.
Annunci online

 
lapsus 
lapsus psicologia e polis
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  EMERGENZE
Blog Trotter Monitor
Jerushalayim
Ajeeb
Iraki News Agency
Ha'aretz
PRAVDA forum
World Press Photo
English Dar Alhayat
Uri Avnery's News Pages
Paix Maintenant
Peace Now
Peace Now Israel
Palestine Chronicle
Shalom.it
Nonviolenti.org
Sigmund Freud e Albert Einstein
COPING WITH TERRORISM
The Phenomenology of Trauma and the Absolutisms of Everyday Life
Federal Emergency Management Agency
alzataconpugno
straripando
babi119
esperimento
barnaba
ricordiamocene
miele98
CounterPunch
olifante
stilgar
mises
controcorrente
marioadinolfi
maquiavel
arsenico
calimero
oiraid
nanamalefika
liberopensiero
celeste
notimenospace
shockandawe
sannita
prospettiva_cdv
titollo
panther
cassandra
leguerrecivili
bartleby
mipassaperlatesta.
più che puoi
napoorsocapo
yadoge
  cerca



 

Diario | Psicologia e Guerra | Altrove | Chi è chi | Politichese | Intrighi | Serendipity | Europa | Sviluppo (in)sostenibile | Biotecnologie |
 
Chi è chi
1visite.

10 giugno 2004

Giacomo Matteotti, 10 Giugno 1924 - 10 Giugno 2004

Giacomo Matteotti, 10 Giugno 1924 Il socialista Matteotti Giacomo Matteotti, leader socialista, segretario del Partito socialista, eroe socialista, martire socialista, nell'ottantesimo anniversario dalla morte viene oggi ricordato, commemorato e celebrato da altri. Da quegli altri che, negli ultimi anni, sono stati di tutto; e che, attraverso un auto-processo di revisione storica, tra l'altro incompiuto, a parole si sono detti socialisti, nei fatti si sono chiamati ex comunisti, post comunisti, Pds, Ds, Cosa 1, Cosa 2, Quercia, Ulivo e infine Triciclo, ma mai hanno trovato il coraggio di farsi chiamare socialisti. E questo, se da un lato testimonia tutte le contraddizioni e le paure di chi, dalla Bolognina ad oggi ha sostanzialmente fallito nei suoi propositi e nei suoi obiettivi di sostituirsi ai socialisti in Italia, dall'altro mette in evidenza come il perseverare nel tentativo, attraverso l'accaparramento di uomini, cultura e tradizioni, è destinato anch'esso a risultare sterile ed inutile. Perché il socialismo non è un partito o una collocazione politica: è una civiltà. E gli uomini e le donne che se ne sono resi protagonisti, in Italia e nel mondo, appartengono a questa civiltà. La sinistra, così come la conosciamo noi oggi in Italia, è un luogo che trova una sua identità solo perché è opposto alla destra. A questa sinistra sarebbe bene ricordare che Giacomo Matteotti è stato oggetto di una polemica dura, eccessiva e rancorosa da parte della cultura comunista nell'immediato dopoguerra.È forse arrivato il momento di porre un freno al tentativo di omologazione di Matteotti ad una realtà che non era la sua. E in questo i Socialisti Uniti per l'Europa possono rappresentare una voce autorevole. Perché Giacomo Matteotti era il Segretario di quel partito unitario i cui programmi sono molto simili, nei metodi e nella filosofia di fondo, a quelli della nostra Lista. (Nuovo Caffè Letterario) Mi sembra tutto sensato, tranne le ultime tre righe, che palesemente contraddicono le premesse dell'articolo riportato sopra...


Un testo inedito svela i retroscena della prima commemorazione del leader socialista a Savona Pertini: la mia beffa ai fascisti in onore di Matteotti di SANDRO PERTINI Dopo il processo a mio carico del 2 giugno 1925, ripresi la mia attività antifascista. Così pensai di onorare pubblicamente la memoria di Giacomo Matteotti. Presi accordi con giovani comunisti. Allora in Savona, per mia iniziativa, si era costituito un fronte politico che andava da noi socialisti unitari ai comunisti, in difesa di Sacco e Vanzetti. Questo fronte naturalmente svolgeva anche attività antifascista. Avevo in quell’epoca costanti contatti con esponenti comunisti, tutti in gambissima: Pippo Rebagliati, Alietto, poi sindaco di Savona, Crotta... Li misi al corrente del mio piano per Matteotti. Essi l’approvarono e mi assicurarono la collaborazione di giovani comunisti molto coraggiosi e intelligenti. Ed ecco la diavoleria che combinai. Il 9 giugno 1925 mi recai da un fioraio e ordinai una corona di alloro piccola di diametro, poi acquistai un nastro rosso e grandi lettere dell’alfabeto in cartone dorato. Andai nel mio studio e attaccai sul nastro le lettere dell’alfabeto in maniera da comporre questa frase: «Onore a Giacomo Matteotti». Confezionai quindi un pacco che potesse apparire come un grosso panettone. Verso la mezzanotte mi recai alla stazione in modo da non essere visto e ne uscii confuso con i passeggeri dell’ultimo treno che arrivava da Genova. La notte tra il 9 e il 10 Savona era pattugliata in lungo e in largo da squadristi e da militi fascisti armati di manganello, perché le autorità temevano che si preparasse qualche cosa per ricordare l’anniversario dell’assassinio di Matteotti. Io, col mio pacco, me ne vado dalla stazione al Prolungamento, verso la località ove un tempo vi era la fortezza in cui fu prigioniero Giuseppe Mazzini. Sul muro della fortezza, che dava su una piazza, c’era un gancio proprio sotto la lapide, che ricordava la prigionia di Mazzini. A quel gancio era usanza appendere corone per ricordare anniversari patriottici. Lungo il muro si alzava una siepe. Ricordo che l’appuntamento con i comunisti l’avevo in un posto non molto poetico, cioè un vespasiano che era sulla destra andando verso il mare. Vado nel vespasiano e vi trovo un giovane comunista che mi dice che dietro la siepe mi attendono due suoi compagni. Entro nella siepe e li trovo. E’ trascorsa mezzanotte. Sentiamo passare le pattuglie dei fascisti. Rimaniamo in silenzio, quasi a trattenere il fiato. Passate le pattuglie i due giovani mi alzano ed io appendo la corona al chiodo. Aggiusto bene il nastro perché la scritta appaia chiaramente. Ci abbracciamo e, felici del colpo riuscito, ognuno se ne va per la sua strada. Gli operai dell’Ilva, fabbrica allora vicina alla fortezza, avvertiti la sera prima, mentre vanno il mattino del 10 al lavoro sfilano in silenzio sotto la corona, si tolgono il cappello e la guardano... e qualcuno aveva le lacrime agli occhi. La corona, caso strano, nonostante la rigorosa sorveglianza, venne scoperta solo verso le 11 del giorno 10. Le autorità immediatamente pensano a me quale autore del... misfatto. Si riuniscono gli esponenti fascisti presso il procuratore del re; viene esaminata l’azione e studiati i provvedimenti da prendersi. Il procuratore conclude che, non essendovi gli estremi di alcun reato, non può spiccare mandato di arresto nei miei confronti. «Ci penseremo noi!», dicono i fascisti. E ci pensarono: il 12 giugno fui manganellato a sangue. Questo testo inedito di Sandro Pertini ( nella foto ) rievoca il clima in cui si svolsero le prime commemorazioni di Giacomo Matteotti. Ed è rivelatore di quanto le scelte del futuro presidente della Repubblica si siano ispirate al martire socialista. Pertini si iscrisse al Psu proprio sull’onda emotiva di quel martirio, chiedendo che sulla sua tessera fosse riportata la «sacra data» del 10 giugno 1924. Il suo ultimo atto da capo dello Stato, fu una celebrazione matteottiana. Stamane, a 80 anni dall’assassinio, Matteotti sarà ricordato a Montecitorio dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, e dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli. Nel pomeriggio una delegazione di socialdemocratici deporrà una targa commemorativa sul luogo del Lungotevere Arnaldo da Brescia dove il martire del fascismo fu rapito. Corriere della Sera, 10 Giugno 2004




