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29 maggio 2004

Fecondazione proibita: intervista ad Emma Bonino su Repubblica

Intervista ad Emma Bonino: la sinistra appoggerà il referendum "I diritti vanno difesi o si rischia anche la legge sull'aborto" "Se non fermiamo questa legge si torna indietro di trent'anni" di SILVANA MAZZOCCHI Emma Bonino ROMA - "La legge sulla fecondazione assistita è sbagliata e pericolosa e il referendum è l'unico strumento possibile per cancellarla o correggerla. Altrimenti il prossimo atto sarà la revisione della legge sull'aborto. E torneremo indietro di trent'anni". Ha la passione consueta Emma Bonino, lo stesso ardore che mette da sempre in tutte le sue battaglie per la difesa dei diritti umani; in Italia per il divorzio, per l'aborto, per l'utilizzazione delle cellule staminali, in Egitto per combattere l'infibulazione, a Saana nello Yemen per l'affermazione della democrazia. "Andremo avanti", promette, "e se ora la sinistra non ne vuol sapere dei referendum perché, con le elezioni alle porte, deve privilegiare gli equilibrismi interni, dopo si dovrà svegliare. E sono certa che entro il 30 settembre ce la faremo. Bisogna spezzare questa catena di proibizionismi che via via sta strozzando i diritti individuali. Non si può più fumare, è no allo spinello, non si può parlare di eutanasia, non è stato varato il divorzio veloce, non è in commercio la pillola del giorno dopo, quella Ru486 che in Francia si distribuisce nelle scuole". Lei ripete spesso che negli anni Settanta la situazione era migliore. Che c'era più mobilitazione collettiva, una maggiore richiesta di diritti. "Adesso i diritti si danno per acquisiti e l'Italia è come assopita, imbambolata. Invece i diritti civili vanno difesi, sempre, come la democrazia. Quello che sta accadendo mi preoccupa, c'è una distanza enorme tra politica e cittadini. Da una parte c'è un paese che non è mai stato così laico: ci si separa, le famiglie si ridefiniscono e il rapporto con il proprio corpo è più libero. Dall'altra c'è una classe politica scollata, distante. E le persone non rispondono collettivamente, non pretendono che le istituzioni ascoltino e soddisfino i bisogni di libertà. Si limitano a pensare individualmente, si arrangiano, lasciano la politica fuori dalla porta di casa. Il contrario di quanto accadeva trent'anni fa, quando la richiesta alle istituzioni era pressante e collettiva". Come è approdata a questa ultima battaglia? "Ho cominciato a occuparmi di ricerca scientifica e di biotecnologie già a metà degli anni Novanta, quando diventai Commissario europeo all'aiuto umanitario. Qualche tempo dopo si ammalò mio cognato e come spesso avviene nella mia vita, per motivi personali la teoria si è trasformata in qualcosa di dolorosamente concreto, fatto di sangue, carne e ossa. Nel 2000 ho incontrato Luca Coscioni; ricordo ancora che, ascoltando la prima volta la sua voce, computerizzata e metallica, ne rimasi profondamente colpita. E un misto di emozione e ragione mi ha spinto a impegnarmi ancor di più per la difesa dei nuovi diritti. Così, nel 2001, cominciammo a occuparci di questi temi anche nella campagna elettorale. Era chiaro fin da allora che stavamo andando verso una libertà individuale controllata". Vuol dire che già prevedeva una legge sbagliata sulla procreazione assistita? "Era evidente che anche l'Italia, come il resto d'Europa, avrebbe dovuto darsi una normativa sulla questione. Ma, mentre l'Inghilterra si preparava a scegliere la libertà di ricerca scientifica e anche la Svezia andava nella stessa direzione, nel nostro paese, nulla. Niente dibattito, nessuna discussione. Noi radicali, come sempre, eravamo interessati ai diritti, a contrastare l'equazione: peccato uguale reato, ma non riuscimmo neanche a far prendere posizione ai partiti. Ricordo che Berlusconi D'Alema e Rutelli si espressero in modo analogo, usando quasi le stesse frasi. Dicevano: adesso siamo in campagna elettorale e non si parla di questi argomenti. Qualche tempo dopo la legge è arrivata, crudele e malfatta". Lei diventò commissario europeo nel ?94, con Berlusconi. Adesso vuole cancellare una legge del suo governo. "Berlusconi non mi voleva nominare commissario, è noto. Fu Pannella ad imporglielo. E' però vero: nel'94 gli slogan di Forza Italia erano almeno in parte liberali e modernizzatori. Ma nel 2001 erano già spariti e in seguito si è perso tutto: non ci sono state le riforme economiche e, soprattutto, è scomparsa ogni laicità. Basta vedere questa legge e il proibizionismo generalizzato". Emma Bonino ce l'ha con Berlusconi, ma anche con la sinistra. "L'atteggiamento dei partiti, di fronte alla questione dei diritti, è tendenzialmente comune. E la risposta è sempre la stessa. Aspettiamo, vediamo... Si ripete che per vincere un referendum "ci vuole ben altro" e questo maschera un no sostanziale. Come con il "cerchiobottismo": si pratica un difficile gioco di equilibri per non scontentare nessuno. Senza chiarezza". Se è così, come mai crede di poter portare a casa le firme necessarie per i referendum? "Il nostro problema non è la raccolta delle firme, ma gli autenticatori. Che sono i consiglieri comunali e i consiglieri provinciali. La sinistra ne ha centocinquantamila; se dopo le elezioni si darà da fare, bastano due giorni e in un fine settimana il gioco è fatto". (29 maggio 2004)




