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Psicologia e Guerra
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22 febbraio 2003

Guerra, che fare: sentimenti contrastanti

Leggo sul nuovo forum di IndyMedia

Dal Forum di italy.indymedia.org


Inviato: Sab Feb 22, 2003 12:46 pm Oggetto: GHANDI E LA LOCOMOTIVA


Quando chiesero a Ghandi, se si fosse trovato al posto di inglesi e francesi, come avrebbe fermato le truppe di Hitler che invadevano l'Europa, rispose che gli europei avrebbero dovuto stendersi sui binari e non far passare alcun treno carico di armi e soldati.

Interessante dibattito, sullo stesso forum, su Comunismo e/o Anarchia...

Leggo su vari siti manifesti di donne per la neutralità attiva...

E mi dico: ecco, dall'ora del pensare, del cercare di capire, del riflettere e del confrontarsi, all'ora del fare.

E mi chiedo se ci sarei stato a cercare di fermare un treno carico di armi USA, se ci andrei, se ci andrò...

Qualcosa mi induce ancora a fermarmi a riflettere...

perchè le ambiguità sono tante, forse si sa contro chi e contro cosa si va, ma le conseguenze si diramano in troppe direzioni.... e armiamoci e partiamo... mi suona ancora strano, anche se l'armarsi è solo di gambe e volontà 'gandhiane'.

Certo che l'imprevedibilità insita nella guerra, anche questo comprende: i milioni di pacifisti in Italia e nel Mondo, cosa faranno? si frammenteranno tra chi è piu' attivo contro, chi è piu' attivo e pero' neutrale, chi è passivo, chi volterà gabbana e diventerà 'patriottico'?

Chi e come controllerà i sentimenti contrastanti che ne deriveranno anche in chi finora non si è espresso?

Forse mi sono perso dei messaggi su questo blog. Mi piacerebbe sapere come su questa cosa stanno pensando e 'sentendo' molti che vi 'gravitano' !




permalink | inviato da il 22/2/2003 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

19 febbraio 2003

Prepararsi alla guerra ? CNN.it è già pronta

cnn.it 19 Febbraio 2003

Stati Uniti: vademecum contro gli attentati

Si spiega come reagire nel caso di un attacco 'inusuale'

Ultimo aggiornamento 19 febbraio 2003, 21:13 ora italiana (20:13 GMT)



Il segretario alla Sicurezza, Tom Ridge, alla presentazione della campagna 'Ready'


CINCINNATI (CNN) -- È importante che gli americani siano preparati all'eventualità di un attentato terroristico e che prendano le semplici precauzioni per proteggersi e minimizzare le conseguenze di un attacco. Lo ha detto mercoledì Tom Ridge, segretario del Superministero per la sicurezza interna.

"La minaccia delle forze del terrore ci impone di fare una scelta. Possiamo farci paralizzare dal terrore oppure essere pronti", ha detto Ridge, parlando in occasione di una cerimonia della croce rossa a Cincinnati in cui si annunciava la campagna federale "Tieniti pronto".

L'iniziativa coinvolge un sito Internet - www.ready.gov -, radio e tv, oltre alla carta stampata. Sarà attivato anche il 'numero verde' 1-800 per rispondere alle domande della popolazione su cosa sia meglio fare nel caso di un possibile attacco.

"Nell'emergenza non è importante il tempo con cui si prevede un fatto, ma il tempo che si impiega a reagire una volta in cui quell'evento sia accaduto. Le azioni con cui si reagisce a un attacco convenzionale sarebbero controproducenti se adottate in risposta a un altro tipo di attacco.

Ridge ha quindi caldamente consigliato alla popolazione di dotarsi dei kit di emergenza, che includono provviste per tre giorni, lampade elettriche, batterie, medicine e altri strumenti, tra cui del nastro adesivo e ampi fofli di plastica per isolare gli ambienti in caso di attacchi chimico-batteriologici".

