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7 maggio 2004

Donne e Guerra (2), dal soldato Jane al soldato Jessica Lynch

... Aveva il viso acqua e sapone, i capelli a caschetto e un bel sorriso. Una qualunque liceale americana. Ma quella era una foto scattata prima di partire per l'Iraq. Le foto con cui il mondo intero l'ha conosciuta, sono quelle che la ritraggono con le dita che simulano una pistola, puntate contro i genitali di un prigioniero. O quella in cui se la ride davanti ad una piramide di detenuti nudi ed incappuciati. O quella in cui porta al guinzaglio un iracheno nudo in un corridoio di Abu Ghraib. Ecco Lynndie R. England, 21 anni, 372simo battaglione di polizia militare. C'è anche lei fra i torturatori sotto inchiesta. Ora è stata richiamata dall'Iraq e confinata in una base del North Carolina. E degradata da specialista a soldato semplice. Ad Abu Ghraib, era stata assegnata all'ala della prigione dove i detenuti venivano identificati. Ma nel braccio A1 andava spesso, perché il soldato Charles Garner, uno degli aguzzini, era il suo boyfriend. Lynndie arriva dal West Virginia. Come Jessica Lynch, catturata dagli iracheni nei pressi di Nassiriya e liberata il primo aprile 2003 dalle teste di cuoio americane. Il West Virginia è lo Stato con gli indici di disoccupazione più alti d'America. Lynndie è cresciuta lì, in una casa-roulotte a Fort Ashby. Quella stessa roulotte ora assediata dai media. Giovanissima, si è sposata con un commesso del locale supermercato. Poco dopo ha divorziato. Fort Ashby è un paesino dove si conoscono tutti. Il padre di Lynndie, Kenneth, faceva l'operaio delle ferrovie. Lei a gennaio aveva allertato la famiglia: "Voglio che sappiate che ho avuto un problema", aveva detto, prima di finire sotto inchiesta. Per aggiungere, dopo, "mamma, sono stata la persona sbagliata al momento sbagliato". Ed oggi la madre Terrie la difende: "Abusi? Erano stupidi giochi da ragazzi. Bravate. Ma quel che gli iracheni fanno ai nostri ragazzi è giusto? Le regole della Convenzione di Ginevra si applicano solo a loro, o anche a noi?". Una delusione, a Fort Ashby. Un supermercato mostra una sua foto su una "Parete d'onore". Un'altra foto era affissa in un'aula di tribunale: "Siamo fieri dei nostri ragazzi", si leggeva nella didascalia. "Dovrebbero pagare caro per quel che hanno fatto: erano abbastanza addestrati per distinguere il bene dal male, e hanno fatto del male", commenta William McGregor, ex marine in pensione. A casa, Lynndie c'era tornata per Natale. I genitori la ricordano "malata, stanca, tossiva sempre. Aveva perso dieci chili e ha dormito sempre ". Dicembre: quando, cioè, secondo il rapporto del generale Taguba, il grosso degli abusi era già stato commesso. "Dicono che non ha richiesto un avvocato. Non è vero, lo ha chiesto fin da gennaio, e non siamo in grado di pagare", ha detto Destiny Goin, che ha vissuto con la famiglia di Lynndie e la considera una sorella. Lynndie fin da bambina ha avuto una propensione per le "emozioni forti". Amava temporali e cicloni, se c'era un tornado, hanno detto i genitori, non c'era verso di farla rientrare. Come il "soldato Jessica", anche Lynndie si era arruolata per pagarsi il college. Era iscritta alla Franklin High School di Ridgeley. Mai vista in minigonna: sempre in mimetica e anfibi. Era, dicono amici e parenti, una donna dura e indipendente, che "non ha paura di spezzare un chiodo con le mani". Secondo alcuni studiosi, la "trasformazione" in aguzzino non sarebbe nulla di straordinario. Philip Zimbardo, un docente dell'università di Stanford, nel 1971 fece un esperimento. Creò una prigione e vi chiuse dentro 24 studenti, divisi tra guardie e prigionieri. Nel giro di pochi giorni, i "custodi" si erano trasformati in carnefici, e ad un certo punto coprirono la testa dei detenuti con dei sacchetti, li obbligarono a spogliarsi e ad eseguire atti sessuali. I responsabili dello studio bloccarono l'esperimento, di cui sono rimaste le foto come documentazione. Secondo il ricercatore, chiunque potrebbe superare il limite. Per questo Zimbardo, in un'intervista al New York Times, si è detto "non sorpreso" di quanto accaduto ad Abu Ghraib. E' un ambiente carcerario come quello che si è creato a Bagdad, secondo lo studioso, che crea il problema. Ma quanto accaduto potrebbe essere anche l'effetto della guerra al terrorismo. Per Charles Strozier, direttore del Centro sul terrorismo al John Jay College di New York, l'11 settembre potrebbe aver spinto molti a ritenere che il fine giustifica i mezzi, anche brutali. Negli Usa, ha detto Strozier, c'è oggi chi pensa "che sia giusto torturare qualcuno, se questo serve ad ottenere informazioni che salvino dai terroristi". (La Repubblica, 6 maggio 2004 )

  • Donne e Guerra, dal soldato Jane al generale Janis Karpinski




    permalink | inviato da il 7/5/2004 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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