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Psicologia e Guerra
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30 giugno 2004

Israele: il Muro della Discordia... e degli Affari...

Rieccoci al tema del MURO. La notizia compare sui giornali italiani (La Repubblica) e stranieri (Reuters.com) Ora la domanda è (si accettano scommesse): 1. il muro verrà spostato 2. se sì quando, e dove? 3. chi pagherà per la demolizione del vecchio muro e l'edificazione del nuovo? Ancora su MURO leggiamo l'interessante Palestinian ministers and businessmen accused of profiting from Israel's wall PRINT FRIENDLY AM - Wednesday, 30 June , 2004 08:30:00 Reporter: Mark Willacy TONY EASTLEY: Across parts of the West Bank a giant concrete barrier separates Israelis from Palestinians. The eight-metre high wall is designed to stop suicide bombers and other terrorists infiltrating into Israeli population centres. While ordinary Palestinians protest against Israel's controversial wall, allegations are being made that Palestinian ministers and businessmen are profiting from the fence. AM has been told by one Palestinian MP that at least two ministers, and possibly the Palestinian Prime Minister himself, are involved in importing cement which is then being used by Israeli contractors to build the barrier. Middle East correspondent Mark Willacy reports from Jerusalem. MARK WILLACY: Enraged by what they see as an apartheid wall cutting through their land, thousands of Palestinians have joined the wave of protest against Israel's West Bank security barrier. Dozens have been hurt by rubber bullets and tear gas, while several have been killed by live rounds fired by Israeli soldiers. But as ordinary Palestinians demonstrate against the fence, there are allegations that some of their leaders are profiting from it. Hasan Khreisheh is a Palestinian MP and the Deputy Speaker of the Parliament. HASAN KHREISHEH (translated): What we are talking about are Palestinian companies importing cement from Egypt, which is used in the wall. And they couldn't do this without the protection of Palestinian ministers, starting with the Economy Minister Maher el-Masri and the Prime Minister Ahmed Qurie, and finishing with President Yasser Arafat. MARK WILLACY: Earlier this month a Palestinian Parliamentary committee found that some Palestinian companies were importing cement from Egypt on behalf of the Israeli contractors building the barrier. The committee's report also disclosed that senior Palestinian Authority officials and ministers were involved in the scam. Adli Sadek is a prominent Palestinian journalist based in Gaza who's been investigating the story. He has obtained a copy of a letter written by the committee to Palestinian leader Yasser Arafat. ADLI SADEK (translated): What is written in this message to Arafat is that the committee discovered that the Economy Minister, Mr el-Masri, had signed a paper giving himself permission to import cement from Egypt. MARK WILLACY: Adli Sadek says 400,000 tonnes of the Egyptian cement was then sold to the Israeli contractors for construction of the security barrier. The Gaza journalist also wants the Palestinian Prime Minister Ahmed Qurie investigated over the cement deal. Why? Because Mr Qurie's family owns a company called Al-Quds Cement. ADLI SADEK (translated): There is a lot of talk about a big role for this company in building the wall. Personally, I believe that Mr Qurie's company is involved in this. A lot of Palestinians – myself included – are investigating this issue. MARK WILLACY: The Palestinian Prime Minister and his economy spokesman both deny any involvement in importing the cement. But that hasn't convinced ordinary Palestinians. Last weekend dozens of people protested outside a parliamentary office in Bethlehem, demanding those importing the cement for the barrier, be punished. Palestinian MP Hasan Khreisheh says a privileged minority are profiting from the misery of the majority. HASAN KHREISHEH (translated): I can tell you that if any ordinary Palestinian was involved in helping to build this barrier the Palestinian Authority would arrest him and his family. But who is going to investigate these ministers and the owners of the companies? MARK WILLACY: The parliamentary committee's report on the cement scandal has now been passed on to the Palestinian Attorney-General. But he says he's not been asked to launch any criminal investigation. This is Mark Willacy in Jerusalem for AM. (abc.net.au)




