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20 marzo 2004

Copiaincolla di Robert Fisk, un anno dopo...

Da l'Unità del 20.03.2004 La guerra, giorno dopo giorno di Robert Fisk Cosa ricordiamo di quelle terribili settimane di un anno fa? In guerra si passa la giornata a tentare di salvare la pelle e di notte si rimane stesi nel letto senza poter dormire per il rumore delle esplosioni degli aerei e delle bombe. E passata la nottata bisogna rimanere svegli e vigili per tutto il giorno che segue. C’è da sorprendersi se arriva il momento in cui – quando un uomo ti allunga quella che sembra mezza pagnotta di pane e invece è mezzo neonato – la rabbia è la sola cosa che resta? Le bombe a grappolo sono una nostra creazione. E ricordo con una sorta di stupore come, mentre il crepitio delle armi americane si faceva sentire in direzione del Tigri, riuscii a raggiungere il pronto soccorso del più grande ospedale di Baghdad e dovetti farmi largo in un lago di sangue tra letti di uomini che urlavano, uno avvolto dalle fiamme, un altro che piangeva invocando la madre. Al piano di sopra c’era un uomo disteso su una lettiga zuppa di sangue con in testa una ferita quasi indescrivibile. Dall’orbita dell’occhio destro penzolava un fazzoletto che faceva gocciolare il sangue sul pavimento. Per giorni noi in città avevamo visto le immagini di Bassora e Nassiriya dopo la “liberazione”. Avevamo visto i saccheggi sotto gli occhi noncuranti degli americani e degli inglesi. Sapevamo quello che sarebbe accaduto una volta cessati i combattimenti a Baghdad. E immancabilmente un esercito medievale di saccheggiatori seguì gli americani in città bruciando gli uffici, le banche, gli archivi, i musei, le biblioteche coraniche, distruggendo non solo la struttura del governo ma l’identità dell’Iraq. I saccheggiatori erano disorganizzati ma meticolosi, venali ma poveri. Gli incendiari arrivavano con gli autobus e sapevano benissimo quali erano i loro obiettivi; non toccavano nulla di ciò che distruggevano. Erano pagati. Ma da chi? Fossero stati pagati da Saddam per quale ragione – una volta giunti gli americani a Baghdad – non si sono limitati a mettersi i soldi in tasca e ad andarsene a casa? Se erano pagati per dare alle fiamme gli edifici a lavoro finito, chi li pagava? Naturalmente abbiamo trovato le fosse comuni, l’ecatombe degli anni di barbarie di Saddam - e di molti degli eccidi le potenze occidentali sono state complici – e abbiamo fotografato decine di migliaia di cadaveri, la maggior parte dei quali bruciati nel deserto dopo che l’occidente non aveva appoggiato la sollevazione dei curdi e degli sciiti. Come non hanno mai smesso di ricordarci i parenti addolorati, la “liberazione” era arrivata un po’ in ritardo. Con circa 20 anni di ritardo per essere precisi. Siamo arrivati in questo caos e in questa terra senza legge. Il dissenso non poteva essere tollerato tra i vincitori. Quando scrissi su «The Independent» che i “liberatori” erano «una nuova, estranea e potente forza di occupazione che non aveva alcun legame culturale, linguistico, razziale o religioso con l’Iraq» fui criticato aspramente da uno dei commentatori della Bbc. Vedete come ci ama la gente, strepitavano gli occidentali – proprio come era solito dire Saddam quando portava i suoi servili accoliti a visitare la gente di Baghdad. Ci sarebbero state le elezioni, le costituzioni, i consigli di governo, il denaro... non c’era fine alle promesse che si facevano a questa società tribale chiamata Iraq. Poi arrivarono i grossi appaltatori americani e le multinazionali e migliaia di mercenari: inglesi, americani, sudafricani, cileni – molti di questi ultimi soldati sotto Pinochet – nepalesi e filippini. E quando ebbe inizio l’inevitabile guerra contro gli occupanti noi – le potenze di occupazione e, ahimè, la maggior parte dei giornalisti – inventammo una nuova vulgata per sottrarci alla punizione per l’invasione. I nostri nemici erano “irriducibili” di Saddam, “superstiti” baathisti, “fanatici” del regime. Poi le forze di occupazione uccisero Uday e Qusay e tirarono fuori Saddam da suo buco nel terreno e la resistenza aumentò di intensità. E allora i nostri nemici diventarono “combattenti stranieri” – Al Qaeda – dal momento che i normali iracheni non potevano far parte della resistenza. Dovevamo crederci. Se, infatti, gli iracheni si fossero uniti alla guerriglia come avremmo potuto spiegare che non amavano i loro “liberatori”? Sulle prime i giornalisti furono incoraggiati a spiegare che gli insorti venivano solo da città sunnite, in “precedenza fedeli a Saddam”. Poi la resistenza venne confinata al cosiddetto “triangolo sunnita”, trasformatosi in un ottagono quando gli attentati si moltiplicarono a nord e a sud, da Nassiriya a Kerbala a Mosul e a Kirkuk. Ancora una volta si disse ai giornalisti che si trattava di “combattenti stranieri”, omettendo di ricordare che 120.000 combattenti stranieri in Iraq indossavano la divisa americana. Senza fine era la