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23 luglio 2004

Catene d'aria, ragnatele d'etere, ovvero Follia del Quotidiano e Sclerosi Multipla, di Philip Dick

Un racconto di fantascienza riletto in questi ultimi giorni: il titolo originale è "Chains of air, Web of Aether", è del 1980, e si trova in una raccolta di racconti dal titolo "Ricordi di domani", Urania, 14-02-1988 L'autore è Philip Dick, che ha poi sviluppato il racconto in uno stupendo romanzo, "Divina Invasione" ("Divine Invasion"), 1981, Urania 14-9-1986 (in italiano come si vede è comparso prima il romanzo, poi il racconto) Racconto (e romanzo) sono molto 'duri', espliciti. C'è una lei, cui è stata comunicata una diagnosi di Sclerosi Multipla, e c'è un lui: vivono ciascuno isolato nella propria capsula in una colonia spaziale su uno sperduto pianeta. C'è anche una lei virtuale, una cantante rock, famosa in tutta la Galassia, di cui lui è inizialmente perdutamente innamorato. Racconto e romanzo sviluppano con uno stile al tempo stesso delicato e incisivo, direi 'mordente', il rapporto tra i due, pervaso da parte di entrambi di sentimenti potenti e opposti, di amore e di odio, di fiducia e massima diffidenza. La magnifica ossessione Philip K. Dick Tutti mondi possibili Opere scelte Vent'anni fa, il 2 marzo del 1982, moriva in un ospedale dell'Orange County, California, Philip K. Dick. Aveva cinquantatré anni, essendo nato a Chicago il 6 dicembre del 1928. Per più di trent'anni aveva fatto lo scrittore – principalmente lo scrittore di fantascienza, ma non solo – ma negli ultimi anni della sua vita avrebbe voluto fare anche il profeta, o la guida spirituale. Adesso, forse, rischia di diventarlo, e non credo che sarebbe una bella fine per uno spirito libero, per un tormentato e dubbioso ricercatore della verità e del senso del mondo quale lui fu. Ma come ben sanno gli studiosi di letteratura, e per poco che ci pensino anche i lettori comuni, la ricezione dell'opera di uno scrittore da parte del suo pubblico è un fenomeno molto complesso, di cui le intenzioni dell'autore sono solo una delle componenti, non trascurabile certo, ma non sempre decisiva. Tanto più complessa appare la questione per un autore come Dick, di cui non è sempre agevole ricostruire le intenzioni di scrittura, né il rapporto tra materiale autobiografico, sistemi di pensiero e strategie narrative: e non certo per carenza di fonti, ma al contrario per una loro sovrabbondanza. Oggi, che – in parte grazie al cinema, in parte grazie a quei misteriosi fenomeni di diffusione osmotica del gusto che orientano le scelte dei lettori – Dick è uno scrittore noto e amato da molte più persone di quelle che lo lessero e lo amarono quando era in vita, oggi si corre il rischio di sovraccaricare la sua figura di significati e letture non sempre pertinenti. Il fatto e che, più cose si conoscono della sua vita e delle sue motivazioni, più il personaggio (e forse anche il senso della sua opera) pare sfuggirci, autorizzando interpretazioni addirittura divergenti ma tutte, più o meno, fondate su dichiarazioni e asserzioni dell'autore. Eppure, dal punto di vista dei temi, l'opera dei Dick appare singolarmente omogenea. Lo stesso scrittore ne era cosciente, e ce l'ha detto nel modo più sintetico ma esauriente in un testo del 1978 pubblicato nel 1985, “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni”. “Le due questioni che più mi affascinano”, scrive Dick in quel testo, “sono: “Che cos'è la realtà?” e “ Che cosa caratterizza l'autentico essere umano?” Sono ormai più di ventisette anni che pubblico racconti e romanzi, e non ho mai smesso di indagare su tali questioni, profondamente legate tra loro. Che cosa siamo? Che cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo non-io, mondo empirico o fenomenico?”