permalink | inviato da il 10/6/2004 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 giugno 2004

Tanto pe' canta' (Nino Manfredi)

1932, E.Petrolini, Ed. Suvini Zerboni Parlato... È 'na canzone senza titolo, tanto pe' cantà, pe' fà quarche cosa... nun è gnente de straordinario è robba der paese nostro, che se pò cantà puro senza voce... basta 'a salute... quanno c'è 'a salute c'è tutto... basta 'a salute e 'n par de scarpe nove pòi girà tutt'er monno... e m'accompagno da me... Pe' fa la vita meno amara me so comprato 'sta chitara, e quann'er sole scende e more me sento 'n còre cantatore. La voce è poca ma 'ntonata, nun serve a fà la serenata, ma solamente a fà in magnera de famme un sogno a prima sera. Tanto pe' cantà, perché me sento 'n friccico ner còre, tanto pe' sognà, perché ner petto me ce naschi 'n fiore. fiore de lillà che m'ariporti verso er primo amore, che sospirava le canzone mie, e m'arintontoniva de bugìe. Canzoni belle e appassionate che Roma mia m'ha ricordate, cantate solo pe' dispetto, ma co 'na smania drent'ar petto; io nun ve canto a voce piena, ma tutta l'anima è serena; e quanno er cèlo se scolora de me nessuna se 'nnamora. Tanto pe' cantà, perché me sento 'n friccico ner còre, tanto pe' sognà, perché ner petto me ce naschi 'n fiore. fiore de lillà che m'ariporti verso er primo amore, che sospirava le canzone mie, e m'arintontoniva de bugìe. Petrolini, tanto pe' canta'Nel 1970, Nino Manfredi, ospite al Festival di Sanremo, si propose inaspettatamente come cantante, interpretando il brano di Petrolini. Nei mesi successivi, lentamente ma inesorabilmente il brano (arrangiato da Maurizio De Angelis, uno degli Oliver Onions celebri per i brani dei film di Bud Spencer e Terence Hill) cominciò a salire in classifica, e ci rimase per diversi mesi. In quel periodo Manfredi dichiarò: "Era un vecchio disco ritrovato di Petrolini, il primo artista che vidi in vita mia. Mi ci portò mio padre maresciallo e da allora mi rimase il segno. Il successo è stato un caso. Non immaginavo neppure lontanamente un simile exploit. Comunque, mi fa piacere che il pubblico sappia riconoscere ancora una bella canzone. Ha 50 anni, eppure conserva ancora una freschezza che la maggior parte delle canzoni di oggi non ha. ". Ho voluto dimostrare che quando una canzone è valida, può funzionare anche se a cantarla sono io. (…) Io non sono un cantante. Mi diverte interpretare una canzone da attore, ma non so assolutamente cantare. Certo che è sintomatico che appena arriva un cane come me davanti a un microfono la gente si entusiasmi subito... Questo vuol dire che anche nel mondo della musica leggera, come nel cinema, c'è molta improvvisazione. Parecchie case discografiche mi hanno scritto per sottopormi canzoni da incidere, qualcuno mi ha addirittura promesso la partecipazione al festival di Sanremo. In realtà nel mio disco, grazie alle meraviglie della tecnica moderna, sono riuscito a limitare al massimo le stecche…" (dal settimanale "Bolero"). galleriadellacanzone.it Canzoni de Roma


Il Mondo dei Doppiatori: la pagina di Nino Manfredi




permalink | inviato da il 5/6/2004 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 giugno 2004

Iraq libero, indipendente, democratico e federale, parola di Ghazi Ajil al Yawar

Quarantasei anni, capo tribale e uomo d'affari ha studiato negli Usa e lavorato in Arabia Saudita L'Iraq ha un nuovo presidente Formato il primo governo Le riunioni in un clima di tensione: attaccata la "zona verde" L'esecutivo ha già assunto le sue funzioni BAGDAD - L'Iraq ha un nuovo presidente, il primo dell'era del dopo Saddam Hussein, e un nuovo governo che ha già assunto le sue funzioni. Una nomina quella di Ghazi Ajil al Yawar, frutto di una lunga mediazione e annunciata nel sangue. Mentre i membri del Consiglio di governo provvisorio davano al mondo la notizia, violente esplosioni hanno scosso la "zona verde" di Bagdad, non lontano da quegli uffici dove si stava faticosamente cercando di mettere insieme il nuovo governo. E' in questo clima che è stato designato come presidente Ghazi Ajil al Yawar, capo tribale, amato da gran parte del popolo iracheno e sul quale il Consiglio di governo provvisorio ha sempre puntato, a scapito di Adnan Pachachi, l'ottantenne ex ministro degli Esteri, sostenuto dagli americani. "Ho rinunciato all'incarico di presidente della Repubblica perché non godevo del sostegno della maggioranza del Consiglio governativo", ha dichiarato Pachachi in una conferenza stampa. La scelta di Yawar, ufficializzata dall'inviato dell'Onu, Lakdahr Brahimi, è stata decisa nell'ennesima riunione convulsa, che ha visto addirittura la nomina di due presidenti nel giro di poche ore. Prima dell'elezione di Yawar, il Consiglio di governo aveva indicato Adnan Pachachi come presidente. Ma l'ottantunenne sunnita ha rifiutato l'incarico ed ha aperto la strada a Ghazi Yawar. Il nuovo presidente, Ghazi Yawar, è a capo degli Shammar, una delle più grandi tribù del paese che comprende sia sciiti che sunniti, ed è anche un accorto uomo d'affari. Quarantasei anni, vestito con una lunga djellaba bianca e una kefiah stretta al capo con due anelli di tessuto nero, si pone come una "sintesi" tra la cultura orientale e quella occidentale. Ha studiato negli Stati Uniti, ha vissuto in Arabia Saudita dove ha creato con successo un'impresa. A poche ore dalla nomina ha ribadito l'importanza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che garantisca al Paese "piena sovranità" per costruire "un Paese libero, indipendente, democratico e federale". Ad affiancarlo saranno un curdo e uno sciita, nominati vicepresidenti. Si tratta del leader del partito sciita moderato Daawa, Ibrahim Jaafari e di Rowsch Shaways, presidente del parlamento della regione autonoma curda a Irbil. Alla fine di un difficile percorso, ha preso forma il governo iracheno che dovrebbe traghettare il Paese fuori dal caos. Alla guida del ministero del Petrolio, un dicastero chiave per l'Iraq, sarà Thamir Ghadhban, un tecnocrate di grande esperienza voluto da Washington. Le nomine sono state annunciate dal premier, lo sciita Iyad Allawi: alle Finanze Adel Abdul Mehdi, agli Interni Falah al Naqib, agli Esteri Hoshiyar Zebari, mentre alla Difesa, altra poltrona chiave, Hazim al-Shalaan. Il nuovo esecutivo ha assunto subito i suoi poteri. E di conseguenza è stato sciolto il Consiglio di governo provvisorio. (La Repubblica1 giugno 2004)




