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31 marzo 2004

Adriano Sofri: quiz e controquiz, a proposito di antisemitismo

Chiede Adriano Sofri, ai telespettatori del TG di LA7: "Quanti sono gli ebrei attualmente presenti in Italia? 3000? 30000? 300000? 12 milioni?" E si risponde: "circa 30 mila" Controquiz: su quale base una persona con nazionalità italiana viene conteggiata come ebreo ????? ANTISEMITISMO: ARRIVA ALL'EUROPARLAMENTO RAPPORTO EUMC (AGI) - Strasburgo, 31 mar. - Il controverso rapporto sul crescente antisemitismo in Europa che l'European Monitoring Center di Vienna aveva deciso di non pubblicare adducendo ragioni di ordine tecnico, e che ha suscitato violente polemiche tra il mondo ebraico e le autorita' europee, vede finalmente la luce. Il documento, nella sua versione aggiornata dopo un ulteriore lavoro di ricerca, sara' presentato domani al Parlamento Europeo di Strasburgo dal presidente dell'assemblea, Pat Cox, da Cobi Benatoff, Presidente del Congresso Ebraico Europeo, Beate Winkler, Direttrice dell'EUMC (Osservatorio Europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia), in una conferenza stampa per le 14.30. Seguira', alle 16.30 una Tavola Rotonda organizzata dalla Commissione delle Liberta' e dei Diritti dei Cittadini della Giustizia e degli Interni. Il rapporto conferma le conclusioni del documento precedente e giustifica quindi ampiamente il grido d'allarme lanciato dal Congresso Ebraico Europeo all'Europa. Dopo il successo del Seminario di Bruxelles, finalmente l'Europa prende coscienza della nuova-vecchia realta' dell'antisemitismo e si mobilita per contrastarlo. (AGI) . 311255 MAR 04 COPYRIGHTS 2002-2003 AGI S.p.A. E in Svizzera ? Antisemitismo? Un male ancora troppo spesso diffuso, anche se non nei media svizzeri. Questo è il risultato di uno studio realizzato dall’Università di Zurigo. L’immagine degli ebrei rispecchiata dai mezzi di comunicazione è tutto sommato positiva. Più problematico, per contro, l’approccio ai musulmani. Negli articoli e nei servizi dei media svizzeri che riguardano gli ebrei non è riscontrabile un antisemitismo palese. C’è tuttavia un’eccezione: da questo quadro positivo va stralciato il conflitto mediorientale. Abbastanza diffusa è l’immagine dell’ebreo che interpreta ogni critica nei suoi confronti come atteggiamento antisemita. Ma l’unico vero stereotipo negativo che si riscontra e quello dell’ebreo «influente», che appare soprattutto in relazione alla politica statunitense. swissinfo ha discusso del rapporto tra media e antisemitismo con Georg Kreis, presidente della Commissione federale contro il razzismo che ha patrocinato lo studio. swissinfo: Quali sono gli eventuali indizi di antisemitismo presenti nei media della Svizzera tedesca, la regione presa in esame? G.K.: Si può constatare che nei mezzi di comunicazione svizzeri regna una grande prudenza per quanto riguarda le informazioni che potrebbero ferire la comunità ebraica. Si potrebbe addirittura parlare dell’esistenza di un tabù. Se ciò sia un bene è un’altra questione. swissinfo: Quando i media parlano di quanto succede nei territori occupati, sono spesso sospettati di antisemitismo, anche se si tratta di due cose diverse. G.K.: È vero, i media dovrebbero essere un osservatorio critico e non lasciare che dei fattori esterni, positivi o negativi, influenzino il loro lavoro. Non mi sembra però il caso di allarmarsi di fronte alla prudenza. Prudenza e critica non devono necessariamente escludersi a vicenda. swissinfo: I mezzi d’informazione però non devono essere eccessivamente prudenti. Un giornalista deve essere oggettivo e tenere in considerazione le posizioni di tutte le parti in causa. G.K.: Certo, ma non deve nemmeno essere sempre aggressivo e comportarsi come un cane rabbioso. swissinfo: Lo studio ha analizzato solo i media della Svizzera tedesca. Non sarebbe opportuno realizzare uno studio su scala nazionale per vedere se ci sono delle differenze tra le regioni linguistiche del paese? swissinfo: In più casi si sono riscontrate delle differenze tra la sensibilità della Svizzera francese e quella della Svizzera tedesca. Lo si vede ad esempio nella questione del velo islamico. Da questo punto di vista sarebbe davvero auspicabile avere uno studio nazionale. Probabilmente i media della Svizzera romanda si comportano in modo diverso in merito all’antisemitismo. Questo perché si orientano più in direzione della Francia, dove al momento si trova un numero crescente di giovani musulmani impegnati in una critica militante ad Israele. swissinfo: Ma è possibile analizzare l’antisemitismo senza prendere in considerazione l’islamismo? G.K.: In Svizzera questi due aspetti hanno qualcosa in comune: nel nostro paese ebrei e musulmani sono delle minoranze. Ogni questione che riguarda una minoranza deve interessare anche le altre minoranze. Questo perché riflette un atteggiamento generalizzato, nel nostro caso della maggioranza cristiana, nei confronti delle minoranze. Constatiamo però che nei confronti dei musulmani c’è una distanza decisamente maggiore che nei confronti degli ebrei. Non è vero, come sostiene una minoranza di ebrei militanti, che la Svizzera sia cieca di fronte alle minacce rivolte ad Israele dai fondamentalisti islamici. swissinfo: Il messaggio dello studio è dunque il seguente: nella Svizzera tedesca non c’è nessun antisemitismo palese, ma è importante di tanto in tanto rispolverare la questione. G.K.: Giusto. Ed è proprio ciò che si fa. Un’organizzazione ebraica ufficiale ha già allestito un centro di osservazione dei media. Ma c’è bisogno anche di un osservatorio neutrale, che possa emettere dei giudizi indipendenti. swissinfo Sul tema, mises pubblica un interessante Le radici dell'antisemitismo di sinistra The Socialist Calumny Against the Jews by Ludwig von Mises [Posted March 31, 2004; written in 1944]




