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Sviluppo (in)sostenibile
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3 febbraio 2007

Il presunto consenso scientifico attorno al riscaldamento globale sarebbe frutto di un’illusione ottica...

e se fosse così, quello che ho appena scritto, nel diario di oggi, varrebbe anche per una Ecologia possibile, implicita di una Sinistra possibile:

ovvero, una Sinistra dell'Impossibile, in questo caso 'ecologica', di fatto, spingendo oltre ogni limite lo spostamento del 'baricentro' politico economico globale, e utilizzando in tal senso, come 'mezzo', il terrorismo para scientifico mal suffragato da autodefinentisi 'esperti di climatologia o di quant'altro, finirebbe e finirà per produrre l'esatto OPPOSTO

ovvero, in assenza di verifiche, conferme e anche popperiane falsificazioni delle sue catastrofistiche ipotesi, finirà per ingigantire il menefreghismo globale sul clima, sul rapporto uomo-natura eccetera eccetera....

Riporto da happytrails.ilcannocchiale.it

Allarme preventiva sul clima in base a un rapporto che non c'è

Da Il Foglio, 3 febbraio 2007

Ieri è stata presentata a Parigi la sintesi della parte scientifica del quarto rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc). Per il contenuto e il momento in cui viene diffuso, il documento mette sotto ulteriore pressione i paesi occidentali. Esso afferma che, rispetto al passato (l’edizione precedente risale al 2001), è divenuto più chiaro il contributo dell’uomo all’effetto serra (ritenuto “molto probabile” per “la maggior parte” del riscaldamento osservato), e che i cambiamenti a cui stiamo assistendo sono preoccupanti e drammatici: “l’evidenza paleoclimatica suggerisce che il riscaldamento dell'ultimo mezzo secolo non ha termini di confronto almeno negli ultimi 1300 anni. L’ultima volta che la regione polare è stata significativamente più calda di adesso per un periodo di tempo abbastanza esteso (circa 125 mila anni fa) la riduzione del volume dei ghiacci artici ha portato a un aumento del livello dei mari tra 4 e 6 metri”. In assenza di interventi aumenterebbero intensità e frequenza degli eventi estremi: ma anche se la comunità internazionale si rimboccasse le maniche, “il riscaldamento antropogenico e l’aumento del livello dei mari continuerebbero per secoli a causa della scala temporale associata coi processi e i feedback climatici”.

La presentazione del documento è l’ultimo atto di una escalation allarmistica politico-mediatica che va dalla pubblicazione del rapporto Stern all’esordio cinematografico di Al Gore (addirittura candidato da due parlamentari svedesi al premio Nobel per la pace). Tuttavia, non sono mancati i critici. Qualcuno sottolinea come, a dispetto dei toni da fine del mondo, previsioni come quelle sull’innalzamento del livello dei mari abbiano ridimensionato le stime precedenti: si parla di 18-59 centimetri nel 2100, contro i 9-88 del rapporto precedente. Del resto, uno studio del Cnr mostra che, almeno in Italia, quest’inverno non è stato il più caldo ma è superato dal 1926 e 1987, e seguito dal 1898. Altri si concentrano sulle modalità perlomeno singolari di presentazione del documento: “il testo integrale del rapporto non sarà disponibile fino a maggio – attacca Steve McIntyre, lo studioso che assieme a Ross McKitrick ha demolito il famoso grafico a mazza da hockey, su cui si basano le previsioni più pessimistiche sull’aumento della temperatura globale – Quindi, non ci sarà alcuna possibilità per i lettori esterni di verificare la fondatezza di quanto viene detto”. In passato l’Ipcc è stato accusato di manipolare le sintesi politiche, enfatizzando gli aspetti più catastrofisti e sminuendo le incertezze. L’impossibilità di confrontare la sintesi col rapporto integrale proprio nel momento di massima esposizione mediatica è una mancanza di trasparenza senza precedenti.

Proprio le presunte distorsioni nel processo Ipcc – un organismo delle Nazioni Unite con seicento autori da quaranta paesi – hanno causato l’abbandono di scienziati come il meteorologo del Mit Richard Lindzen e l’esperto di uragani del Noaa Chris Landsea, e hanno attirato le dure critiche della Camera dei Lord, che al termine di un’indagine conoscitiva ha accusato l’Ipcc di faziosità. David Henderson, ex capoeconomista dell’Ocse, ha detto che “l’ambiente dell’Ipcc non è del tutto competente, né adeguatamente rappresentativo”. Insomma: l’Ipcc potrebbe essere una burocrazia autoreferenziale, i cui difetti vengono esacerbati dall’editing politico delle sintesi. Se questa accusa dovesse rivelarsi fondata, allora il presunto consenso scientifico attorno al riscaldamento globale sarebbe frutto di un’illusione ottica. La decisione di presentare la sintesi con tre mesi di anticipo sul rapporto non contribuisce a dissipare questo sospetto.

E poi: CHI E' RESPONSABILE DEL RISCALDAMENTO INTERPLANETARIO ?!?

