Hanun to fire the Kassam rockets. "We want [PA Prime Minister Mahmoud Abbas] Abu Mazen to start working immediately before our town is completely destroyed," he said. "They [the militants] claim they are heroes," said Muhammad Zaaneen, 30, a farmer, as he carried rocks into the street. "They brought us only destruction and made us homeless. They used our farms, our houses, and our children to hide." The IDF has raided Beit Hanun seven times in the past 32 months in an effort to stop the firing of the rockets. © 1995 - 2004 The Jerusalem Post. All rights reserved.




permalink | inviato da il 24/7/2004 alle 17:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

24 luglio 2004

Palestina, Sudan, Egitto, eventi che sinistra e destra italiane pare abbiano difficoltà a commentare

questo ho scritto or ora nei commenti al Blog Trotter di Leonardo Coen e sul mio piccolo Blog Trotter Monitor buona estate a tutti ... finalmente piove !!!! vedo che ve la state a menà più o meno sempre sulle stesse cose :D a nessuno interessa dire qualcosa su un argomento che a quanto pare è scomodo sia per la destra che per la sinistra italiana, ovvero la rivolta dei palestinesi contro Arafat e la corruzione dei suoi prediletti? cosa significa? dove porta? ci sono speranze che coaguli un nuovo centro effettivo di potere e di governo per i palestinesi, o è solo l'ennesima 'deflagrazione', che si accompagna alla denuncia USA (e ONU) del Sudan per lo sterminio in atto in Darfur ed al coinvolgimento dell'Egitto attraverso il rapimento di un suo ambasciatore? Sulla rivolta http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/es.../aqsa/aqsa.html Una ventina di uomini assaltano la sede del governatore di Khan Younis. Incendiato un posto di polizia in un villaggio Gaza, al Aqsa guida la rivolta occupazioni e caserma in fiamme Non si placa la protesta del braccio armato del partito di Arafat "Mussa, nipote del presidente, se ne deve andare dalla Striscia" GAZA - Non si placa a Gaza la rivolta contro il presidente Yasser Arafat dei gruppi che chiedono riforme nell'Autorità nazionale palestinese e la fine del regime di corruzione diffusa. Una ventina di uomini delle Brigate Martiri di al Aqsa, braccio armato della fazione Fatah che pure fa capo ad Arafat, ha occupato prima dell'alba la sede del governatore nel campo profughi di Khan Younis, nel sud della striscia di Gaza. Ad al Zawaida, un villaggio vicino a Deir al Balah, è stata invece incendiata una caserma di polizia. Stando a fonti palestinesi, il municipio di Khan Younis è stato occupato all'alba di stamane da dozzine di attivisti di Al Fatah al grido "Mussa Arafat se ne deve andare". Mussa Arafat, nipote del presidente palestinese, è accusato di essere persona corrotta. La scorsa settimana la sua nomina, poi revocata, a capo dei servizi di sicurezza palestinesi nella Striscia, aveva dato nuove munizioni a tutti coloro che invocano profonde riforme in seno all'Autorità nazionale palestinese e criticano la politica del presidente palestinese. Non vi sono stati scontri gravi durante il colpo di mano di Khan Younis, ma per l'anziano leader è un'altra umiliazione che va aggiungersi a tutte quelle che ha dovuto subire negli ultimi otto giorni. Esattamente una settimana fa ha presentato le sue dimissioni il premier Abu Ala in polemica per il caos a Gaza e l'autoritarismo del presidente che non accetta di cedere il controllo sugli apparati di sicurezza; la crisi non è ancora risolta. Sempre sabato il presidente aveva annunciato la riforma dei servizi di sicurezza e nominato il cugino Moussa Arafat a capo della sicurezza generale nei Territori, ma di fronte alla protesta montante delle fazioni che lo accusavano di nepotismo, aveva dovuto retrocederlo. Moussa è rimasto comunque capo della sicurezza a Gaza e i detrattori pretendono che sia del tutto esautorato. Alcune fonti hanno riferito che i dimostranti asserragliati nell'edificio di Gaza chiedono anche lavoro. Un portavoce dei militanti, Abu Moussa, ha assicurato invece che si tratta di una protesta contro le nomine decise dal presidente. "Chiediamo ad Arafat di licenziare quest'uomo, Moussa, e tutti i simboli dalla corruzione dello Stato", ha spiegato. (24 luglio 2004) Sul Sudan http://emergenze.blog.excite.it/permalink/167371 23.07.2004 ONU , Darfur : Annan e Powell , sanzioni al Sudan NOTIZIARIO del 23 luglio 2004 ONU , Darfur : Annan e Powell , sanzioni al Sudan di Carla Amato Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha detto ieri sera che la risoluzione predisposta dagli Stati Uniti con minacce di sanzioni al governo sudanese ha buone possibilita' di essere approvata dal Consiglio di sicurezza. "Le reazioni sono state fino ad ora tutte positive, la mia impressione e' che sara' un gran successo" ha detto Annan in una conferenza stampa congiunta con il segretario di Stato americano Colin Powell presso la sede dell'ONU a New York, qualche ora dopo la presentazione del documento cui entrambi avevano presenziato. La risoluzione mira a fare pressioni per ottenere dal governo sudanese una azione che fermi le milizie arabe responsabili delle atrocita' commesse in Darfur, come gia' chiesto a Khartum da Annan e Powell in persona durante precedenti visite. Annan e' particolarmente impegnato sulla vicenda sudanese, avendo in passato chiesto scusa per non aver saputo capire e conseguentemente agire, riguardo agli scontri etnici del Ruanda che portarono alla morte di 800000 persone fra orribili violenze. La crisi umanitaria nel Darfur rischia di aggravarsi ulteriormente con la stagione delle piogge che blocchera' gli operatori umanitari e gli osservatori sui diritti umani, mentre i negoziati di pace si sono arenati dopo il mancato accoglimento da parte del governo delle proposte dei ribelli non Arabi. Essi chiedevano il disarmo delle truppe arabe, l'istituzione di una commissione internazionale d'inchiesta sui crimini di genocidio commessi nella travagliata regione del Darfur, la cattura dei criminali responsabili di genocidio, la creazione di un corridoio umanitario per aiutare i profughi, il rilascio dei prigionieri di guerra detenuti e la creazione di un contesto neutrale per le trattative. Oltre un milione di persone sono potenziali vittime della furia omicida e delle violenze, anche sessuali, dei miliziani arabi, che appaiono vieppiu' appoggiati dal governo. Si stima che siano state violentate migliaia di donne, uccise 30000 persone, mentre oltre 200000 sono state costrette a fuggire nel vicino Ciad. I negoziati di Addis Abeba sono condotti dal confinante Ciad, dall'Unione Africana - che ha inviato 120 osservatori per i diritti umani nella regione - e dalle Nazioni Unite, mentre gli USA e l'UE - che ha stanziato proprio due giorni fa 18 milioni di euro per il Darfur - fungono da osservatori. by www.osservatoriosullalegalita.org Sul rapimento del diplomatico egiziano http://www.repubblica.it/2004/g/sezioni/esteri/iraq29/rapiegiziano/rapiegiziano.html Una reazione alla disponibilità manifestata dal premier egiziano per contribuire alla sicurezza del governo transitorio di Bagdad Iraq, rapito diplomatico egiziano Altre 48 ore per i sette autisti Il Cairo ribadisce: "Mai pensato di inviare truppe nel Paese" BAGDAD - Un diplomatico egiziano, Mohamed Mamdouh Helmi Qutb, è stato rapito a Bagdad da un gruppo armato che chiede che l'Egitto non collabori con le forze Usa in Iraq. E' stata l'emittente araba Al Jazeera, con un video, a diffondere la notizia, poi confermata dall'ambasciata d'Egitto nella capitale irachena. "I guerriglieri - ha detto il giornalista tv - hanno spiegato che il sequestro rappresenta una risposta all'offerta del premier egiziano Ahmed Nazif, rivolta alle nuove autorità transitorie irachene, per la fornitura di assistenza e collaborazione nel campo del mantenimento della sicurezza". La controreplica da parte del governo egiziano non si è fatta attendere: il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit, appresa la notizia del rapimento, ha ribadito che assolutamente l'Egitto non ha mai pensato ad inviare forze militari in Iraq, come era stato invece richiesto, ancora ieri, dal premier iracheno ad interim Iyad Allawi. Anche in passato l'Egitto si era dichiararato disponibile a partecipare a missioni di pace in Iraq solo nel caso di una richiesta specifica da parte del popolo iracheno e, secondo il Cairo, le divisioni interne all'Iraq non consentono di esprimere al momento una volontà unanime del Paese. Nel video, Qutb compare circondato da sei guerriglieri vestiti di nero, mascherati ed armati, che si definiscono "il battaglione dei Leoni di Allah". Secondo Al Jazeera il diplomatico, descritto come il "numero tre" della legazione del Cairo in Iraq, sembra in buona salute. Un altro cittadino egiziano rapito in Iraq è stato liberato lunedì scorso, dopo che la compagnia di trasporti saudita per la quale lavorava aveva chiuso la propria sede in Iraq, accettando le condizioni dei sequestratori. Intanto è stato prorogato di altre 48 ore, l'ultimatum lanciato dai rapitori dei sette autisti (un egiziano, tre keniani e tre indiani) di una ditta kuwaitiana di trasporti. Nel messaggio video, diffuso anch'esso da Al Jazeera, il gruppo minaccia sempre di decapitare uno degli ostaggi, chiede che la ditta per la quale i sette lavorano risarcisca le famiglie dei morti a Falluja, e che i prigionieri iracheni in mani americane e kuwaitiane vengano liberati. (23 luglio 2004) lapsu(daticcio)