permalink | inviato da il 1/6/2004 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

25 maggio 2004

Giovanni Falcone, un'identità contesa. Una mano lava l'altra, ed eccole pulite...

Ilda Boccassi e le polemiche sul ricordo del magistrato quindici giorni prima di venire ucciso: "Giovanni parlò così" "Pera stravolge le idee di Falcone ma lui difese l'autonomia dei pm" di GIUSEPPE D'AVANZO "Sorpresa? Per niente. Non sono gli esami a non finire mai, in Italia le sorprese non finiscono mai. E allora non mi sorprendo se il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, commemora Giovanni Falcone stropicciando fuori contesto una sua frase per lanciarla, a fini politici, contro la magistratura. E' stato un passo falso, è stato un errore con tutto il rispetto che sempre merita la seconda carica dello Stato". Ilda Boccassini domenica era a Palermo. Nel viaggio di ritorno a Milano ha avuto un bel riflettere sullo stato delle cose in un Paese lacerato, sempre diviso, sempre in conflitto che non riesce a trovare ragioni comuni e condivise nemmeno accanto alle tombe, nemmeno riflettendo sulle testimonianza di vita che quei morti - morti per servire lo Stato - hanno consegnato alla storia italiana. A Palermo Giovanni Falcone è stato ricordato, nel dodicesimo anniversario del suo assassinio, con due manifestazioni. Di diverso colore e segno, per dir così. Romano Prodi e Giuliano Amato nell'aula dove fu celebrato il processo a Cosa Nostra istruito dal giudice istruttore e dal pool di Antonino Caponnetto. Lungo l'autostrada a Capaci, accanto alle stele, il presidente del Senato Marcello Pera, i membri del governo. Nessun canale di comunicazione tra i due eventi, se si esclude la presenza della famiglia del giudice. Ilda Boccassini se n'è andata alla fiaccolata dei giovani e non ha avuto modo di ascoltare le parole di Pera. Le ha lette nelle cronache dei giornali. Dice ora: "Non sono rimasta sorpresa o sbigottita per le parole del presidente Pera. Sono rimasta non stupita, ma addolorata per l'occasione che si è voluto utilizzare per portare l'ennesimo attacco alla magistratura. Ne posso solo prendere atto. Come prendo atto che, dopo dodici anni Giovanni Falcone, già in vita bistrattato a destra come a sinistra, nemmeno da morto riesce a trovare la pace e il rispetto che merita, un ricordo che sappia riflettere sulla sua grandezza, sulla coerenza dei suoi comportamenti e delle sue scelte, sulla lungimiranza delle sue idee...". Sono le idee di Falcone che Pera ha ricordato. "No, purtroppo. E lo dico con molta tristezza. Sono le idee di Falcone che il presidente Pera ha strumentalmente utilizzato... Il brano citato, domenica a Capaci, dal presidente del Senato fa parte di una lezione di Giovanni all'istituto Gonzaga di Palermo, quindici giorni prima di essere ucciso. Era l'otto maggio del 1992. Le sue parole sono a disposizione di tutti, pubblicate in volume dalla Sansoni (Interventi e Proposte, pagina 183). Era una lezione senza titolo nelle sue carte. Il titolo che accompagna il testo pubblicato ("Il dibattito politico sul ruolo della magistratura") è stato apposto dai redattori del libro, ma rende bene il nucleo della questione che Giovanni affronta". Qual è, questa questione? "Falcone discute dei rapporti tra politica e magistratura. Osserva che "dopo la moda del linciaggio verso la politicizzazione dei giudici... adesso, con una velocità degna di miglior causa, siamo di fronte alla difesa ad oltranza dell'indipendenza dei giudici". A Giovanni non sono mai piaciute le "astratte affermazioni di principio" e quel giorno prova ad assaggiare che cosa, per i magistrati, bolle in pentola. A mo' di esempio cita le proposte dell'ideologo della Lega, il professor Gianfranco Miglio. Riassume il suo progetto di riforma dell'ufficio del pubblico ministero: "Organo che dovrebbe essere diviso da quelli della funzione giudiziaria, organizzato gerarchicamente dal suo interno dove gli organi superiori dovrebbero avocare a sé gli affari trattati dagli organi inferiori; dove i funzionari avrebbero una carriera distinta dai magistrati della funzione giurisdizionale e non potrebbero essere trasferiti ad uffici di quest'ultima". "Il reclutamento dei pubblici ministeri dovrebbe avvenire per concorso, ma la nomina, le promozioni e la assegnazione", proponeva Miglio, sarebbero state sottratte al Consiglio superiore della Magistratura per essere assegnate a "un procuratore della Costituzione". "Dico, en passant, che la riforma di Miglio assomiglia come una goccia d'acqua alla riforma dell'ordinamento giudiziario in discussione alla Camere, ma questo come è ovvio Giovanni non poteva saperlo. Sapeva invece che con idee di quel tipo, con una riforma istituzionale di quel tipo, la magistratura doveva fare ormai i conti senza trincerarsi in una inutile "difesa ad oltranza". Anche allora il suo occhio vide lontano. Giovanni, in quella lezione al Gonzaga, si chiedeva dunque come difendere l'autonomia della magistratura. Si chiedeva e si sforzava di far comprendere come "autonomia e indipendenza potessero rispondere alle reali esigenze della società, essere funzionali alle necessità della collettività". Solo quella era la via d'uscita, infatti: rendere concreto per la società l'utilità dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria, vederle "riconosciute come un valore da custodire e non già come un privilegio" delle toghe. "E' in quest'orizzonte che Giovanni fece riferimento alla funzionalità dell'autonomia e dell'indipendenza, valori - disse - che servono per l'efficienza della magistratura. Solo l'efficienza della funzione giudiziaria messa al servizio della società potrà trasformare autonomia e indipendenza in valori non per la magistratura, ma per la collettività. A rileggere quella lezione, il significato è chiaro. Giovanni avverte i magistrati: attenti, dopo il linciaggio della politicizzazione, verranno riforme che avranno l'esplicito obiettivo di piegare l'autonomia della nostra funzione. A nulla varrà una difesa cieca, miope, "ad oltranza", se non renderemo vivo, necessario, conveniente nella società, con un efficiente servizio, quel valore di autonomia e indipendenza... Mi scusi, mi interrompo...". Perché? "Questo discorso non voglio farlo, non voglio farmi prendere dalla passione del ricordo di un amico che, in