permalink | inviato da il 31/3/2004 alle 20:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

28 marzo 2004

Luci a San Siro ... e su Marika

(Roberto Vecchioni) Canta Marika canta che da domani tornano le stelle, canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle, canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente, siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende dietro è il domani, domani è il presente. Canta Marika canta, come sei bella l'ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio in seno, canta Marika canta, nel buio della storia, lucciola che si accende sul far della sera, canta Marika la nostra memoria. Non vedrò com'è il vestito che si comprerà mia figlia, la preghiera della notte intorno al fuoco di famiglia, non vedrò più l'uomo che mi seminava dentro il cuore l'ora dell'amore, l'ora dell'amore. Canta Marika canta siamo i tuoi occhi siamo il tuo sorriso, canta che Dio ti guarda che anche sulla terra c'è il paradiso, stringiti forte il fiore che porti sotto il vestito nero, volano duri petali per ricoprire il mondo intero non la tua terra, non il nostro cielo. Non vedrò più la mia terra, non vedrò i colori del mio cielo, l'albero che mi chiamava sulla via di scuola e rispondevo, il quaderno delle cose quelle che scrivevo a me sola; vola il tempo vola, qui che sono sola. Canta Marika canta la vita è semplice come un bambino e arriva l'alba di un nuovo mattino, dove mangeremo pane così tanto dolce che saprà di miele, senza vuotare mai un giorno il bicchiere senza vedere in cielo quei lampi e quei tuoni... Canta Marika canta, per la tua terra per la tua gente, perché sorgeranno case dove non c'era niente, perché giocheremo in cerchio intrecciando le dita, e potremo finalmente aspettare la vita. Canta Marika canta nel tempo che vola, canta Marika canta, che non sei più sola. http://xoomer.virgilio.it/hitfc/canzoni19l.htm Rotary Club Malindi "È l’Africa l’ispirazione di questo nuovo lavoro, l’Africa di un viaggio in Kenya che diventa un percorso interiore e approda a un senso ritrovato, a un mistero finalmente svelato dalle parole sagge di un vecchio pescatore “che niente conta, né gli scogli, né le barche, né i delfini, né le luci dalla riva, né le stelle e nemmeno per assurdo i pensieri. Conta solo il mare” (Adnkronos, 27 Marzo 2004) - Rotary Club of Malindi racchiude , probabilmente, anche un'altra epifania, quella femminile, un tema molto caro al cantante milanese che nel suo percorso artistico ha descritto la pluralita' dell'anima al femminile. Dalla ragazza con la quale 'giocare' a San Siro, e fonte di rimpianto, alla ragazza kamikaze dell'ultimo cd. '' Le donne -dice Vecchioni- sono dei personaggi molto belli, non solo dal punto di vista estetico. Sono sempre state delle mie figure centrali. Possiedono una grandissima capacita' di capire e una grandissima sincerita', quasi assoluta. Per quanto riguarda Marika, e' una donna che si prepara al sacrificio estremo, non e' un'esaltazione dei kamikaz, e' piuttosto la storia di una grande disperazione, la descrizione dei sentimenti di una donna disperata.'' Vecchioni affronta poi il problema della pace. Lei direbbe si' ad un grande concerto per la pace, se fosse possibile, nel cratere delle Torri Gemelli e a Bagdad ? ''Sarebbe - risponde - un segnale fortissimo. Significherebbe mettere al servizio della pace l'impegno dell'arte contro l'intransigenza e il fanatismo. Come direi si' ad un concerto per la pace a Madrid dopo quello che e' accaduto l'11 marzo.'' Domani sera a Roma e' l'ottava tappa del tour. 'Anche domani - conclude Vecchioni- nell'applauso sentiro' quell'attestazione di affinita' tra me e il pubblico' che ho sentito sin dalla prima sera dei miei concerti.'' Scrive Riassumiamo: Vecchioni nell'ultimo cd inserisce una canzone ("Marika", appunto) che ha protagonista una ragazza kamikaze. La cosa passa abbastanza inosservata fino all'attentato di Madrid. In quel periodo Vecchioni sta partendo in tour, e annuncia che sul palco non canterà la canzone, per rispetto alle vittime, potremmo dire per ovvi motivi. Battista la prende male, e sulla Stampa scrive che Vecchioni allora dovrebbe ricantare la canzone solo quando in Israele cesserano del tutto gli attentati, in Israele come ovunque, si suppone. La polemica si alza, intervengono le associazioni dei giovani ebrei e si va avanti finché Vecchioni annuncia che per tutto il tour, e fino a data da destinarsi, non canterà in pubblico la canzone. A quel punto insorgono i fan di Vecchioni, su internet e altrove: se Vecchioni si rifiuta di cantare Marika, allora cede a un tipo di pressione che non tiene affatto in conto il valore artistico della canzone, canzone che mai e poi mai va presa come un'esaltazione della ragazza kamikaze e dei suoi simili. Vecchioni replica che intende rispettare sensibilità che possono essere ferite, e lo va a ribadire ieri