permalink | inviato da il 24/7/2004 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

23 luglio 2004

Catene d'aria, ragnatele d'etere, ovvero Follia del Quotidiano e Sclerosi Multipla, di Philip Dick

Un racconto di fantascienza riletto in questi ultimi giorni: il titolo originale è "Chains of air, Web of Aether", è del 1980, e si trova in una raccolta di racconti dal titolo "Ricordi di domani", Urania, 14-02-1988 L'autore è Philip Dick, che ha poi sviluppato il racconto in uno stupendo romanzo, "Divina Invasione" ("Divine Invasion"), 1981, Urania 14-9-1986 (in italiano come si vede è comparso prima il romanzo, poi il racconto) Racconto (e romanzo) sono molto 'duri', espliciti. C'è una lei, cui è stata comunicata una diagnosi di Sclerosi Multipla, e c'è un lui: vivono ciascuno isolato nella propria capsula in una colonia spaziale su uno sperduto pianeta. C'è anche una lei virtuale, una cantante rock, famosa in tutta la Galassia, di cui lui è inizialmente perdutamente innamorato. Racconto e romanzo sviluppano con uno stile al tempo stesso delicato e incisivo, direi 'mordente', il rapporto tra i due, pervaso da parte di entrambi di sentimenti potenti e opposti, di amore e di odio, di fiducia e massima diffidenza. La magnifica ossessione Philip K. Dick Tutti mondi possibili Opere scelte Vent'anni fa, il 2 marzo del 1982, moriva in un ospedale dell'Orange County, California, Philip K. Dick. Aveva cinquantatré anni, essendo nato a Chicago il 6 dicembre del 1928. Per più di trent'anni aveva fatto lo scrittore – principalmente lo scrittore di fantascienza, ma non solo – ma negli ultimi anni della sua vita avrebbe voluto fare anche il profeta, o la guida spirituale. Adesso, forse, rischia di diventarlo, e non credo che sarebbe una bella fine per uno spirito libero, per un tormentato e dubbioso ricercatore della verità e del senso del mondo quale lui fu. Ma come ben sanno gli studiosi di letteratura, e per poco che ci pensino anche i lettori comuni, la ricezione dell'opera di uno scrittore da parte del suo pubblico è un fenomeno molto complesso, di cui le intenzioni dell'autore sono solo una delle componenti, non trascurabile certo, ma non sempre decisiva. Tanto più complessa appare la questione per un autore come Dick, di cui non è sempre agevole ricostruire le intenzioni di scrittura, né il rapporto tra materiale autobiografico, sistemi di pensiero e strategie narrative: e non certo per carenza di fonti, ma al contrario per una loro sovrabbondanza. Oggi, che – in parte grazie al cinema, in parte grazie a quei misteriosi fenomeni di diffusione osmotica del gusto che orientano le scelte dei lettori – Dick è uno scrittore noto e amato da molte più persone di quelle che lo lessero e lo amarono quando era in vita, oggi si corre il rischio di sovraccaricare la sua figura di significati e letture non sempre pertinenti. Il fatto e che, più cose si conoscono della sua vita e delle sue motivazioni, più il personaggio (e forse anche il senso della sua opera) pare sfuggirci, autorizzando interpretazioni addirittura divergenti ma tutte, più o meno, fondate su dichiarazioni e asserzioni dell'autore. Eppure, dal punto di vista dei temi, l'opera dei Dick appare singolarmente omogenea. Lo stesso scrittore ne era cosciente, e ce l'ha detto nel modo più sintetico ma esauriente in un testo del 1978 pubblicato nel 1985, “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni”. “Le due questioni che più mi affascinano”, scrive Dick in quel testo, “sono: “Che cos'è la realtà?” e “ Che cosa caratterizza l'autentico essere umano?” Sono ormai più di ventisette anni che pubblico racconti e romanzi, e non ho mai smesso di indagare su tali questioni, profondamente legate tra loro. Che cosa siamo? Che cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo non-io, mondo empirico o fenomenico?”. In un certo senso la prima delle due domande dickiane non caratterizza solo la sua narrativa, ma tutta la fantascienza che, esplicitamente o implicitamente, pone sempre al proprio centro una questione ontologica. Che ci parli di un futuro remoto o prossimo, degli effetti sociali di una nuova tecnologia o di un corso alternativo della storia, di un universo parallelo o di una civiltà aliena, la fantascienza si interroga sempre sulla natura del mondo, sulle sue condizioni di esistenza, sul passaggio di un mondo a un altro (lungo gli assi spaziali, temporali o logici); a differenza del giallo, che dà per scontata l'esistenza del mondo, e mette invece al centro dei propri interessi il problema di come il soggetto conosce il mondo (sotto la specie dell'investigatore che si propone di risolvere l'enigma rappresentato dal delitto). Ma ciò che è peculiare di Dick è in primo luogo l'intensità e la radicalità della sua domanda sul reale; poi la lucidità che emerge a poco a poco nella sua carriera di scrittore su questa sua ossessione; e in terzo luogo (ma è forse la caratteristica più importante), la combinazione della sua domanda sul mondo con la domanda sull'uomo. Tanto che, in realtà, potremmo sostenere che le due domande cardinali di Dick si interroga su come sia possibile distinguere l'inautentico dall'autentico, su come penetrare la vera essenza del mondo e dell'uomo. E ciò perché la sua prima e fondamentale preoccupazione è una preoccupazione etica, è la protesta contro i meccanismi della civiltà che riducono gli spazi di libertà all'uomo e lo trasformano in un essere dal comportamento prevedibile, ripetitivo, automatico. In un testo precedente a quello sopra citato, L'androide e l'umano, del 1972, Dick scrive: “Qual'è l'aspetto del nostro comportamento che noi riteniamo specificamente umano, esclusivo della nostra specie? E quali invece possono essere classificati come semplici comportamenti da macchine o, per estensione, da insetti, o ancora come comportamenti riflessi? (...) La riduzione dell'uomo a mero utensile: uomini ridotti a macchine, utili a uno scopo che, benché “positivo” in astratto, ha richiesto per il suo compimento quello che io considero il peggior male immaginabile: l'imposizione a colui che era un uomo libero di una restrizione che lo limita alla soddisfazione di un obiettivo esterno al suo destino, per quanto misero”. In questo senso Dick è uno scrittore profondamente americano, anche se nutrito di cultura europea (come tutti gli intellettuali americani, peraltro): i suoi personaggi non hanno quasi mai la statura eroica e la hybris del capitano Achab, né le verve picaresca di Augie March, ma esprimono, anche se in modo diverso, un analogo conflitto fra l'individuo e la società. I protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi cittadini umili e sfigati stritolati dall'ingranaggio dell'intreccio e dai meccanismi di funzionamento della società, che si salvano (quando si salvano) solo grazie a un rapporto col mondo più concreto e spesso basato su una manualità artigianale. Così è il Ragle Gumm di Tempo fuori luogo, che scopre che la cittadina anni Cinquanta in cui crede di vivere è in realtà una finzione (questo romanzo è l'ispiratore non dichiarato del Truman Show di Peter Weir); così sono Frank Frink e Juliana, che vivono nel presente alternativo di L'uomo nell'alto castello in cui l'Asse ha vinto la seconda guerra mondiale e Germania e Giappone si sono spartiti gli Stati Uniti, oltre che il mondo; così sono il Barney Mayerson di Le tre stimmate di Palmer Eldritch e il Joe Chip di Ubik, intrappolati nei mondi paralleli (o inscatolati l'uno dentro l'altro) creati dalla droga o dal sogno di una quasi morta; così, in fondo, sono anche il Rick Deckard pieno di dubbi e di incertezze e il “cervello di gallina” Jack Isidore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?; e in questo solo per fare qualche esempio. In questa sua concezione del mondo come luogo di apparenze fallaci da svelare, in questa sua necessità di uno sguardo acuto, che ci faccia uscire dalla confusione dello sguardo “per speculum et in aenigmate” di cui parla San Paolo (e che era una delle citazioni predilette da Dick), hanno giocato certamente le sue tormentate vicende familiari, dalla morte della sorella gemella dopo poche settimane di vita alla separazione dei genitori; la sua vita in California, in cui giunse giovanissimo e che non abbandonò più sino alla morte, con tutte le suggestioni dei movimenti giovanili e della controcultura degli anni Sessanta; le due disordinate ma fertili letture di ogni sorta di testi filosofici, dai presocratici greci a Kant al Libro tibetano dei morti ai testi gnostici (conosciuti in modo approfondito grazie all'amicizia con il vescovo Pike, e che costituirono l'ossatura di una bizzarra cosmologia elaborata negli ultimi anni); e il suo carattere indubbiamente paranoico. Ma la grandezza di Philip Dick, naturalmente, non sta nelle elaborazioni filosofiche (confuse a volte anche irritanti) che ispiravano le trame dei suoi libri. Sta nell'acutezza dello sguardo che posava sul mondo che lo circondava, sulla società, e che faceva scendere all'interno di se stesso. Sta nell'intensità della sua esperienza interiore, che si focalizza, tra il febbraio e il marzo del 1974, in una serie di visioni, di coincidenze, di messaggi che sembravano giungergli da entità aliene o divine. Sta nell'accanimento e nella sincerità con cui, negli ultimi otto anni di vita, passò al vaglio quell'esperienza in cerca di una spiegazione. E sta nella sua straordinaria capacità di far diventare “racconto” tutti questi materiali: sulle sue pagine vive un ritratto vivissimo della società americana degli anni '50 e '60, una critica coraggiosa al sistema nixoniano e ai livelli occulti del potere, ma soprattutto una tensione alla relazione personale, al calore del contatto e dell'incontro fra gli uomini. Se il suo capolavoro (accanto ad alcuni romanzi degli anni Sessanta) è forse la trilogia scritta negli ultimi anni e dedicata alle esperienze del '74 (Valis, Divina invasione, La trasmigrazione di Timothy Archer), ciò non accade tanto per i suoi risvolti mistici, quanto per gli straordinari e sofferenti personaggi che sono al centro di quelle storie. Antonio Caronia – L'UNITA' – 02/03/2002 OPERE SCELTE Dick fu scrittore estremamente prolifico, non solo per ragioni di sopravvivenza (quaranta romanzi e circa 200 racconti). In vita pubblicò soltanto romanzi e racconti di fantascienza, ma scrisse anche romanzi mainstream, pubblicati solo postumi. In Italia Dick è stato pubblicato inizialmente da Mondadori e Nord soprattutto, e qualche titolo negli ultimi anni da Sellerio e da Einaudi. Ma l'editore che negli ultimi anni ha avviato una massiccia rivalutazione di Dick è stato Sergio Fanucci, che sta pubblicando tutte le opere di Dick in volumi più accurati, sia per le traduzioni che per l'apparato critico, curato da Carlo Pagetti, anglista e maggiore specialista di Dick nel nostro paese. In questa “Collezione Dick” sono finora usciti otto titoli, ma il programma continua. Volendo dare un'indicazione (naturalmente soggettiva) dei romanzi più importanti di Dick attualmente in commercio segnaleremo: nella Collezione Fanucci: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, L'uomo nell'alto castello, Deus Irae. In uscita fra il 2002 e il 2003 Confessioni di un artista di merda, Minority report e altri racconti (in occasione del nuovo film di Spielberg tratto da Minority report), Galactic Pot-Healer, e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, I simulacri, Tempo fuori luogo. In altre collane Fanucci almeno Ubik e Noi marziani. La raccolta completa dei racconti è uscita da Mondadori fra il '94 e il '96 col titolo Le presenze invisibili. Fanucci comincerà a pubblicarla nel 2004. a questo bisogna aggiungere l'ottima biografia di Lawrence Sutin, Divine invasioni. La vita di Philip Dick (Fanucci), e il volume di saggi e scritti autobiografici di Dick Mutazioni, a cura di Sutin (Feltrinelli) Antonio Caronia, ilportoritrovato.net PHILIP DICK: IN LOTTA CON L'UNIVERSO IMPAZZITO di Vittorio Curtoni Nato a Chicago nel 1928 e morto nel 1982, Philip Kendred Dick è stato (e rimane) un autore fondamentale per l'evoluzione della fantascienza. Il giudizio che di lui ha dato una delle più prestigiose scrittrici americane, Ursula Le Guin[1], riassume con sintetica efficacia il valore rivoluzionario dell'opera di Dick: "Nessuno si accorge che abbiamo qui in America un nostro Borges, e lo abbiamo da trent'anni." Dopo avere lavorato come commesso nel reparto di musica classica di un negozio di dischi ed essere stato disc-jockey (sempre per la musica classica) di una stazione radiofonica, Dick esordisce come scrittore di racconti nel 1952. Il suo primo romanzo, Il disco di fiamma, esce nel 1955, e pur essendo chiaramente influenzato dagli stereotipi della fantascienza avventurosa dell'epoca, svela già un interesse del tutto particolare per i meccanismi della casualità, che in un ipotetico futuro diventano la chiave in base alla quale si decidono le sorti politiche del nostro pianeta. Molto più personale e affascinante è un romanzo del 1957, L'occhio nel cielo, dove si comincia a delinare il tema della frantumazione del reale: ognuno dei personaggi che, per un incidente, vengono investiti da un fascio protonico da sei miliardi di volt, crea un proprio mondo soggettivo, modellato sulle sue nevrosi. Ovviamente, si tratta di universi da incubo, in cui non esistono più freni inibitori e nessuna barriera tra il raziocinio cosciente e le pulsioni dell'inconscio. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, ormai diventato autore professionista, Dick pubblica a getto continuo romanzi e racconti, rivelandosi uno dei talenti più prolifici che la science fiction abbia mai avuto[2]. A differenza di tanti suoi colleghi, però, Dick riesce sempre a mantenersi su livelli di eccellente qualità, sicché anche le sue opere minori sono al di sopra della media, e le opere maggiori costituiscono un'imponente serie di capolavori. La consacrazione ufficiale del suo talento è il premio Hugo che viene assegnato a uno splendido romanzo del 1962, La svastica sul sole, classica ucronia ambientata in un universo parallelo dove le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l'America contemporanea è una nazione sconfitta a tutti i livelli. Nel tessuto narrativo si insinua una seconda realtà alternativa, sotto le spoglie di un romanzo di fantascienza che parla di un mondo in cui l'Asse ha perso la guerra; però l'assetto socio-politico che ne è risultato è piuttosto diverso da quello del nostro universo... Il 1964 è un anno particolarmente significativo per Dick. I simulacri e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, due pietre miliari della sua produzione, introducono temi e spunti che resteranno tipici della sua arte fino agli ultimissimi romanzi. Nel primo libro compaiono le creature artificiali cui allude il titolo, i simulacri, androidi perfezionatissimi che il potere (la classe dei G, l'élite dominante) usa per mantenere nella più totale delle soggezioni il resto dell'umanità (la classe dei B). Riprendendo una profetica intuizione di George Orwell[3], Dick ipotizza che i G, per meglio esercitare la loro oppressione, riscrivano in continuazione i testi di storia che i B sono obbligati a studiare; e, spingendosi ancora più in là, prevede addirittura l'uso del viaggio nel tempo per apportare modifiche concrete al passato storico. Come già in La svastica sul sole, l'analisi delle strutture politiche è spietata, lucidamente amara, e non lascia speranze: il potere, cristallizzato in vere e proprie caste, tende a perpetuarsi all'infinito, mentendo su tutto, sulla vita come sulla morte, come sulla realtà stessa. Le tre stimmate di Palmer Eldritch può, a buon diritto, essere considerato un libro epocale, nel senso che rappresenta e interpreta le tensioni ideali di un'intera fascia di cultura e di un preciso periodo storico: la cultura della droga, dell'LSD, che ha avuto molti profeti, molti teorici, e molti devoti praticanti, all'interno dei movimenti giovanili di contestazione. La lotta fra le due corporazioni che si contendono il predominio del mercato interplanetario della droga (usata come panacea al "male di vivere" dei coloni sbattuti su mondi ostili) porta a un crescendo di allucinata confusione ontologica; il qui e l'ora, la concretezza del reale, non esistono più, sostituiti da un caos di percezioni alterate e di stati di coscienza "acidi". Il Dio che si delinea in queste pagine possiede una natura fondamentalmente maligna, e la figura di Palmer Eldritch (che si moltiplica all'infinito, apparendo ovunque, sfiorando tutto con la sua presenza) ha spiccati sottofondi messianici. La ricerca del trascendente, il tentativo di definire l'essere superiore che regge le fila del destino umano, è un'altra costante della narrativa di Dick. Col tempo, tenderà a portarlo a un misticismo radicale (è il caso di Divina invasione, un romanzo del 1981, e di Valis, apparso nello stesso anno); ma la sincerità del suo anelito è fuori discussione, e in Le tre stimmate... il tema religioso aggiunge echi molto suggestivi a una vicenda già ricca di affascinanti risvolti onirici. A proposito della droga, va precisato che Dick stesso ne ha fatto uso, per quanto in epoche successive si sia affrettato a smentirlo, e per quanto alcune delle sue opere più tarde (Episodio temporale, 1974; Scrutare nel buio, 1976) siano drammatici, convincenti atti d'accusa contro gli allucinogeni. Come tanti altri artisti della cultura popolare degli anni Sessanta (valga per tutti l'esempio dei Beatles), Dick ha cercato nell'LSD motivi di ispirazione, visioni che fossero slegate dalla percezione normale, piatta, del mondo; e se è lecito giudicare dai risultati senza perdersi in troppo facili moralismi, va detto che i suoi sforzi sono stati tutt'altro che inutili. Le geniali allucinazioni di cui si nutrono romanzi come Il cacciatore di androidi (1968) o Ubik, mio signore (1969) non sarebbero forse mai nate da una mente che non avesse provato l'ebbrezza del trip acido. Queste due opere portano alle conseguenze più estreme il processo di sfaldamento del reale: gli androidi che Rick Deckard deve individuare ed eliminare sono, per certi versi, più umani degli uomini che li hanno creati, tanto che diventa praticamente impossibile riuscire a distinguere fra l'essere artificiale e l'essere vero, biologico[4]; e Ubik, l'enigmatica presenza che si materializza sotto infinite spoglie, è l'ente superiore ma allo stesso tempo è anche un banalissimo spray per uso domestico, e in ogni caso, come annuncia la singolare rivelazione finale, buona parte della storia si è svolta in un mondo che non esiste, in un sogno creato da qualcuno che dovrebbe essere morto... Negli ultimi anni di vita, divenuto un autore di culto anche al di fuori della cerchia dei lettori di fantascienza (in particolare in Europa: Francia e Italia sono fra i paesi che più hanno amato la sua narrativa), Dick si è lanciato in veementi battaglie contro la droga. Sempre più simile a tanti dei personaggi dei suoi romanzi, ha sostenuto dapprima di essere perseguitato dalla CIA per le sue posizioni politiche radicali, e più tardi di essere stato invasato da Dio stesso. Dio sarebbe entrato nella sua mente, fornendogli nuove chiavi interpretative per l'esistenza e provvedendo, fra le altre cose, a rimettere ordine nel caos della sua situazione finanziaria. Certo è difficile giudicare le dichiarazioni di cui Dick è stato tutt'altro che avaro in interviste e articoli e che sembrerebbero in netta opposizione con la perenne lucidità della sua opera letteraria. Personalmente, pur avendo spesso sospettato che questa repentina metamorfosi fosse solo una beffa, un ironico scherzo giocato per puro divertimento da un grande tessitore di trame schizofreniche, resto perplesso di fronte al tono predicatorio, aspramente biblico, di romanzi come Divina invasione e Valis, lontani miglia e miglia dalla fredda capacità di analisi dei lavori precedenti. Ma se, come Dick ha sempre sostenuto, la realtà ha un numero infinito di facce che si sovrappongono in continuazione, creando la semplice apparenza di un ordine, di una logica, allora può veramente darsi che lo scrittore abbia incontrato a tu per tu una delle facce più segrete e ne sia rimasto cambiato per il poco tempo che gli restava da vivere... Per amare bisogna anche odiare, o saper odiare: è questo uno dei messaggi che si ripetono con martellante intensità nel corpus narrativo di Dick (messaggio, fra l'altro, puntualmente confermato dai ritmi sincopati della sua vita sentimentale). Nelle relazioni fra uomo e donna che l'autore americano ci racconta, il nucleo amore-odio è la chiave essenziale. Porta a capovolgimenti di ruolo, al desiderio di infliggersi dolore a vicenda, a lacerazioni insanabili; sicché, alla fine delle sue storie, è un dato tipico che i protagonisti si ritrovino al punto di partenza, con le stesse incertezze e un nuovo ammasso di problemi, spesso peggiori di quelli iniziali, da risolvere. Perché il punto è questo: nessuno riesce mai ad avere un rapporto di completo amore con se stesso, e