Su Newton una ricerca sui cambiamenti degli altri pianeti
L'effetto serra? C'è anche su Marte
Temperature in crescita anche su Giove e Saturno, uragani e sconvolgimenti climatici: tutta colpa del Sole
   
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/02_Febbraio/02/newton.shtml




permalink | inviato da il 3/2/2007 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 gennaio 2007

Una CO2 così non la si vedeva da un milione di anni

Ehm .... Cheesy

Dunque:

L' attuale concentrazione di Co2, pari a 380 parti per milione, è la più alta riscontrata nell' ultimo milione di anni

[ri dunque: l'omo, bi sapiens, c'è da du' milioni... perciò... ci stiamo rapidamente avvicinando al punto di ritorno allo stato SCIMMIESCO ... wow wow wow :twisted:]

Se non si cambia rotta rapidamente miliardi di persone a rischio
Clima verso il disastro: pianeta a rischio
Il rapporto di un panel di 2500 scienziati inchioda le responsabilità umana: «E' colpa nostra per i gas serra»
   

OSLO- I 2500 esperti di clima dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) hanno appena concluso il loro rapporto sulle prospettive del pianeta, che sarà ufficialmente presentato ai primi di febbraio del 2007, e non elargiscono buone parole. Se nella loro relazione del 2001 ci giudicavano infatti «probabilmente colpevoli» dei cambiamenti climatici ora il loro giudizio è «colpevoli» senza mezzi termini.
Non ci sarebbero scuse. Se la Terra si sta avviando sempre più rapidamente al disastro a causa del riscaldamento non è colpa della natura, ma nostra, che non abbiamo ridotto l'emissione di gas serra continuando imperterriti, per esempio, a usare combustibili fossili nonostante gli accorati avvertimenti degli scienziati.

E così ora dovremo pagarne le spese.

Quali? Secondo il rapporto un incremento della temperatura da 2 a 4,5 gradi centigradi entro il 2100, con conseguente scioglimento di ghiacci, desertificazione, distruzione delle risorse agricole, ondate di caldo.

Una situazione che minerebbe radicalmente la possibilità di sopravvivenza di milioni di persone, oltre a modificare drasticamente gli scenari geo-sociali del pianeta

I DATI - Come anticipato dal Corriere della Sera nel novembre scorso, il dato più preoccupante, che deriva da misure strumentali oggettive, è l' incremento del tasso di crescita annuo delle concentrazioni di gas serra in atmosfera, in particolare dell' anidride carbonica (Co2, il principale fra i gas serra), generata dalle combustioni. Le emissioni totali di questo gas serra sono passate da 19,8 miliardi di tonnellate annue del 1980, a 23,4 del 1990, a 26 attuali. Un incremento così rapido fa sì che gli oceani e gli ecosistemi terrestri stiano perdendo progressivamente la capacità di assorbirlo e di conseguenza aumenta il suo accumulo in atmosfera. L' attuale concentrazione di Co2, pari a 380 parti per milione, è la più alta riscontrata nell' ultimo milione di anni, come risulta dalle analisi effettuate nei ghiacci dell' Antartide; e attualmente cresce al ritmo di 2 parti per milione l' anno: il più elevato tasso degli ultimi ventimila anni.

[basta spingersi un poco ancora più indietro... e tornano i DINOSAURI !!!! ecco spiegato il grande interesse premonitorio degli ultimi decenni per quella simpatica specie :lol:]

NOI E LA NATURA - Secondo le valutazioni Ipcc, l'accumulo dei gas serra di origine antropica ha già modificato le condizioni fisiche dell' atmosfera, al punto di causare un surplus di riscaldamento o «effetto serra aggiuntivo» che vale circa l' 1,7% rispetto a quello naturale. Per la precisione, l' effetto serra naturale (dovuto in prevalenza al vapor d' acqua atmosferico) viene stimato 180 watt per ogni metro quadrato di superficie terrestre; quello aggiuntivo 3 watt. Quest' ultimo, tuttavia, è attenuato di circa il 50% dai vari tipi di inquinanti (particelle e aerosol) in sospensione nell' atmosfera, sia pure in maniera disomogenea da posto a posto. Quel che rimane dell' effetto serra aggiuntivo è, da un punto di vista fisico, perfettamente coerente con l' aumento delle temperature medie di meno di un grado osservato nell' ultimo secolo.

RIMEDI - C'è però anche qualche buona notizia: se saranno presi provvedimenti adeguati, ci dicono gli scienziati, le prospettive potrebbero in parte cambiare. Ma qui gli esperti dell'Ipcc non fanno sconti: se i Governi non adotteranno i provvedimenti suggeriti non ci saranno speranze.

[beh... esagerati !!!!!! ... non ci saranno speranze .... per li ommini, ma ce ne saranno per i Rex Wink ]

Corriere della Sera, 21 gennaio 2007

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/01_Gennaio/21/clima.shtml
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Da http://autoaiuto.forumup.it/viewtopic.php?p=2686&mforum=autoaiuto#2686

MA (c'è sempre un ma!) giustamente ci fa notare hurricane_53 che:

La cosa più importante da capire [di questi recenti studi] è che [non dicono] nulla del futuro del clima della Terra. Nessun trend climatico di breve periodo può dircelo, dal momento che i principali fattori che determinano il clima della Terra sono basati su cicli astronomici orbitali che durano 21.000, 40.000 e 100.000 anni. Comprendere questi cicli orbitali è la chiave per comprendere, con la mente libera da pregiudizi, la massa di propaganda sfornata quotidianamente dalla lobby del riscaldamento globale e per comprendere come il riscaldamento globale stesso sia un mito.