menzogna del “successo” dell’occupazione. Vero è che le scuole furono ricostruite – e vergogna per gli iracheni coinvolti, spesso saccheggiati per la seconda volta – gli ospedali riaperti e che gli studenti fecero ritorno all’università. Ma i dati riguardanti la produzione di petrolio venivano esagerati e gli attacchi contro gli americani celati sotto una cortina di falsificazioni e reticenze. In un primo momento le forze di occupazione riferivano solamente gli attacchi di guerriglieri nei quali morivano o rimanevano feriti dei soldati. Poi, quando nessuno più poteva nascondere che ogni notte vi erano circa 60 attacchi contro i militari americani, alle stesse truppe fu impartito l’ordine di non fare rapporto in caso di bombardamenti o attacchi che non causavano perdite. Ma con l’approssimarsi del primo anniversario della guerra ogni straniero era diventato un bersaglio. Nel frattempo erano entrati in scena gli attentatori suicidi. L’ambasciata turca, l’ambasciata giordana, le Nazioni Unite, le stazioni di polizia in tutto il Paese – 600 nuovi poliziotti iracheni massacrati in meno di quattro mesi – e poi le grandi moschee di Najaf e Kerbala. Americani e inglesi avvertirono dei pericoli della guerra civile – e altrettanto fecero, ovviamente, i giornalisti – sebbene nessun iracheno avesse mai manifestato il desiderio di un conflitto contro i suoi connazionali. Ma chi voleva questa “guerra civile”? Perché i sunniti – minoranza nel Paese – avrebbero dovuto consentire ad Al Qaeda di mettere in piedi tutto questo quando non potevano sconfiggere la potenza occupante senza l’appoggio, quanto meno passivo, degli sciiti? Mentre ero intento a scrivere un articolo che affrontava questi temi squillò il telefono e una voce mi chiese se ero disposto ad incontrare un uomo che si trovava giù dabbasso: un iracheno di mezza età, insegnante al Cardiff College che era tornato recentemente in Iraq e aveva trovato il Paese in preda alla paura e al dolore. Sua madre, mi disse, aveva appena messo insieme un milione di dinari iracheni per pagare il riscatto che era stato chiesto ad una donna del luogo la cui figlia e la cui nipote erano state rapite da uomini armati a Baghdad nel mese di gennaio. Le due ragazze avevano appena telefonato dallo Yemen dove erano state vendute come schiave. Ad un’altra sua vicina era stato appena riconsegnato il figlio diciassettenne dopo il pagamento di 5.000 dollari ad alcuni banditi armati nella zona di Karada a Baghdad. Mercoledì scorso un altro bambino è stato rapito, questa volta a Mansour, e i rapitori chiedono un riscatto di 200.000 dollari. Un parente del mio interlocutore – e non dimenticate che questa è appena l’esperienza personale di un solo uomo su una popolazione di 26 milioni di iracheni – era appena sopravvissuto ad un attacco contro la sua auto appena fuori Kerbala. L’uomo era diretto a sud dopo essersi aggiudicato l’appalto per gestire un garage in città. Si trovava su un automezzo Akea insieme ad 11 compagni quando erano stati fatti oggetto di ripetuti colpi di pistola. Un uomo era morto – aveva trenta fori di proiettile sul corpo - e il parente del mio visitatore, facendosi largo in mezzo al sangue dei suoi amici, era stato il solo ad uscire illeso dallo scontro. Non c’è da sorprendersi quindi se le autorità di occupazione si rifiutano di fornire cifre sul numero di iracheni morti dopo la “liberazione” – o ancor più durante l’invasione – e preferiscono parlare del “passaggio di mano della sovranità” da un gruppo di iracheni nominato dagli americani ad un altro e della Costituzione, che è solamente temporanea e che potrebbe sfaldarsi prima che si tengano vere e proprie elezioni – se mai si terranno – l’anno prossimo. Se avessimo potuto prevedere tutto questo – se fossimo stati pazienti e avessimo atteso che gli ispettori dell’Onu portassero a termine il loro lavoro invece di affrontare una guerra e implorare la pazienza ora che i nostri ispettori non sono riusciti a trovare quelle armi così terribili – saremmo con tanta noncuranza entrati in guerra un anno fa? Perché quella guerra non è finita. Non abbiamo assistito alla “fine di importanti operazioni belliche” ma solo ad una invasione e ad una occupazione terminate in una lunga e feroce guerra di liberazione dai “liberatori”. Esattamente come gli inglesi invasero l’Iraq nel 1917 proclamando la loro ferma volontà di liberare gli iracheni dai loro tiranni – il generale Maude usò esattamente queste parole – oggi abbiamo replicato lo stesso macabro copione. Gli inglesi morti nella susseguente guerra di resistenza irachena giacciono ora nel North Gate Cemetery alla periferia di Baghdad, simbolo duraturo ancorché largamente dimenticato della follia della nostra occupazione. © The Independent Traduzione di Carlo Biscotto (fine della seconda puntata) Leggi la prima puntata




permalink | inviato da il 20/3/2004 alle 23:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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