momenti difficili come questo, ci manca se è possibile ancora di più.... Non voglio unirmi al coro di chi, anno dopo anno, afferra un lembo del pensiero o del lavoro di Giovanni per farne scudo alle proprie scelte o per trasformarlo in un'arma d'offesa contro gli avversari politici. Spero che almeno da morto, come non lo è stato in vita, Giovanni possa essere rispettato con le sue idee, lucide, premonitrici, controverse o discutibili come sono tutte le idee. Con il rispetto che un servitore dello Stato, come me, ha e deve avere per la seconda carica dello Stato, ripeto che il presidente del Senato ha commesso un errore lasciandosi anch'egli tentare dall'uso strumentale delle riflessioni di Giovanni Falcone. Per di più, è incappato in una grave contraddizione". Qual è la contraddizione? "Pera ricorda che Falcone pose alla base della sua riflessione un trinomio. Autonomia, indipendenza, efficienza. Giovanni pensava che solo, se efficienti, i magistrati possono difendere l'autonomia e l'indipendenza della loro funzione. Ma ci sono anche delle condizioni di base che devono essere assicurate dallo Stato per poter essere efficienti. Perché il presidente del Senato non si occupa delle condizioni in cui è stato avvilito il servizio giudiziario? Perché non spende una parola dinanzi alle doglianze della magistratura italiana sull'impossibilità dell'efficienza con gli organici malmessi, le risorse ridotte, le leggi contraddittorie? Ecco, la strumentalità del discorso del presidente del Senato è in questa contraddizione. Sembrano non interessargli "le reali esigenze della società" che stavano a cuore a Giovanni, ma soltanto la reiterazione dell'accusa di politicizzazione, che, come aveva previsto Falcone più di un decennio fa, annuncia riforme che vogliono condizionare l'autonomia e l'indipendenza di quel servizio. Se "le reali esigenze della società" fossero state tra i pensieri di Pera, come lo erano nella mente di Giovanni, il presidente del Senato avrebbe forse dovuto spendere anche qualche parola sulla caduta di tensione del ceto politico nel contrasto con la mafia, quella mafia che ha ucciso Giovanni e Paolo Borsellino e Francesca Morvillo e distrutto le loro scorte. Avrebbe speso qualche frase contro quel desiderio di convivere con Cosa Nostra che sembra il segno di questi anni anche per esplicita ammissione di qualche ministro. Avrebbe ricordato che, dentro la magistratura, c'è stato chi ha venduto la toga al miglior offerente e chi, fuori della magistratura, l'ha comprata. Avrebbe ricordato che l'efficienza della funzione giudiziaria non può essere affare soltanto dei giudici o dei pubblici ministeri, ma anche di chi fa le leggi e amministra l'organizzazione giudiziaria". Oggi sciopererà? "Oggi sciopererò e le dico che sciopererò, anche se starò qui nel mio ufficio a lavorare, anche per onorare il ricordo di Giovanni Falcone, magistrato autonomo, indipendente, efficiente". (25 maggio 2004) Scrivevo il 22 Maggio 2004, nei commenti a Leonardo Coen: Prossimamente: Mani Pulite, la Vendetta ieri sera ho seguito qualche minuto Maurizio Costanzo che commemorava Giovanni Falcone, insieme a Claudio Martelli... boh... ? quante cose non so e non sappiamo. visceralmente, avrei reagito con un 'ma ci vuole proprio un bel coraggio', ma insieme mi chiedevo: e io cosa ne so, davvero? Mani Pulite, con le telecamere di Mediaset fisse a puntare l'ingresso del Tribunale di Milano: e chi se le dimentica. Io però non ci passavo mai, non ho mai partecipato a una sola manifestazione. Non perchè non vedessi con piacere che qualche audace stava provando a mettere sotto processo il 'terzo livello' mafioso e tangentizio, ma perchè l'idea stessa che qualcuno potesse definire una parte come 'mani pulite' contro un'altra con le mani sporche per definizione mi ripugnava E Di Pietro? Non parlo delle sue idee, della sua onestà morale, della sua professionalità: ma perchè mettersi in politica e spendere lì la popolarità che si era travettianamente conquistata sul campo del 'diritto' ? E i Socialisti? spazzati via di colpo dalla scena politica nazionale, ma soprattutto milanese (e lo stiamo tuttora pagando salato, in termini di LAICITA' prima di tutto) solo perchè tutto il PSI si era ridotto ad appendice di un uomo solo, con i suoi pregi, i suoi difetti, la sua megalomania e capacità di attrazione, ed è stato molto facile disintegrarne l'identità, fatta anche però di migliaia di iscritti comptenti, onesti, seri, non più ladri (per definizione) di altri, la vera 'intellighenzia' milanese... lapsus (e.... Viale Papiniano????) inviato il 22.05.2004 13:48:40 ma, a proposito Mani 'Pulite' non nasceva da giudici legati ad Alleanza Nazionale e alla 'destra ex democristiana'? La Lega non applaudiva e mandava affollate masse alle manifestazioni davanti al Palazzo di Giustizia? Canale 5 non mandava in onda servizi e interviste a getto continuo? Il Cav. Berlusconi non offerse un ministero in suo eventuale governo a Di Pietro? La sinistra milanese non guardava forse con sospetto e diffidenza il 'terrore giacobino', che di fatto ha finito con danneggiare, in tutto il Nord Italia, proprio i partiti di sinistra? Questo è quanto ricordo io, vorrei che qualcuno confermasse, qual era il 'clima' a Milano, in quegli anni... e come si è trasformato, a tutto vantaggio di Lega, Alleanza Nazionale, Forza Italia, Destra ex-DC inviato il 24.05.2004 10:58:17 la tragedia craxiana e la disintegrazione della sinistra milanese appaiono sulla distanza il frutto della 'miopia' di Bettino Craxi, o meglio del suo strabismo che lo portava ad appoggiarsi a quelli che considerava potenziali alleati come la Lega e Alleanza Nazionale (i medesimi che non solo gli hanno 'fatto la festa', ma se ne sono poi massimamente avvantaggiati, oltre all' "amico" Cavaliere di Arcore) e ad attaccare come mandanti il PCI e la sinistra, che sono quelli che non meno del PSI hanno dovuto consegnare all'attuale leadership berlusconiana Milano, la Lombardia e l'Italia (anche il governo 'di centro sinistra' di Prodi-D'Alema-Amato coll'entusiasmante finale del portavoce Rutelli è stato di fatto un governo ingessato, bloccato in qualsiasi sua iniziativa volta a delimitare lo strapotere berlusconiano proprio dall'uso che le destre hanno abilmente fatto di Mani 'Pulite') inviato il 24.05.2004 11:06:04




permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 maggio 2004

Marwan Barghuti, ne scrive Luisa Morgantini, su 'il manifesto'

il manifesto, 21 Maggio 2004: Processo a Barghuti, chiesti cinque ergastoli Il leader dell'Intifada respinge l'accusa in ebraico: «Alla sbarra Sharon». I giudici: Arafat mandante Luisa Morgantini TEL AVIV Ieri mattina processo e richiesta di condanna per Marwan Barghuti, il leader dell'Intifada e segretario di Al-Fatah in Cisgiordania, ancora, con Arafat, il leader palestinese più popolare e amato. Marwan è stato sequestrato a Ramallah il 15 aprile del 2002. In tutto questo tempo è stato tenuto segregato in isolamento, non ha mai potuto vedere la famiglia. L'unica volta che ha visto i due figli è stato sotto ricatto - glieli hanno mostrati in tv, altrimenti poteva scegliere di avere comunque un vetro divisorio davanti. Poi hanno arrestato il figlio maggiore, Kassem, incarcerato a dicembre del 2003 e ancora in galera. Quindi hanno tentato di umiliarlo costantemente. Ma Marwan ha retto, ieri il suo tono era grave ma anche ironico. Ha ribadito la sua innocenza rispetto alle accuse, ha ripetuto che è contro l'uccisione di civili israeliani e, invece, che la responsabilità di quello che succede è dell'occupazione militare israeliana, che lui è per la pace e la esistenza di due popoli due stati e si è sempre battuto per questo fin dagli accordi di Oslo «quegli accordi che sono stati distrutti in realtà dall'uccisione Rabin, dal continuo furto delle terre palestinesi da parte d'Israele, dall'occupazione, dagli arresti e dalla mancanza di libertà di movimento dei palestinesi» - proprio come ha denunciato Amnesty International. Parlava in ebraico Marwan e ha perfino scherzato. A un certo punto dalla Corte gli hanno detto che aveva già parlato troppo. E lui ha risposto sereno: «Tanto sono già stato condannato e siccome sono stato in carcere già tanto tempo, ora prendo la parola e parlo». E'stato fermissimo nel ribadire le responsabilità di Sharon, nel denunciare le stragi di queste ore e le distruzioni di case a Rafah. «O in uno stato per due popoli o in uno stato solamente - ha aggiunto - i palestinesi non smetteranno mai di lottare per i loro diritti. Resisteranno sempre. Lasciatemi dire che questa Corte per me non ha valore, è la giustizia dell'occupazione - ha detto rivolto anche a Azni Bishara il deputato arabo israeliano, leader dei palestinesi che vivono nello Stato d'Israele, presente al processo - Mi avete arrestato, avete detto che io ero l'unico leader, ma l'Intifada è continuata. Ogni giorno dite che avete preso e ucciso quello che è il primo leader, ma il popolo continua a lottare. Dovete cessare l'occupazione militare israeliana». Marwan, che stavolta non aveva le mani legate, ha parlato di Gaza dicendo: «E' Sharon che dovrebbe essere processato per quello che sta facendo», poi, sempre in ebraico si è rivolto agli israeliani: «Voi che avete subito l'Olocausto, che avete sofferto così tanto, come potete commettere questi crimini?» Il pubblico ministero israeliano ha ribadito che è Marwan Barghuti «il» responsabile di tutto, di ogni azione e per questo meritevole di ben 5 ergastoli per 5 israeliani rimasti ucci in attentati. Ma - e può perfino sembrare un fatto «positivo» - la condanna richiesta alla fine non ha riguardato tutti i capi d'accusa: sono stati chiesti infatti 5 ergastoli per quattro attentati compiuti in Israele, ora per gli altri 33 capi d'accusa non può essere processato più nessuno. La Corte si è aggiornata al 6 giugno quando sarà emessa la sentenza definitiva. Il fatto grave contenuto nei capi d'accusa è che Marwan Barghuti altro non è che una «emanazione» di Yasser Arafat, quindi sotto processo ieri era anche il presidente palestinese. Erano presenti molti parlamentari arabo israeliani, mentre ai pacifisti e allo stesso Uri Avnery non è stato permesso l'ingresso. Presente una delegazione del Parlamento europeo guidata da Francis Wurtz il capo gruppo parlamentare del Gue, la nuova sinistra. Una presenza che ha reso felicissimo Marwan. In questi giorni c'è stato una specie di giallo perché non lo facevano vedere all'avvocato. La sua salute desta preoccupazione, è sempre in isolamento, in una cella umidissima e lui soffre di disturbi respiratori e non può avere un dottore. La moglie, Fatwa, Barghuti, non ha potuto essere presente. Raggiunta telefonicamente, si è sentita male appena è stata informata della richiesta di condanna. Fuori del processo la protesta aggressiva di un centinaio di familiari delle vittime israeliane degli attentati Un'ultima considerazione. Nessuno si aspettava la richiesta di condanna così presto. Il ritardo appariva perfino positivo. La richiesta di condanna è da mettere in relazione proprio con la volontà in questo momento di Sharon di annientare ogni possibilità di resistenza da parte dei palestinesi. Barghuti, molto amato dai palestinesi, è spesso presentato dall stampa israeliana come l'«alternativa» ad Arafat. Eppure su Barghuti la comunità internazionale tace. Come tace sui 7000 prigionieri politici palestinesi tra cui 350 ragazzini tenuti in condizioni disastrose in prigioni dove la tortura è pratica di stato. Come per Marwan, da due anni in totale isolamento, in una cella 1,50 per 3, sotto terra, con la luce accesa continuamente.




permalink | inviato da il 22/5/2004 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 maggio 2004