quindi non può pretendere di averlo col mondo esterno. Antichi sensi di colpa, ossessioni che ci trasciniamo dietro da anni, mineranno sempre la nostra pace interiore, e la nostra visione del mondo. Essere schizofrenici (o ebefrenici, o quello che meglio vi pare: scegliete la vostra malattia mentale preferita![5]) diventa una sorta di necessità, per poter operare un distacco fra l'io e l' altro dall'io, fra l'emotività e la logica, fra i problemi che forse ammettono una soluzione e le situazioni che non hanno via d'uscita. Tutti, o quasi, i personaggi di Dick sono schizofrenici, nel senso che le loro percezioni tendono a scindersi su livelli distinti, portando a un incessante lavoro di analisi che ha poco di razionale e molto di intuitivo. Si tratta di un meccanismo di difesa nei confronti di un universo folle, all'interno del quale la schizofrenia è un dato di base ineliminabile; detto in parole povere, siamo alla tattica del combattere il nemico sul suo stesso terreno, nella speranza non di vincere (illusione assurda di fronte allo stato delle cose che ci circonda) ma, più semplicemente, di riuscire in qualche modo a sopravvivere. Schizofrenica e alienante è la tecnologia: strumento di repressione nelle mani del potere, si trasforma in tortura quotidiana, spicciola e sfibrante, nelle lotte con le macchine che si rifiutano di funzionare come vorremmo noi, negli impianti audio che cominciano a trasmettere una musica che non può esistere, nelle porte (elettroniche, intelligenti) che non accettano di aprirsi se prima non abbiamo inserito una monetina nell'apposita fessura. Schizofrenica è la realtà, pronta a sfaldarsi sotto le nostre mani da un momento all'altro, a presentarci il quadro apparentemente rassicurante di cose e persone che sono tutt'altro da ciò che crediamo, a illuderci con ricordi di un'esistenza che non ci è mai appartenuta. Schizofrenico è il concetto stesso di vita, quando ci rendiamo conto che il confine tra biologico e artificiale è tanto labile da oscillare avanti e indietro come un pendolo, magari per portarci alla raccapricciante scoperta di essere a nostra volta, senza averlo mai saputo, creature sintetiche (il che accade in molti, memorabili racconti, come il celeberrimo Impostore del 1953 e Le formiche elettriche del 1969). Schizofrenica è la divinità, l'essere superiore, il Dio che ha molti nomi e molte nature non fuse in maniera armonica ma contrapposte l'una all'altra in un groviglio di tensioni ambivalenti: si passa dalla bontà all'indifferenza alla cattiveria alla malvagità quintessenziale senza soluzione di continuità, ed è come osservare le molte facce di una pietra preziosa su cui la luce cade e viene rifratta in modo sempre diverso. Come Immanuel Kant, Dick giunge alla conclusione che il noumeno sia inconoscibile all'attività teoretica dell'uomo; ma, a differenza di Kant, non ammette una funzione redentrice della morale, e la possibilità di una effettiva conoscenza è negata a priori. L'universo fenomenologico in cui si agitano le (più o meno) spasmodiche crisi della nostra coscienza, del nostro vissuto, è un insieme di dati non ordinabili in sequenza coerente. Per tracciare un diagramma attendibile del mondo che abbiamo attorno e che abbiamo dentro ci mancano sia le coordinate, sia le ascisse; tutto viene inghiottito dallo spaventoso baratro del nulla esistenziale, e dopo che si è precipitati al fondo dell'abisso, non resta che rassegnarsi alla lunga risalita. Destinata, peraltro, a fallire. Perché non ci sono più veri appigli: la realtà si sfilaccia, i rapporti interpersonali vacillano, la stessa autocoscienza è soggetta a drastiche, repentine revisioni. E persino gli strumenti più canonici di imposessamento della realtà esterna, primo fra tutti il linguaggio, si rivelano inadeguati al compito. I vistosi, ripetuti slittamenti nel rapporto significante\significato, con la perenne ambiguità delle parole e del senso che esse dovrebbero rappresentare, mutano il processo dialettico in un circolo vizioso che non fa altro che mordersi la coda: crediamo di andare avanti, di muoverci, di agire, e invece siamo fermi allo stesso identico punto da cui eravamo partiti. In un mondo che è solo apparenza, illusione, inganno. Fantasma di se stesso e delle categorie del nostro conoscere. La maggiore grandezza di Philip Dick sta, a mio giudizio, nella sua capacità di essere a un tempo scrittore e filosofo, ideologo e intrattenitore. Sin dagli inizi della sua carriera, senza mai rinnegare le origini "popolari" del genere che ha scelto come mezzo di espressione, Dick ha accettato le convenzioni della fantascienza, i luoghi comuni, i topoi canonizzati (e talora sclerotizzati) dal passato storico della science-fiction. Ha saputo usare gli stereotipi più classici, dal viaggio nel tempo agli universi paralleli, dai poteri extrasensoriali alla colonizzazione di nuovi pianeti, dall'estrapolazione sociologica all'avventura spaziale, piegandoli alle necessità del complesso discorso che andava tessendo. I suoi romanzi e i suoi racconti sono colmi di sorprese, di trovate, di azione, e anche di molto altro. Li si può leggere a svariati livelli; ci si può limitare al piacere epidermico di trame che spesso brillano per vivacità d'invenzione fantastica, oppure si può scendere più in profondità ed esplorare gli abissi del nulla che la sua narrativa spalanca sotto i nostri piedi. Il divertimento (intelligente) è comunque assicurato. NOTE Ursula Kroeber Le Guin, autrice americana di fantascienza e fantasy (Berkeley, California, 1929). Il corpus totale delle sue opere, in trent'anni di carriera, assomma a più di trenta romanzi e oltre un centinaio di racconti. E' opportuno ricordare che il mercato americano (e internazionale in genere) della fantascienza ha iniziato a essere realmente redditizio solo dalla metà degli anni Settanta in poi, il che ha costretto gli autori professionisti a una produttività forzata. Il caso di Dick, infatti, è tutt'altro che isolato. George Orwell (pseudonimo di Eric Blair), romanziere e saggista inglese (Motihari, Bengala, 1903; Londra, 1950). La "riscrittura della storia" è uno dei temi portanti del suo romanzo più celebre, 1984 (1949). Da Ubik, mio signore il regista Ridley Scott (Tyne and Wear, Gran Bretagna, 1939) ha tratto quello che si può senz'altro considerare il più splendido film di fantascienza degli anni Ottanta, Blade Runner (1982), interpretato da Harrison Ford. Scott è riuscito a tradurre le allucinazioni e le angosce di Dick in un compatto universo visivo che è la straordinaria trasposizione in immagini di una "zona del disastro" psichico. In un romanzo del 1964, Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon), Dick offre la rappresentazione di una società strutturata in clan, ognuno dei quali è portatore di una specifica malattia mentale. Questo articolo è apparso sul n. 52 della rivista "Abstracta", Stile Regina Editrice, Roma, ottobre 1990 decoder.it Sulla vita e le 'divine invasioni' di Philip Dick, vedi anche Wikipedia: Philip Dick