21 Gennaio 2007

Riscaldamento della terra? Il manto di ghiaccio della Groenlandia sta crescendo e anche la banchisa Antartica






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23 settembre 2004

Fecondazione Proibita: dal principio di Autorita' al principio di Responsabilita'

Sulla fecondazione assistita: si è visto, due sere fa, a 8 e mezzo, un dibattito INTERESSANTE, perchè oltre ai 'talebani antiabortisti e anti fecondazione assistita' ed ai 'talebani della libertà individuale assoluta', c'erano quelli che ponevano un problema di RESPONSABILITA', di tutti noi, a fronte delle conquiste e delle nuove libertà consentite, ma anche opportunamente propagandate e 'promosse', della scienza e della tecnologia Si è intravisto un PROBLEMA: oltre l'AUTORITA' SUPREMA (stato, papa, re) che vieta o permette, c'è la PERSONA, che, se informata, puo' ASSUMERSI DELLE RESPONSABILITA', che indubbiamente ci sono se già ora o tra pochi anni saremo messi di fronte alla possibilità di procreare solo figli sani (immuni dalle n malattie gravi geneticamente trasmesse, ma forse anche da qualche colpo di genio) o affrontare il rischio di generarli 'malati', o potenzialmente, anche, malati ecc. ecc. Ora, perchè dall'Autorità 'al di sopra' (vedi Allah), si possa arrivare all'Autorità 'dentro' ciascuno di noi (IO = DIO) è necessario conoscere, sapere, essere informati e ragionare... usando il bisturi della ragione, imperfetta ma efficace più dei 'Comandamenti' ... ... commentando Leonardo Coen: Che pensa Allah dell'Europa




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11 agosto 2004

Quando gettar via la plastica e riciclarla conviene

Dalla Polonia un sistema per produrre - al ritmo di 500 litri di combustibile all'ora, la normale "verde" Benzina alle stelle? Basta riciclare la plastica... Tutto sembra possibile nel mondo delle quattro ruote. Soprattutto quando la benzina arriva alle stelle e la voglia di affondare il piede sull'acceleratore invece non diminuisce. Così, un simpatico signore polacco, tale Zbigniew Tokarz originario di Niewiadow, una cittadina a 30 chilometri da Lodz in Polonia centrale, ha pensato bene di produrre benzina riciclando la plastica raccolta. La macchina da lui costruita è in grado di dare fino a 500 litri di combustibile all'ora, secondo quanto scrive il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Ed a riprova che le ricerche sono già oltre la fase iniziale, il giornale scrive che la società fondata da Tokarz "Tecnologie ecologiche", potrebbe fra poco entrare in joint venture con un gruppo industriale australiano mentre una sua macchina è stata già acquistata da un'altra società di Ostrava, in Repubblica ceca. "Anche tedeschi, irlandesi e cinesi hanno mostrato interesse alla mia scoperta", ha detto Tokarz. Tanto più che il processo di produzione non sembra molto complicato: i prodotti in plastica gettati via dopo il loro uso (dalla pellicola trasparente per coprire i cibi alle bottiglie dell'acqua o del latte fino ai pezzi di paraurti delle autovetture), vengono fatti sciogliere lentamente e gradualmente (perché non si carbonizzino) in un reattore catalitico a temperature che arrivano fino a 400 gradi. La materia prima diventa liquida e, grazie alla catalizzazione attraverso un composto di alluminio, si trasforma in vapore di idrocarburi, simili a quelli presenti nel petrolio o nel gas naturale. Il prodotto finale, anche gli scarti, non è inquinante per l'ambiente. Rispetto a esperimenti simili condotti in Giappone e Germania, la macchina del polacco funziona senza bisogno di ricorrere all'alta pressione, e non puzza. Dopo il raffreddamento si ottiene carburante liquido che la società di Tokarz consegna a due raffinerie polacche. Nella distillazione finale si ottengono fino al 18% di benzina ed al 47% di olio combustibile. Il processo di produzione inventato da Tokarz è quasi interamente automatizzato, per accudire la macchina (dalla forma simile ad un container) bastano due uomini che introducono l'immondizia di plastica in una specie di tritatutto che la riduce in pezzetti minuscoli. Solo in Polonia la raccolta della spazzatura, secondo stime attuali, produce fino a 1,4 milioni di tonnellate di plastica. "La mia macchina può lavorare in condizioni estreme, anche direttamente nei centri di raccolta della spazzatura", ha detto Tokarz. Per ora la plastica da riciclare viene portata dai diversi centri di raccolta del paese a Niewiadow, dove si svolge la produzione. Ma già entro la fine dell'anno la società di Tokarz avrà sette macchine in funzione e offrirà lavoro a 80 polacchi. (La Repubblica, 11 agosto 2004)