Marwan Barghouti: Al Aqsa minaccia di prendere ostaggi

Venerdì 21 maggio 2004 (05h59) : CONDANNATO BARGHOUTI; AL AQSA, PRENDEREMO OSTAGGI TEL AVIV Un tribunale israeliano ha condannato Marwan Barghouti, colui che e' considerato il leader dell'attuale Intifada', riconoscendolo colpevole della morte di 26 persone uccise in vari attentati. Lo ha reso noto il sito web del quotidiano israeliano 'Maariv'. Il verdetto arriva in un momento di estrema tensione nei Territori, dove da giorni e' in corso una massiccia operazione israeliana: il raid dell'esercito nel campo profughi di Rafah, l'operazione 'Arcobaleno', che ha gia' causato la morte di decine di palestinesi. La condanna per il 44enne parlamentare cisgiordano, considerato da molti come il probabile successore di Yasser Arafat, e' presumibilmente il carcere a vita. Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa hanno chiarito quale sara' la loro strategia di reazione alla condanna di Barghouti: catturare soldati israeliani per ottenere, in cambio degli ostaggi, il rilascio del leader palestinese. L'Autorita' Nazionale palestinese ha fatto sapere di non riconoscere la legittimita' della sentenza di condanna. E ora Israele ipotizza di portare in giudizio anche Yasser Arafat. "Dopo il verdetto, potremmo considerare di mettere sotto processo Arafat uno di questi giorni", ha detto il ministro della giustizia, Yosef Lapid. Israele finora non aveva intentato un processo ad Arafat perche' -ha spiegato Lapid- non voleva sottoporre a giudizio figure politiche. Intanto si aggrava di ora in ora il bilancio della devastante incursione israeliana in corso da quattro giorni nel campo profughi di Rafah, all'estremita' sud della Striscia di Gaza, ove e' salito ad almeno sette il numero dei palestinesi uccisi dai soldati ebraici. Anche l'ultima vittima in ordine di tempo, un uomo adulto, e' morta a Tal al-Sultan, sobborgo tra i piu' desolati del campo nel quale si sono accesi i combattimenti piu' aspri; testimoni oculari hanno raccontato che e' stato centrato da colopi di arma da fuoco. (bellaciao.org)




permalink | inviato da il 21/5/2004 alle 19:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 maggio 2004

Marwan Barghouti: ready to die in prison but would never give up his struggle

Friday 21 May 2004 Intifada 'will continue' TEL AVIV: Palestinian firebrand Marwan Barghouti defiantly accused Israel of trying to quench the intifada when a Tel Aviv court found him guilty yesterday on several counts of murder in the uprising's highest-profile trial. The West Bank Fatah chief told the court in Hebrew he was ready to die in prison but would never give up his struggle. And one of his lawyers said Barghouti would not appeal against any sentence he is given. The prosecution recommended that Barghouti, still tipped by many as Palestinian leader Yasser Arafat's successor, receive five life sentences for murder and another 40 years for attempted murder when he appears for sentencing on June 6, his 45th birthday. Barghouti, also a member of the Palestinian parliament, was convicted by the Tel Aviv District Court for direct responsibility in four attacks that killed five people. He had been charged with 26 counts of murder. Immediately afterwards, he vowed there would be no end to the intifada as long as the Israeli occupation of the West Bank and Gaza Strip continues. "So long as the occupation continues, the intifada will not stop. "As long as the Palestinian mothers are weeping, Israeli mothers will also weep," warned Barghouti, who was charged with heading the Al Aqsa Martyrs Brigades, an armed offshoot of Arafat's mainstream Fatah group that has carried out a string of deadly anti-Israeli attacks. The group he allegedly created and headed until his April 2002 capture promised to abduct Israeli soldiers to negotiate Barghouti's release. "We will make the kidnapping of Israeli soldiers our number one priority for the release of Marwan Barghouti and to release all our leaders and prisoners in Israeli jails," a spokesman for the group said. Al Aqsa Martyrs Brigade said it would kidnap Israeli soldiers to secure the release of West Bank Fatah chief Marwan Barghouti. Copyright © 2004, Gulf Daily News - Disclaimer Development by TradeArabia Web Services


Fri., May 21, 2004 Sivan 1, 5764 Israel Time: 01:46 (GMT+3) Analysis / Jail was a good career move for Marwan By Danny Rubinstein As expected, Palestinian reactions to the court's ruling in the case of Marwan Barghouti were uniform: They described the trial as a political show trial of a Palestinian leader and said that sooner or later, Israel will be forced to release him from prison and negotiate. Nabil Abu Rudeineh, the first person to comment from Yasser Arafat's office, termed the verdict yet another crime by the Israeli government. He reiterated the claim made by Barghouti and his associates on numerous occasions: that the Israeli court has no authority - legal, ethical or political - to try Barghouti, a Palestinian member of parliament and a political leader. As soon as the verdict was announced, a demonstration was organized in Ramallah with tens of thousands of participants, including members of Barghouti's family. The Palestinian Legislative Council published an official parliamentary decision declaring the verdict void and Barghouti a national hero who was jailed because he fought for the liberation of his people. Official Palestinian spokesmen sought to turn the verdict into a tool for rallying international support for the Palestinian struggle and called on parliamentarians all over the world to assist them in gaining the release of two jailed Palestinian legislators - Barghouti and Husam Khader. Beyond the obvious political commentaries offered in public, in private, some said, with a note of cynicism, that Barghouti fared well out of two years in Israeli prison. Sitting in jail turned him into a well-known and popular leader. For some time now, he has regularly attained the number two spot after Arafat in public opinion polls in the territories. Another potential political advantage of being jailed stems from the fact that other potential heirs to Arafat have found themselves in hot water. Mahmoud Abbas (Abu Mazen), who had been seen as the obvious successor to Arafat in recent years, lost out as a result of his short-lived tenure as prime minister. Ahmed Qureia (Abu Ala) is finding it difficult to fulfill his role as prime minister and lacks broad public support in the territories. Jibril Rajoub and Mohammad Dahlan are up to their necks in internal power struggles. Thus Barghouti enjoys the best of all worlds. He is popular, among other reasons, because he is not seen as personally corrupt. He is viewed as a simple son of the people, honest, ambitious and politically brave. He has close ties with groups that rival Fatah, most importantly Hamas, and from behind bars was one of the organizers of the hudna (cease-fire) during Abu Mazen's tenure as prime minister. Palestinian publications sometimes refer to Barghouti as the "architect of the intifada," and in an interview with Haaretz after the outbreak of fighting in the fall of 2000 he was asked whether he and his followers would heed Arafat's call to end the fighting. "The intifada will not end with an order, as it was not started by an order," he replied. © Copyright 2004 Haaretz. All rights reserved




permalink | inviato da il 21/5/2004 alle 12:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 maggio 2004

Marwan Barghouti found guilty of 5 murders (Ha'aretz)

Fri., May 21, 2004 Sivan 1, 5764 Israel Time: 01:44 (GMT+3) Barghouti found guilty of 5 murders By Assaf Bergerfreund Tel Aviv District Court yesterday found Palestinian Fatah leader Marwan Barghouti guilty of the murder of a number of civilians during the intifada and set sentencing for June 6. A panel of three judges, Sarah Sirota, Amiram Benyamini and Avraham Tal, convicted Barghouti of the murder of Yula Hen, shot dead at a Givat Ze'ev gas station in January 2002, and of a Greek Orthodox priest near Ma'aleh Adumim in June 2002. Barghouti was also convicted of direct responsibility for the murders of Yosef Havi, Elyahu Dahan, and the police officer Selim Barichat, in the shooting attack against the Sea Food Market restaurant in Tel Aviv in March 2002. Barghouti was also held responsible for the attempt by suicide bombers to detonate an explosives laden vehicle at the Malcha Mall in Jerusalem. The attempt failed and the two would-be suicide bombers died when their vehicle exploded prematurely. The court exonerated Barghouti of most of the charges against him. He had been charged with direct responsibility for 37 attacks resulting in the deaths of scores of people. The prosecution convinced the court of Barghouti's direct responsibility in only three terror attacks. In most cases the court concluded the attacks were carried out at the behest of local leaders of the paramilitary Tanzim. Although affiliated with Barghouti, the official head of the organization, no proof was brought to link the defendant with the decisions. Following his conviction in the murder of five persons, the prosecuting attorney, Dvora Hen, head of the Security Affairs department at the State Prosecutor's office, asked the court to sentence Barghouti to five consecutive life-terms in prison. In addition she requested that he be given the maximum sentence for his membership in a terrorist organization. Barghouti entered the courtroom accompanied by police officers, waving to his supporters, among them Arab MKs Ahmed Tibi, Azmi Bishara and Muhammad Barakeh.