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17 giugno 2004

La sindrome di Pinocchio e gli ostaggi di Bagdad

Scriveva venerdì, 11 giugno 2004 sul suo Blog Trotter Leonardo Coen: Cos'è successo veramente a Bagdad, quando sono stati liberati i tre ostaggi italiani e quello polacco? La verità ufficiale non va per nulla d'accordo con le testimonianze che poco per volta ricostruiscono, come piccole tessere per ora sparpagliate alla rinfusa, un mosaico ben diverso da quello maldestro che ci è stato propinato... IL BLITZ Nuove immagini della liberazione degli ostaggi italiani Niente spari e carcerieri, il video del «blitz» L’azione si svolge in pochi secondi DAL NOSTRO INVIATO BAGDAD - La scena in bianco e nero si apre con gli anfibi delle teste di cuoio americane che penzolano dal portellone dell’elicottero. Sono vicinissimi a terra. Si solleva un polverone fitto, che offusca ancora di più le immagini già confuse. I soldati saltano a terra con i mitra puntati, corrono verso una palazzina a un piano. Sembra una scuola, o dei magazzini, oppure una caserma abbandonata. Terra bianca, un grande cortile interno, con viottoli cementati. Eppoi le porte spalancate. I soldati sferrano calci per aprirle ancora di più, forse temono un’imboscata. Ma non c’è nessuno. Assolutamente nessuno. Se non loro. Gli ostaggi italiani e il polacco stesi a terra in una stanza angusta, apparentemente priva di mobilio, i muri spogli, non paiono neppure intonacati. Il video della liberazione degli ostaggi trasmesso dal Tg1 (Omega da tv) Sono le immagini riprese dal commando americano al momento della liberazione degli ostaggi italiani e del polacco la settimana scorsa. Già domenica il Corriere della Sera aveva pubblicato il fotogramma dove si vede un soldato Usa tagliare con le cesoie e i guantoni da lavoro le manette dell’ostaggio polacco. Sullo sfondo Salvatore Stefio, a cui le manette sono appena state tolte, sorride estasiato, alza il pollice in segno di vittoria. Ieri sera il Tg1 ha trasmesso le sequenze drammatiche dell’arrivo del commando e l’entrata della stanza. Gli ostaggi appaiono esausti, gli occhi sbalorditi, quasi ancora non credessero di essere liberi. Dopo 58 giorni è finita. L’edificio è curioso. Non un appartamento. Non una fattoria o una casa privata. Lo abbiamo detto, sembra una scuola. Con le aule che si affacciano in parallelo su lunghi corridoi bui. Una di quelle scuole tipiche delle periferie povere in Iraq. Finestroni con le inferriate, le zanzariere sfondate, porte di ferro, muri spogli. Lo stesso capo dei portavoce americani in Iraq, generale Mark Kimmitt, ci ha detto più volte che l’ultimo covo dei rapitori si trovava in una zona agricola alla periferia di Mahmudiya, una trentina di chilometri a sud di Bagdad. E lo stesso luogo è confermato dalle fonti locali che abbiamo potuto contattare. Ma ciò che colpisce di più è l’assoluta mancanza di resistenza. «Non c’è stato scontro a fuoco. I nostri uomini non hanno sparato un colpo», aveva detto il comandante in capo delle forze Usa in Iraq (ora appena dimesso per lo scandalo delle torture nel carcere di Abu Ghreib), generale Ricardo Sanchez. Alla domanda se vi fossero state vittime tra i rapitori si era limitato a rispondere: «Tutti gli ostaggi stanno bene». Cosa che faceva supporre potesse esservi stato un conflitto con feriti o morti da parte dei rapitori e degli stessi americani. Ma nel video il blitz appare assolutamente indolore. Il generale Kimmitt aveva parlato di «quattro arrestati». Non se ne vede neppure uno. L’azione si svolge in pochi secondi. Restano dunque del tutto aperte le domande degli ultimi giorni. Davvero non c’è stata trattativa? Davvero non è stato pagato un riscatto? Perché, in verità, il video spiega ben poco. Anzi rilancia l’ipotesi dell’azione concordata. Come se i soldati americani si muovessero secondo indicazioni ben precise e quasi nella convinzione di non aspettarsi alcuna resistenza all’interno. Qui a Bagdad la convinzione più diffusa è che il commando si muovesse seguendo un piano concordato. «Non è da escludere il blitz. Ma neppure che esso sia seguito a una lunga serie di trattative, grazie alle quali si è giunti a identificare il covo», ci dicono fonti legate ai circoli diplomatici occidentali. A detta di alcuni iracheni vicini agli ex servizi segreti di Saddam Hussein, la cifra pagata per gli italiani e il polacco sarebbe stata di 40.000 dollari. Nulla rispetto alle somme di cui si è parlato in Italia negli ultimi tempi. «In verità il gruppo o i gruppi che hanno sequestrato gli italiani erano estremamente politicizzati e ben organizzati. Non erano interessati ai soldi. Però hanno fatto credere di essere criminali comuni per confondere la acque. Usano alcuni covi a Sadr City, nella zona più povera e violenta di Bagdad, fingono di militare tra gli estremisti sciiti. Ma con loro non hanno nulla a che fare», ci dice la stessa fonte. Tra le voci più persistenti sono i dettagli della cattura (i rapitori avrebbero girato un video di quel momento) e quello di un altro video in cui il 31 maggio gli ostaggi lanciavano un messaggio concordato per dimostrare all’esterno che il canale dei negoziati in corso era quello giusto. La mattina del 12 aprile gli italiani sarebbero stati catturati tra Samarra e Tikrit, in prossimità di un incrocio che qui chiamano Al Jazira , dove avrebbero dovuto imboccare la strada del deserto che riporta alla super-strada per il confine con la Giordania. E perché avrebbero ucciso Quattrocchi? «Era un uomo molto coraggioso, troppo, sino all’incoscienza. Al momento della cattura cercò di usare il fucile che avevano a bordo. Poi si prese a cazzotti con i rapitori. Non obbediva, li offendeva. Non lo volevano eliminare. Lo fecero perché era diventato un problema. Il suo assassino non si trova più in Iraq, è fuggito in Siria». Lorenzo Cremonesi 17 giugno 2004 - Corriere.it In Blog Trotter Monitor




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12 giugno 2004

Iraq: l'applicazione di torture non era soggetta ad alcuna autorizzazione al di fuori di Abu Ghraib