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26 maggio 2004

Rapporto Annuale 2004 di Amnesty International

Rapporto Annuale 2004Rapporto Annuale 2004 "I poveri e gli emarginati sono coloro ai quali viene più spesso negata la giustizia e anche coloro i quali trarrebbero i maggiori benefici da un’equa realizzazione dello Stato di diritto e dei diritti umani. Tuttavia, nonostante il crescente dibattito sull’indivisibilità dei diritti umani, nella realtà i diritti economici, sociali e culturali vengono disattesi, cosicché per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale i diritti umani non sono che un costrutto artificioso. " - Dalla prefazione di Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International Amnesty International Report 2004Amnesty International Report 2004 Huge challenges confronted the international human rights movement in 2003. The UN faced a crisis of legitimacy and credibility because of the US-led war on Iraq and the organization's inability to hold states to account for gross human rights violations. International human rights standards continued to be flouted in the name of the "war on terror", resulting in thousands of women and men suffering unlawful detention, unfair trial and torture – often solely because of their ethnic or religious background. Around the world, more than a billion people's lives were ruined by extreme poverty and social injustice while governments continued to spend freely on arms. This Amnesty International Report reflects those challenges. It documents the human rights situation in 155 countries and territories in 2003, and summarizes regional trends. It reports on areas of work being prioritized and developed by Amnesty International -- such as violence against women; economic, social and cultural rights; and justice for refugees and migrants – and celebrates the achievements of activists in these and other areas. In a dangerous and divided world, it is more important than ever that the global human rights movement remains strong, relevant and vibrant. Through its members and allies, Amnesty International remains committed to revitalizing the vision of human rights as a powerful tool for achieving justice for all.




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19 maggio 2004

Energia solare: con dieci chilometri quadrati l'energia di una centrale nucleare, 1000 megawatt

ROMA - "Il nuovo solare termodinamico ad alta temperatura, l'energia catturata dagli specchi parabolici e immagazzinata da un fluido salino, è la terza via delle rinnovabili. Una fonte pulita, perfettamente competitiva, abbondante e sicura. Basta un quadrato di tre chilometri di lato, la lunghezza di una pista di aeroporto, per ottenere la stessa energia di una centrale nucleare. E per giunta è tecnologia italiana: una ricchezza che possiamo utilizzare direttamente ed esportare". E' un Carlo Rubbia in grande forma quello che si accinge a battezzare la fase uno del suo sogno. A meno di quattro anni dall'ideazione del progetto Archimede, il premio Nobel che guida l'Enea festeggerà oggi l'inaugurazione della nuova centrale elettrica di Priolo, in provincia di Siracusa, l'impianto Enel ristrutturato per far posto al sole. Si tratta della prima dimostrazione della realizzabilità del programma solare dell'Enea, un primo passo concreto che potrebbe aprire la strada a una filiera energetica made in Italy. Eppure, dopo Archimede che l'aveva usata per altri scopi, questa forma di energia solare ha avuto poco successo. E l'esperienza della centrale siciliana a specchi di Adrano, che ha inghiottito molti fondi e prodotto poca energia, aveva indotto al pessimismo. Cosa è cambiato? "Lasciando da parte Archimede, troviamo che il primo brevetto per gli specchi solari risale al 1860. Da allora è stato un succedersi di prove ed errori. Per esempio vent'anni fa, in California, avevano costruito centrali ibride che usavano il solare e il gas naturale, ma bastava una nuvoletta per bloccare il solare e far partire l'impianto a gas: il rendimento era scarso. E poi come fluido per accumulare il calore si usava un olio minerale poco sicuro e ad alto impatto ambientale. Oggi parliamo di una tecnologia completamente diversa". Molto più affidabile? "Non c'è paragone. Noi usiamo specchi di nuova progettazione che si muovono lungo l'arco della giornata seguendo il sole e quindi riescono a catturare più luce. Al posto del vecchio olio infiammabile abbiamo una miscela di sali fusi che non causa problemi e consente di accumulare l'energia in moda da renderla disponibile in ogni momento, anche quando non c'è il sole, in modo da ottenere la flessibilità richiesta dal mercato. E infine c'è il fattore temperatura che è fondamentale perché lo scopo finale è produrre vapore per far girare le turbine: la vecchia tecnologia solare non arrivava a superare i 350 gradi; ora raggiungiamo i 550 gradi, la stessa temperatura che si usa negli impianti a combustibili fossili". Siamo comunque ancora alla fase di sperimentazione. "Come esperimento pilota i 20 megawatt aggiunti dalle tecnologie solari alla centrale di Priolo non sono da buttar via: bastano a una città di 20 mila abitanti, consentono di risparmiare 12.500 tonnellate equivalenti di petrolio l'anno ed evitano l'emissione di 40 mila tonnellate l'anno di anidride carbonica. E il bello è che questo tipo di energia è conveniente: ai prezzi attuali l'impianto si ripaga in 6 anni e ne dura 30. Oltretutto, una volta avviata la produzione di massa, i prezzi di costruzione tenderanno al dimezzamento". Quanto costa oggi un metro quadrato di specchi? "Oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo dell'impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da un metro quadrato si ricava ogni anno un'energia equivalente a quella di un barile di petrolio. Il che vuol dire che utilizzando un'area desertica o semidesertica di dieci chilometri quadrati si ottengono mille megawatt: la stessa energia che si ricava da un impianto nucleare o a combustibili fossili, ma con costi inferiori e con una lunga serie di problemi in meno". Per esempio? "Non si producono rifiuti né emissioni. L'energia è abbondante e rinnovabile. Non bisogna costruire sistemi di trasporto per i combustibili perché il sole arriva da solo. Gli investimenti e i costi sono più bassi rispetto alle centrali convenzionali. Il sistema è estremamente flessibile e si presta ad essere usato con impianti di piccola taglia in località isolate. I tempi di costruzione sono brevi, circa tre anni". Ritiene che questa tecnologia cambi il ruolo delle rinnovabili? "Secondo le previsioni dell'Iaea le rinnovabili di nuovo tipo, escludendo dunque l'idroelettrico e la biomassa tradizionale, non supereranno il 3,5 per cento del totale energetico nel 2030. Per andare oltre occorrono due condizioni. La prima è che i costi siano competitivi. La seconda è che il sistema sia flessibile: non a caso l'unica rinnovabile che ha mercato è l'idroelettrico perché le dighe consentono di usare l'acqua quando ce n'è bisogno. La tecnologia che si sperimenta a Priolo soddisfa entrambe queste condizioni". Quanta energia si può produrre con questo tipo di centrali? "In prospettiva, arrivando a un'applicazione industriale su larga scala, si può pensare che in regioni con una buona insolazione come il Sud dell'Italia si ricavi energia sufficiente a sostituire carbone, petrolio e metano". Ma se la tecnologia è così semplice e i costi così bassi, perché il sistema non si è già imposto? "Perché è un'idea nuova, e come tutte le idee nuove fatica ad essere assimilata. Noi stiamo aprendo un mercato dalle potenzialità enormi in un momento in cui c'è un disperato bisogno di un'energia non inquinante. Decidere tempi e modi spetta ai politici. Certo dal punto di vista scientifico una cosa va detta: o si lavora seriamente alla costruzione di un sistema energetico diverso da quello attuale, più pulito e in grado di ottenere più consenso, oppure si va avanti continuando a immettere gas serra nell'atmosfera e ci si assume il rischio dell'instabilità climatica legata a questo processo". (La Repubblica, Antonio Cianciullo, 19 maggio 2004)