Responding to the verdict, Barghouti rejected the authority of the Israeli court to try him as a member of the Palestinian parliament. Barghouti also criticized the judges and their capacity to rule independently, accusing them of "receiving instructions from the security services." He warned that while Palestinians have no state of their own, there can be no peace. The judges decision not to attribute direct responsibility to Barghouti for most of the attacks carried out by the Tanzim was justified on the basis of the legal structure which prevents the conviction of a leader of a terrorist organization for acts carried out by members of the group, if he himself is not directly involved. The judges noted that this applied even though it may be known that the leader of the organization gave his blessing to carrying out the crimes and provided his associates with the financial wherewithal to carry out attacks. They said the law was far from satisfactory, but they were bound by the rule of law. The panel of judges said Barghouti opposed attacks inside the Green Line on principle, but in practice he did not stop supporting his associates or helping them by providing them with funds and military supplies, even when he was told that attacks were scheduled to take place inside Israel. Barghouti, the judges said, did not have full control over the members of the Tanzim cells, but he had significant influence on them and could instruct them to cease or restart their attacks, on the basis of orders received from Palestinian Authority chairman Yasser Arafat. In their conclusions, the judges said Barghouti used to receive reports of the attacks carried out by his associates only after they were completed. This was an effort to preserve his image as a political leader not involved in armed attacks against Israelis. Former Tanzim chief Marwan Barghouti being led into the Tel Aviv District Court yesterday. (Uriel Sinai) © Copyright 2004 Haaretz. All rights reserved




permalink | inviato da il 21/5/2004 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 maggio 2004

Non siamo turisti su questa terra. Marwan Barghuti giudicato colpevole dal tribunale di Tel Aviv

Israele, Condannato Barghouti 20 maggio 2004 Il leader palestinese, Marwan Barghuti, è stato riconosciuto colpevole dal tribunale di Tel Aviv per l'assassinio di 26 civili e militari israeliani, uccisi in attentati suicidi o altri attacchi terroristi durante la seconda Intifada. I giudici annunceranno la pena che commineranno al leader dell'Intifada il prossimo 6 giugno. Barghuti, 44 anni, è uno degli esponenti di spicco di al Fatah, leader delle brigate dei Martiri di al Aqsa e Tanzim, è stato condannato per aver finanziato e pianificato gli attentati. Il leader palestinese aveva rifiutato l'assistenza di un avvocato e si era difeso da solo nel processo iniziato nell'agosto dello scorso anno. Inoltre nel corso delle udienze Barghuti si è rifiutato costantemente di difendersi considerando il tribunale di Tel Aviv «un apparato alle dipendenze dirette dell'occupazione militare israeliana». Barghuti soteneva che il tribunale non aveva competenza nel giudicarlo e aveva rivendicato l'immunità parlamentare nella sua veste di membro del Consiglio legislativo palestinese (Clp). Barghuti ha anche affermato di essere stato tenuto in stato di isolamento per la maggior parte della sua detenzione. Barghuti era stato arrestato a metà aprile del 2002 a Ramallah, in Cisgiordania, da un'unità speciale dell'esercito e nel settembre dello stesso anno era stato portato davanti al tribunale di Tel Aviv per rispondere delle accuse di essere stato comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa (gruppo armato che Israele considera terroristico), di omicidio, di complicità in omicidio e di altri crimini. (paceinpalestina.it IndyMedia: Barghuti processa l'occupazione by manifesto Wednesday October 01, 2003 at 12:28 PM Nell'ultima udienza del procedimento per «terrorismo» a suo carico, il leader di Al-Fatah pronuncia un duro atto d'accusa contro l'occupazione israeliana ed esalta l'Intifada. Ai giudici dice: «Non siamo turisti su questa terra, ci siamo da migliaia di anni, ma c'è posto per tutti» MICHELE GIORGIO GERUSALEMME In Israele lo chiamano «arciterrorista», lo ritengono l'«ispiratore» di 26 attentati delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa. Nei Territori occupati invece Marwan Barghuti è un eroe della resistenza all'occupazione israeliana e lo ha dimostrato - commentavano ieri tanti palestinesi - proprio nell'aula del tribunale di Tel Aviv dove si è tenuta l'ultima udienza del processo a suo carico prima della sentenza che si attende nelle prossime settimane. Barghuti, segretario di Al-Fatah in Cisgiordania ma soprattutto «comandante» politico dell'Intifada, che nei mesi scorsi aveva scelto di difendersi da solo, ha pronunciato un discorso appassionato, di rivendicazione dei diritti della sua gente a resistere all'occupazione, ma anche di convivenza pacifica con Israele, lui che aveva creduto e sostenuto fino al loro fallimento nel 2000 gli accordi di Oslo. «Israele deve favorire la realizzazione del nostro diritto all'indipendenza, altrimenti deve accettare la nascita di uno stato binazionale (per ebrei e palestinesi)», ha detto ieri parlando in ebraico. I palestinesi ieri hanno continuato a commemorare l'anniversario dell'inizio (28 settembre 2000) dell'Intifada di Al-Aqsa. Manifestazioni, raduni e sit-in si sono svolti un pò ovunque in Cisgiordania e Gaza. A Ramallah almeno 4.000 persone hanno attraversato in corteo il centro della città e poi si sono dirette alla sede del Consiglio legislativo palestinese dove, forse giovedì, il premier incaricato Abu Ala presenterà il suo governo per il voto di fiducia. In serata, sempre a Ramallah, si è svolta una veglia funebre in memoria di Edward Said, il grandissimo intellettuale palestinese deceduto la scorsa settimana negli Stati uniti. Anche uno dei leader di Hamas, Ismail Hanye, ha partecipato a Gaza alla manifestazione per il terzo anniversario della rivolta. Hanye è il primo dirigente di Hamas a ricomparire in pubblico, dopo gli ultimi tentativi di «assassinii mirati» israeliani contro i leader del movimento islamico, uno dei quali, Ismail Abu Shanab, era stato ucciso il 21 agosto. E ai morti palestinesi Marwan Barghuti ha reso omaggio durante il processo: «Oggi ricordiamo i 2.729 palestinesi (gli israeliani morti sono almeno 750, ndr), in maggior parte donne e bambini, uccisi durante l'Intifada - ha continuato -. Sono fiero di aver preso parte all'Intifada. Un leader che non partecipa alla rivolta per la libertà del suo popolo non può considerarsi un leader. Fintanto che prosegue l'occupazione militare non potrà tornare la calma. Dove c'è occupazione militare, non c'è onore». Insomma, nell'aula del tribunale Barghuti da imputato si è trasformato in accusatore. Non si è difeso da una giustizia che non riconosce, perché «giustizia dell'occupazione e dell'oppressione», e ha parlato da pubblico ministero. Esprimendosi a braccio il comandante dell'Intifada - l'unico esponente palestinese in grado un giorno di prendere il posto di Yasser Arafat - ha puntato l'indice contro un'occupazione che da decenni «nega la vita» a 3,5 milioni di palestinesi. «Non sono mai stato per l'omicidio di innocenti, di donne o bambini - ha detto Barghuti - ma dobbiamo combattere l'occupazione israeliana. Siamo un popolo come qualsiasi altro. Vogliamo la libertà e uno Stato come gli israeliani, perché morire è meglio che vivere sotto occupazione». Poi ha aggiunto: «non siamo turisti su questa terra, ci siamo da migliaia di anni, ma c'è posto per tutti». Se l'occupazione non dovesse finire, ha proseguito, allora fra quattro o cinque anni la sola soluzione sarà «uno Stato binazionale». Barghuti ha rivolto spesso lo sguardo agli osservatori europei presenti al processo fra cui l'europarlamentare Luisa Morgantini (Rifondazione) e la parlamentare Graziella Mascia. Ieri molti, forse, hanno compreso perché Barghuti è stato arrestato e non verrà liberato nel quadro dello scambio di prigionieri, dato per imminente, tra Israele ed Hezbollah. Un leader palestinese così autorevole non può continuare a guidare la sua gente ma deve passare come un «terrorista» con le mani sporche del sangue di innocenti. Il futuro Stato palestinese che Israele e Stati uniti hanno in mente non può essere affidato a dirigenti come Barghuti ma deve essere guidato da fantocci pronti ad eseguire gli ordini. «Sono un dirigente politico, non mi sono mai occupato di questioni militari», ha detto il dirigente di Al-Fatah. Vero, falso? Difficile dirlo. Ma il punto vero è che, per una ragione o un'altra, Marwan Barghuti doveva uscire di scena per fare spazio a chi, come l'ex premier Abu Mazen, nei discorsi ufficiali non ribadisce i diritti della sua gente. Il premier israeliano Ariel Sharon invece non dimentica mai le ragioni del suo popolo. Ieri i media internazionali hanno dato ampio spazio alle dichiarazioni di Mohammed Dahlan, ministro della sicurezza uscente, e braccio destro di Abu Mazen. L'Intifada - non l'occupazione militare israeliana - è stata negativa per i palestinesi, ha affermato Dahlan in una intervista. Bisogna capire le esigenze di questo ex ministro che un tempo sognava di prendere il posto di Arafat. Quando non c'era l'Intifada Dahlan faceva buovi affari d'oro gestendo servizi in monopolio e attività «misteriose» che contribuivano ad affamare la popolazione palestinese. Oggi Dahlan vive in una villa lussuosa nel centro della misera Striscia di Gaza e il suo «stile» piace molto agli Stati uniti. Non ai suoi amici con i quali era cresciuto nel campo profughi di Khan Yunis. Loro sono ancora là a chiedere di diventare uomini liberi.