. In un certo senso la prima delle due domande dickiane non caratterizza solo la sua narrativa, ma tutta la fantascienza che, esplicitamente o implicitamente, pone sempre al proprio centro una questione ontologica. Che ci parli di un futuro remoto o prossimo, degli effetti sociali di una nuova tecnologia o di un corso alternativo della storia, di un universo parallelo o di una civiltà aliena, la fantascienza si interroga sempre sulla natura del mondo, sulle sue condizioni di esistenza, sul passaggio di un mondo a un altro (lungo gli assi spaziali, temporali o logici); a differenza del giallo, che dà per scontata l'esistenza del mondo, e mette invece al centro dei propri interessi il problema di come il soggetto conosce il mondo (sotto la specie dell'investigatore che si propone di risolvere l'enigma rappresentato dal delitto). Ma ciò che è peculiare di Dick è in primo luogo l'intensità e la radicalità della sua domanda sul reale; poi la lucidità che emerge a poco a poco nella sua carriera di scrittore su questa sua ossessione; e in terzo luogo (ma è forse la caratteristica più importante), la combinazione della sua domanda sul mondo con la domanda sull'uomo. Tanto che, in realtà, potremmo sostenere che le due domande cardinali di Dick si interroga su come sia possibile distinguere l'inautentico dall'autentico, su come penetrare la vera essenza del mondo e dell'uomo. E ciò perché la sua prima e fondamentale preoccupazione è una preoccupazione etica, è la protesta contro i meccanismi della civiltà che riducono gli spazi di libertà all'uomo e lo trasformano in un essere dal comportamento prevedibile, ripetitivo, automatico. In un testo precedente a quello sopra citato, L'androide e l'umano, del 1972, Dick scrive: “Qual'è l'aspetto del nostro comportamento che noi riteniamo specificamente umano, esclusivo della nostra specie? E quali invece possono essere classificati come semplici comportamenti da macchine o, per estensione, da insetti, o ancora come comportamenti riflessi? (...) La riduzione dell'uomo a mero utensile: uomini ridotti a macchine, utili a uno scopo che, benché “positivo” in astratto, ha richiesto per il suo compimento quello che io considero il peggior male immaginabile: l'imposizione a colui che era un uomo libero di una restrizione che lo limita alla soddisfazione di un obiettivo esterno al suo destino, per quanto misero”. In questo senso Dick è uno scrittore profondamente americano, anche se nutrito di cultura europea (come tutti gli intellettuali americani, peraltro): i suoi personaggi non hanno quasi mai la statura eroica e la hybris del capitano Achab, né le verve picaresca di Augie March, ma esprimono, anche se in modo diverso, un analogo conflitto fra l'individuo e la società. I protagonisti dei suoi romanzi e dei suoi cittadini umili e sfigati stritolati dall'ingranaggio dell'intreccio e dai meccanismi di funzionamento della società, che si salvano (quando si salvano) solo grazie a un rapporto col mondo più concreto e spesso basato su una manualità artigianale. Così è il Ragle Gumm di Tempo fuori luogo, che scopre che la cittadina anni Cinquanta in cui crede di vivere è in realtà una finzione (questo romanzo è l'ispiratore non dichiarato del Truman Show di Peter Weir); così sono Frank Frink e Juliana, che vivono nel presente alternativo di L'uomo nell'alto castello in cui l'Asse ha vinto la seconda guerra mondiale e Germania e Giappone si sono spartiti gli Stati Uniti, oltre che il mondo; così sono il Barney Mayerson di Le tre stimmate di Palmer Eldritch e il Joe Chip di Ubik, intrappolati nei mondi paralleli (o inscatolati l'uno dentro l'altro) creati dalla droga o dal sogno di una quasi morta; così, in fondo, sono anche il Rick Deckard pieno di dubbi e di incertezze e il “cervello di gallina” Jack Isidore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?; e in questo solo per fare qualche esempio. In questa sua concezione del mondo come luogo di apparenze fallaci da svelare, in questa sua necessità di uno sguardo acuto, che ci faccia uscire dalla confusione dello sguardo “per speculum et in aenigmate” di cui parla San Paolo (e che era una delle citazioni predilette da Dick), hanno giocato certamente le sue tormentate vicende familiari, dalla morte della