12 giugno 2004 RAINEWS24 Iraq. Washington Post: il generale Sanchez autorizzò le torture ad Abu Ghraib Il generale Ricardo Sanchez Washington, 12 giugno 2004 Il comandante delle forze Usa in Iraq, il generale Ricardo Sanchez, avrebbe autorizzato i militari americani a usare le maniere forti durante gli interrogatori dei detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Fra le procedure permesse, l'esposizione dei reclusi a temperature estreme, la mancanza di riposo nelle ore notturne, l'alimentazione a pane e acqua e l'impiego dei cani come forma di pressione psicologica. Lo rivela il "Washington Post", citando nuovi documenti sulle torture praticate dai soldati Usa nella prigione irachena. Secondo il giornale statunitense, Sanchez si è ispirato a una lista di 32 tattiche di interrogatorio usate nel centro di detenzione di Guantanamo, che ospita centinaia di presunti terroristi talebani e terroristi di al Qaeda catturati in Afghanistan. Queste pratiche sarebbero state approvate nello scorso settembre. Secondo il Washington Post, un generale inviato in missione ad Abu Ghraib dal Pentagono tornò a Washington proponendo di impiegare la polizia militare per applicare nuovi metodi di pressione sui prigionieri. I documenti ottenuti dal "Washington Post" chiariscono per la prima volta che fino allo scorso ottobre l'applicazione di queste tattiche non era soggetta ad alcuna autorizzazione al di fuori di Abu Ghraib: i carcerieri avevano dunque praticamente mano libera, purché rispettassero l'elenco dei metodi approvati. Successivamente un ufficiale del Comando centrale dell'esercito americano a Tampa fece obiezioni sulle pratiche autorizzate da Sanchez. Di conseguenza il comandante delle forze Usa il 12 ottobre decise di eliminare alcune voci dalla lista delle forme di pressione ammesse e rese sempre necessario il suo via libera finale. Tra le tattiche di pressione depennate dalla lista vi erano l'espropriazione degli oggetti religiosi dei detenuti, l'esposizione a forte luce e gli abusi che ferivano il senso della dignità dei prigionieri. Tra le pratiche che restavano legittime vi era, invece, quella di scegliere i luoghi più inospitali per gli interrogatori, l'intervento sulla dieta dei detenuti, l'imposizione dell'isolamento per oltre trenta giorni, l'impiego dei cani per incutere terrore, il mantenimento dei reclusi in posizioni scomode per tre quarti d'ora. Secondo quanto riferito da fonti ufficiali, Sanchez avrebbe approvato solo uno di questi metodi - l'isolamento a lungo termine - per un totale di 25 volte, tra il 12 ottobre e lo scorso maggio, quando furono definite nuove regole sul trattamento dei detenuti in seguito alla diffusione delle foto sulle torture. L'esercito Usa non ha finora chiarito se questi metodi fossero usati nelle carceri irachene controllate dagli americani anche nel periodo di cinque mesi che va dalla fine dell'intervento militare vero e proprio, nel maggio del 2003, fino all'ottobre scorso. Gli altri articoli della giornata Engineered by Rainet http://www.rai.it/news/articolornews24/0,9...4051526,00.html General Granted Latitude At Prison Abu Ghraib Used Aggressive Tactics By R. Jeffrey Smith and Josh White Washington Post Staff Writers Saturday, June 12, 2004; Page A01 Lt. Gen. Ricardo S. Sanchez, the senior U.S. military officer in Iraq, borrowed heavily from a list of high-pressure interrogation tactics used at the U.S. detention center in Guantanamo Bay, Cuba, and approved letting senior officials at a Baghdad jail use military dogs, temperature extremes, reversed sleep patterns, sensory deprivation, and diets of bread and water on detainees whenever they wished, according to newly obtained documents. The U.S. policy, details of which have not been previously disclosed, was approved in early September, shortly after an Army general sent from Washington completed his inspection of the Abu Ghraib jail and then returned to brief Pentagon officials on his ideas for using military police there to help implement the new high-pressure methods. The documents obtained by The Washington Post spell out in greater detail than previously known the interrogation tactics Sanchez authorized, and make clear for the first time that, before last October, they could be imposed without first seeking the approval of anyone outside the prison. That gave officers at Abu Ghraib wide latitude in handling detainees. Unnamed officials at the Florida headquarters of the U.S. Central Command, which has overall military responsibility for Iraq, objected to some of the 32 interrogation tactics approved by Sanchez in September, including the more severe methods that he had said could be used at any time in Abu Ghraib with the consent of the interrogation officer in charge. As a result, Sanchez decided on Oct. 12 to remove several items on the list and to require that prison officials obtain his direct approval for the remaining high-pressure methods. Among the tactics apparently dropped were those that would take away prisoners' religious items; control their exposure to light; inflict "pride and ego down," which means attacking detainees' sense of pride or worth; and allow interrogators to pretend falsely to be from a country that deals severely with detainees, according to the documents. The high-pressure options that remained included taking someone to a less hospitable location for interrogation; manipulating his or her diet; imposing isolation for more than 30 days; using military dogs to provoke fear; and requiring someone to maintain a "stress position" for as long as 45 minutes. These were not dropped by Sanchez until a scandal erupted in May over photographs depicting abuse at the prison. The Army has never said whether any of the particularly tough tactics that were authorized were used on detainees at Abu Ghraib or the other U.S.-run detention camps in Iraq before October, in the five-month period after the end of major combat operations in May 2003. Officials have said that Sanchez approved the use of only one of the more severe techniques -- long-term isolation -- on 25 occasions after Oct. 12 and before the third set of rules was issued this May. The officials have described the abusive acts committed by Army personnel at Abu Ghraib before and during this time as aberrant activities conducted outside the rules. One of the documents, an Oct. 9 memorandum on "Interrogation Rules of Engagement," which each military intelligence officer at Abu Ghraib was asked to sign, sets out in detail the wide range of pressure tactics approved in September and available before the rules were changed on Oct. 12. They included methods that were close to some of the behavior criticized this March by the Army's own investigator, who said he found evidence of "sadistic, blatant and wanton criminal abuse" at the prison. The document states that the list of tactics in the memorandum is derived from a Sept. 10, 2003, "Interrogation and Counter-Resistance Policy" approved by Combined Joint Task Force-7, which Sanchez directs. While the document states that "at no time will detainees be treated inhumanely nor maliciously humiliated," it permits the use of yelling, loud music, a reduction of heat in winter and air conditioning in summer, and "stress positions" for as long as 45 minutes every four hours -- all without first gaining the permission of anyone more senior than the "interrogation officer in charge" at Abu Ghraib. Although the October document calls attention to the strictures of the Uniform Code of Military Justice, it neither quotes from that statute nor makes any reference to the Geneva Conventions' rules against cruelty and torture involving detainees. Wendy Patten, a lawyer and U.S. advocacy director for Human Rights Watch, said two provisions in the Oct. 9 document are particularly troubling. First, she noted its reference to "dietary manipulation -- minimum bread and water, monitored by medics" as a technique permitted with the approval of the interrogation officer in charge. "This seems a clear violation of the Geneva Conventions, which require daily food rations to have enough quantity, quality and variety to maintain good health, prevent weight loss and prevent nutritional deficiencies," Patten said. She also expressed concern about the policy's blanket approval of "incentive item removal -- regarding religious items" as a tactic that may be used on civilian detainees, which she said appears to conflict with a Geneva Conventions requirement that detainees enjoy "complete latitude in the exercise of their religious duties." Defense Department spokesman Bryan Whitman did not defend these tactics. He said "there are a number of investigations that are looking not only into interrogation procedures and processes, but how they were implemented. The baseline standard for all interrogation as well as the security procedures for holding detainees has always been humane treatment." The list of interrogation options in the document closely matches a menu of options developed for use on detainees held by the U.S. military at Guantanamo Bay and approved in a series of memos signed by top Pentagon officials, including Defense Secretary Donald H. Rumsfeld. In January 2002, for example, Rumsfeld approved the use of dogs to intimidate prisoners there; although officials have said dogs were never used at Guantanamo, they were used at Abu Ghraib. Then, in April 2003, Rumsfeld approved the use in Guantanamo of at least five other high-pressure techniques also listed on the Oct. 9 Abu Ghraib memo, none of which was among the Army's standard interrogation methods. This overlap existed even though detainees in Iraq were covered, according to the administration's policy, by Geneva Convention protections that did not apply to the detainees in Cuba. The documents obtained by The Post, which include memos from Abu Ghraib and statements made by prison officials for the Army's investigation, make clear that this overlap was no accident. No formalized rules for interrogation existed in Iraq before the policy imposed on Sept. 10, one day after Maj. Gen. Geoffrey D. Miller -- who was then in charge of the Guantanamo site -- departed from Iraq. He was accompanied on the Iraq visit by at least 11 senior aides from Guantanamo, including officials from the CIA and Defense Intelligence Agency. While that list of options was subsequently truncated on Oct. 12, some military personnel at the jail told Army investigators that they lacked awareness or understanding of the changes. For example, Spec. Luciana Spencer, a member of the 66th Military Intelligence Group who was removed from interrogations because she had ordered a detainee to walk naked to his cell after an interview, told investigators that the military police did not know their boundaries. "When I began working the night shift I discussed with the MPs what their SOP [standard operating procedure] was for detainee treatment," Spencer said in a statement. "They informed me they had no SOP. I informed them of my IROE [interrogation rules of engagement] and made clear to them what I was and wasn't allowed to do or see." A civilian contractor, Adel Nakhla, an interpreter for military intelligence, told investigators he was briefed on interrogation rules only after being implicated in an abusive event. Yelling at detainees, a technique approved in September that appears to have been dropped in October, was nonetheless used throughout the last quarter of 2003, Army investigators were told. "It's not common but it happens sometimes," Roman Krol, a military intelligence interrogator, told investigators on Jan. 31. "We asked them [military police] if they could come in and randomly yell at the detainee." Moreover, when intelligence officers arranged for military police to help impose some of the more severe tactics, they often failed to specify how to do so, leaving wide latitude for potentially abusive behavior. Steven Anthony Stefanowicz, a civilian interrogator at Abu Ghraib, said, for example, that "the MPs are allowed to do what is necessary to keep the detainee awake in the allotted period of time. . . . I've referred to the MPs to give the detainee his special treatment . . . hence the MPs are not directed when and how this is to be administered." Capt. Donald J. Reese, a member of the 372nd Military Police Company who assigned MPs to work in the isolation tiers, told investigators "it appeared that the MI [military intelligence] tactics were very aggressive and then appeared to taper in intensity as time went along." But the atmosphere at Abu Ghraib was hardly one of strict adherence to the rules, other officials said. A photograph of the pyramid of naked Iraqi detainees -- one of the most notorious portraits of abuse -- was used as a screen saver on a computer in the isolation area where intelligence officers worked, according to Spencer's statement. Some of the rules for U.S. military personnel at the prison made it easy for people to duck responsibility for their actions, a factor that may also have opened the door to abuse. The acronym MI "will not be used in the area," according to an undated prison memo titled "Operational Guidelines," which covered the high-security cellblock. "Additionally, it is recommended that all military personnel in the segregation area reduce knowledge of their true identities to these specialized detainees. The use of sterilized uniforms is highly suggested and personnel should NOT address each other by true name and rank in the segregation area." © 2004 The Washington Post Company http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/artic...-2004Jun11.html