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24 maggio 2004

Yosef Lapid: Quando vedete una donna anziana pensate a vostra nonna

l'Unità, 24 Maggio 2004. Per Rafah un ministro israeliano accusa: «Atti disumani» di Umberto De Giovannangeli Ai suoi colleghi di governo racconta di essere rimasto scioccato vedendo in Tv le immagini di una donna anziana di Rafah che frugava fra le macerie della sua casa distrutta alla ricerca di medicinali. «Mi ha ricordato mia nonna», spiega Yosef Lapid, ministro della Giustizia israeliano e leader del partito laico di centro Shinui.. La nonna di Lapid, morta nel campo di concentramento di Auschwitz, venne cacciata da casa dai nazisti. Lo stesso ministro, allora ragazzino, è un sopravvissuto della Shoah. Una immagine che diversi colleghi di Lapid hanno inteso come un parallelo con quanto avvenuto durante l’Olacausto, una ferita sempre aperta in Israele. Sdegnati, il premier Sharon e i ministri (Likud) dell’Economia e degli Esteri Benyamin Netanyahu e Silvan Shalom hanno subito attaccato Lapid, esigendo una ritrattazione. «Sono commenti inaccettabili, intollerabili che aggiungono altro combustibile alla campagna incendiaria» contro Israele, sarebbe esploso Sharon, stando a fonti vicine al premier. All’uscita dalla riunione, Lapid ha cercato di smorzare la polemica, precisando di non aver voluto operare alcun parallelo fra i soldati israeliani e i militari nazisti. «Non mi riferivo ai tedeschi, non mi riferivo all’Olocausto», spiega il leader di Shinui (terza forza politica d’Israele): «ma quando vedete una donna anziana - aggiunge alla radio statale - pensate a vostra nonna». Il guardasigilli ha però ribadito le critiche di fondo. «Ho detto - insiste Lapid - che siamo una nazione civile, che siamo ebrei, e che abbiamo un obbligo morale al di sopra delle esigenze di sicurezza: se continuiamo così saremo espulsi dalle Nazioni Unite e i responsabili saranno processati all’Aja». Il vice premier non ha dubbi: «Le demolizioni di case a Rafah devono cessare. È disumano, non è ebraico, e ci crea danni gravi nel mondo», rimarca in una intervista televisiva. E tornando sulla immagine dell’anziana donna palestinese tra le rovine della sua casa, Lapid afferma: «Non c’è perdono per chi tratta una donna anziana in questo modo».