permalink | inviato da il 23/7/2004 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

23 luglio 2004

Attacco al potere, un film 'profetico' su Twin Towers, Afganistan, Iraq e oltre ... del 1998

C'è tutto, dal conflitto FBI / CIA, alle responsabilità per le 'omissioni' e gli 'eccessi' nella lotta al terrorismo internazionale (presentato nel 1998 come 'acefalo': Bin Laden non c'è, ma c'è Yassin...) alle torture: di troppo, almeno per ora, i carri armati per le vie di New York e la legge marziale: si direbbe che il conflitto sia stato esportato, per difendere la democrazia USA e la sua Costituzione, in Medio Oriente... e a Guantanamo... fin che dura, fin che le Amministrazioni USA ed i Poteri che le sostengono la riterranno una 'soluzione' sufficiente... TSI1, mercoledì 21 luglio, ore 21.00 (The Siege) Film drammatico di Edward Zwick con Denzel Washington, Annette Bening, Bruce Willis, Tony Shalhoub, Sami Bouajila, David Proval (USA – 1998) TXT 777 Sottotitoli alla pagina TeleText 777 Suono bicanale italiano/inglese Denzel Washington in prima serata su TSI 1. Una serie di attentati di matrice fondamentalista insanguina la città di New York, senza alcuna rivendicazione. L’agente dell’FBI Anthony Hubbard e i suoi uomini si trovano confrontati con una strategia del terrore che fa esplodere un bus carico di passeggeri e un teatro. Che fare, chi inseguire? Un autobus esplode a Brooklyn, facendo molte vittime. Non si tratta di un episodio isolato, ma dell'inizio di una vera e propria campagna di terrore a New York. Anthony Hubbard, capo della Task Force Antiterrorismo costituita tra FBI e Polizia di New York, è incaricato di cercare i responsabili. Mentre segue delle piste, si trova davanti Elise Kraft, un'agente della CIA infiltrata con contatti con le comunità arabe in America. Hubbard, che non tollera intromissioni, fa arrestare Kraft, ma di fronte ad altri attentati, è costretto a liberarla e a lavorare con lei, che si chiama in realtà Sharon Bridger. Sharon è in rapporti con Samir, un arabo sul quale Hubbard ha dei sospetti. Dopo un altro attentato al palazzo federale, il Presidente, pressato dall'opinione pubblica, dichiara lo stato d'emergenza nazionale e autorizza l'intervento dell'esercito. Al comando delle operazioni c'è il generale Deveraux che, da militare, non ha dubbi sulla necessità di agire presto e con decisione. L'esercito arresta tutti i sospetti di origine araba, tra cui il figlio di Frank, collega di Hubbard. Tra Deveraux, Sharon e Hubbard le divergenze si fanno sempre più profonde, finché le pedine cominciano lentamente ad andare a posto: gli infiltrati arabi che dovevano aiutare l'America contro Saddam Hussein sono stati abbandonati, dopo l'arresto dello sceicco Talal, e uccisi. Sharon ha fatto in modo che i superstiti entrassero con Samir negli USA e qui loro hanno iniziato una non prevista attività terroristica. Nel successivo confronto a fuoco, Hubbard uccide Samir, che ha un movimento improvviso e colpisce a morte Sharon. Finita la sparatoria, Hubbard intima al generale di arrendersi e, di fronte al rifiuto, lo fa arrestare. I prigionieri vengono liberati. L'esercito si allontana. (Cinematografo.it) Il caos politico di un mondo de-ideologizzato, con schieramenti trasversali impegnati in scambi di colpi proibiti: è questo lo scenario di Attacco Al Potere, un film della 20th Century Fox che ambisce ad uno spettacolo totale, costruito con un'azione simultanea di componenti visuali (esplosioni/inseguimenti), narrative (suspence, intreccio articolato) e filmiche (il messaggio socio-politico, il sistema di valori condiviso o avversato dai personaggi). Se Armageddon è il manifesto di un cinema aggressivo e individualista, atto a veicolare un pensiero sostanzialmente reazionario, Attacco Al Potere si candida invece a rappresentare la Hollywood democratica e progressista, alla ricerca di un difficile equilibrio tra valori vecchi (patriottismo) e nuovi (società multirazziale). L'apparizione in apertura di Bill Clinton, "rubata" alle cronache televisive, è di per sé una dichiarazione di intenti, e pone fin da principio l'operazione nei binari di un evidente contenutismo. Le appartenenze politiche vengono così schematizzate: Denzel Washington è l'agente FBI che incarna il Nuovo Umanesimo Americano, tollerante ed educato al sommo rispetto dei diritti e delle differenze, non a caso è nero e collabora con un gruppo di lavoro assolutamente multietnico, perfettamente integrato; poiché ogni processo dialettico con porta con sé il principio della propria critica, il personaggio di Annette Bening è un'agente della CIA che appartiene al medesimo universo culturale sopradescritto, ma con la grossa discriminante di una disinvoltura, di una spregiudicatezza che ne mettono a repentaglio l'integrità morale e la collocano nella terra di mezzo dell'ambivalenza; Bruce Willis infine è lo stereotipo dello yankee militarista, scienziato della guerra, braccio armato di un potere senza nome e senza luogo. Una volta creati i caratteri, Attacco Al Potere inscena una dialettica oppositiva applicata al problema del terrorismo, che assolve alla funzione di nemico invisibile e soprattutto irrazionale. Ogni azione eversiva innesca un nuovo scontro di caratteri; a questo corrisponde un "momento di verità" del film, uno svelamento progressivo del personaggio che mostra il proprio segno di appartenenza assumendosi la responsabilità di una scelta irreversibile. Il congegno complessivamente funziona a dovere: la recitazione è di altissimo livello, e d'altra parte si è rischiato poco optando per attori che hanno rivestito ruoli molto simili in passato (Washington, per esempio, è tradizionalmente poliziotto o avvocato incorruttibile). La regia di Edward Zwick è corretta, a tratti persino ispirata; ottima è la qualità delle immagini, ed interesserà gli appassionati sapere che il direttore della fotografia è Roger Deakins, che ha lavorato in Kundun di Scorsese e in Fargo dei Coen. Detto questo, ci sia concesso almeno un dubbio: seppure in presenza di un'opera di buona fattura, c'è da chiedersi quali siano le reali opportunità di un cinema politico praticamente istituzionalizzato, a metà fra la cronaca-spettacolo e il film a tesi: il pericolo del significato dominante è sempre in agguato, ed ostacola una adesione autentica alla poetica cinematografica. (© 1999 reVision, Luca Bandirali ) Nell'indagare su una serie di sanguinosi attentati terroristici, eseguiti da fondamentalisti islamici negli Stati Uniti, Hubbard (D. Washington), vicedirettore dell'FBI, scopre che hanno lo scopo di far liberare un capo religioso della setta, rapito in Medio Oriente dalla CIA per ordine del generale Deveraux (B. Willis). Intanto il panico si diffonde, si dichiara lo stato d'emergenza, si affidano pieni poteri all'esercito, cioè a Deveraux che perseguita tutti gli islamici, internandoli in campi. Contro la dittatura militare insorgono le forze "liberal" del paese. Deveraux finisce sotto processo. Le buone intenzioni non mancano, ma sono troppe. Da un soggetto dell'animoso giornalista Lawrence Wright, il volonteroso Zwick ha tratto, indeciso tra fantapolitica e cronaca, un film a tesi volgarmente dimostrativo, imperniato su personaggi tagliati con l'accetta (Washington/FBI il buono, Willis/esercito il cattivo e la Benning/CIA l'anima nera) con due o tre sequenze d'azione efficaci (l'esplosione dell'autobus all'inizio). Democratico, ma ipocrita e greve. (Kataweb Cinema)