sorella gemella dopo poche settimane di vita alla separazione dei genitori; la sua vita in California, in cui giunse giovanissimo e che non abbandonò più sino alla morte, con tutte le suggestioni dei movimenti giovanili e della controcultura degli anni Sessanta; le due disordinate ma fertili letture di ogni sorta di testi filosofici, dai presocratici greci a Kant al Libro tibetano dei morti ai testi gnostici (conosciuti in modo approfondito grazie all'amicizia con il vescovo Pike, e che costituirono l'ossatura di una bizzarra cosmologia elaborata negli ultimi anni); e il suo carattere indubbiamente paranoico. Ma la grandezza di Philip Dick, naturalmente, non sta nelle elaborazioni filosofiche (confuse a volte anche irritanti) che ispiravano le trame dei suoi libri. Sta nell'acutezza dello sguardo che posava sul mondo che lo circondava, sulla società, e che faceva scendere all'interno di se stesso. Sta nell'intensità della sua esperienza interiore, che si focalizza, tra il febbraio e il marzo del 1974, in una serie di visioni, di coincidenze, di messaggi che sembravano giungergli da entità aliene o divine. Sta nell'accanimento e nella sincerità con cui, negli ultimi otto anni di vita, passò al vaglio quell'esperienza in cerca di una spiegazione. E sta nella sua straordinaria capacità di far diventare “racconto” tutti questi materiali: sulle sue pagine vive un ritratto vivissimo della società americana degli anni '50 e '60, una critica coraggiosa al sistema nixoniano e ai livelli occulti del potere, ma soprattutto una tensione alla relazione personale, al calore del contatto e dell'incontro fra gli uomini. Se il suo capolavoro (accanto ad alcuni romanzi degli anni Sessanta) è forse la trilogia scritta negli ultimi anni e dedicata alle esperienze del '74 (Valis, Divina invasione, La trasmigrazione di Timothy Archer), ciò non accade tanto per i suoi risvolti mistici, quanto per gli straordinari e sofferenti personaggi che sono al centro di quelle storie. Antonio Caronia – L'UNITA' – 02/03/2002 OPERE SCELTE Dick fu scrittore estremamente prolifico, non solo per ragioni di sopravvivenza (quaranta romanzi e circa 200 racconti). In vita pubblicò soltanto romanzi e racconti di fantascienza, ma scrisse anche romanzi mainstream, pubblicati solo postumi. In Italia Dick è stato pubblicato inizialmente da Mondadori e Nord soprattutto, e qualche titolo negli ultimi anni da Sellerio e da Einaudi. Ma l'editore che negli ultimi anni ha avviato una massiccia rivalutazione di Dick è stato Sergio Fanucci, che sta pubblicando tutte le opere di Dick in volumi più accurati, sia per le traduzioni che per l'apparato critico, curato da Carlo Pagetti, anglista e maggiore specialista di Dick nel nostro paese. In questa “Collezione Dick” sono finora usciti otto titoli, ma il programma continua. Volendo dare un'indicazione (naturalmente soggettiva) dei romanzi più importanti di Dick attualmente in commercio segnaleremo: nella Collezione Fanucci: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, L'uomo nell'alto castello, Deus Irae. In uscita fra il 2002 e il 2003 Confessioni di un artista di merda, Minority report e altri racconti (in occasione del nuovo film di Spielberg tratto da Minority report), Galactic Pot-Healer, e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, I simulacri, Tempo fuori luogo. In altre collane Fanucci almeno Ubik e Noi marziani. La raccolta completa dei racconti è uscita da Mondadori fra il '94 e il '96 col titolo Le presenze invisibili. Fanucci comincerà a pubblicarla nel 2004. a questo bisogna aggiungere l'ottima biografia di Lawrence Sutin, Divine invasioni. La vita di Philip Dick (Fanucci), e il volume di saggi e scritti autobiografici di Dick Mutazioni, a cura di Sutin (Feltrinelli) Antonio Caronia, ilportoritrovato.net PHILIP DICK: IN LOTTA CON L'UNIVERSO IMPAZZITO di Vittorio Curtoni Nato a Chicago nel 1928 e morto nel 1982, Philip Kendred Dick è stato (e rimane) un autore fondamentale per l'evoluzione della fantascienza. Il giudizio che di