permalink | inviato da il 19/5/2004 alle 9:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

17 maggio 2004

Perchè gli Americani sono in Iraq ? Quando l'hanno deciso?

... interessante la lettura di un singolare libello redatto nel Settembre 2000 (giusto un anno prima dell’attentato alle Twin Towers) dal gruppo aderente al PNAC (Project for New America’s Century). Non è il prodotto di una setta di invasati qualunque, visto che vi fanno parte i migliori (?!?) cervelli del pensiero “Neocon” USA e personaggi di primo piano dell’Amministrazione Bush. Qualche nome? Bè, ad esempio c’è il vice presidente Cheney, il segretario alla Difesa Rumsfeld ed il sottosegretario Wolfowitz. Il prodotto delle loro fatiche intellettuali si chiama: Rebuilding America’s Defenses. A parte la prosa pessima, costituisce una lettura di formidabile attualità... ... qualche piccola citazione estrapolata dal I Cap. “Il progetto per un Nuovo Secolo Americano fu elaborato nella primavera del 1997. Fin dal principio, il Progetto è stato concepito in risposta al declino del potenziale bellico e di difesa statunitense, nonché ai problemi che ciò potrebbe creare nell’esercizio della leadership americana sul pianeta e, in ultima istanza, nel mantenimento della pace.” (...) “A grandi linee, abbiamo fondato il progetto sulla strategia di difesa delineata dal Dipartimento della Difesa Cheney negli anni oscuri dell’amministrazione Bush (senior). La Defense Policy Guide [Guida alla Politica di Difesa], redatta nei primi mesi del 1992, forniva un piano per mantenere la supremazia degli U.S.A. impedendo la crescita del potere di altre potenze rivali, e modellando l’ordine di sicurezza internazionale sulla linea dei principi e interessi americani.” (…) “Gli USA hanno cercato per decenni di giocare un ruolo più importante nella sicurezza della regione del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l’Iraq ne fornisce la giustificazione immediata, la necessità di una sostanziale presenza di forze americane nel Golfo trascende il problema di Saddam Hussein.” “Dopo otto anni di operazioni no-fly-zone, c’è poco motivo di anticipare che la presenza aerea USA nella regione dovrebbe diminuire significativamente finché Saddam Hussein rimane al potere. Sebbene la sensibilità nazionale Saudita richieda che le forze stanziate nel regno rimangano nominalmente forze a rotazione, è diventato evidente che questa è ora una missione semipermanente. Da un punto di vista americano, il valore di simili basi perdurerebbe persino se Saddam uscisse di scena. A lungo termine, l’Iran potrebbe ben risultare una minaccia agli interessi americani nel Golfo tanto quanto l’Iraq. E anche se le relazioni USA-Iran migliorassero, mantenere postazioni avanzate nella regione sarebbe ancora un elemento essenziale nella strategia di sicurezza statunitense dati gli interessi di vecchia data nella regione.” (erebus, inviato il 17.05.2004 01:24:37 a Commenti a BlogTrotter)

  • Project for New American Century (pdf)
  • Project for New American Century (html)
  • Project for New American Century: Publications and Reports




    permalink | inviato da il 17/5/2004 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
  • 16 maggio 2004