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8 giugno 2004

Iraq, Onu approva all'unanimità nuova risoluzione

New York, 22:55 Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato oggi all'unanimità la nuova risoluzione che disegna il futuro dell'Iraq. Si trattava della quinta bozza. La risoluzione, che ha preso il numero 1546, stabilisce la "piena sovranità" del nuovo governo ad interim iracheno, segna le tappe del processo politico che dovrà portare entro la fine del 2005 all'elezione di un governo costituzionale e stabilisce le modalità per la presenza della forza multinazionale e per la gestione delle operazioni militari a partire dal 30 giugno prossimo. La Repubblica - News U.N. Council Unanimously Adopts Iraq Resolution Tue Jun 8, 2004 05:01 PM ET By Evelyn Leopold UNITED NATIONS (Reuters) - The U.N. Security Council voted unanimously on Tuesday to adopt a U.S.-British resolution that formally ends the occupation of Iraq on June 30 and authorizes U.S.-led troops to keep the peace. In a packed council chamber, the 15-nation body endorsed a "sovereign interim government" in Iraq, following weeks of negotiations and a last minute addition by the United States and Britain on military policy that France and Germany had demanded. "The significance of this resolution ... is to take away the concept of occupation, which I would say was the main reason for many of the difficulties that we have been going through since liberation," Iraqi Foreign Minister Hoghyar Zebari said in New York. The resolution attempts to pave the way for democracy by giving a timetable for elections -- not later than Jan. 31, 2005. It puts Iraq in charge of its oil proceeds and calls for the United Nations to help with elections, a constitution and many other tasks. Control of the 160,000 U.S.-led troops was the most contentious issue in the resolution, which authorizes a multinational force under American command to "use all necessary measures" to prevent violence. The United States pledged "partnership" and coordination with Iraq's leaders but did not agree to give Baghdad a virtual veto over major military offensives as France, Germany, Algeria and others had wanted. However, the resolution gives the Iraqi interim government the right to order U.S. troops to leave at any time and makes clear the mandate of the international force would expire by the end of January 2006. The Bush administration was anxious for a vote early this week on the official transfer of sovereignty so disputes over the resolution did not overshadow a summit of the Group of Eight industrial nations in Sea Island, Georgia. The resolution is expected to help patch up deep divisions on Iraq, prompted by the U.S.-led invasion, opposed by major European nations and most other countries around the world. Many diplomats praised the United States for taking account of their views and not forcing a confrontation. "I think it shows the international community coming together again to support the Iraqi people in their efforts to build a country that rests on the foundations of democracy and freedom and the rights of all," Secretary of State Colin Powell said in Washington. © Reuters 2004. All Rights Reserved.