lui ha dato una delle più prestigiose scrittrici americane, Ursula Le Guin[1], riassume con sintetica efficacia il valore rivoluzionario dell'opera di Dick: "Nessuno si accorge che abbiamo qui in America un nostro Borges, e lo abbiamo da trent'anni." Dopo avere lavorato come commesso nel reparto di musica classica di un negozio di dischi ed essere stato disc-jockey (sempre per la musica classica) di una stazione radiofonica, Dick esordisce come scrittore di racconti nel 1952. Il suo primo romanzo, Il disco di fiamma, esce nel 1955, e pur essendo chiaramente influenzato dagli stereotipi della fantascienza avventurosa dell'epoca, svela già un interesse del tutto particolare per i meccanismi della casualità, che in un ipotetico futuro diventano la chiave in base alla quale si decidono le sorti politiche del nostro pianeta. Molto più personale e affascinante è un romanzo del 1957, L'occhio nel cielo, dove si comincia a delinare il tema della frantumazione del reale: ognuno dei personaggi che, per un incidente, vengono investiti da un fascio protonico da sei miliardi di volt, crea un proprio mondo soggettivo, modellato sulle sue nevrosi. Ovviamente, si tratta di universi da incubo, in cui non esistono più freni inibitori e nessuna barriera tra il raziocinio cosciente e le pulsioni dell'inconscio. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, ormai diventato autore professionista, Dick pubblica a getto continuo romanzi e racconti, rivelandosi uno dei talenti più prolifici che la science fiction abbia mai avuto[2]. A differenza di tanti suoi colleghi, però, Dick riesce sempre a mantenersi su livelli di eccellente qualità, sicché anche le sue opere minori sono al di sopra della media, e le opere maggiori costituiscono un'imponente serie di capolavori. La consacrazione ufficiale del suo talento è il premio Hugo che viene assegnato a uno splendido romanzo del 1962, La svastica sul sole, classica ucronia ambientata in un universo parallelo dove le forze dell'Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l'America contemporanea è una nazione sconfitta a tutti i livelli. Nel tessuto narrativo si insinua una seconda realtà alternativa, sotto le spoglie di un romanzo di fantascienza che parla di un mondo in cui l'Asse ha perso la guerra; però l'assetto socio-politico che ne è risultato è piuttosto diverso da quello del nostro universo... Il 1964 è un anno particolarmente significativo per Dick. I simulacri e Le tre stimmate di Palmer Eldritch, due pietre miliari della sua produzione, introducono temi e spunti che resteranno tipici della sua arte fino agli ultimissimi romanzi. Nel primo libro compaiono le creature artificiali cui allude il titolo, i simulacri, androidi perfezionatissimi che il potere (la classe dei G, l'élite dominante) usa per mantenere nella più totale delle soggezioni il resto dell'umanità (la classe dei B). Riprendendo una profetica intuizione di George Orwell[3], Dick ipotizza che i G, per meglio esercitare la loro oppressione, riscrivano in continuazione i testi di storia che i B sono obbligati a studiare; e, spingendosi ancora più in là, prevede addirittura l'uso del viaggio nel tempo per apportare modifiche concrete al passato storico. Come già in La svastica sul sole, l'analisi delle strutture politiche è spietata, lucidamente amara, e non lascia speranze: il potere, cristallizzato in vere e proprie caste, tende a perpetuarsi all'infinito, mentendo su tutto, sulla vita come sulla morte, come sulla realtà stessa. Le tre stimmate di Palmer Eldritch può, a buon diritto, essere considerato un libro epocale, nel senso che rappresenta e interpreta le tensioni ideali di un'intera fascia di cultura e di un preciso periodo storico: la cultura della droga, dell'LSD, che ha avuto molti profeti, molti teorici, e molti devoti praticanti, all'interno dei movimenti giovanili di contestazione. La lotta fra le due corporazioni che si contendono il predominio del mercato interplanetario della droga (usata come panacea al "male di vivere" dei