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12 maggio 2004

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, Iraq-Bolzaneto

Il Manifesto, 12 Maggio 2004: Torture a Bolzaneto «In 47 a giudizio» Sotto accusa poliziotti, carabinieri, infermieri e medici della caserma in cui furono portati i fermati del G8. In mancanza del reato di tortura in Italia i magistrati ricorrono alla convenzione europea sui diritti dell'uomo AUGUSTO BOSCHI GENOVA Costretti a rimanere in piedi, per ore, con le mani alzate; ragazze obbligate a spogliarsi davanti a personale maschile per la visita medica con sottofondo di commenti da caserma; e poi pestaggi gratuiti e umiliazioni in un repertorio di violenza senza giustificazione perché inflitta a chi non può nuocere, a chi è prigioniero. Sembrano scene da un carcere iracheno, e invece sono solo alcuni frammenti di quanto avvenne a Bolzaneto, nella caserma adattata a centro di prima detenzione per i manifestanti che, nel luglio del G8 di Genova, venivano fermati dalle forze dell'ordine. Le denunce su quanto era avvenuto nella caserma sede del reparto mobile di Genova costituirono il «la» per un'inchiesta che i magistrati del pool genovese hanno sigillato ieri con la richiesta di rinvio a giudizio per 47 funzionari e dirigenti delle forze dell'ordine. Le accuse sono, a vario titolo, di abuso d'ufficio, minacce, violenza, percosse, omessa denuncia, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti. Ma i magistrati vanno oltre e citano l'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che parla di tortura e dice espressamente che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». E, sempre su Il Manifesto di oggi, il Ecco i manuali dei torturatori Usa Le tecniche, già usate in Vietnam e Honduras, in due documenti declassificati nel `97 Sevizie collaudate Un'inchiesta del Washington Post rivela: nel «centro di interrogatorio segreto della Cia» in Afghanistan «coloro che rifiutano di cooperare sono talvolta tenuti in piedi o in ginocchio per ore, con la testa coperta da un cappuccio nero». In nome della «guerra al terrorismo» sono stati costruiti centri di detenzione segreti, tutti preclusi a pubbliche inchieste MANLIO DINUCCI Di fronte alle immagini degli «abusi» avvenuti nella prigione irachena di Abu Ghraib, il presidente Bush ha avuto «una reazione di profondo disgusto e incredulità sul fatto che chi indossa la nostra uniforme possa compiere atti così vergognosi e raccapriccianti» (The New York Times, 11 maggio). Eppure, in qualità di comandante supremo delle forze armate, egli dovrebbe essere a conoscenza dei manuali che insegnano tali tecniche ai militari. Due di questi sono stati declassificati (anche se con alcune parti cancellate) il 24 gennaio 1997, durante l'amministrazione Clinton, in seguito a una azione legale intrapresa dal giornale The Baltimore Sun. Sono lo Human Resource Exploitation Training Manual - 1983, usato dall'esercito Usa in particolare per le operazioni in Honduras, e il Kubark Counterintelligence Interrogation - 1963, un manuale usato dalla Cia in Vietnam, su cui si basa quello del 1983. Le analogie con le tecniche impiegate ad Abu Ghraib sono impressionanti. Il manuale del 1983 insegna che «i sospetti devono essere denudati e bendati» e che «le stanze degli interrogatori devono essere senza finestre, buie, acusticamente isolate e senza toilet». Poiché «il senso di identità di una persona dipende dal continuo contatto con ciò che la circonda», la detenzione deve essere «pianificata per dare al soggetto la sensazione