Una settimana fa, una simile raccomandazione, giunta a tre giorni dall'innalzamento del livello di minaccia terroristica da giallo ("elevated") a arancione ("high"), aveva provocato un picco nell'acquisto di kit di emergenza e aveva indotto la Casa Bianca a rassicurare gli statunitensi dell'inopportunità di lasciarsi prendere dal panico.

"Gli americani continuino a vivere come sempre", aveva detto il presidente, George W. Bush, nel consueto messaggio alla radio del sabato sera.

-----------------------
INTERATTIVO

Armi chimiche e batteriologiche

Cosa sono
Definite “le armi di distruzioni di massa dei poveri”, le armi chimiche e biologiche sono - a differenza di quelle nucleari - relativamente facili da produrre, nascondere e utilizzare. La nostra scheda ne elenca alcune tra le più pericolose, e spiega come funzionano e quali effetti possono produrre.

Quadro generale
Nel 1991, quando l'Iraq accettò le condizioni per il cessate il fuoco relative alla guerra del golfo, si dichiarò disposto ad eliminare tutte le armi di distruzione di massa in suo possesso. Nel 1995 però, dopo la defezione di un ufficiale dello Stato Maggiore, la nazione ammise di aver continuato a produrre agenti chimici e biologici che avrebbero potuto essere utilizzati come componenti di codeste armi. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono tuttora in missione per verificare l'esistenza o meno di armi di distruzione di massa in riq, così come di missili idonei al loro sgancio. Quella che segue è una panoramica degli agenti chimici e biologici prodotti in passato dall'Iraq.

Fonti: Jane's Intelligence Review, Federation of American Scientists e U.S. Central Command

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permalink | inviato da il 19/2/2003 alle 21:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

17 febbraio 2003

Paura del terrorismo? Si sconfigge coi sogni...

Si apre oggi all'università La Sapienza Roma un convegno internazionale sul Social Dreaming. Ben 250 psicologi di tutto il mondo a confronto sul racconto dell'onirico come metodo per superare i traumi sociali
Paura del terrorismo? Si sconfigge coi sogni
:: 06/06/2002 12.20.15 , di red.
 
Il sogno come terapia di gruppo per superare i traumi dell'11 settembre, i drammi dell'Intifada e dell'emigrazione, il mobbing. E' questa l'ipotesi analitica al centro del convegno internazionale "Sogno Mito e Gruppo" che si apre oggi al centro congressi dell'Università La Sapienza di Roma.
Un evento promosso dalla cattedra di Teoria e tecniche della dinamica di gruppo della facoltà di Psicologia, che vedrà confrontarsi 250 psicologi e psicoterapeuti di tutto il mondo. Primo fra tutti lo psicologo sociale inglese Gordon Lawrence, che per primo (negli anni Ottanta) ha teorizzato la dimensione e la funzione sociale del sogno, il cosiddetto Social Dreaming.
"Se fino a qualche tempo fa - spiega il professor Claudio Neri, della facoltà di Psicologia - c'era la tendenza a interpretare il sogno nel classico rapporto duale, adesso prevale il racconto del sogno nel gruppo, la sua condivisione e accettazione da parte degli altri, e in tale contesto la sua interpretazione di senso e significato". Si tratta quindi di un nuovo approccio analitico che supera quello classico freudiano con l'analista silenzioso e il paziente sul lettino che fa le sue associazioni mentali.
"Con la terapia di gruppo - continua Neri - c'è più partecipazione emotiva, un livello affettivo maggiore e ciò permette ai partecipanti di condividere le esperienze di altri. Il sogno diventa patrimonio del gruppo". Ed è così che si condividono sentimenti individuali che sono anche comuni, come le ansie e le fobie emerse dopo l'attentato alle Torri Gemelle e il conflitto arabo-palestinese, l'angoscia derivante dalle molestie sul lavoro o da alcuni fatti di cronaca.
I sogni, dunque, ci aiutano a comprendere la realtà sociale: grazie alla terapia di gruppo si portano alla luce forze, tensioni e ansie che da svegli non si è in grado di riconoscere e si superano così traumi collettivi che altrimenti sarebbero vissuti in solitudine.