coloni sbattuti su mondi ostili) porta a un crescendo di allucinata confusione ontologica; il qui e l'ora, la concretezza del reale, non esistono più, sostituiti da un caos di percezioni alterate e di stati di coscienza "acidi". Il Dio che si delinea in queste pagine possiede una natura fondamentalmente maligna, e la figura di Palmer Eldritch (che si moltiplica all'infinito, apparendo ovunque, sfiorando tutto con la sua presenza) ha spiccati sottofondi messianici. La ricerca del trascendente, il tentativo di definire l'essere superiore che regge le fila del destino umano, è un'altra costante della narrativa di Dick. Col tempo, tenderà a portarlo a un misticismo radicale (è il caso di Divina invasione, un romanzo del 1981, e di Valis, apparso nello stesso anno); ma la sincerità del suo anelito è fuori discussione, e in Le tre stimmate... il tema religioso aggiunge echi molto suggestivi a una vicenda già ricca di affascinanti risvolti onirici. A proposito della droga, va precisato che Dick stesso ne ha fatto uso, per quanto in epoche successive si sia affrettato a smentirlo, e per quanto alcune delle sue opere più tarde (Episodio temporale, 1974; Scrutare nel buio, 1976) siano drammatici, convincenti atti d'accusa contro gli allucinogeni. Come tanti altri artisti della cultura popolare degli anni Sessanta (valga per tutti l'esempio dei Beatles), Dick ha cercato nell'LSD motivi di ispirazione, visioni che fossero slegate dalla percezione normale, piatta, del mondo; e se è lecito giudicare dai risultati senza perdersi in troppo facili moralismi, va detto che i suoi sforzi sono stati tutt'altro che inutili. Le geniali allucinazioni di cui si nutrono romanzi come Il cacciatore di androidi (1968) o Ubik, mio signore (1969) non sarebbero forse mai nate da una mente che non avesse provato l'ebbrezza del trip acido. Queste due opere portano alle conseguenze più estreme il processo di sfaldamento del reale: gli androidi che Rick Deckard deve individuare ed eliminare sono, per certi versi, più umani degli uomini che li hanno creati, tanto che diventa praticamente impossibile riuscire a distinguere fra l'essere artificiale e l'essere vero, biologico[4]; e Ubik, l'enigmatica presenza che si materializza sotto infinite spoglie, è l'ente superiore ma allo stesso tempo è anche un banalissimo spray per uso domestico, e in ogni caso, come annuncia la singolare rivelazione finale, buona parte della storia si è svolta in un mondo che non esiste, in un sogno creato da qualcuno che dovrebbe essere morto... Negli ultimi anni di vita, divenuto un autore di culto anche al di fuori della cerchia dei lettori di fantascienza (in particolare in Europa: Francia e Italia sono fra i paesi che più hanno amato la sua narrativa), Dick si è lanciato in veementi battaglie contro la droga. Sempre più simile a tanti dei personaggi dei suoi romanzi, ha sostenuto dapprima di essere perseguitato dalla CIA per le sue posizioni politiche radicali, e più tardi di essere stato invasato da Dio stesso. Dio sarebbe entrato nella sua mente, fornendogli nuove chiavi interpretative per l'esistenza e provvedendo, fra le altre cose, a rimettere ordine nel caos della sua situazione finanziaria. Certo è difficile giudicare le dichiarazioni di cui Dick è stato tutt'altro che avaro in interviste e articoli e che sembrerebbero in netta opposizione con la perenne lucidità della sua opera letteraria. Personalmente, pur avendo spesso sospettato che questa repentina metamorfosi fosse solo una beffa, un ironico scherzo giocato per puro divertimento da un grande tessitore di trame schizofreniche, resto perplesso di fronte al tono predicatorio, aspramente biblico, di romanzi come Divina invasione e Valis, lontani miglia e miglia dalla fredda capacità di analisi dei lavori precedenti. Ma se, come Dick ha sempre sostenuto, la realtà ha un numero infinito di facce che si sovrappongono in continuazione, creando la semplice apparenza di un ordine, di una logica, allora può veramente darsi che lo scrittore abbia incontrato a