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30 marzo 2004

Prima di togliersi la vita Chaouki ha anche inviato una lettera alla questura

Arriva in Questura una lettera scritta il 27 marzo Il procuratore: "Gesto isolato di un uomo depresso" Brescia, il marocchino suicida "Per l'Iraq nel nome di Allah" La Repubblica, 30 Marzo 2004 L'auto carbonizzata BRESCIA - Aveva scritto una lettera di rivendicazione il giorno prima di uccidersi dandosi fuoco a bordo della sua auto. Un gesto di protesta contro la guerra in Iraq. Mostafà Chaouki, il marocchino morto carbonizzato davanti al McDonald's a Brescia l'aveva scritta e inviata alla Questura dove è arrivata oggi. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Brescia Giancarlo Tarquini. Nella lettera - un unico foglio firmato, e spedito da Brescia con posta prioritaria sabato 27 marzo - secondo il magistrato, il marocchino precisa di non far parte di Al Qaeda né di altre organizzazioni ma di "avere rabbia" per la guerra in Iraq e contro Israele e gli Stati Uniti. Tarquini ha detto che il marocchino spiega che "non avrebbe mai agito se il governo italiano non si fosse affiancato alle nazioni impegnate in Iraq". Chaouki si rivolge anche al presidente del Consiglio con un "tu signor Berlusconi..." e spiega di compiere il suo gesto "nel nome di Allah". Ma Tarquini insiste su un punto: "A prescindere dal contenuto, nella valutazione della lettera bisogna tener presente la condizione psicologica e di disagio in cui si trovava ultimamente l'uomo". E' risaputo infatti che il marocchino era depresso ed era intenzionato a ritirare i contributi versati all'Inps per fare ritorno al suo paese d'origine. Gli investigatori non hanno avuto dubbi fin dall'inizio che l'uomo si fosse suicidato - facendosi bruciare dalle fiamme di quattro bombole di gas da cucina caricate in auto - proprio a causa del suo stato psichico. Il procuratore parla di Chaouki come "di una persona in sofferenza mentale profonda, di qualcuno che avrebbe cercato una legittimazione finale ad una vita sbandata e fallita, di un atto di giustificazione ad una sua azione suicida". "Abbiamo conoscenza di una persona con difficoltà di tipo personale e familiare, che viveva miseramente in un camper pur lavorando e avendo i mezzi per vivere normalmente. Si tratta di una azione isolatissima - ha continuato il capo dei Pm bresciani - di una persona in una condizione psicologica anomala, ma si tratta anche di un'azione non ripetibile facilmente. Va respinto ogni timore e allarmismo. E' stata una attività disgraziata di un disgraziato irresponsabile, ma ora cercheremo se ci sono radici, e se ci sono cercheremo da dove partono". La Procura, sulla vicenda, ha aperto un fascicolo per il reato di strage, indipendentemente dal fatto che Chaouki volesse compiere solo un gesto eclatante, attraverso un suicidio spettacolare, o avesse intenzione di emulare i kamikaze. Nella perquisizione della roulotte, nella quale l'immigrato viveva a Concesio, non è stato trovato materiale riconducibile all'estremismo islamico. (30 marzo 2004) Il Giornale di Brescia dedica a Chaouki un'intero 'speciale': Martedì 30 marzo 2004 Kamikaze «fai da te» che poteva davvero provocare una strage Il procuratore Tarquini: «Il quadro è simile a quelli che in questi tempi preoccupano il mondo intero» - Aveva scritto: «Parto per un lungo viaggio, non tornerò» - TROVATI MESSAGGI DI ADDIO Moustafa Chaouki, 35 anni, era in Italia dal 1990 e da anni viveva nell’Ovest bresciano lavorando come camionista - Dietro l’autobomba un marocchino disperato «Un uomo buono, provato dalle recenti separazioni» Un fratello della vittima vive a Carzago, l’altro a Rovato Mostafa Chouki era domiciliato a Carzago, in via Garibaldi 36, dove tuttora vive uno dei due fratelli minori, Mohammed. Sono proprio i vicini di casa di Mohammed, autotrasportatore per una ditta di Rovato, a tracciare il profilo di questi due fratelli apparentemente molto diversi tra loro. Mohammed, taciturno, ma socievole, spesso accorreva in aiuto dei vicini di casa quando c'era bisogno. Mostafha, più chiuso, molto spesso era assente da casa. Ripercorrendo la storia dei due fratelli a Carzago spunta un episodio risalente a circa due anni fa, quando Mostafa innescò in paese una lite con altri connazionali per una donna. In quella discussione spuntarono dei coltelli e ci furono feriti lievi, ma fu Mohammed a sedare la questione: si prese la responsabilità di allontanare i connazionali che avevano causato l'episodio, tra cui il fratello. Della vicenda ci si dimenticò presto e non ci furono altri problemi. Carzago, piccola frazione di Calvagese, ricorda bene i due fratelli, e qualcuno non esclude che il maggiore fosse un tipo violento e che solo l’altro riuscisse a tenerlo quieto. Da un paio d'anni anche Mohammed è spesso lontano da