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8 giugno 2004

Dimenticare Bagdad, Forget Bagdad, di Samir

Visto nel corso del programma ME-DOC della Televisione Svizzera Italiana - TSI1, lunedì 7 giugno, ore 23.25 A cura di Luisella Realini - Forget Baghdad di Samir Un documentario di Samir, interessante autore svizzero, questa settimana a Martedì Notte. Una profonda e appassionata riflessione sui clichès che rappresentano "ebrei" e "arabi" nella storia del cinema. Il percorso politico e privato di alcuni comunisti iracheni d’origine ebrea, rifugiatesi in Israele, dove scoprono di rimanere comunque diversi. (Premiato al Festival di Locarno 2002). Note sull'autore Samir è nato a Baghdad nel 1955, da padre iracheno e madre svizzero-tedesca. All’età di sette anni, a causa del peggioramento della situazione politica irachena, lascia il suo paese per trasferirsi in Svizzera, alla periferia di Zurigo. Dopo aver frequentato per un anno la Scuola d’Arte e aver fatto l’apprendista tipografo, lavora per sette anni come assistente di produzione alla Condor Films, società di produzione pubblicitaria e di film su commissione. Nel 1982 tenta, senza successo, di entrare alla Scuola di Cinema di Berlino; inizia allora a realizzare i suoi film e si avvicina all’impegno politico militando nei movimenti che scuotono la Svizzera degli anni ‘80, partecipando anche alla creazione di laboratori video come Megahertz o di collettivi di video maker come Videoladen e Dschoint Ventschr di Zurigo. Dopo aver realizzato tre lungometraggi di fiction e un documentario, a partire dal 1994 comincia a collaborare con la televisione girando numerosi telefilm. Nello stesso anno, assieme al regista Werner “Swiss” Schweizer diventa direttore della società di produzione Dschoint Ventschr, a tutt’oggi una delle realtà più dinamiche di tutta la Svizzera. Nel 1999 ha smesso di lavorare per la televisione. Filmografia scelta: 2002 Forget Baghdad, 35 mm, 110 Min., Documentary 1998 Projecziuns Tibetanas, Video, 24 Min., Documentary, TvR 1997 La eta knabino, 35 mm, 6 Min., Digital silent feature film 1993 Babylon 2, Video/35 mm, 90 Min., Documentary 1991 Immer & Ewig, Video/35 mm, 90 Min., Experimental video feature film 1988 Filou, 35 mm, 90 Min., Feature film 1986 Morlove, U-Matic, 71 Min., Experimental video feature film 1984 Stummfilm, 16 mm, 18 Min., Feature film. (Fucine Mute Webmagazine) Il cantastorie elvetico intervista a cura di Sarah Gherbitz L’omaggio a Samir è al centro della rassegna Switzerland: another babylon? in programma quest’anno a Alpe Adria Festival e dedicata alla produzione indipendente svizzera. Le sue opere inseguono diverse forme d’espressione, tracciando un elaborato percorso che va dal fumetto al video passando per la scrittura ed il teatro, e da cui emerge una forte attenzione nei confronti dell’universo giovanile "pop" così come ci viene presentato dai media. In tutto sono stati selezionati undici lavori, tra cui Babylon 2 (1993), fortunato documentario sui temi dell’immigrazione e dell’identità ripresi anche nel più recente Forget Baghdad (2002) e che, insieme ad alcune opere dai toni più leggeri come La eta knabino e la favola Angélique, rivelano un cineasta di sorprendente versatilità; oppure un eccezionale "cantastorie"- come scrive nell’introduzione sul catalogo Frédéric Maire, curatore dell’omaggio e co-fondatore del cineclub per bambini La Lanterna Magica - capace di racchiudere più significati all’interno di un solo, rapido, abbagliante frame. Sarah Gherbitz (SG): Come ti sei avvicinato alla sperimentazione video? Samir (S): Ho cominciato a realizzare piccoli video sperimentali nei primi anni ottanta, quando si usavano ancora le cosiddette videocamere amatoriali. Decisi di provare a vedere che cosa potevo fare col digitale perché prima avevo imparato tutto sulla pellicola: ogni volta che compare una nuova tecnologia ne resto colpito e mi piace impararla, voglio capire se ci vado d’accordo oppure no; così comprai una di queste prime videocamere e iniziai a girare. Mi accorsi subito che era molto differente dalla pellicola perché avevo più possibilità di "giocare" con le immagini; allo stesso tempo lo odiavo perché l’immagine non era definita come avviene invece quando si usa la pellicola. SG: Però nei tuoi film l’uso dello split-screening ha un ruolo fondamentale.. S: Anche in passato i primi cinematographers usavano queste tecniche ma era molto difficile lavorarci, perché dovevano ricavare piccole immagini per poi inserirle sulla pellicola, basta pensare a Méliès ed al suo Voyage dans la lune, era pieno di questi piccoli trucchi… Da parte mia, sapevo come effettuare questo passaggio e lo trovavo molto affascinante. In seguito, quando passai al digitale restava pur sempre un problema: l’inquadratura non era nitida come quella della pellicola, non era bello da vedere, non c’era profondità. L’immagine video è sempre molto piatta. Incominciai a pensare come sarebbe stato creare differenti livelli di profondità nell’immagine e nacquero così i primi esperimenti. SG: Nei tuoi film c’è un forte approccio documentaristico, quali sono i registi che ti hanno più influenzato in questo senso? S: Devo dire che mi sento distante dall’approccio documentaristico, mentre è presente l’influsso della nouvelle vague sulle mie opere, penso ad esempio al film Le milieu du monde (1974) di Alain Tanner, dove si racconta della storia d’amore tra un ingegnere svizzero e una cameriera italiana attraverso lo split screening. Ma nei miei film ci sono forti riferimenti anche al neorealismo, ed al cinema "rivoluzionario" di Pasolini e di Francesco Rosi degli anni Sessanta; senza dimenticare Corbucci e gli spaghetti-western di Sergio Leone. SG: Com’è nata l’esperienza della Dschoint Ventschr (la casa di produzione fondata da Samir, nda)? S: Sì, Dschoint Ventschr è il nome scherzoso che abbiamo scelto quando abbiamo avvertito la necessità di metterci insieme: e joint venture significa, per l’appunto, affrontare le avventure insieme. E’ un modo per supportare i giovani talenti del cinema svizzero perché, ai nostri tempi, nessuno ci sostenne. Ora che ce l’abbiamo fatta è giunto il momento per noi di essere generosi e supportare anche gli altri: mi raccomando mettete il link nel vostro website! SG: E com’è questo giovane cinema svizzero? S: La Dschoint Ventschr è specializzata nel produrre nuovi talenti che cercano un nuovo linguaggio nel cinema; per quel che riguarda i contenuti, i film prodotti riuniscono sullo stesso schermo gente, stili di vita e quindi delle culture molto diverse tra loro. Quel che c’interessa non è tanto il cinema mainstream commerciale ma un genere più innovativo, e quindi registi "autori" che creano e sperimentano con il linguaggio. SG: Quali sono i tuoi progetti futuri? S: Sto lavorando ad un film di fiction il cui titolo è Biancaneve (Snow white) dove si racconta di una ragazza della "gioventù dorata" di Zurigo che s’innamora di un famoso cantante, interpretato da Carlos Leal, leader del gruppo hip hop Sens Unik. Si tratta di una riflessione sull’assenza di riferimenti politici nella giovane generazione, specialmente nell’occidente globalizzato. Non mi riferisco ovviamente a quei ragazzi coraggiosi impegnati nel movimento no global, il film parlerà dei giovani che sono coinvolti in club, droga-party e sesso, che hanno insomma un modo cinico di vedere il mondo. Puoi parlare con loro di politica, la conoscono, sono molto intelligenti ma non hanno alternative: sarà un docufilm sulle giovani generazioni. SG: Per concludere, una domanda a Frédéric Maire (FM): come hai conosciuto il cinema di Samir? FM: Anch’io ho fatto alcuni film, quindi ci siamo incontrati al festival di Soleure dove passano tutte le produzioni svizzere e probabilmente i nostri lavori sono stati proiettati nello stesso momento... Ma vorrei dire che ho scoperto Morlove quando era passato a Soleure, è stato veramente uno choc per tutti vedere, ad un tratto, su uno schermo che era abituato a quei documentari non dico pesanti, ma almeno tradizionali, caratterizzati da un certo rigore formale molto elvetico, dicevo vedere questa specie di follia-video che si permetteva tutto, tendente al fumetto ma al tempo stesso ricco di riferimenti cinematografici. Ho l’impressione che tu hai scosso tutta la città di Soleure, e soprattutto il mondo cinefilo che si trovava lì parlava soltanto di questo film perché era diventato un avvenimento assoluto, vedere qualcosa di totalmente diverso e di completamente nuovo; e da lì abbiamo iniziato a parlare, a sentirci di tanto in tanto.. S: Sì, le tecniche di animazione m’interessano proprio in quanto consentono di comporre e scomporre continuamente… Questo vale sicuramente per Morlove; in questo senso fu innovativo, perché sommando alle novità del digitale le potenzialità delle tecniche di animazione alla fine è risultato un film completo. SG: Che cosa intendi quando definisci il montaggio una sorta di morte, di uccisione dell’amata (killin’ you darling, nda)? S: Se si vuol mettere tutto quello che piace davanti alla mdp il risultato non è più un film bensì semplicemente una telecamera di sorveglianza; il principio del filmare consiste nell’eliminare tutto ciò che non usi per il tuo racconto: questo forse è anche la principale differenza che passa tra un web-film e il cinema! (Fucine Mute Webmagazine)