tu per tu una delle facce più segrete e ne sia rimasto cambiato per il poco tempo che gli restava da vivere... Per amare bisogna anche odiare, o saper odiare: è questo uno dei messaggi che si ripetono con martellante intensità nel corpus narrativo di Dick (messaggio, fra l'altro, puntualmente confermato dai ritmi sincopati della sua vita sentimentale). Nelle relazioni fra uomo e donna che l'autore americano ci racconta, il nucleo amore-odio è la chiave essenziale. Porta a capovolgimenti di ruolo, al desiderio di infliggersi dolore a vicenda, a lacerazioni insanabili; sicché, alla fine delle sue storie, è un dato tipico che i protagonisti si ritrovino al punto di partenza, con le stesse incertezze e un nuovo ammasso di problemi, spesso peggiori di quelli iniziali, da risolvere. Perché il punto è questo: nessuno riesce mai ad avere un rapporto di completo amore con se stesso, e quindi non può pretendere di averlo col mondo esterno. Antichi sensi di colpa, ossessioni che ci trasciniamo dietro da anni, mineranno sempre la nostra pace interiore, e la nostra visione del mondo. Essere schizofrenici (o ebefrenici, o quello che meglio vi pare: scegliete la vostra malattia mentale preferita![5]) diventa una sorta di necessità, per poter operare un distacco fra l'io e l' altro dall'io, fra l'emotività e la logica, fra i problemi che forse ammettono una soluzione e le situazioni che non hanno via d'uscita. Tutti, o quasi, i personaggi di Dick sono schizofrenici, nel senso che le loro percezioni tendono a scindersi su livelli distinti, portando a un incessante lavoro di analisi che ha poco di razionale e molto di intuitivo. Si tratta di un meccanismo di difesa nei confronti di un universo folle, all'interno del quale la schizofrenia è un dato di base ineliminabile; detto in parole povere, siamo alla tattica del combattere il nemico sul suo stesso terreno, nella speranza non di vincere (illusione assurda di fronte allo stato delle cose che ci circonda) ma, più semplicemente, di riuscire in qualche modo a sopravvivere. Schizofrenica e alienante è la tecnologia: strumento di repressione nelle mani del potere, si trasforma in tortura quotidiana, spicciola e sfibrante, nelle lotte con le macchine che si rifiutano di funzionare come vorremmo noi, negli impianti audio che cominciano a trasmettere una musica che non può esistere, nelle porte (elettroniche, intelligenti) che non accettano di aprirsi se prima non abbiamo inserito una monetina nell'apposita fessura. Schizofrenica è la realtà, pronta a sfaldarsi sotto le nostre mani da un momento all'altro, a presentarci il quadro apparentemente rassicurante di cose e persone che sono tutt'altro da ciò che crediamo, a illuderci con ricordi di un'esistenza che non ci è mai appartenuta. Schizofrenico è il concetto stesso di vita, quando ci rendiamo conto che il confine tra biologico e artificiale è tanto labile da oscillare avanti e indietro come un pendolo, magari per portarci alla raccapricciante scoperta di essere a nostra volta, senza averlo mai saputo, creature sintetiche (il che accade in molti, memorabili racconti, come il celeberrimo Impostore del 1953 e Le formiche elettriche del 1969). Schizofrenica è la divinità, l'essere superiore, il Dio che ha molti nomi e molte nature non fuse in maniera armonica ma contrapposte l'una all'altra in un groviglio di tensioni ambivalenti: si passa dalla bontà all'indifferenza alla cattiveria alla malvagità quintessenziale senza soluzione di continuità, ed è come osservare le molte facce di una pietra preziosa su cui la luce cade e viene rifratta in modo sempre diverso. Come Immanuel Kant, Dick giunge alla conclusione che il noumeno sia inconoscibile all'attività teoretica dell'uomo; ma, a differenza di Kant, non ammette una funzione redentrice della morale, e la possibilità di una effettiva conoscenza è negata a priori. L'universo fenomenologico in cui si agitano le (più o meno) spasmodiche crisi della nostra coscienza, del nostro vissuto, è un insieme di dati non ordinabili in sequenza