sera in tv proprio da Battista, dove nella concitata fretta di dire più cose possibili nello striminzito spazio del programma si perde un po' tutto e si capisce poco. Il punto centrale (si può cantare una canzone sul tormento di una ragazza kamikaze senza necessariamente spiegare didascalicamente nel testo che si è ovviamente contro il terrorismo? bisogna mettere delle note a margine? bisogna lasciar perdere comunque perché il rischio si correrà sempre?) si perde comunque. E appena si arriva in televisione, si perde ancora di più. inviato il 28.03.2004 22:46:39 Continuano le proteste della comunità ebraica contro Roberto Vecchioni La comunità ebraica non ha accettato la decisione di Roberto Vecchioni di togliere il brano “Marika” dalla scaletta dei suoi concerti (vedi News), ma vuole un incontro con il cantautore perché questo ne cambi il testo. Così, ieri sera, domenica 21 marzo, una quarantina di esponenti della comunità ebraica hanno tenuto un sit-in di protesta di fronte al Teatro Smeraldo, dove si teneva il concerto di Vecchioni. “Contestiamo il testo che contiene un elogio a una donna terrorista, che sta cullando l'esplosivo come fosse il suo bambino. Cerca di ridare umanità a una persona che fa un gesto tutt'altro che umano”, ha spiegato Eyal Mizrahi, presidente dell'associazione Amici di Israele. “Chiediamo al più presto un incontro con Vecchioni perché cambi il testo”. (Fonti: Quotidiano Nazionale, Corriere della Sera, 22 mar 2004) VOLANTINI CONTRO VECCHIONI: QUELLA CANZONE OFFENDE GLI EBREI Articolo estratto da Corriere della Sera - prima pagina Milano, 22.03.2004 RadioRadicale.it Milano, protesta prima del concerto per il brano sulla donna kamikaze. Il cantautore: non la canto. I contestatori: incontriamoci MILANO - «Se Marika venisse al tuo concerto, moriremmo anche tutti noi». Marika, la giovane kamikaze che riflette prima di farsi saltare in aria, la protagonista di una canzone di Roberto Vecchioni, per i ragazzi della comunità ebraica di Milano è diventata un simbolo negativo. E così ieri sera, sotto le insegne luminose del teatro Smeraldo, prima dello spettacolo del cantautore, una ventina di quei giovani si è presentata con le spalle coperte dalle bandiere italiana e spagnola, israeliana e turca. Per ricordare le vittime del terrorismo. E per distribuire un volantino, in un clima a metà tra la protesta e il dialogo. «Marika» fa parte dell’ultimo album di Vecchioni: «Rotary Club of Malindi». I ragazzi della comunità ebraica dicono di averla ascoltata con «attenzione e preoccupazione». Poi, nei giorni scorsi, hanno inviato una lettera aperta al cantautore: «Vorremmo cogliere l’occasione di questa canzone - recita il testo -, che, diciamocelo, ci ha tanto ferito, per incontrarci e confrontarci. Troviamo i modi e i tempi per parlare. La pace che tutti desideriamo passa necessariamente dalla sconfitta di Marika». Così Vecchioni non ha cantato la canzone nel concerto di Torino, e l’ha esclusa anche dallo spettacolo di ieri allo Smeraldo. «È stato spontaneamente Vecchioni a decidere di toglierla - ha spiegato Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica milanese -. E questo è molto bello e molto corretto. Ma la nostra iniziativa serviva, perché è necessario che la gente sappia». Nel volantino, i giovani hanno riportato sia la loro lettera, sia la replica del cantautore («non è insulto, indifferenza o, peggio, partecipazione alla morte»). Incidente chiuso, dunque? «È da apprezzare il clima di dialogo - dice Emanuele Fiano, capogruppo dei Ds in Comune -, ma l’iniziativa è stata giusta, perché viviamo in un momento in cui serve molta attenzione alle parole che si usano e ai simboli che si richiamano». G. San. Dice Vecchioni: Marika, lo voglio precisare, è la storia di una donna che è divisa tra il suo cuore e la sua responsabilità di essere terrorista. Non è assolutamente un brano di ‘simpatia’ verso i terroristi, né ha valenza politica. Racconto solo la storia di una donna e di quello che avrebbe potuto essere o di quello che avrebbe vissuto se non avesse deciso di farsi saltare in aria. www.tgcom.it Marika è un brano particolarmente forte... E' la storia di una terrorista e del suo stato d'animo pochi momenti prima di farsi saltare in aria. Non c'è un giudizio positivo o negativo, non è una canzone politica. E' sullo struggimento di questa persona, che sta fra due fuochi: l'amore per il suo paese e quella per la propria vita. E' stato Marika anche lei? Stava per farsi esplodere in quel momento di crisi? Sì, subliminalmente è così, ma la storia di Marika è molto più grande. www.kwmusica.kataweb.it ... devo precisare che 'Marika' non è un inno ma la storia vera e senza giudizi di un animo disperato, sospeso tra la vita e la morte. Io fotografo la situazione e fotografare non significa partecipare ma rispondere alla mia necessità di curiosità e di letterarietà. www.vipline.it