di essere tagliato fuori da qualsiasi cosa conosca e lo rassicuri». Occorre però evitare che «la detenzione divenga monotona al punto tale da far diventare il soggetto apatico». Vanno quindi usati in continuazione «metodi di rottura che lo disorientino e gli incutano sensazioni di paura e impotenza». Tra questi, improvvisi interrogatori ed «esami medici in tutte le cavità del corpo». Dalla «privazione degli stimoli sensoriali» si passa alle «minacce» che devono essere «espresse freddamente», in quanto «espressioni di ira da parte degli inquirenti sono spesso interpretate dal soggetto come timore di un fallimento e rafforzano in lui la volontà di resistere». Se il soggetto resiste, «la minaccia deve essere attuata, altrimenti la successiva si rivelerà inefficace». Il manuale affronta quindi il capitolo del «dolore», avvertendo che, «quando è inflitto dall'esterno, può rafforzare la volontà del soggetto di resistere». Il metodo più efficace è quello che sia «lui stesso a procurarsi il dolore che sente». Ad esempio, «se il soggetto è costretto per lungo tempo a mantenere una posizione rigida, come quella dell'attenti, o stare seduto in posizione scomoda su uno sgabello, la fonte immediata del dolore non è l'inquirente ma lui stesso: il suo diviene quindi un conflitto interno». La situazione del prigioniero incappucciato che, ad Abu Ghraib, è costretto a stare in equilibrio su una scatola con in mano degli elettrodi che gli danno la scossa se mette i piedi in terra, altro non è che una variante di questa tecnica. Anche se il manuale, prima di essere declassificato, è stato corredato da un cappello in cui si definisce illegale la tortura, esso contiene due riferimenti all'uso di scosse elettriche negli interrogatori. Avverte infatti che è necessaria l'approvazione del comando «se devono essere usati nell'interrogatorio metodi medici, chimici o elettrici per ottenere acquiescenza». E, nel dare istruzioni sulla preparazione della «stanza degli interrogatori» che «deve essere conosciuto in anticipo qual è l'impianto elettrico, così che i trasformatori e altri apparecchi siano a portata di mano se necessario». Prima che in Iraq, queste tecniche di interrogatorio sono state usate dall'esercito e dai servizi segreti statunitensi in Afghanistan. Lo conferma una inchiesta compiuta dal Washington Post (26 dicembre 2002): nel «centro di interrogatorio segreto della Cia», all'interno della base aerea di Bagram in Afghanistan, «coloro che rifiutano di cooperare sono talvolta tenuti in piedi o in ginocchio per ore, con la testa coperta da un cappuccio nero. A volte sono tenuti in dolorose posizioni e privati del sonno per ventiquattrore con continui lampi di luce. Mentre il governo statunitense condanna pubblicamente l'uso della tortura, ciascuno degli attuali funzionari della sicurezza nazionale, da noi intervistati, ha difeso l'uso della violenza contro i prigionieri come giusta e necessaria». Ciò che è emerso in Iraq non è dunque frutto di una deviazione dalle norme ad opera di pochi militari indegni, ma di un metodo scientificamente studiato cui vengono addestrati i militari. Ed è solo la punta dell'iceberg. Secondo The Washington Post (11 maggio), «nella costellazione mondiale di centri di detenzione, molti dei quali segreti e tutti preclusi a pubbliche inchieste, costituiti dalle forze armate Usa e dalla Cia in nome del controterrorismo», vi sono «oltre 9.000 prigionieri, senza alcun diritto legale». Quali siano in questi centri di detenzione le tecniche di interrogatorio, è facile immaginarlo.