permalink | inviato da il 23/7/2004 alle 0:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 luglio 2004

La follia a Cogne e da Cogne: il convitato di pietra, la RAI

Già, la Rai, che fin dai primi minuti ha preteso di informarci puntualmente e capillarmente su tutti (TUTTI ?) i possibili aspetti del delitto che ha avuto per vittime il piccolo Samuele Franzoni e la sua famiglia, costruendo sulla vicenda la soap opera di inizio millennio... aggiungendo a confusione confusione, a diffamazione diffamazione, a presunzione di colpevolezza presunzione di colpevolezza, in una commedia goldoniana di maschere grottesche. Ecco come la RAI insiste sul tema il giorno dopo la condanna a 30 anni di Maria Franzoni:


22 luglio 2004 RAINEWS24 Delitto di Cogne. Come Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Il detective traccia l'identikit del presunto assassino Milano, 22 luglio 2004 Un doctor Jekyll e mister Hyde: non sarà proprio originale rifarsi al personaggio di Robert Louis Stevenson ma così Giuseppe Gelsomino, il detective privato che insieme all' avv. Carlo Taormina e alcuni medici legali sta lavorando sul delitto di Cogne, descrive "il folle" che, secondo le indagini che ha svolto, sarebbe il vero assassino del piccolo Samuele Lorenzi. Una persona normale che ha una vita normale, con non due ma addirittura tre personalità. Il detective ha lavorato anche sul rapimento Melis Gelsomino lavora giorno e notte, attorno non solo alla vicenda di Cogne. Nel suo curriculum ci sono i casi di Silvia Melis, rapita in Sardegna anni fa, di un'altra sequestrata, Laila Cavalli, di Santina Renda, la bimba sparita in Sicilia, e di "Pollicino", un giovane finito in carcere nel 2000 con l'accusa di rapina in banca e poi scagionato. Gelsomino dimostrò la sua innocenza, con una prova filmata legata ad un orecchio: a differenza del rapinatore, 'Pollicino' ne aveva uno fin dalla nascita senza lobo. L'assassino è di Cogne Il detective dice di "essere stupito" della reazione dell'avv. Taormina, difensore di Annamaria Franzoni, "perchè ho ripetuto solo quello che il professore ha sempre detto, senza aggiungere altro". Cioè che, secondo loro, chi uccise il piccolo Samuele "è di Cogne. Non si esce da Cogne". E, invece, di fronte alle sue affermazioni Taormina ha parlato di un "fraintendimento nell'individuazione dei contenuti della dichiarazione". No, nessun fraintendimento, anche se presto a Roma Taormina e il suo detective, che avevano già in programma un incontro, dovranno in qualche modo chiarirsi. "Forse qualcuno vuol mettere zizzania nella squadra, per distruggere il rapporto che si è creato fra di noi" azzarda Gelsomino. Una squadra, tiene a sottolineare, che lavora gratis. "L'abbiamo fatto tutti per amore di verità" spiega e aggiunge che finora ha speso circa 25 mila euro. "Adesso non vedo l'ora di andare dal giudice per aiutarlo nel trovare quella verità ". Il racconto degli appostamenti Gelsomino ha molti attrezzi del mestiere: microscopio e telescopi ottici, un visore per le analisi delle impronte e una vaschetta per rilevare le impronte latenti, detector per scoprire le microspie e altre apparecchiature. Si avvicina a una vetrina zeppa di binocoli, ne mostra uno: "Questo serve per vedere di notte e lo abbiamo usato a Cogne". Lì Gelsomino e un suo collaboratore per molto tempo, di nascosto, hanno "osservato il folle". Folle di cui l'investigatore svela ben poco, neppure se giovane o anziano. Si limita a dire: "E' una persona che sta male, vive male la questione, e si sente il fiato sul collo. Si tratta di un pazzo, totalmente fuori, ma perfettamente inserito nel tessuto sociale del nostro paese. Apparentemente - aggiunge - è normale: si alza la mattina, va a lavorare, ha i suoi impegni, i suoi svaghi e le sue emozioni. Ma qui stiamo parlando di dr.Jekyll e mr.Hyde". Non solo Dr. Jekyll e Mr. Hyde "Generalmente ognuno di noi - spiega - ha due facce, una pubblica e l'altra privata. Qui ne abbiamo trovate tre di facce, tre aspetti psicologici, tre personalita"'. Sul pericolo di fuga, Gelsomino parla chiaro. "No, non c'è questo pericolo , perchè non è un criminale della 'ndrangheta o della mafia protetto e assistito dai suoi. Qui si tratta di un folle". Gelsomino sottolinea che a Cogne nessuno dice niente perchè "non sanno nulla, non hanno fatto le indagini che abbiamo fatto noi". Per il nome, l'attesa è fino al 30 giugno Il nome dovrebbe essere fatto entro fine mese. Almeno, così ha promesso Taormina. E oggi il legale l'ha ribadito: "Le parole che si danno sono sempre quelle che debbono essere rispettate. Si tratta di qualcosa che corrisponde a intenzioni che da tempo e che oggi invece ci vedono ormai determinati ad andare avanti".