permalink | inviato da il 20/5/2004 alle 23:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 maggio 2004

Yael Dayan, figlia di Moshé: «Fuori controllo. Bisogna andarsene subito»

GERUSALEMME - Meno di tre anni fa, dopo l’attentato al Park Hotel di Netanya, aveva giustificato la cruenta reazione israeliana nei territori: «Troppo brutale? No. Dobbiamo pur difenderci, o avremo altri attentati» disse. Oggi Yael Dayan, figlia del generale Moshé, ed ex parlamentare laburista, ha la voce stanca e sfiduciata: «A Rafah abbiamo passato il segno. Siamo arrivati a un punto intollerabile, a un comportamento che può essere definito un crimine contro l’umanità». E’ stato un incidente, hanno spiegato i vertici militari, scusandosi. «Sì, credo anch’io che sia stato un errore. Non penso che il governo israeliano volesse uccidere intenzionalmente bambini o innocenti. Perché queste morti pesano adesso gravemente sulla sua immagine internazionale. Ma questo è il risultato della situazione: siamo nel posto sbagliato e dobbiamo andarcene. Quella manifestazione non metteva in pericolo i nostri militari, non c’era ragione di sparare». Allora perché è successo, secondo lei? «Perché ormai l’esercito ha perso il controllo. Dopo la morte di tredici soldati, poco più di una settimana fa, gli eventi sono precipitati. Il nervosismo è salito, i carri armati sparano su tutto ciò che si muove. E’ una situazione insostenibile. Bisogna lasciare Gaza. Eravamo quasi ducentomila sabato scorso a Tel Aviv. E non è tutta gente di sinistra come me. Sono israeliani stanchi di tutto questo». Il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore hanno annunciato che l’Operazione Arcobaleno continuerà a Gaza, nonostante tutto. «Arcobaleno! Vorrei sapere di chi è la mente che ha deciso di battezzare così un’operazione che porta morte, sangue e distruzione. L’arcobaleno evoca un film di Judy Garland, tutto serenità e ottimismo. Comunque io non so perché i carri armati siano entrati a Rafah e l’unica risposta che so darmi è che si tratta di una punizione collettiva. Come dimostrano gli ostacoli frapposti ai soccorsi e alle ambulanze palestinesi». Ieri però Israele ha offerto le sue ambulanze per evacuare i feriti di Rafah . «Non c’è molta umanità, per me, in chi uccide e poi offre in dono le bare. C’è solo una bella dose di cinismo. No, bisogna uscire da Gaza e per ottenerlo continueremo a fare dimostrazioni davanti al ministero della Difesa, giorno dopo giorno, finché il governo non ascolterà le voci che si sono alzate sabato scorso a Tel Aviv». Che cosa deve accadere per convincerla che Sharon intenda davvero di ritirarsi da Gaza? «Mi basterebbe vedere la prima casa sgomberata nella colonia di Netzarim. La prima casa e il primo camion che riporta in Israele la prima famiglia di coloni, con tutti i suoi mobili. Sarebbe un segno di speranza per tutti. Sono d’accordo con Amnesty International quando parla di crimini di guerra a Rafah. Ma avrei voluto sentire la stessa voce protestare quando è stata uccisa una donna con le sue quattro bambine e i resti dei soldati uccisi sono stati mostrati dai palestinesi come trofei». E. Ro. © Corriere della Sera




permalink | inviato da il 20/5/2004 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
maggio