casa: «Lo sentiamo tornare alle undici, mezzanotte, poi al mattino alle cinque riparte - racconta un vicino -. Torna e parte sempre in automobile, ma lavora come camionista in una ditta di Rovato che trasporta lampadari e spesso è anche all'estero». Notizia confermata anche dalla ditta Meneghini, presso la quale Mohammed ha lavorato per molti anni e dove lo ricordano come un ragazzo tranquillo e volenteroso. Proprio un viaggio all'estero potrebbe essere la ragione per cui ieri non è stato possibile rintracciarlo. L'ipotesi che Mostafa Chouka possa avere progettato un'azione suicida è scartata dai familiari. L’altro fratello di 28 anni - che risiede a Rovato, in via Santella -, sul cancello del condominio dove abita con la famiglia dice: «Non credo proprio che mio fratello, che è stato sempre una persona pacifica, possa aver fatto una cosa del genere. L'unica cosa che posso dire è che ha avuto un po' di problemi familiari, i miei genitori si sono separati, lui si è lasciato con la moglie: nella sua vita ha incontrato molti problemi, è stato sfortunato, fino a questo incidente che lo ha separato dalla vita. Adesso stiamo cercando di vederlo in ospedale, anche per riconoscerlo, pur se non ci hanno ancora chiesto di fare il riconoscimento». Del fratello, il giovane ricorda: «Mostafa è sempre stato buono, anche se è cambiato un po' quando i miei genitori si sono separati, e dopo la separazione dalla moglie. Era venuto in Italia nell'88 e ultimamente lavorava come autista per la distribuzione del latte: faceva i turni di notte da tre anni, prima aveva lavorato come autista anche a Cologne. Aveva la patente C e parlava bene l'italiano, meglio di me. Era un persona buona e non aveva mai fatto succedere niente». Gaia Mombelli Giancarlo Chiari (BresciaOggi, 30 Marzo 2004 ) Se ne occupa anche il Resto del Carlino in Kamikaze per emulazione ESPLOSIONE DI BRESCIA Gli 007 avvevano avvertito sul rischio 'kamikaze per emulazione' ROMA, 30 MARZO 2004 - Gli 007 lo avevano previsto: si possono verificare non solo azioni di reti terroristiche organizzate, ma anche il disperato gesto di un singolo, il tentativo di emulare i kamikaze in Medio Oriente. Quanto accaduto due giorni fa a Brescia, quando un marocchino si e' fatto esplodere con la sua auto nei pressi di un McDonald's per rabbia contro la guerra in Iraq, Israele e gli Stati Uniti, era uno degli scenari temuti dall' intelligence nazionale. L'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento segnalava i ''rischi per attivazioni di tipo emulativo da parte di ambienti minori o singoli''. L' allarme era suonato già lo scorso 11 dicembre, quando un cittadino giordano si era fatto esplodere con la sua auto davanti alla sinagoga di Modena. Si è trattato anche in questo caso di un cosiddetto ''cane sciolto'', con un passato di problemi psichici gravi, che avrebbe scelto, secondo gli inquirenti, di imitare i kamikaze che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici. Un pericolo, quello dei ''kamikaze per emulazione'', ben presente anche al ministro dell' Interno, Giuseppe Pisanu, che nello scorso novembre aveva avvertito che ''singoli individui o piccoli gruppi potrebbero attivarsi e colpire direttamente sul territorio nazionale''. Magdi Allam, in un articolo ripreso da controcorrente, scrive tra l'altro dall’identikit tracciato dagli inquirenti e dai familiari, che fa emergere la realtà di un attentatore sostanzialmente laico, si conferma come il «martirio» non sia affatto una prerogativa dei gruppi terroristici islamici, ma sia stato elevato a un valore trasversale che raccoglie proseliti anche in ambienti non tradizionalmente religiosi. È una realtà affermatasi in Palestina sin dall’inizio del 2001 e che ha avuto il suo momento culminante con le stragi dell’11 settembre in America. Il capo del commando di 19 dirottatori terroristi, Mohammad Atta, è l’emblema del laico che sposa l’integralismo islamico attraverso la fede nel «martirio». Alla base di questa conversione c’è la crisi di identità degli immigrati che si sentono esclusi o rifiutano il sistema di valori dell’Occidente. Anche la situazione di Chaouki presenta un cocktail di emarginazione sociale, precarietà affettiva e crisi di identità. Non è un caso che i burattinai del terrore vengano ad arruolare gli aspiranti combattenti e i terroristi islamici in Europa. Il nostro continente si sta rivelando un florido terreno di coltura dell’estremismo sia religioso sia laico, dando vita a una ideologia trasversale i cui capisaldi sono l’antiamericanismo e l’antiebraismo. Ciò che importante comprendere che Chaouki e Atta non sono dei casi singoli. Bensì il sintomo di una realtà più diffusa.




permalink | inviato da il 30/3/2004 alle 19:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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