Scarica subito dal Centro di documentazione il saggio del professor Claudio Neri "Introduzione al Social Dreaming"
 
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=194




permalink | inviato da il 17/2/2003 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

17 febbraio 2003

prepararsi psicologicamente alla guerra (2)

Psicologia dei Diritti Umani

Una disciplina all’età della pietra?

Psicologia dell’emergenza, psicologia del trauma, psicologia della sicurezza:
sembrerebbero queste le ultime novità della psicologia, i campi delle "nuove
professionalità emergenti", le offerte dei corsi formativi del momento.
Testimonianze visibili di quanto il presente sia segnato dall’insicurezza e
dalla sfiducia nelle nostre abituali risorse e di quanto la psicologia e gli
psicologi stiano cercando di acquisire un ruolo di primo piano nello scenario
delle riflessioni su questo paradossale nuovo modo di vivere dove ci viene
richiesto di essere preparati all’inaspettabile, di aspettare l’imprevedibile
e di continuare nel contempo a condurre la nostra normale vita quotidiana,
mentre alcuni milligrammi di polvere biancastra paralizzano tonnellate di
relazioni umane, commerciali, professionali e i nostri figli guardano, in
diretta, immagini da war games durante i telegiornali della sera.

Oggi ci si prepara alla guerra minuziosamente, se ne rappresentano tutti
gli scenari, se ne anticipano tutte le conseguenze, comprese le più atroci,
e poi si va avanti. Ci si prepara, contemporaneamente e con la stessa
sapienza tecnica, a ferire e a curare, a bombardare e a proteggere.
Le procedure con cui distribuiamo aiuti umanitari assomigliano sempre
più a quelle con cui le forze armate distribuiscono gli attacchi militari.
Bersagliamo alternativamente le stesse popolazioni di medicine e di bombe
nella folle rincorsa di una giustizia della/nella guerra, di una perversa
e morbosa umanizzazione della macchina bellica.

Miniamo con la mano destra i campi che noi stessi smineremo con la sinistra
e mentre in Angola la media raggiunta dagli sforzi umanitari è di una protesi
ogni 3 bambini mutilati (che la usano un giorno a testa per poter percorrere
i cinque km che di media separano i loro villaggi dalla scuola), i generali
dei corpi speciali di sminamento soavemente spiegano: "è una fortuna che le
mine siano state prodotte nel nostro paese, perché così possiamo leggere i
dati di fabbricazione e ci è più facile disinnescarle". Non si avrebbe lo
spirito di controllare il paese di produzione degli arti protesici.

