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2 giugno 2004

Terrorismo e Petrolio, Obiettivi di Osama Bin Laden e 'Quella voce italiana' ...

Quella voce italiana accanto ai terroristi di MAGDI ALLAM Mentre Antonio Amato è stato barbaramente sgozzato in Arabia Saudita dai terroristi di Al Qaeda, altri italiani, secondo fonti dei nostri servizi segreti, parteciperebbero attivamente al fianco della sedicente Resistenza irachena nell'uccisione dei nostri connazionali in Iraq. Una realtà spietata dei terrorismi islamico e internazionale uniti dal collante ideologico dell'antiamericanismo e dell’antiebraismo. La dimensione globalizzante della strategia del terrore è tangibile dall'acuirsi dell'offensiva in Arabia Saudita non appena la situazione in Iraq ha registrato un parziale contenimento delle forze sunnite e sciite contrarie alla stabilizzazione, pacificazione e democratizzazione del Paese. Perché il livello dello scontro deve restare alto. Sia per costringere gli americani a impegnare le proprie forze sui vari fronti. Sia per alimentare una tensione ideologica che incentivi la conversione e l'arruolamento alla guerra santa contro l'America del maggior numero possibile di combattenti dentro e fuori il mondo islamico. Perché in definitiva c'è un vasto consenso, anche in Occidente, attorno all'obiettivo politico della sconfitta degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che consentirebbe a bin Laden di realizzare il sogno della presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica. La saldatura tra il terrorismo islamico e internazionale è documentata nel video, mai diffuso in pubblico, dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi il 14 aprile scorso. In esso, stando alla rivelazione di una fonte dei nostri servizi segreti, quando Quattrocchi fu consapevole della sua imminente esecuzione, disse: «Ora vi faccio vedere io come muore un italiano». A questo punto Quattrocchi tentò di togliersi il cappuccio che gli copriva la testa chiedendo: «Posso?». Ebbene, uno dei sequestratori, in perfetto italiano, gli rispose: «Neanche per sogno». Un'espressione che, secondo gli esperti dell'intelligence, appartiene a qualcuno che è di madrelingua italiana. Si comprende bene come il vero motivo per cui la rete televisiva araba "Al Jazira" rifiutò di trasmettere quel video, è perché svela la presenza di un italiano tra i terroristi della sedicente «Brigata Verde» che ha rivendicato il sequestro dei nostri quattro connazionali. Ugualmente non si comprenderebbe come i terroristi abbiano consentito a Salvatore Stefio, nel secondo video trasmesso il 26 aprile scorso, di fare un discorso elaborato in italiano se tra loro non ci fosse stato qualcuno che conosce bene l'italiano. In quell'occasione Stefio disse con chiaro intento rassicurante: «Fino a ora non abbiamo avuto nessun problema con loro. Mangiamo regolarmente e non abbiamo avuto nessun tipo di maltrattamento fisico. Ogni richiesta per migliorare la nostra permanenza qui con loro solitamente ci viene accordata». Quasi a voler esaltare il volto umano dei terroristi. Un testo che è stato probabilmente dettato e imposto da un sequestratore di madrelingua italiana. Un'altra prova sonora testimonierebbe la presenza di italiani anche tra le fila dei miliziani sciiti dell'Esercito Al Mahdi del ribelle Moqtada al Sadr. Anche in questo caso si tratta di un'operazione condotta contro degli italiani, costata la vita al caporale dei Lagunari Matteo Vanzan lo scorso 16 maggio a Nassiriya. In un Dvd in arabo che celebra le gesta belliche dei miliziani che attaccarono i nostri soldati, a un certo punto si sentirebbe una voce che in italiano chiede: «Vuoi vedere?». Una domanda che lascerebbe supporre la presenza di almeno due persone che parlano l'italiano. La realtà di una centrale del terrorismo islamico e internazionale riecheggia anche dall'affinità del lessico colorito riservato al nostro presidente del Consiglio. «Sciocco e superbo», è stato definito ieri nel comunicato diffuso via Internet da Abdel Aziz Al Moqrin, presunto capo di Al Qaeda in Arabia Saudita. «Retrogrado» o «ritardato mentale», era stato qualificato dalla risoluzione strategica di Al Qaeda «L'Iraq della Jihad: speranze e pericoli», diffusa l'8 dicembre 2003. Profondo disprezzo personale e accesa ostilità politica nei confronti di Berlusconi sono presenti anche nei comunicati della «Brigata Verde» e della sedicente «Resistenza irachena». Con un livello di conoscenza della nostra politica interna difficilmente acquisibile se non da un esperto italiano. Questa globalizzazione del terrorismo è un indubbio successo di Bin Laden. A tal punto serio e temibile da indurre il principe ereditario saudita Abdallah, secondo notizie riservate e attendibili, a trattare con Bin Laden un'intesa segreta per prevenire il tracollo della monarchia. Facendo leva sulla comune ostilità all'America e a Israele. Ciò che gli avrebbe fatto dire, all'indomani del massacro di sei stranieri a Yanbu lo scorso primo maggio, rivendicato da Al Qaeda, che «il sionismo è dietro il terrorismo nel nostro Paese». E' un dato di fatto che Bin Laden si è finora sempre astenuto dall'attaccare personalmente Abdallah, ribattezzato il «Principe rosso» per i suoi legami familiari con il presidente siriano Assad e per le sue esplicite simpatie panarabe. Altre fonti indicano tuttavia che la famiglia reale saudita avrebbe pronto un piano di fuga all'estero. Ciò spiegherebbe la tendenza al forte rialzo del prezzo del greggio, destinato a sforare i 40 dollari a barile, nonostante il mercato ne sia saturo. Gli operatori sono estremamente preoccupati per la sorte dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e del Kuwait, tre Paesi in bilico che detengono complessivamente metà delle riserve mondiali di greggio. Se Bin Laden dovesse riuscire nel suo intento, il prezzo del barile potrebbe schizzare a 100 dollari. A quel punto sarà lui a dettare le condizioni politiche ed economiche all'Occidente. Magdi Allam 31 maggio 2004 - Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind DA CORRIERE.IT http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/...o/31/voce.shtml


EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
EDITORIALE - Obiettivi di Bin Laden Terrorismo e petrolio Gerardo Morina L’Iraq non è tutto, anzi potrebbe persino passare in second’ordine rispetto ad un altro fronte: quello dell’Arabia Saudita. Il mondo apre gli occhi dopo l’attacco (con relative uccisioni e sequestri di un gruppo di residenti occidentali) sferrato lo scorso fine settimana da uomini di Al Qaida contro il complesso residenziale Oasis di Khobar, nella zona orientale saudita dove si concentra la produzione petrolifera del Paese. Il bilancio è stato di ventidue morti, ma il fatto significativo è che l’attentato segue di un mese quello compiuto nella città portuale di Yanbu, sede (non a caso) della più grande raffineria saudita e dove vennero uccisi altri sei occidentali. E non basta. Si teme infatti che questi due attacchi non siano stati altro che la prova generale di qualcosa di ben più grave da realizzare in futuro. Secondo fonti anonime di «intelligence» riportate dal «Times» di Londra, nel mirino di Al Qaida ci sarebbero tutti i centri petroliferi sauditi nonché il sistema di collegamenti tra Arabia Saudita e Bahrein. Esistono insomma le premesse che si avveri quanto Magdi Allam ha scritto nel suo ultimo libro «Kamikaze made in Europe» (Mondadori, 2004). Bin Laden, scrive Allam, «ha investito una fortuna stimata in 300 milioni di dollari per attribuirsi una statura internazionale come imprenditore del terrore, sfruttando il fanatismo islamico per conseguire l’obiettivo strategico della conquista del potere in Arabia Saudita». In altre parole, Bin Laden è convinto che «tramite il controllo della più sacra delle terre dell’islam e delle maggiori riserve petrolifere del mondo, egli potrà imporre la sua leadership incontrastata sull’insieme del mondo musulmano e condizionare pesantemente le sorti dell’economia internazionale». A tal fine riuscire a mettere le mani sull’oro nero diventa per Bin Laden un obiettivo di grande priorità, tale da porre le basi per scacciare gli «infedeli» (Washington e l’Occidente) da un’area del mondo che, secondo il credo del nuovo integralismo, ha ricevuto da Allah il petrolio come dono per tutti coloro che gli sono fedeli e che vanno compensati per le umiliazioni subite negli ultimi secoli. Per raggiungere tale obiettivo occorre però prima destabilizzare l’Arabia Saudita, e in prospettiva detronizzare la monarchia, della cui famiglia Bin Laden, anch’egli saudita, è acerrimo nemico. Il compito non è facile: si tratta di abbattere una grande oligarchia familiare composta da alcune migliaia di parenti o addirittura, calcolando