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18 dicembre 2004

Como: dall'omertà e dai complici silenzi al linciaggio di una donna ... loro necessario complemento

Anche oggi la stampa comasca abbonda di inviti all'odio razziale nei confronti degli immigrati, si spende per un insistente e quotidiano invito a tenere a distanza i diversi, per cultura, nazionalità, religione... ... i diversi per 'altra causa' non fanno eccezione. Nelle Terre della Caccia alle Streghe, Comasco e Valtellina, l'omertà ed i complici silenzi di sempre cedono adesso il passo al loro necessario complemento: il linciaggio di un singolo, guarda caso una donna, guarda caso forse 'malata di mente' Com'è ormai d'uso nel Profondo Nord ormai da anni, da Novi Ligure a Cogne, da Varese a Lecco e Como, passando per la Valtellina, appunto. E allora si riscoprono le indemoniate, il satanismo, la perfidia umana, la ... 'banalità del male' (?!) Sul 'Corriere della Lombardia' di oggi leggiamo ad esempio "Sonia? In pochi minuti ho capito che aveva disturbi! rivela la direttrice dell'Istituto Santa Maria [di Tavernerio (Como), dove Sonia abitava] Il dubbio che potesse aver bisogno di aiuto? Che darle un lavoro potesse essere l'inizio di un dialogo, di un rapporto con la donna, la persona 'Sonia'... NO In tutti i posti in cui Sonia ha lavorato (compresa la Clinica "Le Betulle" ...) tutti adesso ricordano le numerose assenze... eh già... putacaso fosse stata 'malata', metti dovesse o volesse o cercasse il modo di curarsi... eh no! ... quel che conta è che "si assentava"... MA CHE SCANDALO! http://www.laprovinciadicomo.it http://www.corrieredicomo.it http://www.corriere.it LOMBARDIA «Sonia? In pochi minuti ho capito che aveva disturbi» DA UN OSPEDALE ALL’ALTRO IL COLLOQUIO IL TIMORE IL TEST La direttrice dell’Istituto Santa Maria: ho provato quell’infermiera per un giorno. Le ho detto che non era all’altezza, mi ha mandato al diavolo TAVERNERIO (Como) - Quindici minuti. E' bastato un colloquio di quindici minuti a Tina Tomasini per capire che qualcosa non andava, in quella signora magra magra e con il volto segnato che il 2 agosto si è presentata per un posto da infermiera nel suo istituto. «Quindici minuti in cui non mi ha mai guardato negli occhi. Rispondeva alle mie domande a testa bassa o con lo sguardo che fuggiva altrove». Qualche sospetto diventato certezza il giorno dopo, con la prova pratica in corsia. Risultato, una diagnosi che adesso suona quasi beffarda: «Era evidente che quella signora non avesse un equilibrio emotivo, sembrava dissociata, non era in grado di stringere relazioni con gli altri. Aveva bisogno di aiuto, certo non poteva accudire i miei bambini nati nella sofferenza. Le ho detto che secondo me non era all'altezza. E mi ha mandato al diavolo». Così Sonia Caleffi, l'infermiera che ha confessato di aver ucciso cinque pazienti al Manzoni di Lecco (ma le morti sospette sono 18) quel posto all'istituto di riabilitazione Santa Maria a Tavernerio, a pochi passi dalla villetta dove abitava con il compagno Gian Marco Belloni, non l'ha avuto. La dottoressa Tomasini, 66 anni, direttrice dell'istituto che ospita bambini autistici o disabili, è una di quelle donne che le dipendenti definiscono «di polso». Autorevole, esigente e innamorata del lavoro, di sé dice «non tollero pressappochismi». Una lady di ferro che è stata l'unica a capire il male di Sonia. Perché questa persona «senza una stabilità emotiva», ha lavorato prima e dopo il colloquio con la Tomasini, cambiando di continuo ospedali, collezionando tante assenze per malattia («ma noi non possiamo vedere la diagnosi» spiega Ezio Goggi, il direttore sanitario del Valduce di Como, dove la Caleffi ha lavorato dal '93 al 2000 e poi per tre mesi nel 2001), tante dimissioni (due dal Valduce, un'altra dalle Betulle di Appiano Gentile, dopo soli 11 giorni), ma anche tanti giudizi del tipo «un'infermiera come tante». E allora, come ha fatto la dottoressa Tomasini? «Io non ci credo che gli altri non se ne siano accorti. Quella signora non era in grado di svolgere questo lavoro. Sia sotto il profilo professionale che sotto quello umano. Alle domande ha risposto in modo superficiale. Mi diceva "io conosco tutte le medicine" e mi elencava una serie di farmaci, come un'enciclopedia, ma poi non era interessata agli effetti sui pazienti». Non solo: «Le ho chiesto come mai avesse cambiato tanti ospedali e mi ha risposto dando giudizi molto negativi sugli ambienti dov'era stata. Diceva che erano prevenuti verso di lei». La Tomasini non molla e cerca di capirne di più: «Le ho domandato come mai fosse così magra. Mi rispose che era perfettamente in salute». Ma queste sarebbero state anche piccole cose, se non ci fosse stata la prova in corsia, il giorno dopo. «Mi ha chiesto come si faceva una flebo. Mi sembrava incredibile che non lo sapesse. Mi disse che era "giù di allenamento", ma era passato un mese dal suo ultimo impiego, non aveva senso». La sua deduzione: «Che non fosse lucida, sembrava dissociata. Camminava per i corridoi con l'infermiera a cui era stata affidata, ma non l'affiancava mai. Le bisbigliava le domande da dietro le spalle. Come se avesse paura». Può sembrare strano, ma non è neanche per questo che Sonia Caleffi non è stata assunta. C'è un altro motivo: «Non ha guardato neanche un bambino. E io non voglio soldatini, ma gente che lavora con passione e con amore». Un amore che Sonia non riusciva proprio a trovare. Non mi ha mai guardato in faccia, non aveva equilibrio emotivo Ho pensato: non posso farle accudire i bambini nati nella sofferenza Mi ha chiesto come si faceva una flebo perché era giù di allenamento Arianna Ravelli © Corriere della Sera




permalink | inviato da il 18/12/2004 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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