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4 giugno 2004

4 Giugno 1989: Piazza Tienanmen

Cina, tensione e arresti in ricordo della Tienanmen Imponenti misure di sicurezza imposte dal governo cinese tenteranno di far trascorrere nel silenzio il quindicesimo anniversario della strage di piazza Tienanmen, in cui il 3 e 4 giugno del 1989 furono sterminati centinaia - migliaia secondo alcune testimonianze - di giovani e fu annegata nel sangue la protesta studentesca a favore della democrazia. Centinaia di agenti presidiano dalla notte scorsa la piazza e controllano i documenti dei turisti. Un uomo di 50 anni inginocchiandosi a pregare ai piedi del monumento agli eroi del popolo è stato arrestato. Decine di dissidenti sono stati posti agli arresti domiciliari o sono stati allontanati dalla capitale. Come tutti gli anni, una veglia in ricordo dei morti si terrà in serata a Hong Kong, l'ex-colonia britannica roccaforte dei gruppi democratici. Non ci sono notizie, intanto, di Jiang Yanyong, il medico cinese di 72 anni membro del partito Comunista che per primo denunciò l'epidemia di Sars e che a marzo inviò una lettera aperta i dirigenti cinesi chiedendo loro di rivalutare il movimento studentesco del 1989. La figlia Jiang Rui, che vive all'estero, ha denunciato che l'uomo è scomparso insieme alla moglie dalla sua abitazione di Pechino, come le hanno riferito alcuni vicini di casa dei suoi genitori. Il movimento studentesco è stato definito "controrivoluzionario" dal partito Comunista. L'espresso: Pechino,04 giu 2004 -08:38 04 GIUGNO 2004 HUMAN RIGHTS WATCH China: Stifling the Memory of Tiananmen (New York, June 4, 2004) — Fifteen years after the Tiananmen Square massacre, the Chinese authorities are harassing activists to discourage them from publicly discussing the events of June 4, 1989, Human Rights Watch said today. In the days leading up to the anniversary, Chinese security forces have warned, harassed, and intrusively monitored dissidents, writers, academics, and long-time pro-democracy activists. Over the past week, police have ordered some of its critics to leave Beijing. At least one critic was beaten when he tried to leave his home. “The Chinese government is trying to wipe out the memory of Tiananmen Square, but the horror of what happened still resonates inside and outside China,” said Kenneth Roth, Human Rights Watch’s executive director. “We don’t even know exactly who died in the massacre. The Chinese authorities need to punish those responsible, compensate the victims, and allow those who fled the country to return home.” The Chinese government has failed to establish accountability for those who ordered the use of deadly force that killed and injured hundreds of peaceful protesters, Human Rights Watch said. On June 4, 1989, the Chinese government turned its troops and tanks against its own citizens to stop a coalition of students, workers, academics, writers and journalists from peacefully agitating for a pluralistic political system and the freedom to speak their minds. Hundreds of civilians lost their lives in the streets near Beijing’s Tiananmen Square. In recent years, Chinese citizens have called for a reassessment of what the government termed a “counterrevolutionary rebellion,” but the Chinese leadership has refused. To mark the events at Tiananmen Square in 1989, Human Rights Watch has launched a special web page, “Tiananmen, Fifteen Years On.” The new page updates the stories of those labeled “the most wanted” by the Chinese government, and revisits Human Rights Watch’s in-depth reporting on some of the prominent pro-democracy activists during June 4, 1989, and afterwards. Related Material Tiananmen, 15 Years On Special Focus, June 4, 2004 From: http://hrw.org/english/docs/2004/06/03/china8732.htm © Copyright 2003, Human Rights Watch 350 Fifth Avenue, 34th Floor New York, NY 10118-3299 USA




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4 giugno 2004

La liberazione di Roma

Domani se ne va (il manifesto) Avviso urgente per gli onorevoli Nania, Schifani, Cicchitto, Bondi. Il presidente degli Stati Uniti manda a dire: «Vorrei ricordarvi che noi abbiamo valori comuni. Il più importante è la libertà di espressione. Manifestare il dissenso è un segno sano e positivo della democrazia». George Bush, Tg1, ore 20, 2 giugno (l'Unità)

  • l'Unità: Gli eventi nella Capitale minuto per minuto
  • La Repubblica: la diretta della visita
  • Articolo21: Osservatorio sulle manifestazioni