i cugini di terzo grado, da circa 50 mila persone. La prima vittima – travolto da un colpo di Stato di radicali – dovrebbe quindi essere il vacillante regime saudita, ormai da tempo in bilico fra la richiesta di appoggio americano e i suoi presunti legami con il fondamentalismo. Perché nessuno esclude che Osama abbia amicizie all’interno del clan e continui a ricevere dal suo Paese una parte del denaro di cui ha bisogno. L’amministrazione Bush sostiene che la centrale della rete di finanziamento di Bin Laden è stata ideata e gestita da un imprenditore saudita, Wael Hamza Jalaidan, con sede a Gedda. A seguito dei fatti dell’11 settembre essa non ha subito grandi cambiamenti. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sui finanziamenti di Al Qaida pubblicato nell’estate del 2002, dopo l’attentato al World Trade Center all’organizzazione sono giunti dall’Arabia Saudita 16 milioni di dollari. Ciò induce a ritenere che in Arabia Saudita Bin Laden può ancora contare su un vasto gruppo di sostenitori, in maggioranza uomini d’affari di primo piano. La guerra al terrorismo ha pertanto aperto più fronti di attrito. Prima dell’11 settembre l’Arabia Saudita non era solo il paese arabo più vicino a Washington, addirittura la dinastia degli Al-Sa’ud era in cima ai legami di amicizia con la famiglia Bush. Ma dopo i tragici eventi delle Torri Gemelle i rapporti tra regno saudita e Stati Uniti hanno subito profondi cambiamenti. L’urgenza per Washington è lanciare l’intelligence sulle tracce dei sospetti, ma Riad stenta a collaborare e fa resistenza ad indagini che sfiorano la famiglia reale. Alla base della crisi c’è proprio la questione dei fondi sauditi che arrivano ad Al Qaida. Secondo Robert Baer, ex agente della CIA in Medio Oriente e autore nel 2003 del saggio «Sleeping With the Devil», «gli americani hanno considerato per molto tempo l’Arabia Saudita come una costante in Medio Oriente, una fonte di greggio a buon mercato, di stabilità politica, di favorevoli condizioni per fare affari. Ma dopo l’11 settembre si sono accorti che si tratta di una nazione governata da una famiglia reale che funziona sempre meno e che ha finanziato movimenti di militanti islamici all’estero nel tentativo di proteggersi da loro in casa». In questo quadro, il petrolio – o meglio il suo prezzo mandato alle stelle – potrebbe, secondo la strategia di Bin Laden, diventare l’arma con cui prendere alla gola tutto l’Occidente e con cui al contempo suscitare la grande rivincita delle masse islamiche contro il nemico occidentale esterno e contro i moderati filo-occidentali all’interno. La prospettiva di tale ricatto inquieta il mondo intero e in particolare rinforza l’esigenza avvertita da tempo dall’amministrazione americana di essere sempre meno dipendenti dal greggio saudita. Per questo Washington si sta creando alternative e ritiene la Russia nella condizione di poter sostituire un giorno l’Arabia Saudita come principale esportatore di energia. Ma questo momento è ancora lontano e nel frattempo un attentato di successo alla produzione o al trasporto di petrolio saudita – ritengono gli analisti – potrebbe causare effetti simili a quelli che provocò la rivoluzione iraniana del 1979, quando il prezzo di un barile di greggio arrivò a toccare gli 80 dollari. 01/06/2004 23:39 http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=19046
Roma, 22:31 Iraq, video Quattrocchi: Al Jazeera nega voce in italiano "Neanche per sogno. Assolutamente no". Imahad El Attrache, caporedattore di Al Jazeera, ha escluso in maniera categorica le indiscrezioni che si sono rincorse in questi giorni sul fatto che nel video che ritrae la morte dell'ostaggio italiano in Iraq Fabrizio Quattrocchi fosse possibile ascoltare la voce di qualcuno parlare in italiano. La smentita del giornalista della tv satellitare araba è stata data questa sera nel corso della trasmissione "Ballarò". Il caporedattore di Al Jazeera, l'emittente che è in possesso del video (e che non l'ha mai trasmesso) ha ribadito che le uniche parole che si sentono in italiano sono quelle pronunciate dallo stesso Quattrocchi prima di morire. http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/rep_nazionale_n_718002.html Anche in Blog Trotter Monitor




permalink | inviato da il 2/6/2004 alle 23:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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