http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/rubriche/fioravanzo/

Paura: psicosi da guerra

a cura di Cinzia Riassetto
 
E' ormai da una settimana che si sente nominare ovunque la parola "guerra",
parola che inevitabilmente provoca ad ognuno di noi delle reazioni con quelli
che sono i nostri fantasmi e immaginari.
Come fare per non negare ciò che sta succedendo nel mondo e allo stesso tempo
non cadere ai confini di ciò che viene definita "psicosi da guerra"?
Parliamo tra noi ragazzi! Confrontiamoci, permettiamoci di liberare i nostri
pensieri, le nostre preoccupazioni, le paure che ci provoca questa guerra.
La condivisione degli stati d'animo è sempre possibilità di sentirsi capiti,
soprattutto nei casi in cui c'è alla base un vissuto comune, come questo.
Ma attenzione! Sempre con uno scenario di fondo che è l'unico che non porti
al disorientamento profondo nei casi migliori o all'ansia generalizzata in
quelli peggiori. Qual è questo scenario? E' la speranza.
La spinta motrice dei nostri discorsi sulla situazione internazionale attuale
deve essere la speranza per il futuro e l'atteggiamento di non vendetta:
facciamo una riflessione al proposito. Non pensiamo che i nostri sentimenti
di odio, di rancore, supportati da quella che viene definita giustizia,
(ma è una falsa giustizia!) provati a migliaia di chilometri da dove la
guerra ha luogo, siano meno dannosi!
Lo conoscete il principio per cui "uno battito di ali di farfalla a Tokio
provoca un tornado a New York"? Significa semplicemente che dal piccolo
nascono le cose grandi, nel bene e nel male. E allora cominciamo a lavorare
nel nostro piccolo.
L'uomo di fronte a queste cose si sente impotente, si sente vittima di
decisioni e prese di posizione fatte da qualcuno che non pensa al suo
benessere, al suo futuro e il sentimento che ne deriva è un miscuglio tra
rabbia e paura. La mente umana ha bisogno di sentirsi, anche in questi casi,
non lasciata in mano altrui, ovvero in grado di essere, in un certo modo,
padrona del proprio destino. Come può l'uomo assumersi la responsabilità
della propria vita in queste situazioni al limite della libera scelta?
Semplicemente promuovendo e rappresentando in prima persona una società
civile che vuole la pace, nei piccoli gesti e negli ambienti quotidiani.
Creiamola questa predisposizione alla pace, all'uguaglianza, alla
tolleranza, non nascondiamoci dietro la scusa della poca incidenza che
da soli possiamo avere, nella convinzione che il principio di prima non
vale solo per le reazioni negative!!!

http://www.somgiovani.it/areagiovani/psicologia/psc0110.htm




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17 febbraio 2003

prepararsi psicologicamente alla guerra

ha senso? dopo l'11 settembre 2001 erano comparsi siti e pagine web sia in lingua italiana sia in lingua inglese sul tema, in particolare sul modo di vivere le 'catastrofi' guerra e terrorismo.

proverò qui a rintracciarne i link e indicarne i contenuti

per ora in ordine sparso:

Psicologia e Guerra

http://www.ica-net.it/pascal/Guerra%20e%20pace/psicolog.htm

Questo nucleo tematico si occupa della concezione di pace e di guerra sotto il profilo psicologico e psicanalitico attraverso la trattazione delle tesi di alcuni tra i più noti pensatori del nostro secolo e di quello appena concluso.

Le posizioni che ho qui considerato appartengono a Freud, a partire dal confronto tra lo stesso Freud e Einstein nel carteggio del 1932; a Fromm attraverso il confronto con Fornari, a Fini.

Sono inoltre presenti due appendici sul rapporto psicologia-nonviolenza secondo un approccio comportamentale, e sul rapporto aggressività-violenza secondo una prospettiva comunicativa.

Psicologia della Guerra

http://www.homolaicus.com/economia/psicologia_guerra.htm

... Dire che la guerra è voluta prevalentemente dai soggetti violenti e individualisti, avrebbe senso solo all'interno della psicologia sociale, ma non ne avrebbe ovviamente all'interno del campo economico o politico. Taluni strati o classi sociali: piccola borghesia, professionisti, intellettuali..., che avvertono la loro condizione con frustrazione, perché si rendono conto che le contraddizioni sono sempre più acute e la loro capacità di risolverle sempre più scarsa, credono di trovare la loro realizzazione (almeno momentanea), la loro soddisfazione personale, affidandosi alla magia delle soluzioni unilaterali: guerre, colpi di stato, dittature militari, ecc. Credono in queste cose anche senza ricavarne un immediato o diretto vantaggio economico. I vantaggi sono più di tipo psicologico. Costoro cioè s'illudono che sia possibile un cambiamento delle cose. I più disonesti si servono proprio di tali soluzioni per non dover affrontare alcun problema, cioè per distrarre l'opinione pubblica, per deviare l'attenzione e gli interessi anche, se possibile, degli elementi sociali più coscienti...

La guerra e la psicoanalisi: lo scambio di lettere tra Freud e Einstein su "perché la guerra".

http://www.psicologiaonline.it/Einstein-Freud.htm




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