    Perchè gli Americani sono in Iraq ? Affari di famiglia

    Dopo l'11 settembre 2001 ... o c'è dell'altro? Senza Frontiere di Tahar Ben Jelloun, L'espresso, 16-05-2004 Arabia Saudita regno dell'ambiguità Il terrorismo che colpisce il paese è un regolamento di conti fra membri di una stessa famiglia Custode dei luoghi santi dell'Islam, produttrice di petrolio, l'Arabia Saudita deve lottare oggi contro il terrorismo che l'ha duramente colpita più volte. Impreparata ad affrontare un giorno questa forma di guerra cieca, pensava di essere definitivamente e incontestabilmente al riparo da tale flagello, in quanto Dar-al-Islâm (la terra dell'Islam) in contrapposto a Dâr al-Harb (il paese della guerra). Viveva ripiegata su se stessa, chiusa nelle sue tradizioni e nelle sue usanze, senza aprire il cuore né le porte a quella modernità che assicura la democrazia, il riconoscimento dell'individuo e dello Stato di diritto. Ciò non le impediva, tuttavia, di dotarsi delle tecnologie più avanzate, specialmente quelle utili a garantire la propria sicurezza. Ma la sua ricchezza, il suo ruolo di protettrice dell'Islam e i suoi buoni rapporti con gli Stati Uniti non l'hanno salvata dal terrorismo. Al contrario, ne è divenuta il bersaglio simbolico, poiché i gruppi che lo praticano contestano la sua egemonia sui luoghi santi. Ma la cosa peggiore è che essa non è né sarà capace di scongiurare questa minaccia che grava su una parte del mondo, a causa dell'inadeguatezza delle sue strutture politiche e della sua forma di governo. Ma anche perché, sul piano psicologico, chi la governa non è in grado di contrastare questi tentativi di destabilizzazione, per molteplici ragioni. Il paese appartiene a una famiglia: i Saoud, da cui prende il nome. E non è retto da uno Stato moderno. I suoi governanti hanno un loro modo particolare di agire e di far politica che non ha nulla a che vedere con il sistema conosciuto nelle nazioni occidentali e neppure con quello vigente nella maggior parte dei paesi arabi. Al posto dello Stato, vi è un consiglio di famiglia. Il potere viene trasmesso di padre in figlio o da un fratello all'altro qualora manchi una discendenza. Va inoltre rilevato che i primi responsabili dei loro guai sono i sauditi stessi, i quali hanno sostenuto e diffuso una concezione pura e dura dell'Islam eretta a modello da seguire in tutto il mondo musulmano da un teologo del XVIII secolo, Abdel Wahab. È questi il padre di quella dottrina fondamentalista che predica l'applicazione della 'shari'a' (la legge islamica) per regolare i problemi giudiziari e indica le regole cui attenersi nella vita morale e religiosa (come il taglio della mano ai ladri, la lapidazione delle donne adultere, la pratica legale della poligamia e del ripudio). Col risultato, fra l'altro, che la condizione femminile in Arabia Saudita, dove la donna non può neppure guidare l'automobile, è la più arretrata rispetto a tutti gli altri paesi musulmani. Nel corso del tempo, alcuni sauditi estranei al Palazzo hanno finanziato associazioni wahabite il cui scopo era quello di propagare l'ideologia integralista in nazioni quali l'Egitto, il Sudan, lo Yemen, l'Algeria, ecc. I primi incidenti dovuti alla diffusione del fondamentalismo islamico si sono verificati proprio in quest'ultimo paese negli anni Ottanta, quando vennero distrutte delle tombe di santi ('marabou'): il wahabismo è infatti contrario alla celebrazione di questi ultimi poiché ritiene che la santità sia simbolizzata esclusivamente dal profeta Maometto. In quello stesso periodo, il governo saudita ha finanziato università wahabite a Gedda e a Nouakchott in Mauritania, dalle quali sono usciti i teologi incaricati in seguito di predicare le idee fondamentaliste nel Maghreb e in Medio Oriente. Pur dando vita a questi movimenti un po' ovunque nel mondo arabo, la famiglia regnante a Riyadh intrattiene buoni rapporti con l'Occidente e in particolare con gli Usa dove deposita il suo denaro e acquista il suo arsenale militare. E la famiglia stessa di Bin Laden, grande costruttore di infrastrutture, ha fatto affari molto lucrosi con Bush padre e figlio. Il terrorismo che prende oggi di mira l'Arabia Saudita assomiglia a un regolamento di conti fra membri di una stessa grande famiglia. Osama, ex collaboratore della famiglia Bush, se l'è presa con l'America perché alcuni 'contratti' (tenuti segreti) non sono stati rispettati. E non è un caso se più della metà dei terroristi che hanno preso parte agli attentati dell'11 settembre erano sauditi. Come osserva la scrittrice indiana Arundhati Roy: "Che cosa rappresenta Osama Bin Laden? Il segreto di famiglia dell'America. Il doppio mistero del suo presidente. Il gemello selvaggio di colui che si gloria di essere un campione di onestà e di civiltà. Bush e Bin Laden hanno usato la stessa terminologia. Ciascuno rappresenta la testa del serpente agli occhi dell'altro. Ed entrambi non cessano di invocare Dio...". Il terrorismo è soltanto un sintomo, non la malattia. Quest'ultima infatti è costituita dal fondamentalismo religioso così come è stato propagato dai sauditi e strumentalizzato dalla cerchia di fanatici che circonda l'attuale presidente degli Stati Uniti. L'Arabia Saudita sta solo raccogliendo quel che ha seminato. traduzione di Mario Baccianini Sempre su L'espresso scrive Giorgio Bocca: Gli americani, Bush o non Bush, Onu o non Onu, sembrano fermamente intenzionati a mantenere nei prossimi anni un controllo militare dell'Iraq. Esso fa parte della decisione strategica già in atto di spostare lo schieramento militare, le basi, verso Oriente, smobilitando progressivamente quelle del centro Europa e della penisola araba per trasferirle a est. La partita strategica decisiva sarebbe il controllo delle fonti di energia, gas e petrolio in particolare, mantenendo una posizione di forza rispetto alle grandi potenze emergenti della Cina e dell'India. e fin qui... seguo... ma poi: Siamo nel campo dei Dottor Stranamore, degli esperti di elucubrazioni apocalittiche che a puro lume di logica conducono all'apocalisse e all'autodistruzione del genere umano... e avanti apocalitticando... ma pare dimenticare che qui non è in gioco solo lo 'spazio vitale' della Germania hitleriana o il 'posto al sole' dell'Italietta mussoliniana bensì l'economia globale: hic sunt leones, e di qui o si passa, o si soccombe tutti... o si indicano le vie (ma quali, in concreto?) per un'economia globale alternativa sembra che Bocca ondeggi o ondivaghi (come pure Eugenio Scalfari oggi, in La partita doppia dell'orrore iracheno) tra un 'armiamoci-armateli almeno a sufficienza' e un desolato e desolante 'così non vuolsi là dove si puote'...