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5 maggio 2004

L’Italia è il paese al primo posto in Europa per presenza di donne immigrate infibulate

della serie quante volte perchè si possa parlare di tortura ?, ecco la legge contro l'infibulazione, modello casa delle libertà: Infibulazione, la legge passa alla Camera ma niente asilo per chi la fugge Melting Pot da L'Unità del 5 maggio 2004 5 maggio 2004 Le donne che vogliono fuggire dal loro paese per sottrarre se stesse o le proprie figlie all’infibulazione non avranno diritto di asilo in Italia. L’ha deciso martedì la maggioranza di centrodestra alla Camera votando un emendamento che sopprime l’articolo 5 della proposta di legge contro la mutilazione dei genitali femminili. I voti a favore della legge sono stati 225, 176 quelli contrari e 6 astenuti. Il testo - che era unificato all’origine e poi trasformato dal centrodestra - adesso torna al Senato. Alle fine della discussione in aula gli articoli soppressi erano nove, «un testo praticamente snaturato» ha detto Barbara Pollastrini dei Ds. La motivazione della soppressione dell’articolo 5, all’inizio, era stata spacciata come mancanza di copertura economica. Strada facendo, invece, sono venuti fuori anche «motivi politici di merito». In realtà il voto di martedì è figlio della stessa maggioranza che non ritiene la tortura un reato se non è ripetuta più volte, che è stata seriamente tentata di usare i cannoni contro gli immigrati e che ha votato una legge sulla fecondazione assistita fortemente penalizzante per le donne e la loro salute. Capita così che si vota una legge che vieta con pene durissime, dai 6 ai 12 anni di carcere, chi pratica l’infibulazione - anche quella cosiddetta "soft" o puntura di spillo, una pratica alternativa proprio per evitare l'amputazione rituale irreversibile, ndr - in Italia, ma non si concede asilo a chi fugge dal suo paese per sottrarsi ad un rito che è nato prima dell’Islam, non affonda radici in alcun credo religioso e massacra il sesso e la sessualità delle donne. La ministra per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, nei mesi scorsi vendeva la legge attualmente in discussione come un importante passo in avanti contro «un’offesa inaccettabile all’integrità fisica delle donne, un rito imposto alle bambine che viola i loro più elementari diritti umani e che spesso è causa di malattie e menomazioni permanenti all’apparato genitali». Martedì la stessa ministra si è detta «orgogliosa» del lavoro svolto sul testo di legge e di fronte alla cancellazione dell’articolo 5 ha cercato di buttare giù uno straccio di motivazione che ha fatto infuriare ancora di più l’opposizione. Ha spiegato che la questione dell’asilo «non è archiviata dalla Casa delle libertà ma è talmente importante e delicata che non può che essere affrontata nella sua sede naturale in maniera organica e approfondita e non frettolosamente in un provvedimento che nasce con altre finalità». Poi, facendo ondeggiare con delicatezza la sua folta chioma ha invitato l’opposizione a riconsiderare le proprie posizioni, anche per «dimostrare che su temi come questi il parlamento non si divide». Un intervento, il suo, ritenuto una vera e propria «provocazione» dalla minoranza in Parlamento. «Impossibile discutere con questa maggioranza così ottusa e chiusa», ha sentenziato Barbara Pollastrini. Lo scontro in realtà non è questione di ieri: già giovedì i due poli si sono fronteggiati. Ad An, poi, questa legge quando ancora era in discussione alla Commissione Affari sociali e Giustizia della Camera, non andava per niente giù: Giulio Conti ripeteva che nel testo non si spiegava neanche cosa fossero le mutilazioni sessuali. È il pallino fisso della precisione a caratterizzare questa maggioranza: anche sulla tortura è andata così. Bisognava specificare, spiegare bene, cosa doveva intendersi per tortura. Alla fine hanno chiarito che non una ma almeno due, tre o quattro volte deve essere inflitta su una persona, altrimenti che tortura è? Allora, a voler essere precisi il termine «infibulazione» deriva dal latino «fibula», spilla. È una procedura mutilativa nella quale la vagina è parzialmente chiusa (in alcuni paesi lo è totalmente) approssimativamente all’altezza delle metà delle grandi labbra. Viene praticata in 40 paesi sulle bambine. Due milioni ogni anno le bambine infibulate, 140 milioni nel mondo le donne ferite. Colpite nella loro sessualità, una pratica nata per controllarle, per proteggere gli uomini dal tradimento. È lo sposo, o sono le parenti della sposa, alla vigilia del matrimonio ad aprire con un coltello parte della vagina, per permettere i rapporti sessuali. Dopo il parto si richiude. L’Italia è il paese al primo posto in Europa per presenza di donne immigrate infibulate: sono circa 40mila, mentre sono 5mila le bambine che la rischiano. La legge firmata centrodestra prevede programmi di sensibilizzazione e informazione, la parola d’ordine è prevenzione. Ma che ognuno resti a casa propria, per cortesia.

  • Il Riformista: 22 Aprile 2004, Fare zapping sui crimini e trovare l'infibulazione in Italia, LETTURE. DI FORBICE
  • Cerchi d'Acqua (Cooperativa contro la violenza alle donne, Milano, 02 54107608)




    permalink | inviato da il 5/5/2004 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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