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26 marzo 2004

i sorprendenti titoli di coda in stile costruttivista

conflitti intimi, personalistici ai limiti della follia, persi dentro smisurati avvenimenti storici: è la traccia ricorrente di tutta l’opera di Annaud scrive Albanesi di Il nemico alle porte (questa sera su RAI3) Mentre Francesco Puglisi aggiunge Tratto dal libro di William Craig "Enemy at the gates" e sceneggiato dal regista insieme ad Alain Godard, il film ripercorre la storia dell'eroe russo Vassili Zaitsev, realmente esistito, e trasforma la Guerra tra i colossi europei Germania e Russia in una guerra "privata" tra due uomini. Dopo "Sette anni in Tibet" il regista Jean-Jacques Annaud, riprende in mano la seconda guerra mondiale, ma stavolta, e probabilmente sulla scia aperta da "Salvate il soldato Ryan" di Spielberg (a giugno uscirà anche "Pearl Harbor" di Michael Bay), mette da parte gli spiritualismi, e mostra in primo piano sangue, armi e patriottismo. Il risultato? Un film storico, che non ha come protagonisti gli americani, una volta tanto, e che regge la durata: 131 minuti circa di film, la maggior parte dei quali incentrati sui due protagonisti Law e Harris, sulla caccia che l'uno sferra sull'altro, e sulla storia d'amore che nasce tra Vassili e la soldatessa [ebrea] interpretata da Rachel Weisz.




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25 marzo 2004

Il velo? Ma non lo portavano anche le nostre nonne?

Finalmente, dopo 3 giorni, leggo una frase intelligente! E certo che lo portavano! Mia nonna aveva pure la veletta, due sorelle di mio nonno vestivano come la governante di Autodafè di Elias Canetti, per non parlare delle suore ! E ci voleva tanto a dirlo, a ricordarlo?