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    16 maggio 2004

    Perché noi italiani siamo in Iraq (3) ? Petrolio (2)?

    Iraq darà vita società nazionale petrolifera entro 30 giugno BAGHDAD (Reuters) - L'Iraq costituirà una nuova compagna petrolifera nazionale per gestire il settore prima che gli Stati Uniti trasferiscano i poteri a un nuovo governo iracheno entro il 30 giugno. Lo ha detto oggi il ministro iracheno del Petrolio Ibrahim Bahr Uloum. Comunque, la Iraq Oil Company - già disciolta nel 1987 da Saddam Hussein - non avrà il monopolio sullo sviluppo dei giacimenti, che allontanerebbe invece le società internazionali necessarie ad aumentare la produzione, ha detto il ministro a Reuters. "L'Iraq non ha le entrate per fare investimento da solo. Un operatore indipendente incoraggerà le compagnie petrolifere internazionali ad accordarsi con l'Iraq", ha detto Bahr Uloum. "Il ministero del Petrolio ha proposto al Consiglio governativo di creare la Compagnia petrolifera irachena, che sarà interamente di proprietà del governo, agirà secondo principi commerciali e risponderà al ministero. Attendiamo che il governo dia la sua approvazione". Gran parte dei membri dell'Opec hanno una compagnia petrolifera nazionale, come è il caso della saudita Aramco, che hanno il monopolio dell'estrazione. Saddam aveva sostituito un'unica società con più imprese e agenzie statali sotto il controllo del ministero, che ora dirige le operazioni e la ricerca. Il ministro Uloum ha detto che l'investimento straniero è essenziale per aiutare l'Iraq a raddoppiare la produzione a cinque milioni di barili al giorno entro la fine del 2010, anche se ha riconosciuto che va prima migliorata la sicurezza. l'Iraq, il secondo paese al mondo dopo l'Arabia Saudita per quanto riguarda i giacimenti petroliferi, deve difendere gli impianti dai sabotaggi degli insorti, che combattono contro le forze Usa. Le esportazioni dal terminal di Bassora sono ancora risolte a un terzo del normale volume mentre i tecnici sono al lavoro per riparare l'oleodotto, dopo l'attacco di otto giorni fa. Yahoo! Notizie, Domenica 16 Maggio 2004, 17:52




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    15 maggio 2004

    Perché noi italiani siamo in Iraq (2) ? Petrolio ?

    AKIVenerdì 14 Maggio 2004, 20:04 Petrolio: Nuovo Record Storico, Vola A 41,56 Dollari/Ansa (ANSA) - ROMA, 14 MAG - Il petrolio inanella un massimo dopo l'altro fino a toccare oggi, al mercato di New York, quota 41,56 dollari al barile, un livello che non vedeva da 21 anni. E' questa infatti la quotazione più alta mai registrata sui futures dal 1983, vale a dire da quando è stato introdotto questo tipo di contratti. La nuova fiammata dei prezzi, che chiude una settimana all'insegna di continui e vistosi rincari, si era già preannunciata oggi negli scambi 'after-hours' sempre al New York Mercantile Exchange. Il petrolio aveva aggiornato il record storico a 41,22 dollari, superando così il massimo precedente di 41,15 dollari al barile toccato nell' ottobre 1990, dopo l'invasione irachena del Kuwait. Anche a Londra i futures sul brent, il greggio di riferimento europeo, hanno rivisto i massimi dall'ottobre del 1990 raggiungendo quota 38,82 dollari al barile. I futures per le consegne a giugno si sono poi assestati a New York a 41,36 dollari al barile. E, secondo gli analisti, per ora non c'é da aspettarsi una inversione di tendenza. Il record odierno, però, in termini reali non è il massimo storico. A valori attualizzati, infatti, calcolando cioé la componente dell'inflazione, l'oro nero toccò picchi ben più alti nei primi anni '80, ai tempi della guerra tra Iraq e Iran. Nel 1981 - ricordano le statistiche - le quotazioni viaggiavano a 35,24 dollari al barile che corrisponderebbero ai 72,61 dollari del 2004. Oggi, tra i fattori che spingono alle stelle il prezzo del greggio ci sono ancora le tensioni mediorientali con l' 'affaire' Iraq e i rischi di una possibile interruzione delle forniture all'occidente dall'area più produttiva del mondo. Ma il mercato sconta anche il timore di una possibile scarsità dei rifornimenti di benzina negli Usa in vista della stagione dei viaggi estivi. Questo, mentre il prezzo medio del carburante negli Stati Uniti ha raggiunto il nuovo record assoluto toccando gli 1,953 dollari al gallone. E proprio operazioni commerciali sul greggio negli Stati Uniti con fini speculativi sono state citate oggi a Vienna da analisti dell'Opec tra i motivi del rincaro del petrolio immesso sul mercato dal cartello dei paesi produttori. Ma in gioco ci sono anche le incognite sulla sostenibilità dell'equilibrio tra domanda e offerta. La previsione, formulata dall'Agenzia Internazionale dell'Energia, di una forte accelerazione della domanda globale di greggio riapre la partita sui livelli di produzione. Il mercato si trova a fare i conti con l'ormai acclarata espansione dell'economia globale che vede ora premere i Paesi asiatici trainati dal boom economico della Cina. Gli occhi sono ora puntati sull' Opec e sull'eventuale aumento delle quote di produzione che potrebbe essere deciso al prossimo vertice del Cartello dei Paesi produttori in programma il 3 giugno a Beirut. Nell'attesa, il mercato guarda al Forum Internazionale dell'Energia che si terrà la prossima settimana ad Amsterdam per cogliere un segnale sull'orientamento dell'Opec. E' molto probabile infatti che la questione verrà messa sul tappeto, soprattutto se si considera che lunedì scorso il ministro del petrolio saudita Al-Naimi si è detto favorevole a un aumento delle quote di 1,5 milioni di barili al giorno proprio per garantire un "equilibrio tra scorte e domanda". (ANSA). Copyright 2004 ANSA. Tutti i diritti riservati. Copyright © 2004 Yahoo! S.r.l. Tutti i diritti riservati.