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  • 3 giugno 2004

    2 Giugno 2004: Repubblica, Tricolore, Liberazione... da Sinistra

    Mi pongo alcune domande. La sinistra italiana, parlo di PCI e PSI, per tutti gli anni '50 e '60 è stata tutt'altro che pacifista e anti-italiana. Le parate militari si tenevano in tutte le città, compresa Milano, erano affollatissime (pure quella quando arrivò De Gaulle, che marciò trionfalmente a mo' di novello Napoleone passando sotto l'Arco della .... PACE) Il PCI ha sempre avuto la bandiera tricolore a fianco di quella rossa con falce e martello. Le Forze Armate Repubblicane erano considerate il baluardo per difendere la democrazia, neonata, dai rigurgiti fascisti: se ne chiedeva un'ammodernamento e la depurazione dall'eccessiva presenza di comandi ancora legati al fascismo, cosa che in gran parte è avvenuta. La Festa della Repubblica, era la festa di tutti i cittadini, festa della Repubblica Democratica nata dalla Resistenza. E questo, nonostante la 'reazione' antiretorica e antipatriottarda degli anni '70, è rimasto, se è vero che ieri a Radio Popolare hanno intervistato alcuni tra i moltissimi, dicevano, partecipanti alla parata di Roma, tra cui anche 'pacifisti'. Dicevano: è una festa, la guerra è un'altra cosa. Io starei attento ai possibili boomerang che possono colpire la sinistra dopo Zapatero. Piaccia o meno, ONU e USA/UK stanno riuscendo a formare un governo in Iraq, a tal punto 'libero' che già iniziano 'azioni di lobby' per strappare sempre maggiore autonomia. Una sinistra che mantenga fede ai propri principi (quelli della Resistenza, ad esempio) non puo' scrollarsi dalle spalle questa verità. Giusto è stato dire un chiaro NO dopo l'ammissione di responsabilità degli USA sulle torture, ma attenzione alla politica degli struzzi! Si è scritto a suo tempo che in Spagna Zapatero avrebbe vinto perchè Aznar aveva mentito alla nazione: attenzione che non succeda anche da noi, ma a rovescio. Ieri eravamo tutti col fiato sospeso in attesa di eventi: ce n'è stato qualcuno, grave, ma non tale da poter far dire che ieri, 2 giugno 2004, la democrazia in Italia è stata messa a repentaglio. Anzi! Ma allora che la Sinistra RIVENDICHI questo, invece di lasciar dire cose a Fini!!! Così come domani: Bush è quello che è, ma ha già messo avanti le mani affermando ad esempio che gli Iracheni che resistono hanno la sua comprensione... Vogliamo passare noi, della Sinistra italiana, per ... nemici della resistenza? della libertà, anche di quella ripristinata 60 anni fa con le armi (americane, inglesi, francesi (più in là russe) e dei partigiani italiani) ??????????? Anche in Blog Trotter Monitor Scrive Panther La nostra festa nonostante tutto Cosa si celebra oggi? Si celebra la vittoria referendaria del 2 giugno 1946, la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Certo, questa festa non mi sembra tanto sentita dal popolo forse perché, fatta l' Italia, quando mai sono stati fatti gli italiani? E così, tra qualche parata militare che fa sembrare questa festa solo la festa delle Forze Armate e le contestazioni dei pacifisti che si preparano ad "accogliere" Bush, questa giornata scivolerà via inutilmente, senza lasciare alcuna traccia nella coscienza dei cittadini italiani. Già, questi italiani così rincoglioniti, così dediti al Grande Fratello, alla Fattoria o a non so quale altra cazzata mediatica, sembrano aver perso ogni fiducia e ogni speranza prima di tutto in sé stessi, certo, lavorano, si divertono, studiano, ma la maggior parte di loro è intenta solo a curare il proprio particulare e nulla più. Per me, comunque, è un giorno di festa, di memoria, di impegno, come non entusiasmarsi al ricordo della vittoria della Resistenza e della Repubblica? Quella Repubblica che aveva sognato il Mazzini, per cui avevano lottato i migliori patrioti del Risorgimento e della Resistenza. Quella Repubblica dal 2 giugno 1946 esiste, nonostante abbia visto quasi cinquant' anni di "democrazia bloccata", nonostante oggi sia ancora preda delle imperanti demagogie contrapposte, nonostante i valori repubblicani vengano quotidianamente calpestati. Non mi piace quest' Italia, né moralmente, né politicamente, non mi piace perchè l' italiano medio è superbamente descritto dall' omonima canzone degli Articolo 31, non mi piace perché, essendo un italiano vero, ogni mattina ho voglia di cantare: "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo, per fortuna o purtroppo, per fortuna, per fortuna lo sono". Ma è inutile scomodare Gaber o Cutugno, non ci resta che continuare a lottare per questa Repubblica, per questi Italiani: "Fratelli d' Italia, l' Italia s' é desta......" Il conformistaSuggerirei a qualcuno di rivedersi IL CONFORMISTA Abbondano conformisti, di destra e di sinistra, guerrafondai e pacifisti. Provare ad esprimere un pensiero in proprio, magari anti-conformista ? troppa fatica ? meglio l'IKEA del pensiero ? http://www.imdb.com/title/tt0065571




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    2 giugno 2004

    Terrorismo e Petrolio, Obiettivi di Osama Bin Laden e 'Quella voce italiana' ...

    Quella voce italiana accanto ai terroristi di MAGDI ALLAM Mentre Antonio Amato è stato barbaramente sgozzato in Arabia Saudita dai terroristi di Al Qaeda, altri italiani, secondo fonti dei nostri servizi segreti, parteciperebbero attivamente al fianco della sedicente Resistenza irachena nell'uccisione dei nostri connazionali in Iraq. Una realtà spietata dei terrorismi islamico e internazionale uniti dal collante ideologico dell'antiamericanismo e dell’antiebraismo. La dimensione globalizzante della strategia del terrore è tangibile dall'acuirsi dell'offensiva in Arabia Saudita non appena la situazione in Iraq ha registrato un parziale contenimento delle forze sunnite e sciite contrarie alla stabilizzazione, pacificazione e democratizzazione del Paese. Perché il livello dello scontro deve restare alto. Sia per costringere gli americani a impegnare le proprie forze sui vari fronti. Sia per alimentare una tensione ideologica che incentivi la conversione e l'arruolamento alla guerra santa contro l'America del maggior numero possibile di combattenti dentro e fuori il mondo islamico. Perché in definitiva c'è un vasto consenso, anche in Occidente, attorno all'obiettivo politico della sconfitta degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che consentirebbe a bin Laden di realizzare il sogno della presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica. La saldatura tra il terrorismo islamico e internazionale è documentata nel video, mai diffuso in pubblico, dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi il 14 aprile scorso. In esso, stando alla rivelazione di una fonte dei nostri servizi segreti, quando Quattrocchi fu consapevole della sua imminente esecuzione, disse: «Ora vi faccio vedere io come muore un italiano». A questo punto Quattrocchi tentò di togliersi il cappuccio che gli copriva la testa chiedendo: «Posso?». Ebbene, uno dei sequestratori, in perfetto italiano, gli rispose: «Neanche per sogno». Un'espressione che, secondo gli esperti dell'intelligence, appartiene a qualcuno che è di madrelingua italiana. Si comprende bene come il vero motivo per cui la rete televisiva araba "Al Jazira" rifiutò di trasmettere quel video, è perché svela la presenza di un italiano tra i terroristi della sedicente «Brigata Verde» che ha rivendicato il sequestro dei nostri quattro connazionali. Ugualmente non si comprenderebbe come i terroristi abbiano consentito a Salvatore Stefio, nel secondo video trasmesso il 26 aprile scorso, di fare un discorso elaborato in italiano se tra loro non ci fosse stato qualcuno che conosce bene l'italiano. In quell'occasione Stefio disse con chiaro intento rassicurante: «Fino a ora non abbiamo avuto nessun problema con loro. Mangiamo regolarmente e non abbiamo avuto nessun tipo di maltrattamento fisico. Ogni richiesta per migliorare la nostra permanenza qui con loro solitamente ci viene accordata». Quasi a voler esaltare il volto umano dei terroristi. Un testo che è stato probabilmente dettato e imposto da un sequestratore di madrelingua italiana. Un'altra prova sonora testimonierebbe la presenza di italiani anche tra le fila dei miliziani sciiti dell'Esercito Al Mahdi del ribelle Moqtada al Sadr. Anche in questo caso si tratta di un'operazione condotta contro degli italiani, costata la vita al caporale dei Lagunari Matteo Vanzan lo scorso 16 maggio a Nassiriya. In un Dvd in arabo che celebra le gesta belliche dei miliziani che attaccarono i nostri soldati, a un certo punto si sentirebbe una voce che in italiano chiede: «Vuoi vedere?». Una domanda che lascerebbe supporre la presenza di almeno due persone che parlano l'italiano. La realtà di una centrale del terrorismo islamico e internazionale riecheggia anche dall'affinità del lessico colorito riservato al nostro presidente del Consiglio. «Sciocco e superbo», è stato definito ieri nel comunicato diffuso via Internet da Abdel Aziz Al Moqrin, presunto capo di Al Qaeda in Arabia Saudita. «Retrogrado» o «ritardato mentale», era stato qualificato dalla risoluzione strategica di Al Qaeda «L'Iraq della Jihad: speranze e pericoli», diffusa l'8 dicembre 2003. Profondo disprezzo personale e accesa ostilità politica nei confronti di Berlusconi sono presenti anche nei comunicati della «Brigata Verde» e della sedicente «Resistenza irachena». Con un livello di conoscenza della nostra politica interna difficilmente acquisibile se non da un esperto italiano. Questa globalizzazione del terrorismo è un indubbio successo di Bin Laden. A tal punto serio e temibile da indurre il principe ereditario saudita Abdallah, secondo notizie riservate e attendibili, a trattare con Bin Laden un'intesa segreta per prevenire il tracollo della monarchia. Facendo leva sulla comune ostilità all'America e a Israele. Ciò che gli avrebbe fatto dire, all'indomani del massacro di sei stranieri a Yanbu lo scorso primo maggio, rivendicato da Al Qaeda, che «il sionismo è dietro il terrorismo nel nostro Paese». E' un dato di fatto che Bin Laden si è finora sempre astenuto dall'attaccare personalmente Abdallah, ribattezzato il «Principe rosso» per i suoi legami familiari con il presidente siriano Assad e per le sue esplicite simpatie panarabe. Altre fonti indicano tuttavia che la famiglia reale saudita avrebbe pronto un piano di fuga all'estero. Ciò spiegherebbe la tendenza al forte rialzo del prezzo del greggio, destinato a sforare i 40 dollari a barile, nonostante il mercato ne sia saturo. Gli operatori sono estremamente preoccupati per la sorte dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e del Kuwait, tre Paesi in bilico che detengono complessivamente metà delle riserve mondiali di greggio. Se Bin Laden dovesse riuscire nel suo intento, il prezzo del barile potrebbe schizzare a 100 dollari. A quel punto sarà lui a dettare le condizioni politiche ed economiche all'Occidente. Magdi Allam 31 maggio 2004 - Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind DA CORRIERE.IT http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/...o/31/voce.shtml


    EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
    EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
    Roma, 22:31 Iraq, video Quattrocchi: Al Jazeera nega voce in italiano "Neanche per sogno. Assolutamente no". Imahad El Attrache, caporedattore di Al Jazeera, ha escluso in maniera categorica le indiscrezioni che si sono rincorse in questi giorni sul fatto che nel video che ritrae la morte dell'ostaggio italiano in Iraq Fabrizio Quattrocchi fosse possibile ascoltare la voce di qualcuno parlare in italiano. La smentita del giornalista della tv satellitare araba è stata data questa sera nel corso della trasmissione "Ballarò". Il caporedattore di Al Jazeera, l'emittente che è in possesso del video (e che non l'ha mai trasmesso) ha ribadito che le uniche parole che si sentono in italiano sono quelle pronunciate dallo stesso Quattrocchi prima di morire. http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/rep_nazionale_n_718002.html Anche in Blog Trotter Monitor




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    1 giugno 2004

    Torture 'in casa', ovvero abituali nelle carceri USA

    America's Abu Ghraibs By BOB HERBERT Published: May 31, 2004 Most Americans were shocked by the sadistic treatment of Iraqi detainees at the Abu Ghraib prison. But we shouldn't have been. Not only are inmates at prisons in the U.S. frequently subjected to similarly grotesque treatment, but Congress passed a law in 1996 to ensure that in most cases they were barred from receiving any financial compensation for the abuse. We routinely treat prisoners in the United States like animals. We brutalize and degrade them, both men and women. And we have a lousy record when it comes to protecting well-behaved, weak and mentally ill prisoners from the predators surrounding them. Very few Americans have raised their voices in opposition to our shameful prison policies. And I'm convinced that's primarily because the inmates are viewed as less than human. Stephen Bright, director of the Southern Center for Human Rights, represented several prisoners in Georgia who sought compensation in the late-1990's for treatment that was remarkably similar to the abuses at Abu Ghraib. An undertaker named Wayne Garner was in charge of the prison system at the time, having been appointed in 1995 by the governor, Zell Miller, who is now a U.S. senator. Mr. Garner considered himself a tough guy. In a federal lawsuit brought on behalf of the prisoners by the center, he was quoted as saying that while there were some inmates who "truly want to do better . . . there's another 30 to 35 per cent that ain't fit to kill. And I'm going to be there to accommodate them." On Oct. 23, 1996, officers from the Tactical Squad of the Georgia Department of Corrections raided the inmates' living quarters at Dooly State Prison, a medium-security facility in Unadilla, Ga. This was part of a series of brutal shakedowns at prisons around the state that were designed to show the prisoners that a new and tougher regime was in charge. What followed, according to the lawsuit, was simply sick. Officers opened cell doors and ordered the inmates, all males, to run outside and strip. With female prison staff members looking on, and at times laughing, several inmates were subjected to extensive and wholly unnecessary body cavity searches. The inmates were ordered to lift their genitals, to squat, to bend over and display themselves, etc. One inmate who was suspected of being gay was told that if he ever said anything about the way he was being treated, he would be locked up and beaten until he wouldn't "want to be gay anymore." An officer who was staring at another naked inmate said, "I bet you can tap dance." The inmate was forced to dance, and then had his body cavities searched. An inmate in a dormitory identified as J-2 was slapped in the face and ordered to bend over and show himself to his cellmate. The raiding party apparently found that to be hilarious. According to the lawsuit, Mr. Garner himself, the commissioner of the Department of Corrections, was present at the Dooly Prison raid. None of the prisoners named in the lawsuit were accused of any improper behavior during the course of the raid. The suit charged that the inmates' constitutional rights had been violated and sought compensation for the pain, suffering, humiliation and degradation they had been subjected to. Fat chance. The Prison Litigation Reform Act, designed in part to limit "frivolous" lawsuits by inmates, was passed by Congress and signed into law by Bill Clinton in 1996. It specifically prohibits the awarding of financial compensation to prisoners "for mental or emotional injury while in custody without a prior showing of physical injury." Without any evidence that they had been seriously physically harmed, the inmates in the Georgia case were out of luck. The courts ruled against them. This is the policy of the United States of America. Said Mr. Bright: "Today we are talking about compensating prisoners in Iraq for degrading treatment, as of course we should. But we do not allow compensation for prisoners in the United States who suffer the same kind of degradation and humiliation." The message with regard to the treatment of prisoners in the U.S. has been clear for years: Treat them any way you'd like. They're just animals. The treatment of the detainees in Iraq was far from an aberration. They, too, were treated like animals, which was simply a logical extension of the way we treat prisoners here at home. Copyright 2004 The New York Times Company




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