coerente. Per tracciare un diagramma attendibile del mondo che abbiamo attorno e che abbiamo dentro ci mancano sia le coordinate, sia le ascisse; tutto viene inghiottito dallo spaventoso baratro del nulla esistenziale, e dopo che si è precipitati al fondo dell'abisso, non resta che rassegnarsi alla lunga risalita. Destinata, peraltro, a fallire. Perché non ci sono più veri appigli: la realtà si sfilaccia, i rapporti interpersonali vacillano, la stessa autocoscienza è soggetta a drastiche, repentine revisioni. E persino gli strumenti più canonici di imposessamento della realtà esterna, primo fra tutti il linguaggio, si rivelano inadeguati al compito. I vistosi, ripetuti slittamenti nel rapporto significante\significato, con la perenne ambiguità delle parole e del senso che esse dovrebbero rappresentare, mutano il processo dialettico in un circolo vizioso che non fa altro che mordersi la coda: crediamo di andare avanti, di muoverci, di agire, e invece siamo fermi allo stesso identico punto da cui eravamo partiti. In un mondo che è solo apparenza, illusione, inganno. Fantasma di se stesso e delle categorie del nostro conoscere. La maggiore grandezza di Philip Dick sta, a mio giudizio, nella sua capacità di essere a un tempo scrittore e filosofo, ideologo e intrattenitore. Sin dagli inizi della sua carriera, senza mai rinnegare le origini "popolari" del genere che ha scelto come mezzo di espressione, Dick ha accettato le convenzioni della fantascienza, i luoghi comuni, i topoi canonizzati (e talora sclerotizzati) dal passato storico della science-fiction. Ha saputo usare gli stereotipi più classici, dal viaggio nel tempo agli universi paralleli, dai poteri extrasensoriali alla colonizzazione di nuovi pianeti, dall'estrapolazione sociologica all'avventura spaziale, piegandoli alle necessità del complesso discorso che andava tessendo. I suoi romanzi e i suoi racconti sono colmi di sorprese, di trovate, di azione, e anche di molto altro. Li si può leggere a svariati livelli; ci si può limitare al piacere epidermico di trame che spesso brillano per vivacità d'invenzione fantastica, oppure si può scendere più in profondità ed esplorare gli abissi del nulla che la sua narrativa spalanca sotto i nostri piedi. Il divertimento (intelligente) è comunque assicurato. NOTE Ursula Kroeber Le Guin, autrice americana di fantascienza e fantasy (Berkeley, California, 1929). Il corpus totale delle sue opere, in trent'anni di carriera, assomma a più di trenta romanzi e oltre un centinaio di racconti. E' opportuno ricordare che il mercato americano (e internazionale in genere) della fantascienza ha iniziato a essere realmente redditizio solo dalla metà degli anni Settanta in poi, il che ha costretto gli autori professionisti a una produttività forzata. Il caso di Dick, infatti, è tutt'altro che isolato. George Orwell (pseudonimo di Eric Blair), romanziere e saggista inglese (Motihari, Bengala, 1903; Londra, 1950). La "riscrittura della storia" è uno dei temi portanti del suo romanzo più celebre, 1984 (1949). Da Ubik, mio signore il regista Ridley Scott (Tyne and Wear, Gran Bretagna, 1939) ha tratto quello che si può senz'altro considerare il più splendido film di fantascienza degli anni Ottanta, Blade Runner (1982), interpretato da Harrison Ford. Scott è riuscito a tradurre le allucinazioni e le angosce di Dick in un compatto universo visivo che è la straordinaria trasposizione in immagini di una "zona del disastro" psichico. In un romanzo del 1964, Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon), Dick offre la rappresentazione di una società strutturata in clan, ognuno dei quali è portatore di una specifica malattia mentale. Questo articolo è apparso sul n. 52 della rivista "Abstracta", Stile Regina Editrice, Roma, ottobre 1990 decoder.it Sulla vita e le 'divine invasioni' di Philip Dick, vedi anche Wikipedia: Philip Dick




permalink | inviato da il 23/7/2004 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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