  • 9th International Energy Forum, 22-24 May 2004, Amsterdam, the Netherlands MISSION: Objectives of the International Energy Forum Secretariat (IEFS) The Secretariat is an international and independent non-profit entity that structures and coordinates the activities of the IEF. It acts to maintain the informality of the dialogue and facilitates the channels of communication between oil and gas producers and consumers. Therefore, the main objectives of the IEF Secretariat are: Strengthening the dialogue and co-operation between oil and gas producing and consuming countries, and international organizations in fields of common interest. Ensuring the continuity of the dialogue between the biennial forums and follow up on international energy development. Fostering and promoting the relationship between the energy industry and the governments of oil and gas producing and consuming countries through the active involvement of the industry in the activities of the IEF. Broadening the dialogue to include international and regional energy issues. Although the dialogue is international in character, there are interregional as well as specific issues (oil, gas, renewables, technology, environment etc.) that emanate from the dialogue and need to be addressed and elaborated. Facilitating contacts between the parties involved in oil and gas matters at all times. Improving oil and gas data collection and dissemination among countries, international organizations and the industry, since the availability, comprehensiveness and coverage of data is a cornerstone to the relations between the parties involved in world energy relations. Providing the necessary contacts among the relevant organizations involved in oil market forecasting by exchanging experiences on relevant inputs and parameters in the forecasting methodologies.
  • Second World Renewable Energy Forum: Renewing Civilization by Renewable Energy, May, 29 - 31, 2004, Bonn, Germany Federal Art Hall (Bundeskunsthalle) "It is impossible to solve a problem with the same methods that caused this problem" (Albert Einstein) Per Il Manifesto GALAPAGOS scrive A colpi di petrolio Il gap energetico non è una novità: sono anni che le riserve conosciute stanno crescendo meno della domanda. In altre parole gli stock di petrolio diminuiscono, anche se le prospezioni si fanno più raffinate e si scavano pozzi di oltre 4.500 metri. Questo significa che il petrolio è una materia prima destinata a esaurirsi. Nel frattempo seguita a rappresentare la principale risorsa fiscale per tutti i paesi industrializzati visto che, soprattutto in Europa, su ogni litro di benzina due terzi, abbondanti, del prezzo sono tasse. E' un bene che sia così. Peccato che quelle sui distillati del petrolio non siano imposte di scopo. Nel senso che non sono finalizzate al risparmio energetico, a favorire l'introduzione di energie alternative, pulite, rinnovabili. A incentivare la costruzione di edifici eco-compatibili e quasi autosufficienti rispetto ai consumi energetici. Forse il risparmio energetico così indotto non dà risultati elevatissimi, ma fa rabbia, in ogni caso, vedere che la Germania (dove il sole non brilla moltissimo) produce 4 volte più energia solare dell'Italia. E la rabbia aumenta perché, in un contesto di declino industriale, lo sviluppo delle energie alternative potrebbe dare un contributo alla ripresa e all'occupazione. Ma, cosa assai più grave, il problema energetico ha risvolti geopolitici. Anzi bellici. Bush ha dichiarato che gli Usa hanno diritto a tutta l'energia di cui hanno bisogno. Per averla l'impero si comporta da impero: la guerra irachena (là dove sono localizzati i più grandi giacimenti di petrolio), l'Afghanistan (i corridoi del petrolio), la politica spregiudicata verso la Nigeria, l'atteggiamento ambiguo in Venezuela, per limitarci ai casi più eclatanti, sono il segnale di cosa intenda Bush con lo slogan «esportare la democrazia». E, di esportazione in esportazione, ora c'è il rischio che la democrazia sia «esportata» anche in Arabia Saudita. Perché solo con il pieno controllo di Riyadh ci potrà essere il controllo pieno del mercato petrolifero.




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