permalink | inviato da il 22/7/2004 alle 22:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 luglio 2004

La follia a Cogne e da Cogne, tra condanne, dif-famazioni, 'boati' e smentite

L'avvocato dei Lorenzi nega credibilità alle notizie diffuse da un collaboratore che attribuisce a un "folle" il delitto Cogne, Taormina smentisce rivelazioni su presunto killer Gelsomino, investigatore privato, ribadisce: "Abbiamo elementi concreti per identificare l'assassino in uno squilibrato del paese" La casa Lorenzi a Cogne MILANO - Il presunto vero assassino di Cogne non è "un folle" del paese come sostenuto dal detective privato Giuseppe Gelsomino, che collabora con l'avvocato della famiglia Lorenzi Carlo Taormina. E' lo stesso legale a smentire "categoricamente" l'identikit fornito dall'investigatore - secondo cui l'omicida sarebbe una persona di Cogne con gravi disturbi psichici - e ad attribuire la notizia a "un fraintendimento": "Io ne sento parlare insieme a voi e soltanto adesso - ha detto Taormina, interpellato da Radio Rai 1 - smentisco in maniera categorica che queste siano cose alle quali prestare un qualche credito, probabilmente ci sarà stato un fraintendimento nell'individuazione dei contenuti della dichiarazione del professor Gelsomino". Intervenendo successivamente anche alla trasmissione '3131' su Radio Rai2, Taormina ha escluso che vi sia un "disaccordo totale" tra lui e l'investigatore privato. A chi gli chiedeva se era sua intenzione licenziarlo, l'avvocato della Franzoni ha chiarito: "C'è una notizia erroneamente diramata dal consulente, che dovrà farsi carico di correggere il tiro. Perché, quand'anche fosse vero, in un momento nel quale tutto è in itinere e la situazione deve essere oggetto di accertamenti, non è giusto comunque fare affermazioni del genere". La smentita di Taormina è arrivata dopo che il suo collaboratore, nel corso di una intervista telefonica all'Ansa nella tarda serata di ieri, aveva detto che "oltre quaranta elementi, concreti e oggettivi" raccolti nelle sue indagini lo portavano a identificare il "vero assassino" del piccolo Samuele Lorenzi in un folle di Cogne, un personaggio "al di sopra di ogni sospetto". Fiducioso nella "lunga indagine molto accurata, cominciata circa un anno fa", il detective aveva anche detto che "si tratta di una di quelle persone che ti passano accanto ogni giorno e tu non diresti mai che si tratta di un folle. Invece è proprio un folle. Noi lo abbiamo scoperto perché lo abbiamo seguito, studiato, analizzato in tutti i suoi aspetti psicologici". "Ma per arrivare subito a lui - aveva continuato Gelsomino - occorrevano anche azioni che solo la polizia può fare (ad esempio, le perquisizioni), e noi abbiamo offerto la nostra collaborazione alle forze dell'ordine. In fin dei conti, sia noi che loro cerchiamo la stessa cosa, il responsabile. Ma questa offerta di collaborazione è stata sempre respinta". "Ora il professor Taormina - aveva aggiunto l'investigatore - sta preparando tutto per presentare al giudice una situazione dettagliata. Non è una burla. Abbiamo oltre una quarantina di elementi, concreti e oggettivi, mentre quelli che hanno portato gli inquirenti non stanno in piedi". La successiva smentita di Taormina non ha scoraggiato Gelsomino che in un'altra intervista si è detto sorpreso dalla parole del legale e ha anche aggiunto particolari all'identikit già tracciato: "Gli elementi raccolti sono importanti e inchiodano alla sua responsabilità il vero responsabile del delitto, che è un folle che vive a Cogne. Sono stupito delle parole del professor Taormina - ha aggiunto Gelsomino - e mi sembra strano che ci sia una smentita, che non ha senso: non ho detto cose diverse da quelle già annunciate in passato dall'avvocato Taormina, con cui sono in buonissimi rapporti e che vedrò presto a Roma". (La Repubblica, 22 luglio 2004)




permalink | inviato da il 22/7/2004 alle 18:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 luglio 2004

Vacanze forzate: grazie a Wind / Infostrada !

A volte le vacanze, specie quelle... dalla rete... sono del tutto involontarie e forzate. (Il 22 Luglio 2004 Wind mi comunica che - pur in attesa di 'chiarimenti tra la loro amministrazione e lo studio legale cui già un anno fa mi ero trovato costretto a rivolgermi - la mia linea torna utilizzabile (non lo er a partire dal 7 Luglio 2004, senza che alcuno mi avesse fornito comunicazione scritta di alcunchè... in ogni caso, quando la cd 'buona volontà' prevale è cosa buona per tutti...) Per problemi (legali legati a fatturazioni del... 2001 ( :D ) !!!... chi mi ha seguito negli anni sa di cosa parlo) mi è stata improvvisamente tolta la possibilità di utilizzare il telefono di casa (mia lettera via avvocato 1 anno fa dopo un loro 'richiamo' anch'esso a distanza da 1 anno dalla disdetta di un mio contratto con Wind, seguita da 1 anno di silenzio... e... a luglio :lol: di nuovo ecco la sorpresa: 1 settimana fa all'improvviso telefono muto, mi dicono che verrà riattivato a breve, oggi richiamo e mi dicono che è disattivato senza scadenza in attesa che io paghi quel che non devo pagare - anzi, nel 2001 avevo subito un danno per via di un contratto da me regolarmente firmato ma non registrato per errori del dialer Wind e della loro amministrazione commerciale... ) Di per sè il mio contratto attuale non c'entra nulla, essendo con Infostrada, e precedente a quello con Wind, che avevo stipulato dopo, ritenendolo piu' conveniente di quello Infostrada ( !!! ) Vabbè, mi dispiace perchè amavo incontrarvi la sera in chat .... :) Per il resto per ora sopravvivo lo stesso, o quasi :blink: !!! Ciao a tutti ed a risentirci quanto prima!

(In ogni caso mi collegherò almeno una volta la settimana da qualche Internet Point per leggere quel che avrete scritto nel frattempo!

Ciao !!!!!!!!!!!!!!!




permalink | inviato da il 12/7/2004 alle 12:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
giugno        agosto