«Il mio velo? Come quello delle vostre nonne» Fatima, la maestra musulmana cacciata dall’asilo, avrà un altro posto. «Hanno vinto buonsenso e tolleranza» DAL NOSTRO INVIATO IVREA - «Ma non lo portavano anche le vostre nonne?». Che cosa, signora Fatima? «Il velo... Sì, insomma, il fazzoletto sulla testa». Sì, era molto diffuso. «E voi italiani, da piccoli, avete mai avuto paura delle vostre nonne?». Fatima Mouayche, 40 anni, musulmana praticante, due figli di 6 e 5 anni, indossa un velo chiaro, el higiab , chiuso sul collo con una spilla verde mare. Ha il viso rotondo, gli occhi grandi e neri che pare truccata («Ma non lo sono - arrossisce -, possiamo farlo solo in casa per i nostri mariti»), una camicetta arabescata, calzoni larghi, un sorriso mite, un italiano diretto. Sarebbe lei la «spaventa-bambini», quella che mai avrebbe dovuto e potuto lavorare nell’asilo-nido privato di Samone, borgo alle porte di Ivrea, perché - teoria di molti genitori del luogo, disgraziatamente fatta propria anche dai dirigenti della scuola - «con quel foulard che le copre il capo e le fascia il collo potrebbe spaventare e mettere a disagio i piccoli...». Che, per la cronaca, hanno da zero a tre anni. Fatima si è ribellata, ha trovato l’appoggio del sindaco ds di Ivrea Fiorenzo Grijuela, dell’intero consiglio comunale (Lega esclusa) e pure del ministro degli Interni, Beppe Pisanu. Caso chiuso: la signora continuerà il suo tirocinio in un altro asilo comunale. Portando il velo, naturalmente. La vittoria di Fatima? «La vittoria della tolleranza e del buonsenso, direi». Si sente ripagata? «Ho solo ottenuto ciò che mi spettava». Ma un po’ di rancore è rimasto. «Mi sento ferita, questo sì, per essere stata rifiutata da persone che nemmeno sapevano che faccia ho...». Razzisti? «No, a volte la paura dell’estraneo fa fare brutte cose, ci si condiziona a vicenda, credo sia andata così, spero...». Avrebbe problemi se la maestra dei suoi figli portasse un crocifisso al collo? «E perché mai? Rispetto ogni religione». Un caso del genere, rovesciato, sarebbe potuto avvenire in Marocco? «Non so, forse...». Chi è Fatima Mouayche? «Un’immigrata che ha avuto la fortuna di aver studiato. In Marocco mi sono laureata in legge e ho lavorato come funzionaria al ministero degli Interni, poi ho dovuto seguire mio marito in Italia...». E’ stata costretta? «Lui faceva l’operaio e io nel ’96 l’ho raggiunto». A malincuore, pare di capire. «Sì, mi è dispiaciuto lasciare il lavoro. Ma così vuole la mia religione: prima di tutto viene la famiglia». Ora dov’è suo marito? «Abbiamo divorziato, il Corano lo prevede, vivo sola con i miei due figli». Dove ha lavorato in Italia? «In un’impresa di pulizie e in un’azienda per ricambi di auto». Il velo le ha mai procurato problemi? «Qualche volta: quelli delle pulizie mi avevano consentito di portarlo a patto che fosse dello stesso colore della cuffia d’ordinanza. Mi sono adeguata e in cambio ho ottenuto la pausa-preghiera di due minuti una volta al giorno». E’ vero che, pur di lavorare in quell’asilo di Samone, era disposta a togliersi il velo? «Sì, ma solo nei momenti in cui mi fossi trovata sola con i bambini. Il Corano vieta alle donne di stare a capo scoperto davanti a maschi adulti che non siano il marito o parenti». E’ favorevole alla poligamia? «Il Corano dice che se un uomo è in grado di mantenere più donne, dando a ognuna di loro lo stesso affetto, le può avere. Penso sia giusto: meglio quattro mogli piuttosto che una moglie e quattro amanti...». Cos’ha provato di fronte alle immagini dell’11 settembre 2001? «Ci sono rimasta molto male». E di fronte all’attacco americano in Iraq? «Mi ha fatto ancora più male delle Due Torri». Una definizione di Al Qaeda. «Fuori dal Corano». Ha amici italiani? «Sì, alcuni vicini di casa». Mai andata a teatro o al cinema? «No, mi piacerebbe». Mai avuto voglia di indossare una gonna corta? Ride. Arrossisce. «Vengo da un’altra cultura...». Racconterà ai suoi figli questa vicenda? «L’ho già fatto. Mi hanno detto: "Ci hai sempre portato all’asilo e nessuno ha mai avuto paura"». Francesco Alberti Corriere della Sera, 25 Marzo 2004




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